“Trame e affari torbidi la svolta antimafia di Confindustria è solo un inganno” da: antimafia duemila

montante antonello skyParla Venturi, l’imprenditore presidente dell’associazione per la Sicilia centrale: “Con Montante accaduti fatti inquietanti”
di Attilio Bolzoni
C’è una voce «dal di dentro» che rompe un silenzio di tomba in Confindustria Sicilia. Per la prima volta una figura rappresentativa degli imprenditori dell’isola parla dell’indagato di mafia Antonello Montante (in foto) e del «grande inganno della rivoluzione» portata avanti dalla sua associazione, confessa di «avere paura per quello che mi può succedere», racconta di «episodi inquietanti» intorno all’inchiesta giudiziaria aperta sul delegato nazionale per la legalità di Confindustria. Testi avvicinati, pretese di lettere riservate dove si chiedeva di certificare il falso, pressioni «per condizionare l’azione di pulizia nelle aree industriali e fermare Alfonso Cicero, un funzionario regionale che è sempre più a rischio di vita».
Si presenta: «Sono Marco Venturi, ho 53 anni, sono il presidente di Confindustria Centro-Sicilia e uno degli imprenditori che nel 2005 insieme a Montante, Ivan Lo Bello e Giuseppe Catanzaro ha creduto nella battaglia contro il racket del pizzo per spazzare via la nomenclatura che governava la Cupola degli industriali siciliani. Quelle che da tempo erano perplessità adesso sono diventate certezze. Da mesi vivo in uno stato di profonda inquietudine che mi ha spinto a uscire allo scoperto».

Perché questa paura?
«Vivo con angoscia dentro un mondo pericoloso che non mi appartiene».

Di cosa sta parlando? Perché non prova a spiegarsi meglio?
«Lo farò con i magistrati che indagano sul caso Montante, ci sono vicende molto gravi che riguardano Confindustria Sicilia e delle quali nessuno ancora è a conoscenza».

Ma lei è uno di quegli imprenditori del nuovo corso siciliano, cosa è accaduto di tanto intollerabile per fare questo passo?
«L’iniziale battaglia contro le estorsioni dei boss ha portato alla ribalta nazionale il nostro movimento, però quando dal livello basso del pizzo ci siamo inoltrati nel cuore del vero potere mafioso siciliano – cioè dentro i grovigli delle aree industriali – ho capito chiaramente che non tutti i miei compagni di viaggio erano interessati ad andare avanti. Al contrario, alcuni me li sono ritrovati contro».

Eppure tutti in Confindustria Sicilia sbandierano il vessillo dell’antimafia…
«È il doppio gioco. A parole qualcuno – che dimostra chiaramente di essere condizionato – sostiene una certa azione, il risultato però è che con i fatti favorisce interessi di mafia. Emblematico è il caso dell’azione legalitaria che conduce da anni Alfonso Cicero, il presidente dell’Irsap, l’ente che ha sostituito gli undici carrozzoni dei consorzi industriali. Quell’azione non è mai piaciuta – nonostante le dichiarazioni di circostanza – al presidente di Confindustria Sicilia Montante. Montante ha sempre tentato di utilizzare per i suoi scopi l’opera di pulizia di Cicero, nell’ombra ha sempre cercato di neutralizzarlo anche se consapevole degli altissimi rischi che corre. Chi non vuole Cicero oggi in Sicilia lo sta trasformando in un bersaglio facile».

Montante ha conquistato una sproporzionata credibilità istituzionale nonostante le dubbie origini per i suoi contatti con Cosa Nostra, a cosa sta mirando realmente Confindustria Sicilia?
«A un certo punto c’è stata una inversione di rotta. Montante non ha fatto come doveva gli interessi degli imprenditori siciliani ma ha intrecciato trame. Commistioni con apparati polizieschi di ogni livello. Per colpa sua Confindustria Sicilia è diventata un centro di potere a Palermo e a Roma, un giro stretto, lui e pochi devoti».

