La battaglia di Tsipras ci riguarda tutti Fonte: sbilanciamoci | Autore: Thomas Fazi

 

Per capire perché la battaglia del nuovo governo greco di Alexis Tsipras riguarda tutti i cittadini europei – e in particolare quelli della periferia – dobbiamo innanzitutto tenere a mente che la rinegoziazione del debito non è per Syriza un fine a sé stante, combattuto in nome di un astratto principio di giustizia economica, ma piuttosto un mezzo per realizzare un obiettivo molto preciso: la riduzione dell’avanzo primario dal 4-5% richiesto dalla troika (oggi è intorno al 3%) all’1-1.5% del Pil. Per avanzo primario si intende un bilancio pubblico in positivo, esclusa la spesa per interessi sul debito pubblico: sostanzialmente vuol dire che le entrate (le tasse) superano le uscite (la spesa pubblica). Il motivo per cui un governo sceglie di perseguire un avanzo primario è solitamente quello di destinare il surplus di entrate al pagamento degli interessi sul debito, nella speranza di ridurre un po’ alla volta lo stock di debito.

Nel caso della Grecia questi interessi si aggirano intorno al 4% del Pil, a cui bisogna aggiungere gli obiettivi di riduzione del debito previsti dal Fiscal Compact (1/20esimo l’anno della porzione eccedente il 60% del Pil): considerando che la Grecia ha un rapporto debito/Pil pari al 177% si fa presto ad arrivare all’avanzo primario del 4-5% fissato dalla troika per la Grecia, che nel giro di un paio di anni dovrebbe salire addirittura al 7% (almeno fino al 2030). Se così non fosse, e senza una riduzione della spesa annuale per interessi – che è quello che chiede Syriza, attraverso una ricontrattazione del debito –, l’unica alternativa sarebbe quella di indebitarsi ulteriormente per continuare a ripagare gli interessi sul debito pregresso – che, in sostanza, è quello che vorrebbero la Germania e l’Eurogruppo, e che la Grecia si rifiuta di fare (“perché sarebbe come consigliare a un amico di farsi una seconda carta di credito per ripagare i debiti contratti con la prima carta di credito”, ha dichiarato Varoufakis).

E allora perché non fare come dice la troika e cercare di aumentare ulteriormente l’avanzo primario? Perché non potrà mai funzionare . Né dal punto di vista politico e sociale – la Grecia è già stremata da anni di brutali misure di austerità, e un incremento dell’avanzo primario potrebbe solo essere raggiunto attraverso ulteriori tagli alla spesa pubblica e/o aumenti di tasse, e dunque attraverso ulteriori misure di austerità –, né dal punto di vista economico: accumulare ampi avanzi primari è infatti considerato intrinsecamente recessivo, in quanto di fatto consiste nel sottrarre risorse all’economia reale per destinarle ai creditori, nazionali ed esteri (o, per dirla diversamente, nel sottrarre denaro ai più per alimentare le rendite di pochi). Se poi questa politica viene praticata in un contesto come quello europeo – di bassa inflazione (come quello che registra l’Italia) o addirittura di deflazione (come quello che registra la Grecia) e in assenza di una banca centrale in grado di agire da prestatrice di ultima istanza e di intervenire sui mercati sovrani per calmierare i tassi di interesse (e senza chiedere misure di austerità in cambio) – è puro masochismo, in quanto si può “consolidare” quanto si vuole, ma il debito continuerà inevitabilmente a salire sia in termini reali, a causa dell’effetto recessivo-deflattivo del cosiddetto moltiplicatore fiscale (ulteriormente esacerbato dalle misure di austerità), sia in termini assoluti, perché molti stati non sono in grado di accumulare avanzi primari sufficienti a far fronte agli interessi, e sono dunque costretti a indebitarsi ulteriormente solo per ripagare gli interessi sul debito pregresso (anche se con l’entrata in vigore del Fiscal Compact, che impone il pareggio di bilancio strutturale, questa strada in teoria non è più percorribile). E infatti, a fronte di alcune delle misure di austerità più estreme mai sperimentate in Occidente, nella maggior parte dei paesi dell’eurozona (soprattutto quelli della periferia) il debito continua a lievitare a ritmi vertiginosi.

Questo non è un problema che riguarda solo la Grecia, infatti: in tutti i paesi della periferia la spesa per interessi si aggira tra il 3.5 il 5% del Pil. Il caso dell’Italia è paradigmatico : nonostante il paese registri un avanzo primario fin dai primi anni novanta, il nostro debito pubblico è continuato a salire unicamente a causa della spesa per interessi – che oggi si aggira intorno al 4.5% del Pil, pari a poco meno di 80 miliardi l’anno – per poi esplodere negli ultimi anni. Ora, in base al duplice obiettivo del Fiscal Compact – pareggio di bilancio strutturale e riduzione del debito –, questi paesi dovrebbero mantenere da qui al 2030 avanzi primari da capogiro, come si può vedere nel seguente grafico: 7% in Grecia, 6.5% in Italia, 5.5% in Portogallo, 3.5% in Spagna.

