Intercettazioni, con stretta su audio e video rubati sono a rischio indagini per mafia e terrorismo. L’allarme dei magistrati da: Redazione, L’Huffington Post

Pubblicato: 26/07/2015 10:10 CEST Aggiornato: 26/07/2015 20:31 CEST
CANTONE

È a rischio l’efficacia delle indagini sulla criminalità organizzata, sulla mafia e sul terrorismo. L’allarme giunge dall’Autorità Nazionale Magistrati (Anm) e da Raffaele Cantone, magistrato oggi presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione. Ncd non intende correggere la sostanza del provvedimento che prevede il carcere per chi diffonde audio e video “rubati”, ma il Pd cercherà una mediazione.

Raffaele Cantone, in un’intervista al Corriere della Sera, dice che “molte volte la captazione nascosta di colloqui tra le persone ci è servita per individuare dei fatti gravi e colpire, di conseguenza, la criminalità organizzata. Ecco, vorrei che si tenesse conto di questo dato nella formulazione della futura norma”. Secondo Cantone il tema “impatta certamente sulla privacy delle persone ed anch’io trovo giusto che ci siano limiti alla divulgabilità delle intercettazioni”, ma quante volte, spiega, “vittime di estorsioni, penso a tanti imprenditori, sono andati all’appuntamento coi loro aguzzini con un registratore nascosto. È proprio grazie a quei colloqui rubati che è stato possibile inferire dei colpi seri alla criminalità organizzata. È uno strumento invasivo, può danneggiare immagini e reputazioni. Ma intanto l’estorsore è finito in cella”.

Su Repubblica Rodolfo Maria Sabelli, presidente dell’Anm, afferma che sono “a rischio tutte le grandi indagini per terrorismo, mafia, corruzione. Un’inchiesta come Mafia capitale, con questa norma, non sarebbe stata possibile”. Il magistrato precisa che “non difendo chi danneggia gli altri con la diffusione di registrazioni fraudolente, anche se mi chiedo se sia proprio una norma necessaria visto che nel codice ci sono già due articoli per punire condotte di questo tipo. Mi riferisco alla diffamazione e all’interferenza illecita nella vita privata”. Secondo Sabelli poi “il diritto all’informazione va assolutamente salvaguardato. Quindi le strade possibili sono due: prevedere un’aggravante nella diffamazione per chi offende utilizzando registrazioni fraudolente. Oppure dire espressamente che l’attività del giornalista è esclusa, secondo la nota giurisprudenza in tema di rapporto tra reato di diffamazione e diritto di cronaca e di critica”.

Sul Fatto quotidiano spazio alle dichiarazioni del carabiniere Pietro Campagna, che grazie alle registrazioni nascoste ha scoperto gli assassini di sua sorella Graziella, uccisa dalla mafia a soli 17 anni. “Con la legge bavaglio non avrei mai trovato i killer” dice Campagna. “Cominciai a indagare da solo – ricorda – dopo che avevano insabbiato tutto. Giravo sempre con un registratore e alla fine riuscii a registrare la cognata di un boss del luogo, che copriva i latitanti”. E conclude: “Se una persona è onesta, che cosa deve temere? Mi creda, le registrazioni servono, eccome. una norma del genere sarebbe un vero disastro”.

Sul fronte parlamentare, l’autore del provvedimento contestato come “legge bavaglio” sui giornalisti, il deputato di Area Popolare Alessandro Pagano, in un’intervista alla Stampa, afferma che “l’impianto del mio emendamento resta così com’è”. Infatti il diritto all’informazione resta garantito: “è punito chiunque diffonda registrazioni fraudolentemente effettuate al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui. Se uno fa giornalismo vero di certo non potrà essere punito”. Tuttavia “sulle pene siamo pronti a confrontarci. Non sono un dogma. Ma bisogna restare dentro questa logica. L’alternativa è la logica dei Cinque stelle, mentre questa è una battaglia di civiltà. Non si può tornare indietro”. Pagano riflette poi sulle dichiarazioni del ministro della Giustizia: “siamo rimasti molto sorpresi dalle parole del ministro Orlando. Credo che dovrebbe chiarire il senso delle sue parole, ma innanzitutto a se stesso. La maggioranza è una. Il governo è uno”.