In Confindustria Sicilia ci sono alcuni indagati per reati di mafia e rinviati a giudizio per truffa alla Regione, tutti sempre ai loro posti. E il vostro codice etico?
«Il codice etico non lo si può far valere per gli altri e ignorarlo al nostro interno. Confindustria nazionale è stata zitta per molti mesi: ora mi aspetto che il presidente Squinzi intervenga a tutela della onorabilità della nostra associazione. È il momento di farlo, non si può più attendere. Chiedo solo il rispetto delle regole, cambiare pagina, offrire di noi stessi un’altra immagine».

Quante espulsioni per mafia ha fatto Confindustria in questi anni?
«Che io ricordi nessuna».

Lei è stato assessore regionale alle Attività Produttive – insieme a magistrati come Chinnici e Russo, prefetti come Marino e altri «tecnici» – quando presidente era Raffaele Lombardo, un condannato per mafia. Non si è mai accorto di nulla delle manovre che si facevano in quel governo?
«Il mio obiettivo era quello di bonificare le aree industriali degradate dagli appetiti mafiosi, quando però Lombardo ha rimosso Cicero, che aveva denunciato ai procuratori il malaffare, mi sono dimesso e ho presentato un esposto in procura accusando il governatore di salvaguardare gli interessi dei boss. Dopo di me, con il governo Crocetta, è venuta Linda Vancheri: un assessore che era al servizio totale di Montante».

Ma in sostanza lei cosa andrà a raccontare ai magistrati?
«Episodi inquietanti che mi sono capitati. E sono sicuro che nei prossimi giorni non sarò il solo ad andarci, ci sarà qualcun altro che vorrà parlare con i procuratori. Qualche mese fa Montante e un suo amico esperto in security volevano che io facessi loro da sponda per un’operazione torbida. Sono anche a conoscenza di movimenti strani intorno a chi è tenuto a dire la verità ai magistrati che indagano sul presidente di Confindustria Sicilia».

Sta riferendo vicende molto gravi…
«Non è finita. Montante ha chiesto ripetutamente a un rappresentante delle istituzioni che aveva deposto in commissione parlamentare antimafia una lettera riservata, ma soprattutto retrodatata con tanto di firma».

Tratto da: La Repubblica 17 settembre 2015

#28M, l’appello di Landini ai lavoratori: “La lotta non è finita con il varo del Jobs act” autore radazione da: controlacrisi.org

 

“Oggi abbiamo bisogno di un’alleanza, di costruire una coalizione sociale che unisca cio’ che il governo e Confindustria vogliono separare, aggregando tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare con le metalmeccaniche e i metalmeccanici, con le delegate e i delegati, con le iscritte e gli iscritti alla Fiom. Vi aspettiamo a Roma il 28 marzo. E da li’ continueremo insieme”. E’ quanto scrive il leader della Fiom, Maurizio Landini, in una lettera ai lavoratori metalmeccanici diffusa ieri, in vista dell manifestazione del 28 marzo.”Care lavoratrici e cari lavoratori metalmeccanici sabato 28 marzo ci ritroveremo a Roma per la dignita’ e la liberta’ del lavoro”, si apre il messaggio. “Nei mesi scorsi- ricorda- ci siamo battuti contro il Jobs Act che non crea nuovo lavoro ne’ affronta il dramma della precarieta’ e della disoccupazione giovanile. Insieme abbiamo proposto delle alternative e presentato le nostre idee ma il governo non ha voluto ascoltarci, ha messo in pratica le indicazioni di Confindustria, imboccato la strada della riduzione dei diritti, sposato le ricette di chi pensa che licenziando si crei nuova occupazione. Abusando della democrazia, il governo, a colpi di fiducia, ha ridotto il Parlamento a mero esecutore della sua volonta’”. Landini prosegue osservando che “la lotta non e’ finita con il varo del Jobs Act. Come promesso durante lo sciopero generale del 12 dicembre di Cgil e Uil, continueremo a spendere le nostre idee e le nostre energie per difendere il lavoro e i suoi diritti, cambiare il paese e renderlo piu’ giusto. Questo e’ un momento importante per il futuro di tutti noi, delle lavoratrici e dei lavoratori, del nostro sindacato che esiste e ha un senso solo se riesce a rappresentare democraticamente i vostri interessi e da voi riceve il sostegno, le idee e le energie necessarie”.
L’obiettivo della mobilitazione, spiega il leader delle tute blu della Cgil, e’ “migliorare le condizioni del lavoro dipendente, rivendicare un sistema pensionistico piu’ giusto con la riduzione dell’eta’ pensionabile, dare un’occupazione a chi non ce l’ha con nuovi investimenti e con la riduzione dell’orario di lavoro, cancellare il precariato, combattere l’evasione fiscale e la corruzione”. E ancora “garantire il diritto alla salute e allo studio, istituire forme di reddito minimo, riconquistare veri contratti nazionali che tutelino il salario e diano uguali diritti a tutte le forme di lavoro”.
Conclude: “Il lavoro sta diventando piu’ povero e precario. Oggi abbiamo bisogno di riprendere il filo dell’impegno comune, per dare rappresentanza al lavoro. Per confrontarci con tutte quelle realta’, associazioni, gruppi e movimenti che nella societa’ affrontano e contrastano il degrado civile prodotto dalla crisi economica e dalla sua gestione politica. Per affermare i principi della nostra Costituzione”.