Si tratta di una strada palesemente insostenibile – e che infatti non ha precedenti nella storia – sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico e sociale, per l’entità dei tagli alla spesa pubblica o dell’imposizione fiscale che essa comporterebbe: se consideriamo che lo stimolo fiscale implementato da Obama nel 2009 ammontava al 5.5% del Pil e che il New Deal di Roosevelt era pari al 5.9% del Pil, un avanzo primario delle dimensioni previste dal Fiscal Compact equivarrebbe per molti paesi a una sorta di anti-New Deal praticato ogni anno per i prossimi quindici anni (almeno). Una follia.
Ecco perché la battaglia di Syriza – che riguarda non tanto il debito pubblico in sé quanto le assurde imposizioni del Fiscal Compact in termini di avanzi primari – riguarda tutti i paesi della periferia. E soprattutto l’Italia.

“Non aiuteremo Tsipras cantando solo Bella Ciao”. Intervento di Giorgio Cremaschi | Autore: giorgio cremaschi da: controlacrisi.org

Se il nuovo governo greco comincerà subito a tenere fede al suo programma elettorale stabilendo il salario minimo a 750 euro mensili, la Germania del governo Merkel-SPD chiuderà la porta ad ogni trattativa sul debito. Infatti con le “riforme” tedesche che han fatto da modello a tutto il continente, i milioni di lavoratori precari impegnati nei minijobs prenderebbero di meno di un lavoratore greco. È vero che ci sono le integrazioni dello stato sociale, ma è altrettanto vero che la coerenza del nuovo governo greco aprirebbe un fronte con una Germania anche sui tagli al welfare.

Insomma la coerenza di Tsipras sarebbe insostenibile per una classe dirigente tedesca che da anni impone terribili sacrifici al proprio mondo del lavoro spiegando che gli altri stanno tutti peggio. Gli operai tedeschi, che hanno subìto una delle peggiori compressioni salariali d’Europa, si chiederebbero a che pro, visto che le cicale greche ricominciano a frinire. È per il timore del contagio sociale, della ripresa, magari persino conflittuale, dei salari e della richiesta di welfare che si dirà no alla Grecia e non per la questione debito. Il debito pubblico della Grecia ruota attorno a 350 miliardi di euro, quello interno alla UE dovrebbe essere circa attorno ai due terzi di quella cifra. Abbuonarne la metà significherebbe per la UE rinunciare a poco più di 100 miliardi. È una cifra enorme naturalmente, ma dal 2008 governi europei, BCE e sistema finanziario hanno speso 3000 miliardi per sostenere le banche. E altri 1000 verrano spesi nel Quantitative Easing, presentato come un sostegno agli Stati che in realtà finanzia ancora gli istituti bancari acquirenti di titoli di stato.

Cosa sono allora 100 miliardi di abbuono del debito ad una Grecia che comunque non potrebbe pagarli, di fronte ai 4000 miliardi concessi al sistema bancario e finanziario? Niente sul piano delle dimensioni della cifra, tutto sul piano del suo significato. Come dicono accreditate indiscrezioni, una dilazione dei pagamenti più che trentennale sarebbe già stata concessa dalla Troika nel novembre scorso, ma naturalmente in cambio della impegno a continuare le politiche liberiste di questi anni. Il problema dunque è la continuità o la rottura con quelle politiche, e qui Syriza e la TroiKa si scontreranno.

Quello che sta succedendo in Grecia e in Spagna è qualcosa di diverso dalla storia europee delle sinistre. La politica dell’austerità sta portando tutta l’Europa meridionale verso quello che una volta si chiamava terzo mondo. Le prime risposte vere son quindi legate a questa nuova terribile realtà. Le socialdemocrazie si sono immolate sull’altare del rigore e le sinistre comuniste son troppo piccole e divise per contare. Si apre così lo spazio per forze alternative diverse da quelle del passato. In fondo il successo del M5S aveva inizialmente questo segno, anche se sinora a quel movimento è mancata una vera spinta sociale e la sua politica è rimasta ancorata al terreno della cosiddetta lotta per l’onestà.

