Giovedì 17 Settembre all’Arena Argentina (via Vanasco – Catania) proiezione del film MACHUCA di Andrés Wood

Giovedì 17 Settembre all’Arena Argentina (via Vanasco – Catania)
proiezione del film
MACHUCA
di Andrés Wood
Cile, 1973. Ponzalo Infante e Pedro Machuca sono due bambini di 11 anni che vivono a Santiago, il primo in un quartiere agiato e il secondo in un sobborgo abusivo recentemente costruito poco distante: due mondi separati da una grande muraglia invisibile che alcuni, mossi dal sogno di un mondo migliore, vorrebbero abbattere. Uno di questi sognatori è il direttore di un collegio, che con l’aiuto dei genitori accoglie nel collegio i bambini di entrambi i quartieri, insegnando loro a rispettarsi reciprocamente. Per questo motivo Pedro e Ponzalo frequentano la stessa classe, e tra i due nasce un’amicizia piena di scoperte e di sorprese. Ma questo intento di aggregazione si scontra con le difficoltà oggettive derivan…ti dal clima di aperto scontro sociale che regna in Cile e termina con il colpo di stato con cui, l’11 Settembre 1973, il generale Pinochet rovescia il governo democraticamente eletto di Allende, i militari salgono al potere, Allende assassinato e tutti coloro che lo avevano sostenuto subiscono maltrattamenti, deportazioni, morte.
Il film è stato presentato al Festival di Cannes 2004 e premiato ai Festival di Vancouver, Bruxelles, Bogotà e Lima.

Primo spettacolo ore 20.00
Secondo spettacolo ore 22.30

ingresso €3

Alfonso Gianni: Troika, un colpo di stato in bianco Fonte: Il Manifesto | Autore: Alfonso Gianni

Se si nutriva ancora qual­che dub­bio che l’Europa fosse più vit­tima delle pro­prie poli­ti­che che della crisi, gli acca­di­menti degli ultimi giorni hanno tolto ogni dub­bio. I mer­cati ave­vano assor­bito quasi con non­cha­lance il cam­bio di governo in Gre­cia; la Borsa di Atene aveva oscil­lato, ma riu­scendo sem­pre a ripren­dersi, fino a rag­giun­gere rialzi da record; il ter­ro­ri­smo psi­co­lo­gico che aveva pro­vo­cato un forte deflusso di capi­tali prima delle ele­zioni sem­brava un’arma spuntata.

Ma appena si è arri­vati al dun­que è scat­tato il ricatto della Bce. Eppure le richie­ste del nuovo governo greco erano più che ragio­ne­voli. Né Tsi­pras né Varou­fa­kis chie­de­vano un taglio netto del debito, ma sola­mente moda­lità e tempi diversi per pagarlo senza con­ti­nuare a distrug­gere l’economia e la società greca, come ave­vano fatto i loro pre­de­ces­sori. Dichia­ra­zioni e docu­menti di eco­no­mi­sti a livello mon­diale, com­presi diversi premi Nobel, si rin­cor­rono per dimo­strare che le solu­zioni pro­po­ste dal governo greco sono per­fet­ta­mente appli­ca­bili, anzi le uni­che effi­caci se si vuole sal­vare l’Europa, che sarebbe tra­sci­nata nella vora­gine di un con­ta­gio dai con­fini impre­ve­di­bili se la Gre­cia dovesse fal­lire e uscire dall’euro. Per­fino il pen­siero main­stream – Finan­cial Times in testa — si dimo­strava più che possibilista.

Può darsi, come anche Varou­fa­kis ha osser­vato, che la mossa di Dra­ghi serva per evi­den­ziare che la solu­zione è poli­tica e non tecnico-economica. Quindi ha but­tato la palla nel campo dell’imminente Euro­gruppo che si riu­nirà l’11 feb­braio. Il guaio è che la poli­tica euro­pea attuale è ancora peg­gio della ragione eco­no­mica. Basti leg­gere le dichia­ra­zioni di un Renzi, sdra­iato sul comu­ni­cato della Bce, o quelle di uno Schulz o di un Gabriel.

Non è la prima volta, d’altro canto, che la social­de­mo­cra­zia tede­sca vota i «cre­diti di guerra». L’analogia non è troppo esa­ge­rata. Che spie­ga­zione tro­vare per un simile acca­ni­mento con­tro un paese il cui Pil non supera il 2% e il cui debito il 3% di quelli com­ples­sivi dell’eurozona?

La ragione è duplice.