Emma Marcegaglia festeggia la nomina all’Eni e chiude una sua azienda di Milano Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Emma Marcegaglia festeggia la sua nomina a presidente dell’Eni chiudendo una fabbrica a Milano. A meno di 24 ore dalla nomina, il gruppo dell’ex presidente di Confindustria ha annunciato ai sindacati la chiusura della Marcegaglia Buildtech di Viale Sarca 336, tra Milano e Sesto San Giovanni, dove lavorano 169 persone. Lavorano nel senso vero del termine: non sono in cassa integrazione e fanno persino il turno di notte, segno che non mancano le commesse per i prodotti per l’edilizia (pannelli, profilati, coperture per i tetti che vengono utilizzati in sostituzione dell’amianto) che escono dalla fabbrica.

Nonostante questo, nell’incontro che si è svolto questa mattina la direzione aziendale ha comunicato, a sorpresa, la sua intenzione di chiudere il sito: “Se non fate troppo casino, a settembre dicembre, se invece provate a metterci i bastoni tra le ruote, subito”, è stato detto ai rappresentanti sindacali.

Così, dopo aver licenziato i lavoratori di Taranto che operavano nel settore del fotovoltaico e pannelli, il già presidente di Confindustria, oggi presidente di Eni, decide di trasformare la fabbrica milanese in area dismessa. Un’area che, guarda caso, si trova al centro del “Bicocca Village”, zona assai “gettonata” dal punto di vista edilizio.

“Ma gli operai della Marcegaglia Buildtech – si legge in un comunicato della Fiom di Milano – non hanno alcuna intenzione di subire in silenzio la chiusura della fabbrica e i licenziamenti e alla notizia dell’annuncio aziendale hanno deciso di organizzarsi. Intanto, questa mattina hanno organizzato un primo sit in proprio in viale Sarca.

Il gruppo Marcegaglia parla di un trasferimento verso il suo stabilimento di Pozzolo Formigaro, in provincia di Alessandria, ma a parte la fumosità della “proposta” e i circa 100 chilometri di distanza, c’è il piccolo particolare che lo stabilimento di Pozzolo ha recentemente annunciato 40 esuberi.

“L’antimafia di Crocetta è ormai una finzione” da: livesicilia -Intervista a Nicolò Marino

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Intervista a Nicolò Marino: “Non riconosco più il presidente. Monterosso e Cicero inadeguati”. Il magistrato-assessore critica “le ingerenze di Confindustria” e al governatore rimprovera le parole sulla Chinnici: “Dovrebbe vergognarsi. Se pensa di fare la rivoluzione con Cardinale, Forzese e Fiumefreddo, forse è meglio andare a casa”.

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PALERMO – “Crocetta decida: o sta con la gente o sta con i poteri forti. E se davvero vuole fare la rivoluzione in questo modo, forse è meglio che qualcuno stacchi la spina al governo”. Del governo, intanto, da qualche ora lui non fa più parte. Ma l’ormai ex assessore Nicolò Marino non ha ancora lasciato gli uffici di via Campania. La smobilitazione è evidente anche tra gli scaffali, lungo i corridoi. Intanto, si attende la revoca ufficiale dell’incarico. E l’effettiva nomina dei nuovi assessori. L’esperienza nell’esecutivo dell’ex pm antimafia è comunque terminata.

