Lavorano nei campi fino a 14 ore al giorno. Pagati 2,5 euro. E costretti a drogarsi. Diritti negati, abusi, percosse, sparizioni: le storie dei braccianti. Stranieri e non. MENTANFETAMINE AI BRACCIANTI. BUSTE PAGA FALSE. PAGATI 2,5 EURO ALL’ORA. MIGLIAIA I DESAPARECIDOS.da: blog lavoro salute

blog, Cronache di Lavoro — agosto 13, 2015 4:58 pm

Schiavi della terra: 10 testimonianze dall’Inferno.

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Li chiamano “invisibili”, perché come ombre si muovono nei campi coltivati.
Li chiamano anche profughi (quelli che dal Nord Africa fuggono le guerre e le persecuzioni), operai (quelli espulsi dalle fabbriche del Nord Italia), napoletani (gli africani di Castelvolturno, che si spostano come api inseguendo i raccolti).
Nelle terre meridionali d’Italia nove braccianti su 10 «non hanno mai visto un contratto di lavoro». Il 60% «non ha accesso all’acqua corrente né ai servizi igienici». Il 70 ha «contratto malattie legate alle pessime condizioni ambientali in cui si ritrovano».
MENTANFETAMINE AI BRACCIANTI. Diritti negati, in balìa dei caporali e di chi li comanda. Per far sì che lavorino fino allo spasimo, molti nuovi schiavi sono costretti ad assumere sostanze dopanti come oppio e metanfetamine.
Accade ai braccianti della comunità indiana dei Sikh nell’agro Pontino, in provincia di Latina. Altrove va perfino peggio. «Vuoi lavorare? Ti faccio lavorare. Però, prima drògati». Una dose costa dieci euro. A fornirla è il sotto-capo, che intasca i soldi.
Oppure, come accade in Puglia, «dài, porta con te un’amica: serve per il mio padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito». Maledetto pomodoro. Se la scuoti con le mani, la piantina si stacca dai pomi che con un tonfo cascano a terra.
LA RACCOLTA DELL’ORO ROSSO. I pelati, la passata, i datterini, quelli a grappolo per condire la pizza, i meno maturi da mangiare crudi col filo d’olio e la cipolla. Raccogliere l’”oro rosso” scuotendo la pianta è più comodo, si fa prima e con meno fatica. Ma il frutto – cadendo – a volte si ammacca e non è più esteticamente presentabile per allestire le insalate da vendere al mercato.
Perciò, nei campi del Foggiano come in quelli della piana del Sele, dell’Agro nocerino sarnese o nel Salento, i padroni pretendono che «ogni pomodoro venga staccato singolarmente dal ramo della pianta e adagiato piano piano nei cesti affinché non si deformi».
Il metodo costa il doppio in fatica e sudore? Pazienza, la paga – che già è da fame – resta sempre la stessa, cioè da fame.
BUSTE PAGA FALSE. «Vuoi lavorare? Ti faccio lavorare». Ma con la busta paga falsa. E se fiati, sei fuori. Il nulla osta della prefettura è intestato a un’azienda che non esiste? Tu paga e taci. «E se ti ritrovi nei guai con la legge, noi non ci siamo mai visti».
Fitofarmaci e diserbanti, mascherine protettive e guanti di gomma. Parole al vento. E poi braccianti, pomodoro, rumeni, castagne, caporali, fragole, mafia, africani: le parole si sprecano, qui in campagna. Inutili e vane. La brutta storia di come vanno raccolti i pomodori ha scatenato nelle coltivazioni di Nardò in Puglia una protesta il cui leader, Yvan Sagnet, giovane camerunense che studia Ingegneria a Torino e raccoglie per pagarsi l’università, è ora minacciato di morte.
L’ULTIMA VITTIMA IN PUGLIA. Sullo sfruttamento dei lavoratori stagionali nel Sud d’Italia si è scritto di tutto. Perfino troppo, forse, visto che alle parole non ha mai fatto seguito uno straccio di fatti concreti. Nei giorni scorsi uno di loro, un sudanese di nome Mohamed, è morto di stenti, fatica, caldo, cattiveria. Non è successo niente.
Non è mai cambiato niente. Né a livello di nuova legislazione né in vista di un miglioramento – che non c’è mai stato – delle condizioni di lavoro nelle campagne. Di vivo e dignitoso, in questo inferno in cui ogni diritto è sepolto e la peggiore teppaglia comanda e uccide, restano le storie raccolte qua e là dai cronisti più testardi.
Testimonianze. Frammenti di vita. Briciole di pane. Tracce, spesso disperate, ma – a volte – perfino capaci di resurrezione.

