Così si salva la democrazia: appello di Barbara Spinelli e Étienne Balibar Fonte: http://barbara-spinelli.it/Autore: barbara spinelli

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Chiediamo ai tre creditori della Grecia (Commissione, Banca centrale europea, Fondo Monetario internazionale) se sanno quello che fanno, quando applicano alla Grecia un’ennesima terapia dell’austerità e giudicano irricevibile ogni controproposta proveniente da Atene. Se sanno che la Grecia già dal 2009 è sottoposta a un accanimento terapeutico che ha ridotto i suoi salari del 37%, le pensioni in molti casi del 48%, il numero degli impiegati statali del 30%, la spesa per i consumi del 33%, il reddito complessivo del 27%, mentre la disoccupazione è salita al 27% e il debito pubblico al 180% del Pil.

Al di là di queste cifre, chiediamo loro se conoscono l’Europa che pretendono di difendere, quando invece fanno di tutto per disgregarla definitivamente, deturparne la vocazione, e seminare ripugnanza nei suoi popoli.
Ricordiamo loro che l’unità europea non è nata per favorire in prima linea la governabilità economica, e ancor meno per diventare un incubo contabile e cader preda di economisti che hanno sbagliato tutti i calcoli. È nata per opporre la democrazia costituzionale alle dittature che nel passato avevano spezzato l’Europa, e per creare fra le sue società una convivenza solidale che non avrebbe più permesso alla povertà di dividere il continente e precipitarlo nella disperazione sociale e nelle guerre. La cosiddetta governance economica non può esser vista come sola priorità, a meno di non frantumare il disegno politico europeo alle radici. Non può calpestare la volontà democratica espressa dai cittadini sovrani in regolari elezioni, umiliando un paese membro in difficoltà e giocando con il suo futuro. La resistenza del governo Tsipras alle nuove misure di austerità — unitamente alla proposta di indire su di esse un referendum nazionale — è la risposta al colpo di Stato postmoderno che le istituzioni europee e il Fondo Monetario stanno sperimentando oggi nei confronti della Grecia, domani verso altri Paesi membri.

Chiediamo al Fondo Monetario di smettere l’atteggiamento di malevola indifferenza democratica che caratterizza le sue ultime mosse, e di non gettare nel dimenticatoio il senso di responsabilità mostrato nel dopoguerra con gli accordi di Bretton Woods. Ma è soprattutto alle due istituzioni europee che fanno parte della trojka — Commissione e Banca centrale europea — che vorremmo ricordare il loro compito, che non coincide con le mansioni del Fmi ed è quello di rappresentare non gli Stati più forti e nemmeno una maggioranza di Stati, ma l’Unione nella sua interezza.

Chiediamo infine che il negoziato sia tolto una volta per tutte dalle mani dei tecnocrati che l’hanno fin qui condotto, per essere restituito ai politici eletti e ai capi di Stato o di governo. Costoro hanno voluto il trasferimento di poteri a una ristretta cerchia di apprendisti contabili che nulla sanno della storia europea e degli abissi che essa ha conosciuto. È ora che si riprendano quei poteri, e che ne rispondano personalmente.