Che esperienza è stata quella in giunta, dottor Marino?
“Sono sincero. Le giunte di governo erano un vero caos. Un colabrodo. Guardi qua (Marino mostra una lettera inviata al presidente Crocetta e agli assessori, ndr)”.

Che lettera è questa?
“Come vede già alcuni mesi fa (la nota è del 6 novembre 2013) chiedevo che le riunioni di governo rispettassero delle regole basilari. Le convocazioni avvenivano da un momento all’altro, senza alcun ordine del giorno, non sapevamo quindi né quali documenti presentare, né avevamo la possibilità di preparare l’argomento in questione. Così, dopo la vergognosa vicenda Humanitas ho dovuto formalizzare la richiesta di rispetto delle regole. Quelle giunte erano un colabrodo. Entrava chiunque. E credo anche che la struttura a supporto del presidente della Regione sia inadeguata sia dal punto di vista giuridico che amministrativo”.

A chi si riferisce?
“In questi mesi, ad esempio, ho più volte detto a Crocetta che il segretario generale è inadeguato a ricoprire quel ruolo. Non è solo una questione di titoli, ma di sostanza. E Patrizia Monterosso è anche costantemente presa dall’ansia di controllare ogni atto che riguarda il governo. Senza contare che la sua presenza in giunta non è prevista dalle norme. Ma c’è di più. Ritengo inaccettabile la scelta di Crocetta di tenerla al suo posto dopo la recente condanna della Corte dei Conti, considerata anche la necessità per un rappresentante delle istituzioni non solo di essere “terzo”, ma anche di apparirlo. Nessuna logica, nessun accordo politico potrebbe mai giustificare il mantenimento in quel ruolo del segretario generale. Mi auguro quindi che alla base non ci sia nessun’altra forma di condizionamento”.

Non mi dirà che i rapporti col presidente si sono incrinati per questo motivo…
“No, affatto. Credo che a creare un solco sia stata la vicenda dei termovalorizzatori. E soprattutto sulla difesa della Regione per la revoca dei mega-appalti sugli inceneritori. Ho deciso, considerando anche il fatto che per legge non potevo rivolgermi all’Avvocatura dello Stato e il fatto che l’Ufficio legislativo e legale si è dichiarato non in grado di sobbarcarsi quel carico di lavoro, di rinnovare l’incarico a Pier Carmelo Russo, che aveva ottenuto una splendida revoca e vittorie di fronte al Tar. Crocetta dapprima non si costituisce nemmeno di fronte al Tar, poi mi chiede di non rinnovare quell’incarico perché avrei dato ‘continuità al lavoro di Lombardo’. E addirittura, per convincermi, provò a passarmi al telefono la Monterosso. Gli risposi che non doveva permettere a una laureata in Filosofia di illustrare a me, che sono un magistrato, questioni di natura giuridica”.

Lei dice queste cose adesso, le posso chiedere allora come mai ha accettato l’invito di Crocetta a entrare in giunta?
“Ho accettato perché dopo tanti anni in trincea, a Caltanissetta, finalmente pensavo di poter anche costruire qualcosa per la Sicilia. E forse ha influito anche il fatto che qualcuno, nella magistratura nissena, non ha fatto molto per tenermi al mio posto. Io credevo di poter mettere ordine in un settore delicatissimo come quello dei rifiuti e dei termovalorizzatori. Ma sono persino stato ostacolato da altri pezzi della pubblica amministrazione. E quello dei termovalorizzatori è un tema delicatissimo. Da magistrato, infatti, ritengo che alla base del primo e del secondo tavolo che portò all’assegnazione di quegli appalti ci fossero delle mega-tangenti pagate dalle Ati inizialmente vincitrici. Alle quali, come “compensazione” per la perdita di quel, diciamo, investimento, fu offerta un ampliamento incomprensibile di alcune discariche”.