  • In Italia i braccianti gravemente sfruttati sono circa 100 mila.

Ghanesi, bulgari, italiani: storie di 10 braccianti

ANNAMARIA, 28 ANNI, ITALIANA. Al mensile Napoli Monitor ha raccontato: «Ho una bimba di tre anni, sono sposata da sei. Raccolgo fragole, nocciole, castagne, insomma un po’ di tutto. Poi faccio pure le pulizie. Le castagne le raccolgo a Solofra, Montella, Nusco, Volturara Irpina. Le fragole a Battipaglia. Sei mai stato sotto le serre? Fa un caldo esagerato, si suda, non si respira, si sta sempre con la schiena abbassata. La pausa da noi dura dieci minuti. Poi, via, dall’alba fino a sera. Lungo il solco bisogna camminare veloce. E guai se inciampi. La mia vita? Di mattina parto da casa alle quattro e torno la sera col pulmino. Il pulmino però lo devo pagare, i soldi se li trattiene il padrone ogni mese. Le mie compagne arrivano dal Napoletano e dal Salernitano: Nola, Palma Campania, Sarno, san Giuseppe Vesuviano. Sulla nostra paga giornaliera al caporale spettano sei euro, per l’intermediazione. Guadagno 27 euro al giorno con contratto e 41 senza contratto. L’ingaggio costa e, se una lo vuole, deve pagarselo di tasca propria accettando una paga da fame. Perché ci vado? Solo per fare i contributi. E perché a fine raccolto il padrone ci regala due secchi di castagne a femmina».

FRANCIS, 22 ANNI, GHANESE. A Fabrizio Gatti dell’Espresso ha raccontato: «Ero a Rosarno, in Calabria, ma lì gli italiani se si arrabbiano ci sparano addosso. Era diventato troppo pericoloso, perciò sono venuto qui a Castelvolturno. Anche qui c’è la mafia che comanda: mi hanno detto che pure qui ci sparano addosso, ma almeno posso chiedere aiuto a molti miei connazionali e nessuno gira per le strade a controllare se hai o no il permesso di soggiorno. Ogni tanto c’è chi mi chiede 200 euro per non denunciarmi ai carabinieri: glieli do e sto tranquillo. Appena riesco ad avere i documenti, me ne scappo in Francia o in Spagna: l’Italia non mi vuole, io non voglio l’Italia».

YVAN, 24 ANNI, CAMERUNENSE. Lo scrittore Roberto Saviano, un po’ per provocazione e un po’ no, ha proposto di eleggere sindaco di Castelvolturno (il paese del Casertano in cui il numero dei migranti è uguale a quello dei residenti) Yvan Sagnet, 24 anni, il giovane leader della rivolta dei braccianti a Nardò. Ma lui ha rifiutato: «Sono venuto in Italia per diventare un ingegnere. Non ho alcuna intenzione di mettermi a fare politica».

MAHMOUD, 35 ANNI, IVORIANO. «Dormo in una buca dalle parti di Lucera, sono senza lavoro perché i pomodori debbono ancora maturare. Come sopravvivo? Bivacco alla stazione, vendo informazioni a quelli come me che arrivano in treno e non sanno dove andare. Conosco molti dialetti africani: se vedo uno che parla tamashek, lo saluto in tamashek e lui sorride grato e mi dà una monetina. Qui a Foggia i rumeni dormono con i rumeni, i bulgari con i bulgari, gli africani con gli africani. La chiamano segregazione razziale».

ANNERISH, 24 ANNI, NIGERINO. «Sono partito da casa mia nel 2005, a giugno 2006 ero a Lampedusa, poi sono arrivato qui in Puglia. Il deserto del Sahara l’ho attraversato a piedi e a bordo di vecchi fuoristrada stracarichi di disperati come me. A voi il deserto fa paura, ma per me africano quello è un luogo amico. Molto piùà del mare, che se vuole ti inghiotte e scompari. Mi sono imbarcato ad Al Zuwara, la città dei trafficanti in Libia. Lì tutti sanno che gli italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Spero di risparmiare e di riuscire presto ad andarmene a Parigi».