Invece Syriza e Podemos somigliano sempre di più alle formazioni populiste di sinistra che governano gran parte dell’America Latina e con questa impronta affrontano la crisi europea e il Fiscal compact, vedremo .
Quel che è certo è che le cose stanno cambiando, ma non da noi. Siamo stati facili profeti ad anticipare il salto sul cavallo greco di tutto il mondo politico italiano, oramai campione di trasformismo in Europa. C’ è ovviamente anche un calcolo parassitario non solo elettorale. Se la Grecia ottiene qualcosa , si spera che qualcosa tocchi anche a noi. Così tutti a fare gli Tsipras con le vongole, dimenticando ovviamente la sostanza del programma del nuovo governo greco . Che tradotto in Italiano significherebbe misure immediate come la cancellazione del JOBSACT, della legge FORNERO sulle pensioni, del pareggio di bilancio costituzionalizzato . E a seguire la fine delle privatizzazioni, dei tagli alla Sanità e alla scuola pubblica, del patto di stabilità per gli enti locali.

Attenzione, questi non dovrebbero essere gli obiettivi strategici di un governo che promette tanto, ma le azioni dei famosi primi cento giorni. Poi dovrebbe seguire la messa in discussione della politica del debiti e del debito stesso, che da quando nel 2011 Giorgio Napolitano indicò come vincolo per le politiche di austerità è passato da 1900 a 2150 miliardi. Si tratta di rompere con tutte le politiche seguite non solo dalla destra, ma dal centrosinistra in questi anni. Come si fa allora a stare con la Grecia mentre ci si allea con il PD di Renzi in tutte le regioni più importanti.? Mi fermo qui perché è assolutamente ovvio che se non si rompe con i partiti dell’austerità, il sostegno alla Grecia non c’è.

Anche sul piano sindacale son tutti felici per le elezioni greche. Ricordo però le tante volte che in Cgil si è usata la Grecia come esempio di una resistenza vana. 14 scioperi generali e in quel paese non è cambiato nulla, si diceva quando si lasciavano passare la pensione a 68 anni e le altre riforme di Monti . E in nome della flessibilita CGILCISLUIL son arrivate a concordare il lavoro gratuito per migliaia di giovani precari che dovranno far funzionare l’Expo. È quindi inutile usare il marchio greco per coprire politiche e gruppi dirigenti responsabili o complici del nostro disastro sociale. La sola cosa seria che si deve fare in casa nostra per sostenere la Grecia contro la Troika è praticare la stessa rottura .
Non son in grado di sapere se Tsipras sarà coerente, ma per aiutare lui ad esserlo bisogna fare in modo che non sia solo Bella Ciao l’unico legame utile all’Italia .

Il nuovo libro di Paolo Ferrero. Debito, un romanzo criminale Autore: Maria R. Calderoni da: controlacrisi.org

TTIP, chi era costui? Bella domanda. Ma se non sapete darvi una risposta, andate a pagina 92 di questo libro e l’avrete. “Questo” libro è “La truffa del debito pubblico”, autore Paolo Ferrero (DeriveApprodi, pagine 153, euro 12), a giorni in libreria. A pagina 92, appunto, dove troverete che il TTIP, grazioso acronimo che sta per un incommensurabile “Transatlantic Trade and Investment Partnership”, è un colosso planetario che incarna un affaire planetario di nuovissimo conio, ormai pronto ad entrare in funzione entro la fine del 2014 (vi è sfuggito, vero?).Leggete pure. «Il TTIP, cioè la costruzione di un mercato unico per merci, investimenti e servizi tra Europa e Nord America». Vale a dire «un trattato di libero scambio tra Europa e Nord America che abolisca i dazi doganali e uniformi i regolamenti dei due continenti». Vale a dire via libera a un unico grande mercato, una cosuccia «che vale il 45% del Pil mondial», appena.

E che c’ è di male, di grazia? Tranquilli, nessuno ve lo dir à (la trattativa è stata sino a qui praticamente secretata), ma c’ è di male (malissimo) che col TTIP si toglieranno « vincoli ai potenti – banche e multinazionali in primo luogo – lasciandoli liberi di fare quello che vogliono e di utilizzare i rapporti di forza a loro favorevoli per imporre la legge del pi ù forte. Anche agli Stati » .

Naturalmente (come sempre) le favole – le fanfole – narrate al popolo-bue saranno ben altre. Ma è meglio sapere che in pratica col TTIP si sta mettendo in cantiere « la costruzione di una vera e propria Nato economic » , e ci ò « risponde a un preciso disegno geopolitico » .

Usa caput economico oltre che militare in tutta Europa, Russia esclusa; ed in pi ù , grazie a un secondoTTIP, gi à a buon punto, con tutti i Paesi che si affacciano sul Pacifico, esclusa la Cina, il disegno geopolitico Usa è quello « di uscire dall’attuale mondo multipolare per arrivare a un mondo bipolare: da una parte l’America e i suoi alleati, dall’altra la Cina e la Russia » (e gli altri paesi del Brics).