Se passa la solu­zione greca appare chiaro che non esi­ste un’unica strada per abbat­tere il debito. Anzi ce n’è una alter­na­tiva con­cre­ta­mente pra­ti­ca­bile rispetto a quella del fiscal com­pact. Più effi­cace e assai meno deva­stante. Tale da pun­tare su un nuovo tipo di svi­luppo che valo­rizzi il lavoro, l’ambiente e la società, come appare dal pro­gramma di Salo­nicco su cui Syriza ha costruito e vinto la sua cam­pa­gna elet­to­rale. Sarebbe una scon­fitta sto­rica per il neo­li­be­ri­smo europeo.

Il secondo motivo riguarda gli assetti poli­tico isti­tu­zio­nali della Ue. Sap­piamo che i greci hanno giu­sta­mente rifiu­tato l’intervento della Troika. Ma è pur vero che per­fino Junc­ker ha dichia­rato che quest’ultima ha fatto il suo tempo. C’è allora qual­cosa di più impor­tante in gioco che la soprav­vi­venza di que­sto o quell’organismo. Finora la Ue attra­verso gli stru­menti della sua gover­nance a-democratica aveva messo il naso nelle poli­ti­che interne di ogni paese, in qual­che caso det­tan­done per filo e per segno le scelte da fare. Così è acca­duto nel caso ita­liano con la famosa let­tera della Bce del 5 ago­sto del 2011. Dove non era arri­vato Ber­lu­sconi ave­vano prov­ve­duto Monti e ora Renzi a finire i com­piti a casa. Ma si trat­tava pur sem­pre di un inter­vento su governi amici, che si fon­da­vano su mag­gio­ranze che ave­vano espli­ci­tato la loro pre­ven­tiva sot­to­mis­sione alla Troika. In Gre­cia siamo di fronte al ten­ta­tivo di impe­dire che la volontà popo­lare espres­sasi nelle ele­zioni in modo abbon­dante e ine­qui­vo­ca­bile possa tro­vare imple­men­ta­zione per­ché con­tra­ria alle attuali scelte della Ue. Qual­cosa che si avvi­cina a un colpo di stato in bianco (per ora). I neo­na­zi­sti di Alba Dorata ave­vano dichia­rato che Syriza avrebbe fal­lito e dopo sarebbe toc­cato a loro governare.

E’ que­sto che le medio­cri classi diri­genti euro­pee vogliono? Non sarebbe la prima volta.

Impe­dia­mo­glielo.

Non solo con gli stru­menti pro­pri delle sedi par­la­men­tari per influire sul ver­tice dei capi di stato, ma soprat­tutto riem­piendo le piazze, come suc­cede ora in Gre­cia e come vogliamo accada anche in Ita­lia e nel resto d’Europa il pros­simo 14 feb­braio. Un San Valen­tino di pas­sione con il popolo greco.

Trattativa: da Flamia al passato di Mori si scava tra gli archivi dei Servizi da: antimafia duemila

flamia-rosario-sergio-eff-2di AMDuemila – 1Lo scorso dicembre il blitz del pool a Roma

La Procura di Palermo continua a cercare nuovi elementi nell’ambito dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia e quel segmento specifico che riguarda l’accordo segreto stipulato tra i servizi segreti e l’amministrazione penitenziaria per gestire il flusso d’informazioni proveniente dai penitenziari di massima sicurezza noto come Protocollo farfalla. Il 22 dicembre scorso, il giorno in cui a Palermo, in visita informale, giungeva il nuovo procuratore Francesco Lo Voi per fare gli auguri di Natale agli aggiunti e ai sostituti, il pool composto dai magistrati Teresi, Di Matteo, Del Bene e Tartaglia si trovava a Roma nelle sedi dell’Aisi (Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna) e del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza). In particolare i magistrati cercavano nuovi documenti sul pentito Sergio Flamia. L’ex boss di Bagheria ha messo a verbale di essere stato per lungo tempo un confidente dei servizi segreti, dai quali per i suoi “servigi” avrebbe ricevuto anche 150 mila euro in contanti, e di aver avuto colloqui con l’intelligence anche quando si trovava agli arresti ed aveva iniziato il proprio percorso di collaborazione. Tra le dichiarazioni fatte ai magistrati anche alcuni presunte rivelazioni su Luigi Ilardo, il confidente che è tra i principali accusatori del generale Mario Mori. Anche per questo motivo la posizione di Flamia è finita al centro delle indagini della Procura e della Procura generale che tra nove giorni sarà impegnata con la riapertura del dibattimento del processo d’appello contro gli ufficiali dell’Arma Mori ed Obinu per la mancata cattura del boss corleonese Bernardo Provenzano.