Anche per il vice ministro della Giustizia, Enrico Costa, la norma sulle intercettazioni passata in Commissione “è un principio di civile convivenza”. Costa si dice disponibile a migliorarla, “ma non abbiamo nessuna intenzione di sopprimerla”. Quanto all’attività investigativa dei giornalisti dice: “E’ ora di finirla con le accuse di voler dare la caccia ai giornalisti. Esiste il diritto di cronaca che prevale laddove ci sia l’interesse pubblico della notizia. Sarebbe utile riportare il dibattito nei limiti della realtà”.

Il Pd pensa a un emendamento all’emendamento che chiarisca la volontà di non toccare il diritto di cronaca, tutelando, allo stesso tempo, quello alla privacy. Si presenterà in questi termini la modifica alla quale in queste ore sta lavorando il Partito democratico per chiudere il caso. Domani mattina, entro il termine per la presentazione degli emendamenti fissato alle ore 13, il nodo potrebbe essere sciolto.

Mons. Raspanti: i mafiosi vogliono manipolare anche Dio da: antimafia duemila

raspanti-antoninodi Francesco Peloso* – 17 marzo 2015
Parla il vescovo di Acireale: la Chiesa nel Mezzogiorno deve rivolgersi ai poveri, alle famiglie, al mondo del lavoro, a chi non ha più fiducia. Per chi crede nel Vangelo dire che il Sud è irredimibile non è possibile. La mafia? Colpisce in primo luogo i poveri impedendo la crescita solidale della società

La risposta cristiana alla criminalità organizzata è l’annuncio del Vangelo anche a livello personale a chi è affiliato alla mafia. Dobbiamo dire la verità; la scomunica del papa ai mafiosi ha un valore terapeutico, curativo, e allo stesso tempo segna un confine netto: altrimenti tutta la comunità cristiana rischia di restare infettata. È quanto dichiara a Vatican Insider monsignor Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, in provincia di Catania, che nel recente passato ha pronunciato parole severe contro i mafiosi. Abbiamo intervistato il vescovo in occasione di uno degli incontro organizzati dalla diocesi di Roma nell’ambito dei «Dialoghi in cattedrale». Monsignor Raspanti è infatti anche vicepresidente del comitato preparatorio del V convegno ecclesiale che si terrà a Firenze il prossimo anno.

Visitando la periferia romana di Tor Bella Monaca il Papa ha detto che la mafia usa e sfrutta i poveri. Nella realtà siciliana questo cosa significa?
«La mafia impedisce alle persone di elevarsi dal punto di vista sociale e civile e quindi non consente che la società instauri quei rapporti di fiducia solidi che fanno sì che i vari corpi sociali, avendo fiducia l’uno nell’altro, si coalizzino e crescano. Invece, così, la società rimane frammentata, sempre un po’ schiava di chi è più violento. Significa che uno stato di diritto non è possibile. E chi ne fa le spese? Le fasce più deboli, chi non sa difendersi, chi non è prepotente, insomma».

Qual è la risposta cristiana possibile di fronte al fenomeno della criminalità organizzata?
«Annunciare il Vangelo anche personalmente a chi è mafioso, a chi aderisce costitutivamente alla mafia, a chi si affilia. Per tutti Gesù è sempre la porta aperta della salvezza, è chiaro che ci vuole davvero una risposta di apertura di fronte a questo, e non certe risposte date da alcuni mafiosi, comprese quelle che abbiamo letto nei pizzini religiosi, che vogliono addirittura manipolare Dio, così il Dio della Chiesa non ha importanza, conta il mio dio, il dio come in fondo me lo costruisco a mia immagine e somiglianza, il che alla fine è un po’ un delirio di onnipotenza. Da parte nostra la risposta è veramente annunciare il Vangelo avendo fiducia che nel cuore di ognuno c’è una coscienza».