Allarme! Ferrero lo dice senza giri di parole (pag.103): « Gli Stati Uniti stanno ponendo le basi per una nuova “cortina di ferro” » . Perch é ci vuole poco a capire che « queste alleanze economiche si allargherebbero al tema dell’approvvigionamento delle materie prime, dell’acqua, delle terre fertili » .

Avete presente il pericolo di una nuova guerra (questa volta nucleare)? È proprio questo il caso, TTIP volendo.

Anche se certo non lo dicono TTIP e Debito Pubblico, anzi Truffa del Debito Pubblico, sono parenti stretti. Ferrero questo lo spiega bene, da pagina 7 a seguire. Per cominciare. La mamma non glielo ha detto, ma lui, povero bambino innocente, quando nasce ha gi à sulla sua testolina un debito “pubblico” di 30mila euro. E questo perch é il Debito Pubblico dell’Italia è enormemente enorme. Ve lo ripetono e stra-ripetono, è su tutti i giornali e tutte le tv, per non parlare di governo, parlamento, senato, bce, fmi, ue, Trojka tutta: guai al vostro Debito Pubblico, se non correte al riparo siete perduti!

E per rimediare al Debito Pubblico, lo sapete bene, c’ è sempre la sperimentata ricetta “paga tutto Pantalone”, va bene, oggi chiamata fiscal compact, spendid rewiew ecc (ricordate la cura da cavallo approntata per la Grecia?).

Quindi, sacrifichiamoci per il bene del Debito Pubblico, o la Borsa o la vita. Ma, questo boia di Debito Pubblico italiano, oggi arrivato a quota duemila miliardi di euro, da dove viene? Pagina 23. « Dalla seconda met à del 1981 a oggi, lo Stato italiano ha cominciato a pagare tassi di interesse molto pi ù alti del tasso di inflazione ed è cos ì che il debito pubblico è stato – volutamente – gonfiato a dismisura » .

Volutamente, avverbio-chiave. Tutto questo è potuto avvenire – e Ferrero lo spiega bene – per la quisquilia che nel 1981 appunto, attraverso un semplice « scambio di lettere » tra l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e l’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, « fu deciso il cosiddetto divorzio » , appunto tra ministero del Tesoro e Banca d’Italia.

E cio è ? E cio è avvenne che se, sino ad allora « quando lo Stato aveva bisogno di soldi, il ministero del Tesoro decideva il tasso di interesse a cui emettere i titoli di Stato, concordandolo con la Banca d’Italia » (la quale era anche impegnata a ricomprare i titoli eventualmente rimasti invenduti e con ci ò impedendo manovre speculative da parte di privati), da quel momento, da quel “provvidenziale” divorzio, « lo Stato italiano si è messo in mano alla finanza privata, agli speculatori, e ha cominciato a pagare tassi da usura per ottenere il denaro di cui aveva bisogno » .

Il libro offre una precisa – e paurosa – cronistoria dell’ escalation del nostro (!) Debito Pubblico, dal 1981 sino al 2007; nonch é della catastrofe economica mondiale dal 2008 ad oggi, dovuta ai mega-galattici crolli finanziari delle cosiddette “bolle”. Ma sar à bene fissare l’attenzione su un dato che Ferrero sottopone al nostro sguardo.

Per salvare il Sistema, cio è salvare le banche e i poteri finanziari che l’hanno portato sull’orlo della rovina, hanno dovuto mobilitarsi gli Stati, sotto forma di oltre 4 trilioni di euro sborsati sull’altare delle banche solo nell’Eurozona; e sar à bene annotare che l’Italia, nel suo piccolo, vi concorre con un 20 per cento…

Maastricht, Lisbona, Sme, austerity, salasso dei salari, forca delle tasse eccetera eccetera. Le cose sono certo multiple, complicate e complesse, ma il libro riesce a dare le risposte. O meglio, a spiegare i “perch é “. Magari tenendo presente i fondamentali del Capitale, quelli che non cambiano mai. Quelli che il vecchio (!) Marx chiamava « privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite » .

Elementare, Watson.

Gli zombi dell’austerità | Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Romano

Il risultato elettorale non ha scosso Bruxelles. E’ ricomparso il commissario Olly Rehn, con i suoi voti, la sua bacchetta magica, il pareggio di bilancio, le riforme strutturali, il debito pubblico

Le ele­zioni euro­pee non hanno con­se­gnato una mag­gio­ranza chiara, ma hanno boc­ciato le poli­ti­che di auste­rità. Ser­vi­reb­bero inve­sti­menti per pro­get­tare la terza rivo­lu­zione indu­striale; avremmo biso­gno di “ser­vi­tori dell’Europa”, di diri­genti e poli­tici capaci di pen­sare ai nipo­tini di Key­nes. Invece è ricom­parso il Com­mis­sa­rio Olly Rehn, con i suoi voti, la sua bac­chetta magica, il pareg­gio di bilan­cio, le riforme strut­tu­rali, il debito pubblico.