I pm del pool trattativa sono andati alla ricerca anche di nuove documentazioni sul passato di Mori così come era avvenuto tra febbraio e maggio 2014. Attraverso un lungo e complesso lavoro investigativo, anche all’interno degli archivi dei Servizi, i magistrati hanno accertato che l’ex generale, nel 1973 quando era un giovanissimo carabiniere, venne chiamato al Sid da Federico Marzollo, uomo dell’ex direttore del Servizio Vito Miceli, che sarà in seguito arrestato per cospirazione nell’ambito dell’inchiesta “Rosa dei Venti”.
Mori prese parte a funzioni operative anche in riferimento al terrorismo nero, utilizzando nomi di copertura, tra il ’73 e il ’74. Ma nel 1975, improvvisamente, nonostante le lodi ricevute, l’ufficiale venne allontanato. Diversi documenti vennero mostrati dai pm anche al generale Gianadelio Maletti, latitante dagli anni ’80, interrogato a Johannesburg, in Sudafrica, lo scorso novembre. Maletti in quell’interrogatorio ha parlato di una sorta di Sid parallelo creato con lo scopo di bloccare le indagini sull’estrema destra e sui tentativi di colpo di Stato. Ed è anche sulla scorta di questi nuovi spunti che i pm sono tornati nuovamente a scavare all’interno degli archivi dei servizi.

Venezuela, presentate le intercettazioni sul tentato golpe Fonte: Il Manifesto | Autore: Geraldina Colotti

“Biso­gna eli­mi­nare que­sta por­che­ria, comin­ciando dalla testa, appro­fit­tando del clima mon­diale con l’Ucraina e ora con la Thai­lan­dia. Prima si fa, meglio è”. Parole di Maria Corina Machado, ex depu­tata vene­zue­lana di estrema destra. Le avrebbe scritte all’ex amba­scia­tore all’Onu Diego Arria, espo­nente del car­tello di oppo­si­zione Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud).Ancora più espli­citi i mes­saggi rivolti da Machado ai nazi­sti del gruppo Juven­tud Activa Vene­zuela Unida (Javu), finan­ziati da Hen­ri­que Salas Romer, eco­no­mi­sta e fon­da­tore del par­tito Proyecto Vene­zuela, ex gover­na­tore dello stato Cara­bobo: “La lobby inter­na­zio­nale è nel suo miglior momento”, avrebbe scritto Machado aiz­zando gli oltran­zi­sti. Il governo vene­zue­lano ha pre­sen­tato le inter­cet­ta­zioni nel corso di una con­fe­renza stampa coor­di­nata ieri sera dal sin­daco del muni­ci­pio Liber­ta­dor, Jorge Rodri­guez. Un’occasione per denun­ciare “il colpo di stato” delle destre durante la quale è emersa una rete di com­pli­cità che include, tra gli altri, il ban­chiere Eli­gio Cedeno, l’avvocato costi­tu­zio­na­li­sta Gustavo Tarre Bir­ceño (della locale Demo­cra­zia cri­stiana) e diplo­ma­tici Usa (in par­ti­co­lare l’ambasciatore in Colom­bia, Kevin Whitaker).

Intanto, negli Stati Uniti, 14 depu­tati demo­cra­tici hanno espresso il loro disac­cordo al pro­getto di legge per imporre san­zioni al Vene­zuela. Lo hanno fatto con una let­tera aperta al pre­si­dente Barack Obama prima che si aprisse la discus­sione sul tema alla Camera dei rap­pre­sen­tanti. Il testo che pre­vede di bloc­care i visti e i beni ai fun­zio­nari del governo vene­zue­lano “che hanno vio­lato i diritti umani” è già stato appro­vato dalla Com­mis­sione esteri della camera e del Senato. I 14, gui­dati dal rap­pre­sen­tante per il Michi­gan John Conyers, chie­dono invece a Obama di ripri­sti­nare le rela­zioni bila­te­rali fra i due paesi, con­ge­late da quat­tro anni. Come gesto di disten­sione, il pre­si­dente del Vene­zuela, Nico­las Maduro, si è detto pronto a inviare un nuovo amba­scia­tore, già nomi­nato. Nes­suna rispo­sta, però, da Washing­ton, anche se John Kerry ha recen­te­mente usato toni distensivi.