Che significato bisogna attribuire alla scomunica pronunciata dal papa contro i mafiosi?
«Tutte le scomuniche, fin dalla prima di San Paolo, hanno un valore fondamentalmente curativo. Innanzitutto dichiaro una cosa in modo netto, dico cosa è aderire al Vangelo e cosa non lo è, altrimenti tutta la comunità cristiana rischia di rimanere infettata, quindi una presa di distanza. Ma anche contemporaneamente la voglia di dire: io ti avverto perché tu ti possa ravvedere e convertire. Quindi secondo me ha sempre un intento terapeutico perché l’altro si ravveda: tu gli annunci la verità, ma lui non è nella verità e glielo devi dire in modo netto, chiaro».

Quali sono le priorità della presenza della Chiesa nel Mezzogiorno?
«Secondo me la capacità di ridare fiducia ai giovani e al mondo della strada, parlo del lavoro, delle famiglie, di tutti quelli che secondo me, a un certo punto, sono così sfiduciati che si abbattono e dicono questo Mezzogiorno è irredimibile. Noi, se crediamo nel Vangelo, non possiamo mettere la firma su questa frase».

Come vi state preparando al prossimo sinodo sulla famiglia?
«Cerchiamo di far passare questo questionario, in verità è un lavoro che in parte abbiamo già fatto, a tutte le componenti come le parrocchie, ma anche fuori ai laici, facciamo il massimo sforzo per diffonderlo».

E c’è una risposta?
«Sì, non male, una risposta c’è».

*(vatican insider)

lastampa.it

“Come è arrivata la mafia nell’Emilia rossa? Con la precarietà e il massimo ribasso”. Intervista a Stefano Luigi Autore fabio sebasiani

 

Stefano Lugli è il segretario regionale del Prc Emillia Romagna. Quando si parla della penetrazione della mafia al nord si mette poco in evidenza che queste regioni dovevano essere quelle “presidiate” dalle amministrazioni democratiche. Cosa è accaduto in realtà?
È successo che il 27 gennaio 2015 la Direzione Nazionale Antimafia compie l’operazione Aemilia, la più imponente contro la cosche calabresi nel nord Italia, e in Emilia Romagna in particolare, con il suo carico di 117 richieste di custodia cautelare che hanno coinvolto mafiosi, imprenditori, professionisti, politici, giornalisti e persino personale delle forze dell’ordine. È stato svelato un vero e proprio sistema criminale al punto che – usando le parole del Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti – “quella che una volta era orgogliosamente indicata come una Regione costituente modello di sana amministrazione ed invidiata per l’elevato livello medio di vita dei suoi abitanti, può ben definirsi “terra di mafia” nel senso pieno della sua espressione”.Quanto e come la crisi ha favorito la penetrazione?
La congiuntura economica negativa ha certamente avuto un ruolo nell’aprire alla criminalità nuovi terreni in cui infilarsi, ma dobbiamo considerare che la criminalità organizzata è da molti anni presente e attiva in Emilia Romagna, e proprio per questo ha avuto la capacità di adeguare la sua presenza alle mutevoli condizioni economiche e sociali che il territorio ha espresso. Prima della crisi ha fatto affari entrando in contatto con i settori dell’economia a più facile penetrazione criminale: dall’edilizia, al movimento terra, allo smaltimento dei rifiuti. Poi ha messo le mani nel gioco d’azzardo, nelle bische e nella gestione delle slot machine. A un certo punto è entrata in contatto con le istituzioni, come il caso dell’ex sindaco di Serramazzoni (MO) che riceveva nei suoi uffici un camorrista ci ha messo davanti agli occhi. Con il progredire della crisi economica la criminalità organizzata ha mutato ancora il suo volto e si è concentrata sui nuovi spazi di manovra che offre la difficoltà di accesso al credito per le imprese, e quindi l’usura, le truffe commerciali fino all’infiltrazione criminale nelle aziende. Di fronte a questo tipo di criminalità, che la Direzione Investigativa Antimafia chiama “mafia imprenditrice”, l’Emilia si è trovata impreparata, perché gli anticorpi che pensavamo di avere non hanno retto ad un assalto mafioso compiuto non con coppola e lupara ma con valigette piene di soldi portate da uomini in giacca e cravatta.