ARANA, 40 ANNI, TUAREG NIGERINO. «Dalla Francia mi hanno espulso in quanto clandestino. Sono venuto qui in Puglia. Questo è l’accampamento tuareg più a Nord della storia”, racconta divertito. Poi si fa serio: «L’acqua che tiriamo su dal pozzo non si può bere, è inquinata da liquami e diserbanti. Il gabinetto è uno sciame di mosche sopra una buca. Ognuno di noi paga 50 euro al mese al caporale per dormire in due su materassi luridi a terra. Ma indietro non torno: la mia famiglia si è indebitata pur di farmi partire. No, da vivo non ci torno».

ALFREDO, 59 ANNI, BULGARO. Si caricano le cassette piene sul rimorchio del trattore. Ma il legno è troppo sottile e secco, una cassetta si sfonda, 12 chili di pomodori finiscono a terra. Alfredo non fa in tempo a chinarsi per cominciare a raccoglierli: sente un dolore improvviso, fortissimo, alla nuca. È stato Francuccio, il caporale, a colpirlo alle spalle a tradimento. Con la mano chiusa a pugno. «Stai attento, coglione», gli sibila tra i denti. Lui chiede scusa, sgomento. «Scusa un cazzo», ribatte quello furente. Dopo un’ora, Alfredo è seduto a terra, si tiene la testa con le mani, perde sangue dal naso. Un uomo bruno spiega: «Ho dovuto spaccargli una pietra in mezzo agli occhi. Quello stronzo se l’è presa con me perché prima era stato picchiato dal caporale».

ANONIMO. «Chi si presenta tardi, una volta al campo viene punito a pugni e calci. Chi non va a lavorare deve versare la multa al caporale. La multa si paga anche se uno si ammala. Venti euro, cioè la paga di un giorno».

ZSINEL, 39 ANNI, ROMENO. A casa sua faceva il cuoco a 150 euro al mese. È venuto in Puglia per mandare soldi alla moglie e alla figlia studentessa, che ha 17 anni. Sul lavoro, Zsinel è bravo, veloce, capace: riempie da solo fino a 20 cassoni di pomodori al giorno, cioè quasi 50 quintali. Tre euro a cassone, tolte le tangenti al caporale e i soldi del trasporto, gli restano circa 30 euro al giorno. Ma un giorno il caporale lo risveglia dal sogno: ha sentito dire che Zsinel protesta per come vengono trattati i braccianti e decide di dargli una lezione. Con una sbarra di ferro, lo colpisce alla testa mentre dorme. Zsinel resta lì a sanguinare sul letto fino a notte inoltrata. Poi, qualcuno telefona ai carabinieri e all’ospedale. Due mesi di prognosi. Le braccia ingessate. Ferri e chiodi sparsi nelle ossa. Sul referto in questura scrivono: «Si rifiuta di firmare». Pavel, per la legge Bossi-Fini, rischia da uno a quattro anni di carcere. Il suo aggressore, ha raccontatol’Espresso, è ancora libero.

RASHID, 36 ANNI, CIADIANO. «Nel furgone che all’alba trasporta i braccianti in campagna non entra un filo d’aria. È una gabbia di metallo, che più tardi sotto il sole diventerà forno da spiedo. Sentieri sterrati, viottoli, passaggi segreti e lontani dalle caserme dei carabinieri. Dall’interno, non vedo nulla. Eppure, ho imparato come i ciechi a riconoscere il tragitto e quando è che si sta per giungere a destinazione contando le buche che conosco a memoria. Le so a memoria, quelle maledette buche che mi fanno sbattere la testa contro il tettuccio. Qui a Rignano Garganico va male, però ci siamo organizzati: travi marce e vecchi infissi di cartone, ma è il nostro villaggio. E lo abitiamo alla faccia dei caporali. Abbiamo perfino una radio: il segnale è assai debole, non arriva oltre un raggio di due o tre chilometri, ma è la nostra voce. Nessuno può rubarcela. E la gridiamo forte».

  • Sono 22 le province in cui sono stati accertati fenomeni di para-schiavismo.