Le destre vene­zue­lane pre­mono per l’intervento esterno attra­verso i loro fidi a Miami e tuo­nano con­tro “il castro-madurismo”. Nella let­tera a Obama, i depu­tati demo­cra­tici espri­mono invece il loro soste­gno all’azione intra­presa dall’Unione delle nazioni suda­me­ri­cane (Una­sur), che sta mediando nel con­flitto in corso da feb­braio tra governo e oppo­si­zione (42 morti e oltre 800 feriti). Un con­flitto che regi­stra il rifiuto della Mud di pro­se­guire senza prima aver otte­nuto “l’amnistia” per gli arre­stati. Fra que­sti, il com­mis­sa­rio Ivan Simo­no­vis, coin­volto nel colpo di stato con­tro Hugo Cha­vez del 2002, che ha ini­ziato uno scio­pero della fame.

Il mini­stro degli Esteri, Elias Jaua, ha denun­ciato l’ingerenza degli Stati uniti davanti ai rap­pre­sen­tanti del Movi­mento dei paesi non alli­neati (Mnoal), nel ver­tice che si con­clude oggi in Alge­ria: “Il popolo vene­zue­lano merita di vivere in demo­cra­zia”, ha detto davanti agli 80 dele­gati dei 120 paesi che for­mano l’organismo inter­na­zio­nale. L’anno pros­simo, il sum­mit si terrà a Cara­cas e il Vene­zuela assu­merà la pre­si­denza del Mnoal fino al 2018. Jaua ha pre­sen­tato una denun­cia ana­loga nella riu­nione straor­di­na­ria della Una­sur, che si è tenuta in Ecua­dor lo scorso 22 e 23 maggio.

Stessa cosa intende fare davanti ad altri orga­ni­smi inter­na­zio­nali, molti dei quali sono già in pos­sesso di un cor­poso fasci­colo che docu­menta “il colpo di stato stri­sciante” ad opera della destra vene­zue­lana. Il 14 e il 14 giu­gno par­lerà al G77 + Cina in pro­gramma a Santa Cruz, in Boli­via e davanti alla Comu­nità degli stati lati­noa­me­ri­cani e carai­bili (Celac) che riu­ni­sce 33 paesi lati­no­ca­rai­bili. Oggi, Jaua va a Mosca per incon­trare il suo omo­logo Ser­gei Lavrov, per con­so­li­dare i mec­ca­ni­smi di coo­pe­ra­zione e le rela­zioni poli­ti­che con la Russia.

Dal ver­tice del Mnoal, il pre­si­dente boli­viano Evo Mora­les ha pro­te­stato con­tro “i ten­ta­tivi inva­sori degli imperi” e ha difeso il Vene­zuela socia­li­sta. “Il cam­mino delle san­zioni è un fal­li­mento come lo è stato il blo­queo e la per­se­cu­zione degli Stati uniti con­tro Cuba – ha detto Maduro durante il suo pro­gramma tele­vi­sivo set­ti­ma­nale — spe­riamo che Obama ascolti il cla­more dei popoli e instauri nuove rela­zioni di rispetto, per­ché qua­lun­que san­zione si espor­rebbe al ripu­dio internazionale”

«A sparare sulla folla i rivoltosi di Majdan»

 

Ucraina. Telefonata tra Ashton e ministro estone rivela chi sono i cecchini responsabili delle morti

 

↳ I miliziani di Majdan cantano l’inno ucraino prima di commemorare le vittime

 

Chi ha por­tato fiori e com­me­mo­rato i morti (99 ad oggi secondo la stima uffi­ciale) a Maj­dan, a Kiev, dovrebbe forse essere infor­mato circa la straor­di­na­ria rile­va­zione, giunta ieri da una tele­fo­nata inter­cet­tata dai ser­vizi segreti del pre­si­dente depo­sto Yanu­ko­vich, tra la rap­pre­sen­tante euro­pea Cathe­rine Ash­ton e il mini­stro degli esteri estone, Usmar Paet. Nella loro con­ver­sa­zione del 26 feb­braio, pub­bli­cata on line da Rus­sia Today e facil­mente repe­ri­bile su You­tube, il mini­stro degli esteri estone, giunto a Kiev il 25 feb­braio, rac­conta a Ash­ton le pro­prie impres­sioni nel giorno dopo la «mat­tanza» di piazza.

 

Solo che quanto dice Paet, ripor­tando le parole di Olga Bogo­mo­lets, il capo della squa­dra medica che ope­rava a Maj­dan, una fonte quindi non certo pro Yanu­ko­vich, è clamoroso.