L’appuntamento era segnato nell’agenda, ma Olly Rehn è il fidan­zato che non vor­re­sti più vedere, petu­lante e fasti­dioso come certi per­so­naggi delle com­me­die di Carlo Ver­done. Non man­cano le rac­co­man­da­zioni. Alcune sono espli­cite ed altre in chiaro scuro.

Bru­xel­les ritorna sulla tra­spa­renza del mer­cato cre­di­ti­zio, sulla neces­sità di rie­qui­li­brare il carico fiscale sul lavoro, sull’apertura dei mer­cati dei ser­vizi (il refe­ren­dum è archi­viato), sulla lotta all’evasione da raf­for­zare ulte­rior­mente, sul sistema sco­la­stico che richiede mag­gior cura, sulle reti da svi­lup­pare e l’autorità dei Tra­sporti da lan­ciare sul serio. Non manca il richiamo sul lavoro. Ovvia­mente non è tutto.

Gli euro­pei sono in feb­brile attesa che dal 2016 entri in vigore il fiscal com­pact, ovvero di tagliare di un ven­te­simo l’anno il debito pub­blico supe­riore al 60% del rap­porto debito/Pil. Natu­ral­mente dob­biamo ancora fare dei com­piti. Il rag­giun­gi­mento degli obiet­tivi di bilan­cio non sono suf­fra­gati da misure det­ta­gliate per il 2014 e per 2015. Tec­ni­ca­mente dovremmo fare una mano­vra cor­ret­tiva di 8 mld di euro per il 2014. Non man­cano le pre­scri­zioni della Com­mis­sione per il mer­cato del lavoro. Sono sem­pre le stesse, ma è giu­sto ricor­darle. Garan­tire una cor­retta attua­zione delle riforme adot­tate in rela­zione al mer­cato del lavoro, in par­ti­co­lare per con­so­li­dare la fles­si­bi­lità in uscita, assieme ad una fles­si­bi­lità in entrata meglio rego­la­men­tata, e un miglior alli­nea­mento dei salari alla pro­dut­ti­vità. Senza con­tare che il debito con­ti­nua a cre­scere: nel 2014 alla quota record del 135,2% del Pil.

L’atteggiamento della Com­mis­sione è lo spec­chio fedele dei trat­tati comu­ni­tari. Non è suo com­pito cam­biarli, piut­to­sto del pros­simo par­la­mento e dalla poli­tica euro­pea. Alla fine la Bce sem­bra più innovativa.

Dif­fi­cile da cre­dere, ma è pro­prio così. Allo stato attuale abbiamo dei diri­genti europei-zombi. Sono un pas­sato che non è più presentabile.

Vale la pena richia­mare le con­si­de­ra­zioni di Visco nell’ultima assem­blea di Banca d’Italia: «L’euro è una moneta senza Stato e di que­sta man­canza risente… per com­ple­tare il cam­mino lungo la strada dell’integrazione vanno con­di­visi altri ele­menti essen­ziali di sovra­nità; all’Unione ban­ca­ria, in corso di attua­zione, dovrà seguire la crea­zione di un vero bilan­cio pub­blico comune. La defi­ni­zione di stru­menti che con­sen­tano di inter­ve­nire a soste­gno della cre­scita dell’economia e del benes­sere dei cit­ta­dini aiu­te­rebbe l’Unione euro­pea a riac­qui­stare il con­senso che è andata in parte perdendo».

Forse la Banca cen­trale euro­pea (Mario Dra­ghi, alunno di Fede­rico Caffè) ha com­preso meglio la crisi dei buro­crati della Com­mis­sione: «Serve una più ampia azione di poli­tica eco­no­mica a livello euro­peo. Misure tem­pe­stive per acce­le­rare la rea­liz­za­zione di infra­strut­ture, non solo materiali».

I com­piti a casa cominci a farli la Com­mis­sione Europa, cioè i capi di Stato e il Par­la­mento diven­tino sog­getto del cam­bia­mento che i cit­ta­dini euro­pei si aspettano.