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Scuola, fumata nera dopo l’incontro tra Pd e sindacati. “Nessuna volontà di cambiare la legge” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Mentre in Commissione parlamentare il lavoro è bloccato proprio sui punti oggetto del confronto con i sindacati, il lungo incontro di ieri con gli esponenti del Pd non ha soddisfatto le sigle sindacali, che giudicano positivamente la disponibilità dei democratici al confronto ma non registrano la volontà di cambiare l’impianto del ddl. “Pur apprezzando la disponibilità al confronto – dichiara Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil, al termine dell’incontro – non abbiamo registrato alcuna volontà di cambiare l’impianto del disegno di legge. Soprattutto sugli aspetti che noi riteniamo più importanti, tra cui assunzioni dei precari, funzioni dei dirigenti scolastici, rinnovo del contratto nazionale e ruolo della contrattazione”. “Francamente, dopo il riuscitissimo sciopero e le grandi manifestazioni del 5 maggio, che hanno reso evidenti le ragioni di tutto il mondo della scuola – aaggiunge – ci saremmo aspettati qualcosa di più. Perciò, abbiamo sollecitato un incontro urgente con il Governo per comprendere le sue reali intenzioni sul disegno di legge, in particolare se c’è la volontà di agire per decreto sulle assunzioni che sono urgenti”. “Abbiamo molto apprezzato la disponibilità e il metodo di continuare a vederci, ma non abbiamo fatto grandi passi avanti”, aggiunge il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso: “Se dovessi dire che abbiamo delle certezze sul fatto che incontreremo il governo direi una cosa non vera anche se il Pd ha registrato questa nostra richiesta”. Delusi anche gli studenti. “Sull’onda della grande mobilitazione di martedì scorso, che ha portato migliaia di studentesse e studenti in tutte le piazze del Paese, il Partito Democratico ci ha convocati ieri per una consultazione. Abbiamo accettato l’invito nonostante la mancanza di tempismo rispetto ai lavori parlamentari e alla vera consultazione e nonostante ci aspettassimo di essere ricevuti dal MIUR, la sede più consona per discutere del provvedimento. L’esito è stato del tutto insoddisfacente”, dice Alberto Irone, portavoce della Rete degli Studenti Medi.”Abbiamo ribadito ai vertici del Pd i motivi alla base della nostra mobilitazione – prosegue – e posto ancora una volta sul piatto tutte le criticità del ddl Buona Scuola, le proposte e rivendicazioni che fin dall’inizio delle finte consultazioni del governo abbiamo avanzato”. Richieste che Irone riassume così: “rivedere l’articolo che trasforma la figura del preside in un manager; cancellare la norma sul 5X1000 e costituire un fondo nazionale e un’alternanza scuola lavoro di qualità e con tutele reali; riforma dei cicli fondata sul biennio unitario e legge nazionale sul diritto allo studio, unico strumento in grado di garantire l’istruzione dell’obbligo in un Paese in cui l’abbandono scolastico è sempre più alto”. “Inoltre la Rete – continua il suo portavoce – chiede con forza lo stralcio delle deleghe al governo in quanto evidentemente incostituzionali, e la cancellazione totale dello school bonus e della school guarantee, per un diritto allo studio che corrisponda a quello di cui parla la nostra Costituzione e non solo di pochi”. Per Marcello Pacifico di Anief-Confedir, per dire basta all’abuso di precariato “serve una vera riscrittura del testo del ddl, altrimenti l’Italia rischia di andare incontro a censure e sanzioni pensanti da parte della Commissione europea. In caso contrario la mobilitazione in atto continuerà con nuove iniziative. Anche di carattere legale”.
Da una settimana i lavori in Commissione proseguono senza il contributo del M5s, che ha deciso di abbandonare la discussione: “In queste ore – affermano i 5 stelle – stiamo assistendo a un teatrino stucchevole, a tratti penoso”. “Indignati” anche gli esponenti di Sel: “Un’intera Commissione sta lavorando – osserva Annalisa Pannarale – mentre una singola forza, il Pd, si riserva il diritto di incontrare sindacati e associazioni. Questa è una
stortura istituzionale”

Antonio Mazzeo: Il costo (umano) della fortezza Europa Fonte: sbilanciamoci | Autore: Antonio Mazzeo

 

Sino ad ora di vite umane nel Mediterraneo, l’operazione “Triton” di Frontex-Ue ne ha salvate davvero poche, ma in compenso di soldi ne ha già divorati tanti e ancora più ne divorerà nei prossimi mesi. La Commissione europea ha deciso infatti di prorogare sino alla fine del 2015 l’ambiguo programma di “sorveglianza” (e, in seconda battuta, di “salvataggio”) delle imbarcazioni dei migranti nelle acque limitrofe alla Sicilia e Malta, stanziando una dotazione aggiuntiva di 18.250.000 euro.

“Triton” ha preso il via il 1º novembre 2014 nel Mediterraneo centrale a seguito della decisione del governo italiano di porre termine all’operazione militare “Mare Nostrum”, troppo dispendiosa e incapace a contenere il flusso d’imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo. Nonostante una spesa stimata di 2,83 milioni al mese, “Triton” ha a sua disposizione solo 65 “agenti” e 12 mezzi militari (due aerei, un elicottero, due navi di pattuglia in mare aperto, sei pattugliatori costieri e una motovedetta), messi a disposizione da Italia, Malta e Islanda. L’area operativa delle unità copre le acque territoriali italiane e solo parzialmente le zone SAR ( search and rescue ) di Italia e Malta, per un raggio di appena 30 miglia nautiche. Gli interventi sono coordinati dal ministero degli Interni italiano in collaborazione con i Comandi della Guardia di finanza e della Guardia costiera, mentre l’agenzia Frontex fornisce cinque team per la raccolta dei dati d’intelligence sui network di trafficanti che operano nei paesi di origine e di transito dei migranti. Quindici paesi europei (Austria, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Lettonia, Malta, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia e Svizzera) contribuiscono con attrezzature elettroniche ed equipaggiamenti alle operazioni dei mezzi di “Triton”.