L’operazione Aemilia ha al centro la ricostruzione post sisma, com’è stato possibile per la criminalità aver messo le mani sugli appalti della ricostruzione?
È stato possibile perché la criminalità organizzata era già presente e strutturata ben prima del sisma e proprio per questo è arrivata addirittura prima dei soccorsi. Oggi sappiamo che già il 29 maggio 2012 – il giorno della seconda scossa che ha colpito l’Emilia – c’erano mafiosi che facevano il giro delle aziende con i capannoni crollati per verificare le esigenze delle imprese e proporre pacchetti di ricostruzione. Ma non solo, la mafia ha messo le mani prima sullo smaltimento delle macerie, poi sugli appalti milionari per la realizzazione d’urgenza delle nuove opere pubbliche e ora nella ricostruzione privata, che è il bacino oggi più appetibile. Paghiamo l’assenza di una legge quadro sulla ricostruzione nelle calamità naturali e l’assenza di norme e procedure che codifichino gli interventi emergenziali. La consapevolezza che il denaro della ricostruzione facesse gola era presente: per questo la Regione ha introdotto la white list, ma sono serviti mesi per essere rodata e tutt’ora c’è il problema che le risorse per controllare sul campo i cantieri sono del tutto insufficienti. A completare il quadro ci sono state anche inadempienze eclatanti, come il caso del Comune di Finale Emilia (MO) che affida consapevolmente appalti ad una ditta esclusa dalla white list con interdittiva antimafia da parte della Prefettura.

Da quando si parla di penetrazione della criminalità nell’Emilia Romagna?
Nonostante appaia come un fenomeno recente in realtà la prima infiltrazione mafiosa la possiamo collocare negli anni ’60 con l’infausta pratica dei soggiorni obbligati che ha portato al nord, e in Emilia in particolare, mafiosi di primo calibro come Giacomo Riina, Tano Badalamenti e Francesco Schiavone detto Sandokan. Da allora la fotografia della presenza mafiosa in Emilia è molto cambiata, ed è oggi caratterizzata dai casalesi e dalla rete ’ndranghetista della cosca Grande Aracri smantellata con l’operazione Aemilia. Le prime indagini significative sul fenomeno mafioso risalgono invece all’inizio degli anni ’90 e nel 2012 Bologna diventa sede distrettuale della Direzione Investigativa Antimafia, un atto con cui si è riconosciuta ufficialmente la presenza di infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna e la necessità di contrastarle con tutti i mezzi possibili.

Qual è la denuncia politica di Rifondazione Comunista?
Se la presenza mafiosa in Emilia Romagna è arrivata a questo punto è anche a causa del progressivo indebolimento della politica di fronte all’economia e ai grandi affari e alla rinuncia delle istituzioni pubbliche a svolgere fino in fondo il loro ruolo di garanti del bene comune e di controllo della legalità. Le istituzioni sanno bene che le gare al massimo ribasso e la catena infinita dei sub appalti sono la porta d’ingresso della criminalità organizzata nell’economia legale, eppure questa pratica è sempre più spesso utilizzata, al punto che in Emilia Romagna il 70% degli appalti viene poi dato in sub appalto. Così come è noto che le esternalizzazioni dei servizi pubblici e i conseguenti presunti risparmi di spesa per i Comuni sono spesso pagati da condizioni di lavoro indegne e stipendi da fame. Ed è altrettanto noto che le operazioni immobiliari speculative sovente non sono altro che il modo per ripulire denaro proveniente da attività illecite. Insomma, l’operazione Aemilia non è un fulmine a ciel sereno e sorprende solo chi in questi anni non ha voluto o saputo ascoltare le tante denunce che da più parti segnalavano che l’Emilia stava diventando una “terra di mafia”, come oggi la definisce la Direzione Investigativa Antimafia..