Intervista a Gallino: “Renzi porterà il paese contro il muro della Bce” Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

«Mi rattrista che si sia sviluppata una polemica che di politico non ha nulla. Ma andremo avanti e porremo questioni politiche». Un referendum contro il pareggio di bilancio? «Sarebbe un passo molto concreto per aprire una discussione sui vincoli dei trattati europei»

«Un aspetto che lascia per­plessi in que­sta “svolta” di Mat­teo Renzi – afferma Luciano Gal­lino – è che si pro­met­tono 80–85 euro in più al mese a per­sone che già lavo­rano men­tre sarebbe stato più equo ed effi­ciente spen­derli per creare occu­pa­zione». Per l’autore di uno dei libri più acu­mi­nati con­tro l’austerità («Il colpo di stato di ban­che e governi») e uno dei «garanti» della lista «Altra Europa con Tsi­pras» alle euro­pee, «è chiaro che 10 miliardi per 10 milioni di per­sone suona bene, e por­terà voti. Ci sono anche misure posi­tive per l’edilizia sco­la­stica, ma se si stan­zias­sero 10 miliardi di euro per un milione di posti di lavoro l’impatto sull’economia sarebbe più forte. Renzi avrebbe dato un chiaro segnale con­tro lo scan­dalo della disoc­cu­pa­zione che in Ita­lia riguarda quasi 3 milioni e mezzo di per­sone. La disoc­cu­pa­zione è la peg­giore ferita per una per­sona. Ma di tutto que­sto non c’è la minima traccia».

Bce e com­mis­sione Ue vogliono il taglio del debito e del defi­cit. Renzi sta andando verso un muro?

Direi di si, ma il pro­blema è che ci sta andando un intero paese. L’idea di tagliare 32 miliardi alla spesa pub­blica con la spen­ding review aumen­terà le pos­si­bi­lità di un disa­stro greco anche in Ita­lia. Nel 2013, lo Stato ita­liano ha incas­sato meno di 520 miliardi tra entrate tri­bu­ta­rie e extra­tri­bu­ta­rie, ma ne ha spesi a fini pub­blici 435. 95 li ha spesi in inte­ressi per far fronte al debito. Se si taglias­sero 32 miliardi avremmo un bilan­cio di entrate che supe­rano i 530 miliardi e per spese impor­tanti, per strade, mae­stri o medici meno di 400. C’è uno Stato che ingoia ma non resti­tui­sce, per­chè ha l’onere del debito pubblico.

Cosa acca­drà con il Fiscal Com­pact nel 2015?

L’impegno di tagliare il debito di un ven­te­simo l’anno per por­tarlo dal 133% al 60% è uno sco­glio che non si può affron­tare. Stiamo entrando in una situa­zione rispetto alla quale la Gre­cia è un’isola felice. L’Italia non è in grado di tro­vare 50 miliardi di euro all’anno da tagliare. È una cosa inim­ma­gi­na­bile fare scen­dere il debito da più di 2 mila miliardi a 900. Acca­drà quello che già acca­duto altrove: tagli alla sanità, i bam­bini affa­mati, la povertà. La porta che abbiamo davanti è di ferro. O la si apre per altre strade o ci si sbatte contro.

Per­ché la riforma Renzi del lavoro è sbi­lan­ciata sul lato delle imprese?

È una que­stione di fondo. Da parte dei poli­tici, e dei gover­nanti, non è mai stata fatta un’analisi sulle cause strut­tu­rali della crisi eco­no­mica. Il lavoro pre­ca­rio è una filia­zione diretta della finan­zia­riz­za­zione dell’economia. L’obiettivo è: mas­sima libertà dei capi­tali, ela­sti­cità della pro­du­zione, creare lavoro usa e getta. Rischiamo lo sce­na­rio inglese dei «con­tratti a zero ore»: chi è assunto, non sa se lavo­rerà per quanti giorni e per quante ore. Dev’essere sem­pre mobile, sal­tare da un lavoro all’altro. Tra l’altro è un grave danno eco­no­mico. In qua­lun­que pro­fes­sione l’esperienza è fondamentale.

Dopo il 1997 con Prodi e Treu, il centro-sinistra intro­duce la pre­ca­rietà e rimanda gli ammor­tiz­za­tori sociali ai tempi lun­ghi di una legge delega. Qual è il motivo di que­sta ferocia?

È sem­plice, pur­troppo. Dopo il crollo dell’Urss la mag­gior parte della «sini­stra», e di chi aveva lavo­rato con quella parte del mondo, ha fatto di tutto per far dimen­ti­care le vec­chie appar­te­nenze e ha cam­biato campo, facendo un salto a destra. Una mino­ranza in que­sto paese si è alleata con gli inte­ressi delle classi domi­nanti, con quello che defi­ni­sco il par­tito di Davos. Il cen­tro­si­ni­stra ne è stato un buon inter­prete. Basti pen­sare alla riforma delle pensioni.

Le pole­mi­che con Flo­res e Camil­leri hanno inde­bo­lito la Lista Tsipras?

