Barcellona: l’Antimafia indagherà su collusioni tra Cosa Nostra, politica, magistratura e servizi da: l’ora quotidiano

“Il nostro compito – dice Rosy Bindi – è quello di fare verità e giustizia su delle vicende in cui delle persone perbene sono state prima uccise e poi coperte dal fango della diffamazione. La Commissione, pur non avendo i poteri della magistratura, ha il dovere di indagare a fondo su certe storie torbide”.

di Luciano Mirone

29 ottobre 2014

Se la presidente della Commissione nazionale antimafia Rosy Bindi si spinge a dire che “la morte di Attilio Manca, tutto sembra tranne che un suicidio per overdose”‘,  se dice che la Commissione ha intenzione di sentire parecchia gente per risolvere questo caso, se dice che – in seguito alle dichiarazioni rese da Cettina Merlino Parmaliana, vedova del professore universitario Adolfo Parmaliana – la Commissione svolgerà una inchiesta sull’ex Procuratore generale della Corte d’Appello di Messina, Antonio Franco Cassata (autore di un dossier anonimo pieno di veleni sulla figura di Parmaliana, scritto quando il docente universitario era già morto), se dice che le dichiarazioni del nuovo pentito di mafia Carmelo D’Amico sull’omicidio del giornalista Beppe Alfano, portano alla latitanza di Nitto Santapaola in quella città, evidentemente la politica  – dalla maggioranza all’opposizione – pare seriamente intenzionata a squarciare il velo sul “Caso Barcellona”, uno dei casi di collusioni fra mafia, politica, parte della magistratura e servizi segreti deviati più clamorosi degli ultimi decenni. E anche se in situazioni come queste la prudenza è d’obbligo, forse, per quanto concerne la soluzione di alcune morti eccellenti, potremmo essere a una svolta.

“Il nostro compito – dice Rosy Bindi – è quello di fare verità e giustizia su delle vicende in cui delle persone perbene sono state prima uccise e poi coperte dal fango della diffamazione. La Commissione  antimafia, pur non avendo i poteri della magistratura, ha il dovere di indagare a fondo su certe storie torbide”. Seppure con linguaggio pacato, la Bindi va giù duro e non usa mezze misure, specie quando fa il nome del boss Rosario Cattafi, oggi al 41 bis, “vero stratega”, secondo le ultime risultanze processuali, del connubio fra la Cosa nostra barcellonese e i servizi segreti deviati. Da qui il passo per parlare dell’urologo barcellonese Attilio Manca  e del giornalista Beppe Alfano è breve.

Si tratta di due nomi risuonati spesso tra le volte novecentesche della Prefettura di Messina, dove lunedì e martedì la Commissione antimafia ha ascoltato numerose persone, fra cui i familiari delle vittime di mafia, i Procuratori della Repubblica di Messina, di Barcellona e di Patti, i comandanti dei carabinieri, della polizia e della guardia di finanza, le associazioni delle Società civile e le associazioni anti racket.

“Spesso da queste parti – prosegue la presidente dell’Antimafia nazionale – le istituzioni devono svolgere il loro compito con estrema difficoltà: basti pensare che a Barcellona ben quattro Pubblici ministeri stanno per lasciare la sede vacante”. Da un altro lato – seguita l’on. Bindi – noto invece un risveglio straordinario della Società civile che lascia ben sperare”.

Sulla stessa lunghezza d’onda il vice presidente della Commissione antimafia Claudio Fava: “Ci sono segnali positivi e altri preoccupanti, a Messina come a Barcellona. Fra i segnali positivi bisogna ricordare l’ottima qualità del lavoro svolto dalle Procure di Barcellona e di Messina, e dell’Ufficio delle misure di prevenzione del Tribunale di Messina, una quantità e una qualità di beni sequestrati alla mafia pari al valore di due miliardi. Fra i segnali negativi il fatto che Barcellona continua a essere una delle capitali italiane della mafia. Se vogliamo fare un’equazione, possiamo dire che Barcellona sta a Messina come Corleone sta a Palermo, anzi Barcellona, in questi anni, è andata all’assalto di Palermo. Un altro segnale preoccupante è la presenza della massoneria in certi settori delle istituzioni”.

E sulle “morti eccellenti” cosa dice il vice presidente dell’Antimafia nazionale?
“Sono assolutamente d’accordo con le parole della collega Bindi. Nel caso Manca di tutto si può parlare tranne che di suicidio. Ci sembra una conclusione non adeguata ai fatti acclarato. L’ufficio di presidenza domani deciderà se ascoltare il procuratore della Repubblica di Viterbo, insieme a tante altre persone, mentre sulla morte di Beppe Alfano credo che la Procura della Repubblica di Barcellona, alla luce delle nuove dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, sia intenzionata a chiedere la riapertura del processo”.