Come sta rispondendo la società civile?
La società civile è stata certamente più sensibile della politica e negli ultimi anni ha tenuto alta l’attenzione mentre la politica non ha dimostrato quella lungimiranza e quella fermezza che invece le si richiede. Diversi sono stati gli allarmi che il territorio ha saputo lanciare e a titolo di esempio ne cito tre. Cinzia Franchini, modenese e presidente nazionale autotrasportatori FITA-CNA denuncia da tempo come la malavita sia entrata nel settore dei trasporti e proprio per questo ha ricevuto minacce di chiaro stampo mafioso ed è stata addirittura attaccata dai vertici nazionali di CNA per la sua netta presa di posizione dopo l’operazione Aemilia. Ci sono poi i ragazzi del giornale studentesco Cortocircuito che a Reggio Emilia tengono laboratori di legalità e per alcune loro inchieste sono stati minacciati. Infine la Cgil, che da tempo ha un osservatorio regionale sulla legalità che è offre un prezioso punto di vista sulle conseguenze sul lavoro dell’economia illegale. A diffondere consapevolezza nei cittadini un contributo importante è arrivato anche da alcuni giornalisti, le cui inchieste hanno contribuito a svelare il sistema criminale. Penso a Gateano Alessi che unisce l’impegno sindacale ad un’attività giornalistica senza compromessi o a Giovanni Tizian che da anni vive sotto scorta per le minacce ricevute dai casalesi..

Cosa si può fare di più, che le istituzioni non fanno?
L’Emilia Romagna non parte da zero, questo va detto. La Regione, nella precedente legislatura, ha approvato leggi per il contrasto della criminalità organizzata e del gioco d’azzardo e ha legiferato sugli appalti pubblici e privati in edilizia e logistica. Tutto questo però non è sufficiente, perché occorre da parte di tutto il sistema degli Enti locali un maggior impegno soprattutto nelle verifiche delle gare pubbliche e nei cantieri e l’abbandono immediato negli appalti della pratica del massimo ribasso, come chiede anche la Cgil con la legge di iniziativa popolare sugli appalti che noi sosteniamo.

Il Premio Giuseppe Fava a due cronisti del Gruppo Espresso – Commemorazione 5 gennaio 2015 ore 17,30 in via Fava- alle 18 teatroZò da: antimafia duemila

20150104-premio-pippo-fava-giovani3 gennaio 2015

Il riconoscimento a Lirio Abbate de l’Espresso e a Lorenzo Tondo di Repubblica Palermo per la sezione ‘Giovani’. Giunto all’ottava edizione, dal 2007 approfondisce i temi della lotta alla mafia, dell’etica del giornalismo e della giustizia, per ricordare chi al mestiere di cronista e alla battaglia contro la criminalità organizzata ha dedicato la vita
Roma. Un riconoscimento per chi non dimentica e lotta, non solo con le parole, le mafie. Giunto alla VIII edizione, il Premio giornalistico Giuseppe Fava, istituito nel gennaio 2007, sarà assegnato ai giornalisti Lirio Abbate de l’Espresso per le sue inchieste, ultima quella sulle connessioni tra mafia ed estrema destra a Roma. A Lorenzo Tondo di Repubblica Palermo andrà il premio per la sezione ‘Giovani’, riservato a chi si muove nei circuiti meno noti e alternativi dell’informazione e che si svolge ogni 4 gennaio a Palazzolo Acreide.