La Commissione europea ha poi deciso di potenziare la sua assistenza a favore dell’Italia tramite nuovi fondi di emergenza con 13,7 milioni di euro provenienti dal Fondo Asilo, migrazione e integrazione (Amif). L’Italia ha già ricevuto dall’Unione europea più di 150 milioni di euro nell’ambito del Fondo sicurezza interna per le frontiere e 30 milioni per l’emergenza migrazioni post ottobre 2013 (10 milioni nel quadro del Fondo europeo per i rifugiati, 7,9 milioni per il “consolidamento delle operazioni congiunte di Frontex” nel Mediterraneo e 12 milioni per il controllo delle frontiere esterne e i rimpatri dei migranti). L’Italia, nonostante le recriminazioni di buona parte delle forze politiche di maggioranza e opposizione, si conferma così come il maggiore beneficiario dei finanziamenti Ue nel campo della lotta alle migrazioni. Nel periodo 2007-2013 ha ricevuto da Bruxelles 478,7 milioni di euro nell’ambito dei fondi europei per i rifugiati, di quelli per “l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi”, per i rimpatri e il controllo delle frontiere esterne. Per il periodo 2014-2020, Roma ha ottenuto l’impegno Ue allo stanziamento di 310 milioni dal Fondo asilo, migrazione e integrazione e di 212 milioni dal Fondo per la sicurezza interna. Le autorità italiane hanno presentato un’ulteriore richiesta di finanziamenti per l’accoglienza e l’assistenza dei minori stranieri non accompagnati (11,95 milioni) e la continuazione del progetto “Presidium”, realizzato congiuntamente all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), Save the Children Italia e la Croce Rossa (1,715 milioni). “Presidium” si occupa principalmente delle procedure attivate al primo arrivo dei migranti, specialmente in Sicilia, tra cui la prima accoglienza, gli esami medici, le informazioni giuridiche e il sostegno speciale per richiedenti asilo vulnerabili e minori non accompagnati, nonché del monitoraggio delle condizioni di accoglienza nei centri che ospitano i richiedenti asilo.

“Contro le migrazioni illegali, la soluzione europea è l’unica possibile”, ha dichiarato il primo vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans. “Ci stiamo adoperando a fondo per mettere a punto un approccio globale nell’ambito di una nuova agenda europea sulla migrazione da presentare entro l’anno”. Prevedibilmente, le scelte di Bruxelles punteranno a rafforzare la pressione militare nel Mediterraneo onde impedire le partenze dal Nord Africa delle imbarcazioni. Dopo la strage del 2 ottobre 2013 di 366 migranti al largo delle coste di Lampedusa, la Commissione europea ha istituito la Task-Force “Mediterraneo”, incaricata di mettere a punto “azioni operative concrete”, a breve e medio termine. Nella sua comunicazione sull’attività della task force, approvata dal Consiglio europeo nel dicembre 2013, la Commissione ha delineato alcune linee d’intervento congiunto, finalizzate ad una “maggiore cooperazione con i Paesi terzi per impedire che i migranti intraprendano viaggi pericolosi verso l’Ue”; alla “protezione regionale, il reinsediamento e l’ingresso legale in Europa”; alla lotta contro la tratta e la criminalità organizzata; al “rafforzamento della sorveglianza delle frontiere”. Con l’escalation del conflitto in Libia e la presunta crescita della presenza in questo paese di gruppi armati vicini ad al Qaida o filo-Isis, ampi settori politici e delle forze armate europee spingono verso il dispiegamento di dispositivi militari a presidio delle coste nordafricane e perfino sulla terra ferma. Una delle ipotesi al vaglio degli strateghi delle future crociate contro i migranti è quella di dar vita a una “Mare Nostrum 2” europea e Nato, con rotte e finalità del tutto differenti da quelle utilizzate dalle Marina italiana nel 2014. “Nessuno sembra comprendere che il solo modo per scongiurare i morti in mare è respingere i flussi di migranti applicando una sorta di blocco navale alle coste libiche e utilizzando i mezzi militari per riportarli indietro in condizioni di sicurezza”, suggerisce Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa . “Solo i respingimenti assistiti possono fermare esodo e morti, azzerando o quanto meno riducendo i flussi e gli incassi miliardari di malavita araba e terrorismo islamico. Un’ottima idea è ripristinare Mare Nostrum ma con una missione opposta a quella ricoperta l’anno scorso, affidando cioè alla Marina il compito di scortare barconi e immigrati illegali sulle coste libiche. Come fa da tempo la Marina australiana con le imbarcazioni di clandestini provenienti dall’Indonesia…”.