On. Fava, ritiene inverosimile che la morte di Attilio Manca possa essere collegata all’operazione di cancro alla prostata che Bernardo Provenzano subì a Marsiglia nel 2003?
Non lo ritengo affatto inverosimile: mi sembra, anzi, che nell’inchiesta di Viterbo ci siano alcune opacità che devono essere assolutamente chiarite.

Alfano visita l’indagato Ciancio e il caso finisce in Commissione Antimafia da : corriere della sera

Alfano visita l’indagato Ciancio e il caso finisce in Commissione Antimafia

Il ministro dell’Interno incontra il potente editore di Catania Mario Ciancio, indagato per concorso esterno con il clan Santapaola, riciclaggio e turbativa d’asta aggravata dal favoreggiamento alla mafia

di Antonio Condorelli

 

CATANIA- Due auto blindate e la scorta armata del ministro dell’Interno sabato scorso hanno atteso quasi due ore Angelino Alfano mentre incontrava il potente editore etneo Mario Ciancio, indagato per concorso esterno con il clan Santapaola, riciclaggio e turbativa d’asta aggravata dal favoreggiamento alla mafia. Una visita di cortesia, coronata anche da un’intervista televisiva durata quasi un’ora, che è stata celebrata con tanto di fotografia a tutta pagina dal quotidiano “La Sicilia” di Ciancio.

L'incontro tra Ciancio e Alfano pubblicato sul quotidiano di Ciancio 'La Sicilia'
L’incontro tra Ciancio e Alfano pubblicato sul quotidiano di Ciancio ‘La Sicilia’

Adesso quest’incontro è finito in commissione Antimafia e Claudio Fava ha assicurato battaglia definendo “grave” quanto accaduto e aggiungendo: “Alfano scelga: o fa il leader di partito e incontra chi vuole, oppure fa il ministro dell’Interno e in tal caso evita di porgere visita a indagati per reati di mafia. Non mancheranno occasioni, durante la missione odierna della commissione antimafia a Catania, per chiarire e approfondire”.

 

 

TURBATIVA D’ASTA. Il legale di Mario Ciancio, Enzo Musco, ha sempre sottolineato la totale estraneità ad ogni accusa del proprio assistito, evidenziando che l’editore catanese è stato più volte vittima di attentati intimidatori. Mario Ciancio ha precisato con una nota di non essere indagato per “turbativa d’asta”. In realtà la sua iscrizione è stata disposta con il deposito, avvenuto il 7 febbraio 2013, delle motivazioni della sentenza d’appello del processo sulle tangenti per la costruzione dell’ospedale Garibaldi di Catania, un affare milionario in odor di mafia.
“L’imputazione -scrive la magistratura- è di turbata libertà degli incanti aggravata ai sensi dell’art 7 L 203/91”, cioè con l’aggravante del favoreggiamento alla mafia. Alla luce di quest’indagine, l’incontro tra Alfano, Castiglione e Ciancio non è stato un incontro qualunque, ma un ritorno al passato. Agli atti del processo per le tangenti nella costruzione dell’ospedale Garibaldi, che hanno visto assolto Castiglione, c’è l’incontro con il potente senatore Pino Firrarello (suocero di Castiglione), “al quale parteciparono anche -si legge nella sentenza d’Appello- Giuseppe Castiglione, Stefano Cusumano e Vincenzo Randazzo avente ad oggetto la spartizione dei due appalti in questione”. Nello stesso processo sono entrati i tabulati del super consulente Gioacchino Genchi dai quali, scrive la magistratura, “risulta chiaramente sulla base degli agganci con la cella di telefonia mobile…che nella giornata del 1 ottobre 1997 vi furono numerose telefonate tra Mario Ciancio Sanfilippo, Ursino (braccio dx di Ciancio ndr), e Firrarello”. E ancora, sulla scorta delle dichiarazioni dell’avvocato Giuseppe Cicero, componente della commissione di valutazione della gara, unico condannato perché ha rinunciato alla prescrizione, la magistratura ritiene che “alla riunione de qua prese parte tra gli altri anche Mario Ciancio Sanfilippo, direttore del quotidiano La Sicilia, che tenuto anche conto di altro incontro, tenutosi presso il proprio ufficio, presso cui Ursino conduceva Sciortino e Cicero al fine di “indurli” anche con l’espressa minaccia che altrimenti sarebbero finiti in carcere e sarebbe stato lui a scegliere la pagina su cui pubblicare le loro foto”.