Dodici regioni coinvolte, 100 mila sfruttati, turni di 14 ore: i numeri

Il sindacato Flai-Cgil ha calcolato che sono 22 le province italiane in cui si registrano fenomeni di para-schiavismo, 12  le regioni coinvolte, da Nord a Sud.
L’osservatorio Placido Rizzotto, invece, ha fatto sapere che sono 100 mila i braccianti gravemente sfruttati e 5 mila quelli che vivono in condizioni di vero e proprio schiavismo. I lavoratori a rischio sfruttamento, secondo l’Istat, in Italia sono almeno 400 mila.
PAGATI 2,5 EURO ALL’ORA. Restano sui campi fino a 12 o 14 ore al giorno per due euro e mezzo all’ora (o al massimo tre). Per legge, dovrebbero guadagnare almeno 8 euro e 60 all’ora.
Francesco Carchedi, docente di sociologia alla università la Sapienza di Roma, ha raccontato che «un raccolto delle angurie fatto con gli indiani sfruttati dura 20 giorni e costa 25 euro a giornata per ogni bracciante. Se a operare fossero italiani il raccolto costerebbe almeno 70 euro per lavoratore. E durerebbe un mese e mezzo».
Ma quanti sono i lavoratori stranieri dispersi nei campi di cui non si ha più notizia?
MIGLIAIA I DESAPARECIDOS. Centinaia, forse qualche migliaio quelli che scompaiono nel nulla, nessuno – tantomeno le istituzioni – ha mai osato contarli.
Scompaiono per colpa di un debito non pagato, di uno sgarbo fatto alla persona sbagliata, per un saluto negato, una sottomissione non esaudita. O perché la disperazione è troppa ed esplode loro in testa. Ha detto don Carmine, che guida una parrocchia di trincea a tu per tu col dramma migranti: «Guardateli, quei ragazzi neri quando all’alba li incrociate infreddoliti in strada mentre aspettano il furgone del caporale. Guardateli bene, perché potrebbe essere l’ultima volta che li vedete vivi».

Enzo Ciaccio

12/8/2015 www.migrantitorino.it

Fonte: http://www.lettera43.it/fatti/schiavi-della-terra-10-testimonianze-dall-inferno_43675180669.htm

Sindacati scuola: 11/4 manifestazione nazionale a Roma Fonte: rassegna

L’11 aprile prossimo, a Roma, una grande manifestazione concluderà la mobilitazione di tutto il personale della scuola, indetta unitariamente da Flc Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Snals e Gilda.

“Rinnovare il contratto di lavoro e dare risposte concrete alle migliaia di persone che oggi lavorano con contratti precari, per assicurare organici funzionali alla scuola dell’autonomia, investire in formazione: ecco le ragioni della mobilitazione”, spiegano i cinque sindacati in un documento congiunto.

Ecco il programma. Dal 20 al 24 marzo si svolgeranno iniziative e azioni nelle scuole e nei territori, mentre Il 25 marzo, a Roma, i rappresentanti dei sindacati incontreranno parlamentari e forze politiche, cui sottoporranno la loro piattaforma. E, infine, la manifestazione nazionale in aprile.

Oltre al rinnovo del contratto, scaduto da sei anni, preoccupa il sindacato che “questioni come salari, carriere, orari, invece che dal contratto, tornino a essere disciplinate dalla legge, prefigurando così un sistema gerarchizzato, poco flessibile e lontano dalla realtà del lavoro. Le cinque sigle criticano anche “le proposte contenute nel piano del governo ‘La buona scuola’ su premialità, valutazione, ruolo della dirigenza scolastica e sottovalutazione del personale Ata”.

“Lo stato di incertezza sul fronte delle assunzioni, e le ipotesi di interventi sbagliati sulle retribuzioni – si legge ancora nel documento sindacale congiunto –, stanno generando preoccupazione e tensioni. Il progetto del Governo non ha i requisiti della vera innovazione, non investe risorse, non si fonda su un reale confronto, presuppone la condivisione, ma poi non la pratica. Al contrario, la scuola italiana ha bisogno di un significativo piano di investimenti che la riporti in linea con gli altri Paesi