Giornalismo e mafia. Cosa nostra e la società civile. Sono questi i temi al centro degli incontri organizzati dal Coordinamento Fava Palazzolo e dalla Fondazione Fava per il 31esimo anniversario della morte del giornalista e scrittore ucciso il 5 gennaio del 1984 e che solo tre anni prima, nel 1981, scriveva: “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”.

VIDEO A Palermo la festa d’inverno dei massoni siciliani di L. TONDO

Due le cerimonie in programma: domenica 4 gennaio alle 17 a Palazzolo Acreide, paese del Siracusano dove Fava è nato, nell’aula consiliare del Comune sarà proiettato il film I Ragazzi di Pippo Fava. Alla proiezione seguirà un incontro dibattito sul giornalismo di ieri e di oggi, quello de ‘I Siciliani’ di Fava e quello odierno. Interverranno il moderatore Damiano Chiaramonte, Elena Brancati, Riccardo Orioles e il premiato per la sezione ‘Giovani’ Lorenzo Tondo, autore di coraggiose inchieste sulle pagine di Repubblica Palermo. Una menzione speciale sarà assegnata anche al giornalista Ismaele La Vardera di Villabate.

Il giorno dopo invece, a Catania, alle 17.30, ci sarà poi la commemorazione alla lapide in via Fava, ex via dello Stadio, strada in cui il cronista fu freddato con 5 colpi di pistola alla nuca. Alle 18, al Centro Zò, sarà quindi assegnato il premio Fava nazionale a Lirio Abbate de l’Espresso, sotto scorta per le sue inchieste.

LEGGI “Io, cronista sotto scorta costretto a giustificarmi per le minacce che ricevo”

di C. BONINI

Mafia Capitale, Carminati intercettato: “Bisogna mettere un freno a quel cronista dell’Espresso”

Al dibattito che precederà la premiazione parteciperanno il magistrato Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto a Messina ed ex capo dell’ufficio detenuto del Dap, Rosy Bindi, presidente della commissione parlamentare antimafia e il vice Claudio Fava, giornalista e deputato.

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Giuseppe Fava fu freddato da cinque proiettili calibro 7,65 alla nuca. Erano le 21.30 del 5 gennaio 1984, il giornalista si trovava in via dello Stadio e stava andando a prendere la nipote che recitava in ‘Pensaci, Giacomino!’al Teatro Verga. Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale. Non ebbe il tempo di scendere dalla sua Renault 5

Dal 2007 il Premio Fava e gli eventi collaterali organizzati a Palazzolo e Catania, approfondiscono i temi della lotta alla mafia, dell’etica del giornalismo e della giustizia, per ricordare chi al mestiere di cronista e alla battaglia contro la corruzione e la criminalità organizzata ha dedicato la propria vita. Il premio nacque infatti con l’intento di evidenziare “nient’altro che la verità: scritture e immagini contro le mafie”, riservato a chi già è affermato nel campo giornalistico. Nel corso degli anni, il 4 e 5 gennaio nel paese natio e nella città di adozione, ha ospitato e premiato giornalisti come Roberto Morrione, Fabrizio Gatti, Attilio Bolzoni, Carlo Lucarelli, Sigfrido Ranucci, Alessandra Ziniti, Franco Viviano, Lirio Abbate, Ester Castano, il regista teatrale Mario Gelardi, attori teatrali come Donatella Finocchiaro, Claudio Gioè, Giulio Cavalli e Alessandro Gallo.

repubblica.it

Fukushima, emergono legami tra la Yakuza e le opere di bonifica | Autore: antonella frustaci da: controlacrisi.org

Le autorità giapponesi non hanno ancora fatto i conti seriamente con la reale entità del dramma:emergenza sanitaria e contaminazione dell’acqua, dei terreni agricoli e del cibo. E intanto stanno venendo fuori strani legami tra l’opera di bonifica e la criminalità. Una storia modello “terra dei fuochi” che, evidentemente, è stata già tirata dentro il vortice della globalizzazione.Tokyo ha stanziato per tutta l’opoerazione 35 miliardi di dollari. E la cuccagna durera’ almeno fino al 2017.