 

Secondo Bogo­mo­lets, «i cec­chini non erano uomini di Yanu­ko­vich, bensì mem­bri della nuova coa­li­zione», ovvero di Maj­dan stessa, dell’opposizione. E ancora: «Olga — spiega Paet — mi ha detto che le per­sone uccise dai cec­chini, sia i poli­ziotti sia i mani­fe­stanti, sono stati uccisi dagli stessi cec­chini». Il medico avrebbe mostrato al mini­stro estone «alcune foto, così come i referti medici che dimo­stre­reb­bero che si tratta dello stesso tipo di pro­iet­tili». È pre­oc­cu­pante, aggiunge Paet che «le nuove forze di governo non vogliano inda­gare» su que­sti fatti.

 

«La per­ce­zione — con­clude — è che die­tro i cec­chini non ci fosse Yanu­ko­vich, ma qual­cuno della nuova coa­li­zione». L’alta rap­pre­sen­tante dell’Ue Ash­ton rimane col­pita e assi­cura un’indagine, ma sem­bra vin­cere la real­po­li­tik: a lei pare inte­res­sare di più, in quel momento, assi­cu­rare al governo di arri­vare alle nuove ele­zioni di mag­gio.
Alcune pre­ci­sa­zioni: si è detto, quando ieri que­sto leak è com­parso in rete, che si potrebbe trat­tare di una mani­po­la­zione, di un falso, data la fonte di pro­ve­nienza, ser­vizi segreti di Yanu­ko­vich e la dif­fu­sione imme­diata del sito filo russo. Ma ieri, rag­giunto per­so­nal­mente via mail da il mani­fe­sto, il mini­stro degli esteri estone ha con­fer­mato l’autenticità della regi­stra­zione, pur negando di aver addos­sato le respon­sa­bi­lità di vio­lenze all’opposizione, spe­ci­fi­cando di aver solo ripor­tato ad Ash­ton quanto gli era stato comu­ni­cato e lamen­tan­dosi infine della pub­bli­ca­zione di una con­ver­sa­zione così sensibile.

 

«La regi­stra­zione della tele­fo­nata tra il mini­stro Paet e l’alta rap­pre­sen­tante dell’Unione Euro­pea, che è stata pub­bli­cata on line è auten­tica», ha poi scritto in uno sta­te­ment pub­bli­cato sul sito uffi­ciale il mini­stero estone (www​.vm​.ee).

 

«La con­ver­sa­zione è avve­nuta il 26 feb­braio» spe­ci­fica il comu­ni­cato e del resto qual­che giorno prima, pro­prio attra­verso il suo account Twit­ter (@UsmasPaaet), il mini­stro aveva annun­ciato la visita nella capi­tale ucraina pre­ci­pa­tata nella crisi (il 24 feb­braio scrive: «Domani sarò a Kiev, per espri­mere il mio sup­porto al futuro demo­cra­tico del paese»), a con­fer­mare ulte­rior­mente il valore della sua testi­mo­nianza, per­ché pro­ve­niente da una fonte non certo filo russa. Riman­gono le con­si­de­ra­zioni poli­ti­che a riguardo, che aprono uno squar­cio sui fatti di Maj­dan e con­fer­mano una volta di più come le forze in grado di con­trol­lare le pro­te­ste nei giorni pre­ce­denti all’escalation, fos­sero anche in grado di orga­niz­zare un colpo di Stato mediante ope­ra­zioni cini­che, come quelle di spa­rare sui pro­pri mani­fe­stanti, per addos­sare le colpe a Yanu­ko­vich (che in con­fe­renza stampa — per quel che vale ormai la sua parola — aveva riba­dito di non aver dato l’ordine di sparare).

 

Non è un caso, del resto, come affer­mato dallo stesso mini­stro estone, che l’intercettazione (la seconda della crisi ucraina, pre­ce­duta dal famoso «vaf­fan­culo alla Eu» della neo­con ame­ri­cana Vic­to­ria Nuland) sia uscita il giorno dopo le dichia­ra­zioni di Putin sul colpo di Stato di Kiev. Certo il silen­zio di Ash­ton al riguardo è imba­raz­zante per la Ue.

 

La gior­nata in Ucraina ha visto altri impor­tanti eventi, in par­ti­co­lare sul fronte ancora caldo del paese, ovvero quello orien­tale, dove le popo­la­zioni rus­so­fone e filo Mosca, hanno pro­ce­duto a ricon­qui­stare il palazzo del governo di Done­tsk, non senza scon­tri con le forze pro Kiev. A Khar­kiv mille filo­russi hanno nuo­va­mente mani­fe­stato, men­tre ieri l’inviato dell’Onu, Robert Serry sarebbe stato affron­tato da uomini armati: si era par­lato di un rapi­mento, ma infine si è appreso che a Serry sarebbe stato inti­mato di lasciare la Cri­mea. Con­fer­mata invece la noti­zia dira­mata dalla Bbc secondo la quale un alto uffi­ciale delle guar­die di fron­tiera ucraine, il gene­rale Koval, sarebbe stato rapito nei pressi di Yalta, in Crimea.