Pubblico impiego, per i Cobas i dipendenti pubblici hanno già perso tra i 4 e i 5mila euro a testa | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Di fronte al segretario della Cgil Susanna Camusso che in una intervista evoca l’autunno caldo il premier Renzi risponde con tono sprezzante. E se da una parte esclude l’intervento sulle tasse non chiarisce la posizione dell’esecutivo su pubblico impoiego e pensioni. I tagli, insomma, si faranno, e pure abbastanza corposi. “Se i sindacati vogliono un autunno caldo facciano loro…gia’ l’estate non e’ stata granche'”, e’ la battuta con cui il capo del governo liquida le preoccupazioni delle parti sociali, con le quali il dialogo in realtà il dialogo non e’ mai decollato. Per chiudere la polemica Renzi dovrebbe dire dove trova quei 5-6 miliardi che servono a rinnovare il contratto di lavoro. E ovviamente, tace.

I timori di un intervento che torni a bloccare il rinnovo del contratto di lavoro degli statali rimangono. I Cobas in un loro comunicato ricordano che già da tempo “in nome dell’emergenza sono state sottoscritte intese e accordi che hanno messo in ginocchio i lavoratori, distrutto il nostro potere di contrattazione e il potere di acquisto dei salari e delle pensioni. Sempre in nome dell’austerità e del risparmio hanno fatto pagare il debito alle classi lavoratrici, l’economia è ormai in piena recessione, non ci sono più i soldi necessari per gli ammortizzatori sociali, ogni giorno si perdono posti di lavoro”.
I Cobas ricordanno che i lavoratori pubblici (3 milioni e 400.000 unità), subiscono i contratti bloccati al 31 dicembre 2009, col congelamento del salario accessorio alle risorse complessive dell’anno 2010, col blocco dell’Indennità di Vacanza Contrattuale, con i tassi d’inflazione nel triennio 2010 – 2012 pari al 7,2%. Hanno perso fino ad ora, mediamente tra i 4.000 e i 5.000 euro pro-capite, con relativa ricaduta sul calcolo pensionistico e TFS/TFR anche perché non è previsto nessun recupero per il pregresso. “Continuare su questa strada, oltre a provocare le conseguenze sopra descritte – continuano – sta portando i dipendenti pubblici ad uno stato di prostrazione e sfiducia che si dovrà tradurre in conflitto con il Governo”.

La sostanza della pena: osservazioni non umanitarie sulla cosiddetta abolizione del reato di clandestinità di coordinamentomigranti

Dopo tanti annunci, ecco che il reato di clandestinità è stato (finalmente) abolito. In realtà, il Parlamento ha dato mandato al governo di abolirlo. Si tratta apparentemente di una buona notizia per decine di migliaia di migranti, considerati dei criminali solo perché i documenti non sono in regola, a causa di leggi italiane ed Europee che rendono impossibile muoversi liberamente e mantenere stabilmente un permesso di soggiorno. Eppure, dietro la ‘buona’ notizia, come spesso accade quando si tratta di migranti, si nasconde una trappola politica: il reato, infatti, non è abolito, ma è di fatto “spostato” a dopo l’aver ricevuto un decreto di espulsione. La nuova legge prevede l’arresto per chi rientra in Italia dopo aver ricevuto un “provvedimento di espulsione”. La vera domanda è dunque: adesso che finalmente è stato abolito il reato, inizieranno a finire in carcere i migranti che lottano contro l’espulsione, cosa che prima raramente accadeva?

Grazie all’abolizione si libererà un po’ di lavoro per magistrati e tribunali. Ma cosa cambia davvero? Di fatto, chi entra in condizione d’irregolarità e non può richiedere l’asilo politico, riceverà prima o poi un decreto di espulsione. E se non adempie, o se “ritorna”, sarà passibile di arresto. E allora? Sappiamo che un provvedimento di espulsione non significa automaticamente l’allontanamento reale dal territorio, ma si tratta di un provvedimento la cui applicazione può variare a seconda dei casi. Sappiamo anche che chi migra per cambiare la propria vita non si fa dettare le regole da governi in cerca di legittimità. Spesso chi riceve un decreto di espulsione rimane sul territorio, dove magari vive da anni, ha pagato le tasse e i contributi e ha una famiglia e gli amici. L’abolizione del reato, ma il mantenimento dell’arresto per l’espulsione, significa dunque che saranno tanti i migranti denunciati (e questa volta a rischiare davvero l’arresto) per il solo motivo di non avere i documenti in regola, magari perché hanno perso il lavoro, o perché il loro datore di lavoro li ha truffati per anni senza pagare i contributi. L’espulsione fa semplicemente parte della legge Bossi-Fini, contro la quale i migranti si scontrano ogni giorno.