Mi rat­tri­sta che si sia svi­lup­pata una situa­zione che di poli­tico non ha nulla. Se ci fos­simo divisi sulla patri­mo­niale, o sulla lotta al par­tito di Davos, sarebbe stato quasi meglio. Qui ci si è impu­tati sulla com­po­si­zione della lista da cui voglio restare lon­tano. Ma le posso dire che, con gli altri garanti e tan­tis­sime altre per­sone, andremo avanti. E par­le­remo di que­stioni con un fon­da­mento politico.

Ste­fano Rodotà in un’intervista al nostro gior­nale ha par­lato di un refe­ren­dum con­tro il pareg­gio di bilan­cio in Costi­tu­zione. Può essere uno stru­mento utile?

È un’ottima noti­zia. Se il primo fir­ma­ta­rio sarà Rodotà, io sarò il secondo. Que­sta norma è una prova di fol­lia e di imbe­cil­lità eco­no­mica. Que­sti incom­pe­tenti che ci gover­nano hanno scelto di met­terlo in costi­tu­zione, ma per l’articolo 4 del trat­tato sul Fiscal Com­pact non era obbli­ga­to­rio. I nostri scia­gu­rati hanno scelto la strada peg­giore. Se aves­sero fatto una legge, sarebbe stato più sem­plice uscirne. Il refe­ren­dum lo cal­deg­ge­rei molto, se la lista Tsi­pras l’appoggiasse. Que­sto può essere un passo molto con­creto per aprire una discus­sione sui vin­coli dei trat­tati euro­pei. L’alternativa è spac­care tutto e uscire dall’euro. Milioni di per­sone andranno per strada. È la solu­zione dei nazio­na­li­sti di destra.

Privatizzazioni, la goccia di 12 miliardi sul debito Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Romano

 

C’è qualcosa di «stupido», riprendendo la famosa affermazione di Prodi sui vincoli europei, nel progetto di proseguire la privatizzazione di parte delle società pubbliche e il programma di spending review. Fortunatamente c’è ancora tempo prima che i propositi diventino politica economica, Keynes era convinto della forza delle idee (buone) rispetto agli interessi costituiti.

 

Il primo effetto «potenziale» della discussione del consiglio dei ministri è quello di ampliare l’impatto della Legge di Stabilità di ulteriori 12 miliardi di euro per il 2014, di cui 6 per ridurre un debito pubblico di oltre 1.900 mld (avete letto bene), e 6 per ricapitalizzare la Cassa Depositi e Prestiti, mentre i risparmi di spesa, stimati in 32 mld di euro (spending review), superiori alle previsioni indicate nella Legge di Stabilità, saranno destinati alla riduzione delle tasse sul lavoro, dell’indebitamento e del debito. Con il consiglio dei ministri prende corpo il Documento economico e finanziario (Def), nel quale il governo si era impegnato a realizzare privatizzazioni per 30 mld di euro tra il 2014 e il 2015.

 

Per capire cosa celano le privatizzazioni (potenziali) è necessario fare un piccolo passo indietro rispetto alla «discussione proficua» (cit. Letta), più precisamente al provvedimento “Destinazione Italia”. In esso si declinava il piano sotteso alle privatizzazioni: attirare investimenti dall’estero, come quelli nazionali, per valorizzare le «società partecipate dallo Stato anche con la predisposizione di un piano di dismissioni».

 

Si assume che un «programma di privatizzazioni e dismissioni avrebbe numerosi vantaggi: a) lo sviluppo delle Società da privatizzare, attraverso l’acquisizione di nuovi capitali italiani ed esteri; b) l’ampliamento dell’azionariato mediante la quotazione in Borsa, che consenta anche una più ampia diffusione del capitale di rischio tra i risparmiatori e la crescita della capitalizzazione complessiva della Borsa italiana; c) l’ottenimento di risorse finanziarie da destinarsi alla riduzione del debito pubblico».I beneficiari dell’operazione sono gli investimenti diretti esteri. L’esperienza Telecom non ha insegnato molto, possiamo riporre qualche speranza nell’intraprendenza di Massimo Mucchetti circa la golden share.

 

Se in prima approssimazione i provvedimenti di Letta assomigliano tanto alle misure adottate per agganciare l’euro tra il 1992 e il 2000, in realtà c’è una differenza di fondo e forse di sostanza: Amato vedeva nella privatizzazione la via per fare politica industriale, sappiamo poi come è andata a finire; il programma di Letta è finalizzato alla sola riduzione del debito (6 mld) e dell’indebitamento, tra l’altro via investimenti diretti esteri.

 

Le principali società coinvolte sono la Sace, Grandi Stazioni, quote di Enav, Stm, Fincantieri, Cdp Reti e del gasdotto Tag. Anche l’Eni è interessata con l’annunciato del via libera all’operazione di cessione di un pacchetto del 3%, affiancato a un buyback che non farà scendere lo Stato sotto il 30% del capitale.