Renzi non ha cambiato le politiche europee Fonte: sbilanciamoci | Autore: Agenor

Il semestre italiano di presidenza dell’Unione europea si chiude lasciando dietro di sé quelle speranze che ad alcuni sembravano un po’ eccessive fin dall’inizio. Sia nella sostanza delle politiche europee, sia nel nuovo assetto istituzionale, il verso non è per niente cambiato. Sono migliorati gli sforzi comunicativi, si parla continuamente di rilanci, di modernizzazione e di rottura col passato, anche se poi la linea è sempre la stessa. Si annunciano rivoluzionari piani di investimento, che a ben vedere poi si scoprono basati sul nulla, ma intanto il messaggio passa. In questo senso il nuovo ciclo europeo ha un’impronta molto “renziana”.

Il tanto annunciato piano di investimenti da 315 miliardi in tre anni, che era valso alla nuova Commissione il voto favorevole dei socialisti europei, si è scoperto essere composto in realtà da 5 miliardi, più 16 come “garanzia”, per lo più prelevati da fondi europei già esistenti: quello per le reti di trasporto trans-europee e i fondi della ricerca inizialmente previsti come borse di studio per ricercatori. Il resto è lasciato alla buona volontà di investitori privati, che eventualmente vogliano contribuire al piano. In tempi in cui il settore privato è impegnato a rientrare dai debiti e non riesce ad investire neanche per le proprie attività, bisogna essere davvero ottimisti per sperare di arrivare ai 315 miliardi previsti.

Nell’ambito della nuova “razionalizzazione” delle leggi comunitarie si è poi giustamente deciso di abolire tutta una serie di leggi, per snellire la politica europea. Il cittadino penserà che finalmente Bruxelles la smetterà di stabilire i centimetri di curvatura delle zucchine o il diametro dei cetrioli. Perfetto. Purtroppo, invece, una delle prime vittime di questa “razionalizzazione” sarà la pur timida regolamentazione che suggeriva di separare le banche d’investimento dagli istituti di credito. Un’altra vittima saranno le normative ambientali a tutela della salute dei cittadini, con buona pace di chi per anni ha cercato di sensibilizzare i legislatori nazionali ed europei.

Come illustra efficacemente Comito nel suo articolo, le questioni economiche fondamentali, su cui i più ottimisti potevano sperare di vedere un cambiamento significativo, sono rimaste disattese. Date le condizioni attuali, la conseguenza non è una semplice delusione politica, ma la sempre più probabile implosione dell’unione monetaria per come l’abbiamo conosciuta finora.

L’ideologia dominante che ha guidato la politica europea di questi sette anni di “risposta alla crisi” non è stata accantonata. La differenza col passato, come abbiamo illustrato qualche tempo fa è che protagonisti di maggior rilievo politico sono saliti alla ribalta per prendere le redini della situazione. Nella nuova Commissione, Juncker, Katainen, e Dombrowskis, hanno un profilo molto più politico ed una competenza in materia più approfondita dei predecessori. Il nuovo presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha avuto un ruolo molto importante negli equilibri europei e internazionali, già da premier della Polonia.

La linea nella sostanza non è cambiata, si è solo rafforzata. Tanto che oggi, alla vigilia di elezioni politiche in Grecia, questi leader possono esplicitamente “suggerire” al popolo greco chi votare e chi no. Possono anche richiedere, con maggior peso politico, quali riforme attuare e con quale ordine di priorità. Il senso di una Commissione “più politica” è tutto qui.