“E’ una guerra nucleare senza una guerra – dice lo scrittore Haruki Murakami – stavolta nessuno ha sganciato una bomba su di noi.i giapponesi hanno fatto tutto da soli:Abbiamo impostato il palco,abbiamo commesso il fatto con le nostre mani, stiamo distruggendo le nostre terre e stiamo distruggendo la nostra vita. Con la collaborazione di una potente forza occulta: la mafia”, la Yakuza.

Prima il disastro atomico causato da terremoto e tsunami, poi le menzogne di governo e media per coprire gli errori della Tepco, tipo lo sversamento di varie tonnellate di acque altamente radioattive fuoriuscite da serbatoi di stoccaggio ”purtroppo costruiti in pendenza”, hanno evidenziato l’imponenza del progetto di bonifica in rapporto alle forze/capacità della Tepco stessa che ha assunto nuovi liquidatori. Nelle città attorno a Fukushima sono al lavoro migliaia di operai. Tubi industriali, ruspe, dosimetri per misurare le radiazioni. Tutto questo per pulire case e strade, scavare terreno vegetale ed eliminare alberi contaminati, per consentire il ritorno degli sfollati.

Centinaia le imprese coinvolte: di queste, secondo il ministero del lavoro, quasi il 70% avrebbe infranto le normative. «A marzo, l’ufficio del ministero a Fukushima aveva ricevuto 567 denunce, relative alle condizioni di lavoro per la decontaminazione: ha emesso 10 avvisi, ma nessuna impresa è stata penalizzata». Una delle aziende denunciate, la Denko Keibi, prima del disastro forniva le guardie di sicurezza privata per i cantieri. «Le pratiche di lavoro Yakuza a Fukushima – spiega il professor Michel Chossudovsky dell’istituto canadese “Global Research” – si basano su un sistema corrotto di subappalto, che non favorisce l’assunzione di personale specializzato competente». Qualcosa che ricorda da vicino gli strani appalti a cascata nei quali si infiltrano le cosche, in Europa e in particolare in Italia, gonfiando i prezzi e spremendo come limoni le aziende che poi i lavori devono farli davvero. «Si crea un ambiente di frode e incompetenza, che nel caso di Fukushima potrebbe avere conseguenze devastanti», visto che ne va della sicurezza di tutti. In compenso, la manovalanza mafiosa è conveniente: «Il subappalto con la criminalità organizzata è un mezzo per grandi aziende coinvolte nella bonifica per ridurre in modo significativo il costo del lavoro»Alla criminalità organizzata giapponese, continua Chossudovsky, è affidata anche la delicatissima rimozione delle barre di combustibile dal reattore 4: il minimo errore potrebbe causare conseguenze apocalittiche, a livello mondiale, desertificando il Giappone e investendo di radioattività tutto l’oriente, dalla Cina all’Australia. In ballo, la rimozione con una gru di 1.300 barre di combustibile nucleare: in caso di incidente (anche solo il contatto fra due barre) si calcola che si produrrebbe un’onda radioattiva pari a 14.000 bombe di Hiroshima. Operazione che, a quanto pare, sarà effettuata da aziende non proprio pulite: la “Reuters” documenta il ruolo della Yakuza e il suo «rapporto insidioso» con la Tepco e i ministeri della salute, del lavoro e del welfare. Solo nella prefettura di Fukushima, conferma la polizia nipponica, operano almeno 50 clan, con oltre mille affiliati. Gli investigatori sono al lavoro per tentare di sradicare la criminalità organizzata dal progetto di bonifica nucleare