CONCORSO ESTERNO. La Procura di Catania aveva chiesto l’archiviazione del procedimento a carico di Mario Ciancio, ma il Gip Luigi Barone ha ordinato la prosecuzione delle indagini. Agli atti ci sono numerosi episodi contestati dalla Procura tra i quali spicca la realizzazione di un imponente centro commerciale. Nel marzo del 2001 il Tribunale di Reggio Calabria intercetta l’imprenditore Antonello Giostra, in quel momento indagato per mafia, poi prosciolto e oggi indagato con l’accusa di riciclaggio insieme all’editore etneo. Secondo le dichiarazioni del pentito Antonino Giuliano, che la Procura non ha riscontrato in fase d’indagine, Antonello Giostra “stava riciclando -si legge nella richiesta di archiviazione non accolta dal Gip- delle somme di denaro provenienti da Cosa nostra, ossia provenienti, tra gli altri, da Alfano Michelangelo e Sparacio Luigi, in un affare relativo alla costruzione di un importante centro commerciale a Catania, in società con l’editore Mario Ciancio Sanfilippo”. Giostra, si legge nel brogliaccio delle intercettazioni, “riferiva che Ciancio gli aveva fatto vedere due terreni, uno vicino all’aeroporto di 300mila metri quadrati e l’altro, sempre della stessa dimensione, dove c’è l’autogrill”. L’imprenditore, discutendo con un intermediario del gruppo Auchan, “precisava che Ciancio avrebbe garantito tutte le autorizzazioni possibili e immaginabili, senza pretendere una lira fino all’inizio dei lavori”. Nel 2005 l’amministrazione comunale guidata da Umberto Scapagnini, ex medico di Berlusconi aveva consentito l’approvazione di due varianti sui terreni di Ciancio, uno dei quali era lo stesso di cui parlava Giostra. Reso edificabile e con tutte le concessioni edilizie, l’ex terreno agricolo di Ciancio ha portato in dote al potente editore ben 28 milioni di euro, pagati -come aveva anticipato Giostra- dal Gruppo Auchan-Rinascente.

IL FAVORE. Agli atti del procedimento a carico di Ciancio c’è un’intercettazione -svelata dal mensile siciliano “S”- che è stata determinante per la condanna in primo grado di Raffaele Lombardo a 6 anni e 8 mesi di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. È il 28 luglio del 2008, Mario Ciancio ospita nel suo studio alcuni tra gli uomini più potenti del Meridione: Raffaele Lombardo, appena eletto alla presidenza della Regione, Vincenzo Viola, onorevole e socio di Ciancio nella vendita dei terreni e delle quote societarie del centro commerciale in questione, Sergio Zuncheddu, editore dell’Unione Sarda e titolare dell’Immobiliare Europea, società che aveva acquistato nel 2007 le quote di Ciancio e soci per la realizzazione della struttura, e Carlo Ignazio Fantola, consigliere d’amministrazione dell’Ansa e vicepresidente della Immobiliare Europea.
La riunione era stata organizzata da Ciancio, unico indagato insieme a Lombardo, per risolvere un problema burocratico sorto dopo l’inizio dei lavori di costruzione del centro commerciale. La direzione Urbanistica del Comune riteneva necessaria una variante e questo provvedimento avrebbe comportato -come lamentano gli interlocutori intercettati- il blocco dei lavori e il licenziamento di numerosi dipendenti. In quel momento ad eseguire il movimento terra e a fornire il cemento era Vincenzo Basilotta, arrestato nel 2005 e condannato per concorso in associazione mafiosa. Viola, socio di Ciancio, chiede a Lombardo il favore di “ammorbidire ma non in denaro” i dirigenti comunali per evitare la variante. Lombardo assicura il proprio intervento e le problematiche saranno superate. La Procura, dopo la condanna di Lombardo, sta valutando le eventuali responsabilità a carico di Ciancio che si è detto sempre estraneo ad ogni contestazione. Il legale di Ciancio Musco, ha sottolineato che l’editore “ha fiuto per gli affari e non ha mai favorito la mafia”.

NOTA DEL PORTAVOCE DEL MINISTRO DELL’INTERNO
“Surreale e infondata la polemica di Claudio Fava contro il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Il ministro era ospite di Michela Giuffrida, responsabile del Tg di Antenna Sicilia, la più importante tv regionale siciliana, per un’intervista, durata oltre quarantacinque minuti, all’interno della trasmissione “Contrappunto”, nel corso della quale aveva rilanciato la battaglia antimafia e aveva parlato di sicurezza e immigrazione. Al termine dell’intervista, il ministro è passato dalla redazione del quotidiano La Sicilia per salutare i giornalisti, il direttore e l’inviato del giornale, Tony Zermo, che il giorno prima lo aveva intervistato telefonicamente