Il tentato golpe dell”8 dicembre, “L’Immacolata” da : contropiano.org di federico rucco

Il tentato golpe dell''8 dicembre, “L'Immacolata”

 

La giornata di “mobilitazione nazionale degli italiani” del prossimo 9 dicembre, dovrebbe iniziare nella notte dell’8 dicembre, il giorno dell’Immacolata. Gli organizzatori, tra cui abbiamo individuato ed indicato parecchi esponenti e organizzazioni neofasciste, hanno scelto questa data per pura casualità? Può essere, ma può essere anche per riconnetterla ad un episodio gravissimo e inquietante della guerra di bassa intensità scatenata nel nostro paese contro la sinistra da parte degli apparati dello Stato, organizzazioni neofasciste e apparati statunitensi. Ci riferiamo al tentato colpo di stato della notte dell’8 dicembre 1970.

 

 

A leggere i nomi dei soggetti coinvolti nel tentato golpe – e che emersero dalla successiva inchiesta – si capisce benissimo che quello che si tentò di attuare nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 fu il più serio tentativo di colpo di stato nella storia italiana. Il più serio, non il più riuscito, a questo ci hanno pensato in tempi assai più recenti Draghi, l’Unione Europea e i governi Monti e Letta fortemente voluti e sostenuti dal Quirinale.

 

 

Il “Golpe Borghese” o “Golpe dell’Immacolata”, rappresenta uno dei tanti episodi più gravi della stagione delle stragi di stato o della “strategia della tensione” come è stata ribattezzata. Una parte della DC, partito-stato dell’epoca era disponibile a trasferire sul “fronte interno” la guerra fredda in corso a livello internazionale tra Usa e Urss. Nell’Europa mediterranea, in Grecia, Spagna e Portogallo (i Pigs di oggi) nel 1970 c’erano ovunque dittature militari, il franchismo in Spagna, i colonnelli in Grecia, il salazarismo in Portogallo. E in Italia? In Italia c’era invece il Partito Comunista Italiano, il più forte dell’Europa occidentale e una sinistra extraparlamentare molto ampia e radicata.

 

Il piano golpista era già stato messo a punto ed i gruppi operativi erano già stati creati nel 1969. Il piano prevedeva l’occupazione del Viminale, del Ministero della Difesa, il rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e l’assassinio del Capo della Polizia Angelo Vicari. Gruppi armati avrebbero dovuto inoltre impossessarsi delle sedi della RAI per permettere la lettura, ad operazione avvenuta, del proclama da parte del promotore principale dell’impresa. Tra questi il “principe nero”, Junio Valerio Borghese. Nome forte e rispettato, comandante di sommergibili e gruppi incursori durante la seconda guerra mondiale, comandante della X MAS dall’armistizio del 1943 al 1945, fondatore del movimento di estrema destra “Fronte Nazionale”; fu suo il famoso ordine che bloccò l’intera operazione mentre questa era in pieno svolgimento, un ordine di cui non si conoscono né motivazione ne l’eventuale mandante. L’opinione pubblica venne informata dei fatti solo nel marzo del 1971. Il processo iniziò nel 1977 e si concluse nel 1984 con l’assoluzione in appello di tutti i 46 imputati “perché il fatto non sussiste”, ma nella sentenza venne comunque rilevato che l’accaduto “non fu certamente riconducibile a uno sparuto manipolo di sessantenni”. Junio Valerio Borghese se ne era già andato, morì a Cadice, in Spagna nel 1974, dove riparò nelle ore immediatamente successive al fallito golpe al riparo nel paese dominato dalla dittatura franchista.

 

La memoria corta di molti e il fatto che non se ne parli più o poco, non significa che fu un episodio da barzelletta, tantomeno in un paese come l’Italia. Oltre a Borghese, vi sono forti indizi che l’azione godette dell’appoggio di Gladio, dei membri della P2 di Licio Gelli e dei vertici della mafia siciliana nelle persone dei boss Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate, oltre che del silenzio assenso del capo del SID (Servizio Informazioni Difesa) generale Vito Miceli e di ambienti del Dipartimento di Stato americano. Stando alle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta furono i due boss ad ordinare il rapimento del cronista siciliano Mauro De Mauro, sequestrato nel settembre 1970 e mai più tornato a casa. De Mauro, cronista de “L’Ora” di Palermo ed ex combattente della Decima Mas, già nel mirino di Cosa Nostra per le sue indagini sulla morte di Enrico Mattei, ma la sua sorte sarebbe stata segnata dal presunto scoop sul golpe dell’Immacolata, su cui pare sapesse parecchio, e sul quale non mancò di vantarsi con i colleghi di redazione.