Il semestre italiano era poi anche il momento in cui il nuovo apparato burocratico doveva essere ricostituito. Il risultato per l’Italia è ben più magro di quanto ci si potesse aspettare. Come già ricordato, l’Italia ha ottenuto il posto di alto rappresentante per una politica estera comune, che di fatto non esiste. Le competenze strategicamente rilevanti erano altre, ma il nostro governo non è sembrato accorgersene. La battaglia per ottenere i posti chiave di capi di gabinetto dei 28 commissari, è finita malamente, con solo uno italiano. A livello di direttori generali, poi, l’Italia non è mai stata così sotto rappresentata, neanche negli anni bui del berlusconismo. Renzi aveva detto che non avrebbe fatto la battaglia sulle nomine, e bisogna riconoscergli che è stato di parola.

Tutto questo potrebbe segnalare una crescente ostilità da parte del governo italiano nei confronti di Bruxelles. Purtroppo, anche se questa fosse la ragione di fondo, la strategia è completamente fallimentare. Il paese tradizionalmente più euroscettico, la Gran Bretagna, è anche uno di quelli che meglio sa mantenere presenze rilevanti nelle posizioni strategiche per i propri interessi nazionali, all’interno delle istituzioni europee. In Italia forse si sottovaluta la capillarità, il livello di organizzazione e la capacità di lobbying istituzionale, che tutti i governi britannici hanno sempre saputo adoperare a Bruxelles e Strasburgo. Anche l’euroscetticismo richiede presenza nei posti chiave, professionalità e competenza dei rappresentanti, e visione di lungo periodo. Tutte qualità incredibilmente assenti durante questo semestre.

Audito Pino Maniaci dalla Commissione regionale Antimafia da: telejato

Audito Pino Maniaci dalla Commissione regionale Antimafia
dicembre 17
La Commissione regionale antimafia presieduta da Nello Musumeci, già candidato alla presidenza della regione dal centrodestra, già presidente della provincia di Catania, già deputato di Forza Italia, area filofascista, ma che gode di una meritata stima di persona corretta, ha deciso di “audire” Pino Maniaci sulla questione dei beni confiscati alla mafia.

Il direttore di Telejato ha fatto una lunga disamina sulle inchieste sinora portate avanti, soprattutto per quel che riguarda l’operato dell’ufficio delle misure di prevenzione del tribunale di Palermo, la nomina degli amministratori giudiziari, ristretta a pochi nomi che con questo ufficio sembrano avere un rapporto privilegiato, l’incapacità di sapere amministrare dai nominati del tribunale, al punto che la quasi totalità delle imprese loro affidate è andata in fallimento, ma soprattutto le comunicazioni giudiziarie, gli avvisi di garanzia ricevuti da molti di questi amministratori che, per contro, continuano ad essere nominati e a portare avanti il loro nefasto lavoro. E’ venuta fuori una categoria che si nutre passivamente dei beni loro affidati, dai quali riesce a succhiare stipendi e compensi per operazioni che non è in grado di portare avanti. E’ stata anche evidenziata l’estensione nel tempo, spesso in decenni di queste nomine, la cui durata non dovrebbe superare i sei mesi, ma soprattutto la divaricazione tra quanto deciso e portato avanti dall’ufficio misure di prevenzione e quanto invece deliberato in sede giudiziaria: capita spesso, che persone titolari di aziende sequestrate siano assolte e che il tribunale disponga la restituzione dei beni, ma che, per contro, l’Ufficio misure di prevenzione confermi il sequestro, specie quando è evidente la possibilità che la restituzione del bene significhi restituzione del nulla, poiché i beni in precedenza affidati sono stati dilapidati da cattiva o fraudolenta gestione e quindi non resta più nulla da restituire. La Commissione ha ascoltato con interesse quanto denunciato da Maniaci e si è ripromessa di approfondire l’argomento e affidare la valutazione di una serie di incongruenze amministrative e giudiziarie alla Corte dei Conti.

Barcellona: l’Antimafia indagherà su collusioni tra Cosa Nostra, politica, magistratura e servizi da: l’ora quotidiano

“Il nostro compito – dice Rosy Bindi – è quello di fare verità e giustizia su delle vicende in cui delle persone perbene sono state prima uccise e poi coperte dal fango della diffamazione. La Commissione, pur non avendo i poteri della magistratura, ha il dovere di indagare a fondo su certe storie torbide”.