Migranti in piazza contro la legge Bossi-Fini il 23 marzo scorso a Bologna

È allora necessario chiarire ancora una volta che le leggi sull’immigrazione, sul piano materiale, non regolano gli “ingressi” sul territorio nazionale ed Europeo, ma regolano lo status giuridico e la condizione sociale di uomini e donne che vivono qui, ma provengono da altri paesi. Le leggi sull’immigrazione producono effetti reali, catastrofi politiche e sfruttamento, si basano però sulle finzioni: basti pensare alla logica dei flussi, secondo la quale ogni anno si deve stabilire di quanti ingressi regolari c’è bisogno. Tutti sanno che, in assenza di altri modi per ottenere i documenti, in gran parte si tratta di una sanatoria mascherata, e che i decreti flussi (e le stesse sanatorie) servono soprattutto ai datori di lavoro per non rischiare. A cosa serve allora l’abolizione del reato di clandestinità? Serve soprattutto a risolvere un grosso problema per i tribunali e le forze di polizia italiane, costrette dopo la sua introduzione a non poterlo applicare, ma a dover gestire migliaia di denunce e procedimenti che ne intasano gli uffici. Come ha ben spiegato l’umanitarianissima presidente della Camera Boldrini, se “si volta pagina” è soprattutto per questo.

C’è di più. Il reato di clandestinità è stato introdotto con il cosiddetto pacchetto sicurezza. Cancellarlo, dunque, lascia assolutamente intatta la legge Bossi-Fini e il suo fondamento: il legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro. Rimangono anche i CIE e rimangono le espulsioni, la cui forza viene anzi rafforzata: fatto salvo l’elemento umanitario, infatti, abolire il reato di clandestinità in questo modo aiuta a separare i migranti buoni da quelli cattivi. Quelli ‘buoni’ lavorano e quando glielo si dice se ne vanno in silenzio, oppure arrivano con i barconi scappando dalle guerre, sono indifesi e sarebbe meglio non denunciarli. Quelli ‘cattivi’, invece, decidono dove cercare di migliorare la loro vita e pretendono di continuare a farlo anche contro una legge fatta apposta per sfruttarli, magari alzano la voce, manifestano e scioperano: quelli vanno espulsi e, se ci riprovano, vanno arrestati. La Bossi-Fini esce politicamente rafforzata dalla cancellazione del reato e si capisce bene che chi oggi festeggia o lo fa in malafede, difendendo l’apartheid democratico, oppure non ha capito come funziona la cosiddetta regolazione dell’immigrazione.

Il PD di governo, anziché rincorrere le bandiere leghiste, dovrebbe piuttosto pensare alle sue, come l’esistenza dei CIE (i CPT introdotti dalla Turco Napolitano) e la logica dei flussi. A scanso di equivoci: nemmeno chi ha votato contro l’abolizione del reato lo ha fatto perché è dalla parte dei migranti, ma solo per aggiungere anche le sue stelle nel firmamento del razzismo. Sono tutti d’accordo, infatti, sul modello d’integrazione da perseguire, che ha dei risvolti penosi anche nella sbandierata soluzione “svuota carceri” di far scontare ai migranti la pena nel paese d’origine. Un recente accordo con il Marocco prevede infatti il trasferimento dei detenuti marocchini dalle carceri italiane a quelle del Marocco, in nome del “reintegro” in quella che viene definita la società di “appartenzenza” di questi migranti. Si decide dunque per legge a quale società devono appartenere uomini e donne che, al contrario, mostrano con il loro movimento di voler scegliere liberamente il loro futuro.

Noi siamo ben contenti se si abolisce il reato di clandestinità, del resto già fortemente depotenziato da diversi provvedimenti di tribunali italiani ed Europei. Abbiamo però imparato a conoscere come funzionano il razzismo istituzionale, le gerarchie e lo sfruttamento che produce, e a non fidarci di chi continua a proporre miglioramenti di facciata per mantenere la sostanza del legame tra permesso di soggiorno e rapporto di lavoro. Per questo non fermeremo la nostra lotta.