 

Al golpe dell’Immacolata non mancò ovviamente l’appoggio di altri movimenti di estrema destra come “Avanguardia Nazionale”, fondato nel 1960 da Stefano Delle Chiaie. Lo stesso Delle Chiaie venne accusato, al processo per il golpe dell’Immacolata, di aver guidato il primo manipolo di golpisti dentro il Viminale, accusa infondata visto che lo stesso Delle Chiaie dimostrò che all’epoca dei fatti si trovava in Spagna. Il suo nome attirò nuovamente l’attenzione degli inquirenti che indagavano sulle stragi di Piazza Fontana del 1969 di della stazione Bologna del 1980. Per i fatti di Piazza Fontana su Delle Chiaie fu spiccato un mandato di cattura internazionale, visto che all’epoca faceva la spola tra Spagna e Sud America dove continuava la sua l’attività fiancheggiando le giunte militari di tutta l’America Latina (dal Cile alla Bolivia all’Argentina).. Estradato in Italia nel 1987 venne processato e assolto da tutte le accuse. Lo scomparso Andrea Barbato disse di lui: “Lei è un imputato particolare, o è un colpevole molto fortunato o è un innocente molto sfortunato”. Ai militanti di Avanguardia Nazionale si sarebbero aggiunti anche quelli del già citato “Fronte Nazionale” di Borghese e del “Movimento Politico Ordine Nuovo”, fondato da Pino Rauti e poi passato nelle mani di Clemente Graziani e Sandro Saccucci dopo il rientro di Rauti nell’MSI.

 

Anche dagli ambienti militari non mancò il supporto all’operazione. Tra i luogotenenti di Borghese vi erano il generale dell’Aeronautica Giuseppe Casero e il colonnello Giuseppe Lo Vecchio, che presero posizione nei pressi del Ministero della Difesa garantendo di avere il beneplacito del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, il generale Fanali. Il maggiore Luciano Berti, alla testa di un gruppo di 187 allievi cadetti del Corpo Forestale partì da Città Ducale e si appostò nei pressi della sede della RAI, azioni simili erano già previste a Venezia, Milano, Reggio Calabria, Verona, in Toscana ed in Umbria. Tutto sembrava pronto, si attendeva solo il segnale convenuto, che poi era la parola d’ordine “Tora Tora Tora” , la stessa dell’attacco giapponese a Pearl Harbour nel 1941.

 

Ma la notte dell’8 dicembre arrivò un contrordine. Invece del via libera al golpe tanto atteso, Junio Valerio Borghese ordinò il rientro immediato dell’intera operazione. A tutt’oggi nessuno conosce con certezza i motivi di tale decisione, l’unico fatto certo fu che Borghese certamente obbedì ad ordini superiori, ma egli si rifiutò fino alla morte di parlarne con chiunque, compresi i suoi più stretti collaboratori. Il processo non ha chiarito molto su questo aspetto e tanto meno come sia stato possibile che tale disegno sia stato concepito in maniera così meticolosa e senza il minimo intoppo all’interno stesso degli apparati dello Stato. Le ipotesi si sprecano: da un lato si pensa al mancato appoggio, che venne a mancare ad operazione in corso da parte di uno dei settori più importanti del progetto golpista: l’ Arma dei Carabinieri,.

 

Interessante in questa vicenda fu anche il ruolo del colonnello dell’esercito Amos Spiazzi (finito nelle indagini per la Rosa dei Venti e oggi animatore di un gruppo di destra). Secondo i sostenitori dello scenario del golpe la notte egli mosse da Milano con una colonna di militanti con lo scopo di occupare Sesto San Giovanni; a suo dire invece, a Borghese fu tesa una trappola, il golpe sarebbe stato utilizzato dalla DC per emanare leggi speciali, e fu lui stesso a telefonare a Borghese avvisandolo dell’imminente pericolo, in quanto l’esercito aveva già avviato la cosiddetta “Esigenza Triangolo”, a supporto delle forze dell’ordine contro eventuali disordini. Secondo Amos Spiazzi, le forze politiche nazionali più legate e devote agli Stati Uniti volevano e dovevano continuare a governare l’Italia a qualunque costo e con qualunque mezzo. Le minacce di colpi di stato erano un pericolo inventato, un modo per poter tenere in piedi un sistema di polizia. In breve, una dittatura pluripartitocratica, a detta di Spiazzi, che “da sessant’anni governa l’Italia non tenendo conto del volere dei cittadini”.