di Luciano Mirone

29 ottobre 2014

Se la presidente della Commissione nazionale antimafia Rosy Bindi si spinge a dire che “la morte di Attilio Manca, tutto sembra tranne che un suicidio per overdose”‘,  se dice che la Commissione ha intenzione di sentire parecchia gente per risolvere questo caso, se dice che – in seguito alle dichiarazioni rese da Cettina Merlino Parmaliana, vedova del professore universitario Adolfo Parmaliana – la Commissione svolgerà una inchiesta sull’ex Procuratore generale della Corte d’Appello di Messina, Antonio Franco Cassata (autore di un dossier anonimo pieno di veleni sulla figura di Parmaliana, scritto quando il docente universitario era già morto), se dice che le dichiarazioni del nuovo pentito di mafia Carmelo D’Amico sull’omicidio del giornalista Beppe Alfano, portano alla latitanza di Nitto Santapaola in quella città, evidentemente la politica  – dalla maggioranza all’opposizione – pare seriamente intenzionata a squarciare il velo sul “Caso Barcellona”, uno dei casi di collusioni fra mafia, politica, parte della magistratura e servizi segreti deviati più clamorosi degli ultimi decenni. E anche se in situazioni come queste la prudenza è d’obbligo, forse, per quanto concerne la soluzione di alcune morti eccellenti, potremmo essere a una svolta.

“Il nostro compito – dice Rosy Bindi – è quello di fare verità e giustizia su delle vicende in cui delle persone perbene sono state prima uccise e poi coperte dal fango della diffamazione. La Commissione  antimafia, pur non avendo i poteri della magistratura, ha il dovere di indagare a fondo su certe storie torbide”. Seppure con linguaggio pacato, la Bindi va giù duro e non usa mezze misure, specie quando fa il nome del boss Rosario Cattafi, oggi al 41 bis, “vero stratega”, secondo le ultime risultanze processuali, del connubio fra la Cosa nostra barcellonese e i servizi segreti deviati. Da qui il passo per parlare dell’urologo barcellonese Attilio Manca  e del giornalista Beppe Alfano è breve.

Si tratta di due nomi risuonati spesso tra le volte novecentesche della Prefettura di Messina, dove lunedì e martedì la Commissione antimafia ha ascoltato numerose persone, fra cui i familiari delle vittime di mafia, i Procuratori della Repubblica di Messina, di Barcellona e di Patti, i comandanti dei carabinieri, della polizia e della guardia di finanza, le associazioni delle Società civile e le associazioni anti racket.

“Spesso da queste parti – prosegue la presidente dell’Antimafia nazionale – le istituzioni devono svolgere il loro compito con estrema difficoltà: basti pensare che a Barcellona ben quattro Pubblici ministeri stanno per lasciare la sede vacante”. Da un altro lato – seguita l’on. Bindi – noto invece un risveglio straordinario della Società civile che lascia ben sperare”.

Sulla stessa lunghezza d’onda il vice presidente della Commissione antimafia Claudio Fava: “Ci sono segnali positivi e altri preoccupanti, a Messina come a Barcellona. Fra i segnali positivi bisogna ricordare l’ottima qualità del lavoro svolto dalle Procure di Barcellona e di Messina, e dell’Ufficio delle misure di prevenzione del Tribunale di Messina, una quantità e una qualità di beni sequestrati alla mafia pari al valore di due miliardi. Fra i segnali negativi il fatto che Barcellona continua a essere una delle capitali italiane della mafia. Se vogliamo fare un’equazione, possiamo dire che Barcellona sta a Messina come Corleone sta a Palermo, anzi Barcellona, in questi anni, è andata all’assalto di Palermo. Un altro segnale preoccupante è la presenza della massoneria in certi settori delle istituzioni”.

E sulle “morti eccellenti” cosa dice il vice presidente dell’Antimafia nazionale?
“Sono assolutamente d’accordo con le parole della collega Bindi. Nel caso Manca di tutto si può parlare tranne che di suicidio. Ci sembra una conclusione non adeguata ai fatti acclarato. L’ufficio di presidenza domani deciderà se ascoltare il procuratore della Repubblica di Viterbo, insieme a tante altre persone, mentre sulla morte di Beppe Alfano credo che la Procura della Repubblica di Barcellona, alla luce delle nuove dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, sia intenzionata a chiedere la riapertura del processo”.

On. Fava, ritiene inverosimile che la morte di Attilio Manca possa essere collegata all’operazione di cancro alla prostata che Bernardo Provenzano subì a Marsiglia nel 2003?
Non lo ritengo affatto inverosimile: mi sembra, anzi, che nell’inchiesta di Viterbo ci siano alcune opacità che devono essere assolutamente chiarite.