Danimarca, un voto vinto di misura dalla destra. E’ un leit motiv delle contraddizioni dell’Europa Autore: michele de rosa da: controlacrisi.org

L’ immagine della Danimarca nel mondo é passata in pochi giorni da “il paese delle biciclette e turbine eoliche” a “il paese dei razzisti”. Ma cosa succede realmente in Danimarca? Stando ai risultati del voto alle elezioni politiche nazionli di giovedí scorso, succede che il “blocco blu” di centrodestra ha vinto le elezioni conquistando 90 dei 179 seggi in parlamento, contro gli 85 conquistati dal centrosinistra. In realtá, la Groenlandia e le Isole Far Øer eleggono 2 deputati ciascuna al parlamento Danese e tutti e 4 sono stati assegnati al “blocco rosso”. Il centrosinistra ha quindi perso 89 a 90, per un soffio come ha dichiarato il premier uscente e leader del partito socialdemocratico, la internazionalmente stimata Helle Thorning-Schmidt. Il partito socialdemocratico resta il primo partito con il 26,3% (47 seggi), guadagnando persino 1,5% rispetto alle scorse politiche del 2011 mentre Venstre del virtuale neo-premier Lars Løkke Rasmussen perde ben il 7,2% totalizzando il 19,5% (34 seggi).

La notizia che ha fatto tanto rumore sui giornali internazionali é infatti proprio che il primo partito del blocco blu (e secondo nazionale) risulta invece essere il Partito del Popolo Danese (Danske Folkeparti, DF) con il 21,1% (37 seggi), +8,8% rispetto alle politiche del 2011. DF é un partito populista di destra anti-immigrazione fondato nel 1995, che si caratterizza per la difesa di valori tradizionali come la famiglia, la monarchia, la chiesa evangelica luterana, e sopratutto contro una societá multietnica. I cavalli di battaglia del DF sono: limitare fortemente l’immigrazione da paesi non occidentali ed islamici e l’asilo di rifugiati, leggi piú severe per chi delinque, rafforzamento dello stato sociale ed assistenza ad anziani e disabili.

Data la ridotta popolazione Danese, in termini assoluti DF conquista circa 741.000 voti, non paragonabile a i 6 milioni e mezzo di voti del Front National Francese alle presidenziali del 2012 (17,9%). La portata del successo del DF non era comunque stata prevista, superiore di circa il 2% persino agli ultimi sondaggi e puó essere rintracciata in diversi fattori: l’aspetto piú moderato della leadership di Thulesen Dahl rispetto alla precedente piú stridente Pia Kjærsgaard che faceva storcere il naso persino ad una parte del suo elettorato; la candidatura premier del poco credibile Lars Løkke Rasmussen coinvolto in uno scandalo circa l’uso di soldi publici per l’acquisto di beni personali, durante il suo governo 2007-2011; una difesa populista e demagogica dello stato sociale, che ha scavalcato a sinistra persino il partito della sinistra radicale, senza spiegare come lo stato sociale possa essere mantenuto o addirittura allargato appoggiando un candidato della destra liberale che promette una forte riduzione della spesa pubblica e delle tasse per i ceti piú elevati; la scelta di restare partito ‘di lotta’ anzicché ‘di governo’ per ben tre governi di centrodestra, dal 2001 al 2011 e che minacciano persino ora avendo ottenuto il 21%, complicando la partita per la formazione del governo. Pur garantendo solo l’appoggio esterno ai governi, DF é riuscito in dieci anni a dotare la Danimarca di una tra le leggi per l’immigrazione piú restrittive d’Europa.

Ma la vera dimensione del risultato elettorale di giovedí non puó essere colta se non attraverso un’analisi piú ampia del quadro nazionale ed Europeo che mostra un panorama piú complesso. A ben vedere, é la perdita di consenso dei partiti tradizionali a liberare terreno da semina nell’elettorato; una crescente stanchezza nelle ricette tradizionali offerte dai vecchi partiti e la voglia di cambiamento sembra far tornare di moda partiti ideologici e meno tecnocrati. A sinistra, l partito della piú radicale ‘L’Unitá’ (Enhedslisten) ottiene infatti il 7,8% (+1,1%), ‘L’Alternativa’ il 4,8% partecipando per la prima volta alle elezioni mentre a destra, oltre al DF, ‘L’Alleanza Liberale’ ottiene il 7,5% (+2,5%). La contrapposizione sembra delinearsi tra una visione di politica che non ha bisogno di politica, dove burocrati e funzionari definiscono cosa é giusto e necessario, ed una politica militante, apertamente ideologica, che chiede cambiamenti rapidi e radicali in specifiche aree. In contesti, modalitá e direzioni spesso del tutto differenti, questo é avvenuto recentemente in molti paesi tra cui almeno in Grecia, Spagna, Inghilterra, Scozia, Italia e Francia.

Il voto Danese insegna inoltre che la bandiera ideologica comune dei partiti militanti, pur cosi diversi, é piantata nello stesso terreno della difesa dello stato sociale, in senso socialista e solidale nel caso di Enhedslisten, nella direzioni inquietante pseudo nazionalsocialista del Danske Folkeparti. Persino in una delle nazioni piú ricche e sicure al mondo, l’elettorato appare spaventato, chiede sicurezza sia economica che materiale. É questo un pericolo per il continente Europeo? Un grande pericolo, perché l’Europa sta attraveranso il momento piú delicato ed incerto degli ultimi settanta anni. Perché l’incerta prospettiva economica spaventa l’elettorato, sopratutto quello piú benestante nordeuropeo per cui la posta in gioco é piú alta. E perché le paure appaiono ovunque piú facilmente cavalcabili da destra, creando divisioni, additando nemici spesso immaginari e capri espiatori, piuttosto che da sinistra attraverso una narrativa unitaria e su principi di solidarietá collettiva.

La storia insegna del resto che la paura é facilmente strumentalizzata da spinte reazionarie. Un pericolo che ha forse come unico argine proprio la tanto criticata ed un po’ malandata idea di Unione Europea, argine contro l’avanzata di egoismi nazionalisti e le peggiori ombre della nostra storia Europea. É auspicabile che tutte le sinistre radicali (e non) d’Europa se ne rendano conto al piú presto e facciano della difesa del difficile ma essenziale percorso di costruzione di un Europa politica, insieme ai valori di solidarietá ed eguaglianza, i colori della loro bandiera.