Lei ormai da mesi polemizza col vicepresidente della Confindustria siciliana Giuseppe Catanzaro. Perché questo scontro continuo?
“A dire il vero, lui è giunto a chiedermi, personalmente, un risarcimento da 1,6 milioni di euro. Una richiesta che ho interpretato come una minaccia. Ma della quale, ovviamente, non sono affatto preoccupato. Semmai, mi preoccupa l’idea che, una volta andato via, si possano bloccare una serie di istruttorie avviate proprio sulle discariche. Da Oikos a quella, appunto, di Siculiana”.

È questo scontro col numero due della Confindustria siciliana, allora, ad aver provocato lo strappo decisivo col presidente Crocetta?
“Il discorso è più generale. Non ho mai condiviso, né a Caltanissetta da magistrato, né qui da assessore l’ingerenza di Montante e Lo Bello sul governo regionale. Un esempio lampante è il caso di Alfonso Cicero. In quel caso Crocetta non può liquidare la questione sulla richiesta di risarcimento chiesta dalle ex Asi alla Regione dicendo: ‘la risolvo io in 48 ore’. Innanzitutto perché Cicero non dovrebbe nemmeno stare lì:le sue qualità professionali non sono rilevanti. Ma c’è di più”.

Cioè?
“Cicero fa parte di Confindustria. E l’organismo che doveva verificare la legittimità della costituzione in giudizio delle Asi contro la Regione è quello delle Attività produttive. Che guarda caso è guidato da Linda Vancheri, anche lei espressione di Confindustria. E, per ultimo, chi è l’avvocato che chiede i danni alla Regione? Antonio Fiumefreddo, che oggi, guarda caso, è assessore. Nonostante Crocetta l’avesse più volte criticato. E nonostante lo stesso governatore avesse subito, dal nuovo assessore, repliche pesantissime. Sulla scelta di nominare Fiumefreddo in giunta non riconosco più Rosario Crocetta. E poi, anche questo ovviamente sarà un caso, Fiumefreddo che, anche attraverso i giornali da lui controllati, attaccava pesantemente Confindustria, adesso ha smesso, ha cambiato atteggiamento”.

E intanto, però, si sfilacciava il rapporto col governatore…
“Quando ho accettato l’incarico stimavo Crocetta. E ho sempre provato a tutelarlo. Ma oggi non lo riconosco più. Anzi, sono costretto a stigmatizzare fortemente alcune sue azioni”.

A cosa si riferisce?
“Penso ad esempio alle sue parole su Caterina Chinnici. Una persona che ho conosciuto sia nelle vesti di magistrato che di amministratore. Crocetta dovrebbe vergognarsi di quello che ha detto. E, anzi, dovrebbe chiedere pubblicamente scusa”.

Quanto sono lontani i tempi in cui il governatore la considerava quasi un ‘fiore all’occhiello’ della sua giunta…
“Le ripeto, da un po’ di tempo non riconosco più quel Rosario Crocetta. Le racconto un aneddoto. Dopo la vicenda che mi vide votare contro, in giunta, alla conferma di Romeo Palma al vertice dell’Ufficio legislativo e legale, io incontrai Crocetta a Palazzo d’Orleans. E lì gli proposi le mie dimissioni, per toglierlo da ogni imbarazzo. Lui rispose: ‘non se ne parla proprio, tu non ti muovi’. E iniziò a parlarmi semmai di altri assessori in bilico. Poco dopo, ho letto che non rientravo più negli accordi politici alla base della formazione della nuova giunta”.

A dire il vero, il presidente ha detto che lei non era in linea col programma del governatore. Ad esempio sull’Eolico…
“In quel caso è stata detta un’enorme bugia. Io ho già presentato in giunta i provvedimenti che potrebbero, nel rispetto della legge, bloccare o notevolmente ridimensionare il fenomeno dell’Eolico, nei confronti del quale anche io sono contrario. Ma, non so come mai, Crocetta non ha ancora messo le mani su quei documenti. Lo stesso vale per l’acqua pubblica. Quando il presidente dice che il sottoscritto è a favore dell’Eolico o contrario alla pubblicizzazione dell’acqua dice una leggerezza o è in malafede”.