 

Relativamente al programma spending review del Commissario discusso dal consiglio dei ministri, è necessario sottolineare che (il programma) non risponde a nessun indirizzo di massima del parlamento, deteriorando il potere di controllo e indirizzo dello stesso. Visto che si parla di servizi pubblici, forse, sarebbe il caso di fare uno sforzo di democrazia parlamentare. Diversamente rimangono le intangibili indicazioni del ministro del Tesoro e del Commissario. Sicuramente persone per bene, ma pur sempre persone. Razionalizzare 32 mld di euro, via risparmi, razionalizzazione dei costi della spesa pubblica e riordino della spesa a favore dei cittadini (detrazioni ed altro), può essere un lavoro più importante delle persone coinvolte?

 

Se il governo adotta un criterio universale per controllare i costi della pubblica amministrazione il paese sarà migliore, anche se continuo a pensare che non serva un commissario ma dei ministri che lavorano bene per assolvere a questo compito. Tuttavia il principale problema della spesa pubblica italiana è relativo alla formazione della spesa futura, cioè spesa corrente e in conto capitale per i prossimi anni. Pensate ai progetti che oggi, a torto o ragione, consideriamo inappropriati o inutili con il sopraggiungere della crisi economica.

 

Sarebbe necessaria una spending review capace di ricontrattare i progetti di spesa pubblica (contratti privati) esistenti e futuri, con dei criteri di efficacia ed efficienza, differenziando tra spesa che produce reddito e spesa che produce rendita.

Speriamo che la forza delle idee di Keynes sia più forte della stupidità delle vittime delle idee di qualche economista defunto

Il debito nei bilanci | Fonte: Il Manifesto | Autore: Piero Maestri

In campagna elettorale capita anche di sentire candidati sindaci promettere che «il debito non lo pagheremo”, e ancora che “bloccheremo le privatizzazioni per favorire il bene comune».
A volte capita anche che questi candidati diventino sindaci, ma a quel punto la musica cambia.
Lo ha sperimentato per esempio il sindaco cinque stelle di Parma, che nei due anni della sua amministrazione non ha fatto nulla per contestare il debito che le/i cittadine/i sono costrette a subire (e pagare) e ha proseguito nell’opera di sottrazione di sovranità a cittadine/i, mantenendo e allargando le prerogative della principale «municipalizzata» – Iren Spa – che rappresenta il vero «governo» municipale, controllando i principali servizi economici locali.
Il sindaco si è trovato però di fronte le denunce, le analisi e il lavoro di indagine della «Commissione audit» di Parma, che in questi anni ha saputo leggere nelle pieghe di bilancio e far risaltare i sacrifici che tutti paghiamo non solo sull’altare del debito, ma anche su quello delle privatizzazioni – un vero e proprio fallimento se viste con gli occhi (e i bisogni) di cittadine e cittadini (al contrario, un ottimo affare per banche e imprese privatizzate…).
Proprio la Commissione Audit di Parma (in collaborazione con il Forum per una nuova finanza pubblica e sociale) ha promosso lo scorso weekend un interessante seminario dal titolo «No alla trappola del debito: se il debito è pubblico, tutti dobbiamo poter decidere!», che ha affrontato in termini di formazione e autoformazione le ricadute del debito pubblico sugli enti locali – molti dei quali alle prese proprio in questi giorni con i bilanci preventivi del 2013 (sic!). Ricadute ben esemplificate dal patto di stabilità il quale rappresenta la forma specifica delle politiche di austerità scaricate sugli enti locali.
Mettere in discussione la logica del patto di stabilità, delle privatizzazioni e della svendita del patrimonio pubblico per fare cassa è però possibile e la proposta dell’indagine indipendente sui bilanci, sui debiti, sulle forme di accesso al credito e sui prodotti derivati utilizzati dai Comuni è uno strumento molto utile.
Uno strumento che non può essere pensato come arma in mano a esperti di economia e finanza, ma che deve assumere un carattere popolare, sociale e conflittuale. Le lotte territoriali, l’opposizione a grandi opere e grandi eventi inutili, le vertenze sul lavoro e nella società si scontrano sempre con il mantra del «pagamento del debito» e della «salvezza del paese»: a queste esperienze è rivolta la proposta di istituire indagini (audit) sul debito pubblico, nazionale e locale, e più in generale dei bilanci pubblici.
Il seminario di Parma (i cui materiali si potranno trovare tra qualche giorno all’indirizzo http://www.perunanuovafinanzapubblica.it) ha rilanciato questa campagna di audit, che porterà ad elaborare proposte di delibera di iniziativa popolare e ad una giornata nazionale di informazione e denuncia contro il debito e le politiche che in suo nome ci vengono imposte