Sembra che il governatore invece sia stato anche infastidito dalle voci che parlano di un suo avvicinamento a forze politiche di centrodestra, Forza Italia su tutte. Quanto c’è di vero?
“Nulla. Non c’è nulla di vero. È stato solo strumentalizzato un rapporto di natura puramente istituzionale col presidente della Commissione antimafia Nello Musumeci. Quella è la sede nella quale ho ritenuto fosse giusto depositare alcuni atti. Tutto qua. Non c’è altro. E invece, a qualcuno è tornato utile mettere in giro questa voce. Non a caso, quando, durante la Finanziaria, mi impuntai per fare approvare degli emendamenti sul prezzario per le depurazioni, Crocetta mi contestò che mi ero messo d’accordo col centrodestra. E invece, ebbi l’appoggio di quasi tutta Sala d’Ercole. Soprattutto del Movimento cinque stelle”.

Come mai, alla luce di tutto quello che ci ha detto, non si è dimesso?
“Non volevo fare un piacere a un po’ di persone. E volevo tutelare il mio staff. Ma purtroppo ho continuato a vedere scelte assai discutibili. Penso ad esempio a quella di scegliere, come commissario della Provincia di Palermo, il prefetto Tucci, con gravi problemi di salute”.

Le polemiche di questi giorni stanno creando molta confusione. Queste querelle tra esponenti di quella che viene considerata l’antimafia crea sconcerto: un cittadino a chi dovrebbe credere? Dove sta la vera antimafia?
“Certamente non tra gli industriali siciliani. Lì la lotta per la legalità è solo una millanteria. E purtroppo, ormai, è una finzione anche nell’operato di Crocetta”.

Che vuole dire?
“Da magistrato ritengo che Crocetta abbia rischiato la vita solo in una occasione. Quando le minacce giunsero dal boss Emmanuello. In quel caso siamo intervenuti duramente (il boss fu ucciso nel conflitto a fuoco che scaturì dall’operazione, ndr). Il resto sono solo chiacchiere. E negli ultimi tempi vedo un proliferare di pallottole e teste di agnello. Che casualmente saltano fuori in momenti di difficoltà. Ma se ho capito qualcosa di Cosa Nostra, di fronte a questi fatti possiamo anche dormire tranquilli”.

Adesso che farà?
“Vedremo. Intanto aspetto che mi venga ufficializzata la revoca del mio incarico. Poi non potrò che prendere atto del fatto che Crocetta ha ceduto ad alcune lobby, anche all’interno del Pd. Io invece ho trovato un’interlocuzione assai utile e interessante col nuovo segretario regionale Fausto Raciti, che mi ha fatto un’ottima impressione. Spero che Rosario, che io ho stimato, difeso e tutelato, e nel quale riconosco una sincera volontà di ‘fare lo cose’, decida: se stare con la gente o dire di sì unicamente ai poteri forti”.

Lei cosa pensa che farà il presidente?
“Le posso dire solo quello che vedo: se si pensa di fare la rivoluzione con Cardinale, Forzese e Fiumefreddo, forse è meglio staccare la spina a questo governo. Nell’interesse dei siciliani”.

«Mercoledì taglio le tasse». Ma a chi? | Fonte: liberazione.it

Facile fare promesse; più difficile mantenerle. Specie se il tuo ministro dell’Economia non è proprio convinto delle tue decisioni; se hai pochi soldi da utilizzare; e se l’Unione europea ti mette veti continui. E’ un po’ questa, in sintesi, la situazione in cui si trova Renzi alla vigilia del “mercoledì da leoni”, quello, cioè, in cui il consiglio dei ministri si appresta a varare la «riduzione fiscale senza precedenti» (parole, speriamo per lui non avventate, di Angelino Alfano).

Ospite ieri sera in televisione da Fabio Fazio, il premier assicura che l’impegno del governo è «a favore delle famiglie», che le tasse saranno tagliate per la prima volta e dunque sono «imbarazzanti» polemiche e «derby da stadio» (tra chi vuole che il taglio vada tutto alle imprese – Confindustria – e chi tutto ai lavoratori – i sindacati), ma di misure concrete non c’è neanche l’ombra, come ormai Renzi ci ha abituati. Così come si guarda bene dal fare pubblicamente e davanti a milioni di telespettatori la propria scelta tra Irap e Irpef. Svicola, insomma, sapendo che su questo tema il governo è diviso. Dice solo che dei 10 miliardi a disposizione, distribuirne 5 a favore delle aziende e 5 a favore dei lavoratori non funzionerebbe, come «non ha funzionato» in passato. Dunque? Ai posteri l’ardua sentenza. Per ora ci basti sapere che abbassare le imposte alle imprese «è una cosa che cercheremo comunque di fare», tentando allo stesso tempo di dare a chi guadagna 1.500 euro al mese «e non ce la fa», «qualche decina di euro in più al mese», in modo che «quei 100 euro possano essere rimessi in circolo, per andare a mangiare una pizza o comprare un astuccio nuovo», dando una spinta in questo caso ai consumi delle famiglie per spingere l’economia. Il tutto vago quanto basta per poter fare tutto e il suo contrario.

Almeno fino a mercoledì il dilemma degli ultimi giorni tra Irap e Irpef è dunque destinato a rimanere insoluto. Anche perché è dentro il governo che manca la sintesi. Mentre, infatti, Renzi lascia intendere di preferire il taglio dell’Irpef, al ministero dell’Economia puntano invece sull’Irap. Lo dice chiaro il viceministro dell’Economia Enrico Morando, che in due interviste, una su l’Unità e una sul Messaggero, tenta una mediazione riproponendo i due tempi, dove il primo tempo, ovviamente, è per le imprese. Al quotidiano romano Morando spiega che «l’intervento che vogliamo varare sarà forte e pluriennale», val e a dire «10 miliardi l’anno che saranno ripetuti, dopo il 2014, nel 2015 e 2016». Trenta miliardi, dunque, da tagliare a rotazione: «Niente mezze misure nel 2014 o tutto sull’Irap o tutto sull’Irpef. L’anno prossimo il contrario». In ogni caso «io preferirei tagliare l’Irap, per l’esattezza eliminerei il costo totale delle buste paga dall’imponibile Irap». Comunque, avverte invece sull’Unità il sottosegretario, sarà Matteo Renzi alla fine a «decidere quale sarà la priorità».

Sarà forse per questo, cioè per non essere ancora in grado di sciogliere questo nodo, che il presidente del consiglio si mostra nervoso con le parti sociali, che lo incalzano con forza pari e contraria: «Trovo abbastanza imbarazzante che per anni si sono aumentate le tasse ed ora che si stanno abbassando sono iniziate le polemiche “le abbassi agli altri e non a me”. Non dobbiamo pensare a un derby Confindustria-sindacati». Piuttosto, suggerisce il premier, «verrebbe da chiedergli, che avete fatto negli ultimi 20 anni per cambiare l’Italia?» (che è un altro modo per svicolare). Quindi se Confindustria e sindacati si schiereranno contro il governo, anche sulle misure sul lavoro e il sussidio di disoccupazione, «ce ne faremo una ragione», assicura il premier, scatenando però la replica piccata del segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, che tiene a mantenere le distanze dalla Cgil di Susanna Camusso: «Renzi non faccia l’errore di fare di tutta un’erba un fascio. Ci sono sindacati e sindacati, come ci sono politici e politici. Tolga i paraocchi».

Ma è con la Cgil che i rapporti sono tesi: non solo con il segretario Camusso, ma con tutto il direttivo di Corso d’Italia: se il governo non darà le risposte necessarie per affrontare l’emergenza occupazione e far fronte alle esigenze dei lavoratori, il sindacato è pronto alla mobilitazione e non esclude anche il ricorso all’arma dello sciopero.

I guai per Renzi vengono soprattutto dall’Europa. Domani il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, farà il suo esordio all’Eurogruppo, mettendo soprattutto l’accento sulla crescita, unica strada per riassestare anche i conti pubblici. Per il premier la regola del 3% sul deficit/Pil è «una norma concettualmente antiquata ormai», ma l’Italia la rispetterà «finché non sarà cambiata» e non sarà Roma a cambiare le regole «in modo unilaterale». E allora?