 

A leggere i documenti in circolazione per la “rivoluzione del 9 dicembre” i discorsi non sembrano molto diversi, fortunatamente e al momento, senza militari coinvolti direttamente.

Gallino: “Un colpo di stato è in atto in Italia e in Europa” Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

 

«Le misure della legge di stabilità, per quanto sembrino sorrette da buone intenzioni, in una prospettiva minimamente di sinistra hanno il grave di difetto di continuare a essere più che mai provvedimenti a pioggia, mentre il paese è in emergenza con 10 milioni tra disoccupati, precari, scoraggiati, vale a dire il 40 per cento della forza lavoro attiva – afferma Luciano Gallino, autore di Il colpo di Stato di banche e governi (Einaudi) – Con questi spiccioli buttati qua e là il risultato sarà quasi inesistente».

Cosa ne pensa di quello che il governo chiama «reddito minimo» mentre in realtà è una social card?
Invece di investimenti da 10 o 20 miliardi nel campo del lavoro o sul dissesto idrogeologico si fa una cosina che non servirà nemmeno come esperimento. In Francia dove è stato sperimentato il «reddito di solidarietà attiva», l’esperimento riguardava un milione di persone con un impegno finanziario enormenemte superiore ai 40 milioni di euro all’anno stanziati in Italia. Con queste modestissime risorse non inciderà sulla povertà. Aggiungo che non sono favorevole al reddito minimo. Penso che se ci sono le risorse sarebbero più utili da spendere per creare posti ad alta intensità di lavoro, e soprattutto niente grandi opere. Il reddito minimo è un intervento di portata non direttamente paragonabile a interventi diretti sull’occupazione, ma avrebbe qualche giustificazione se fosse una modalità per superare la congerie della cassa integrazione in deroga, dei sostegni alla famiglie in povertà, dell’Aspi. Si potrebbe mettere ordine integrando tutto nella sola voce del sostegno al reddito per chi non ha occupazione.

Quello in corso in Italia, e in Europa, sarebbe per lei un colpo di stato. In cosa consiste?
Si può parlare di colpo di stato quando una parte dello stato stesso si attribuisce poteri che non gli spettano per svuotare il processo democratico. Oggi decisioni di fondamentale importanza vengono prese da gruppi ristretti: il direttorio composto dalla Commissione Ue, la Bce, l’Fmi. I parlamenti sono svuotati e hanno delegato le decisioni ai governi. I governi li hanno passati al direttorio. Se questa non è la fine della democrazia, è crtamente una ferita grave. Pensiamo al patto fiscale, un enorme impegno economico e sociale con una valenza politica rilevantissima di cui nessuno praticamente ha discusso. I parlamenti hanno sbattuto i tacchi e hanno votato alla cieca perchè ce lo chiedeva l’Europa. Non esistono alternative, ci è stato detto. Questa espressione è un corollario del colpo di stato in atto.

Il governo Letta è l’espressione di questo colpo di stato?
Lo è fino al midollo. Perchè tutti i suoi componenti rappresentano l’ideologia neoliberale per la quale l’essenziale è la decisione, che sia rapida efficiente ed economicamente razionale.

Crede che Letta e Napolitano avvertano la difficoltà di mantenere il piano dell’austerità?
Direi che prima se ne rendono conto, meglio sarà per tutti.

Ma è realistica la loro intenzione di ammorbidire l’austerità?
Non lo è, un pò di pioggerella su un grande pascolo non fa crescere i baobab o le sequoie. Gli alberi bisogna piantarli, non innaffiare il prato aspettando che dopo tre o quattro decenni crescano da soli.

Uno degli effetti del colpo di stato è stato l’introduzione del pareggio di bilancio nella costituzione italiana?
È avvenuto in tutti i paesi membri dell’Unione Europea dopo la decisione del consiglio europeo sotto la spinta del direttorio. Bisogna assolutamente rientrare dal debito in 20 anni, riportandolo al 60%. Questo valore è inventato. Poteva essere il 50% o il 70%. Il dogma poi è diventato sacro. Questa decisione impone all’Italia di trovare 50 miliardi di euro ogni anno, per i prossimi venti. Significa l’impossibilità assoluta di farvi fronte. Qualora fosse realizzato questo piano sarà imposta una miseria rispetto alla quale quella della guerra del 40-45 sarà poca. Questa decisione doveva essere discussa, sottoposta a un referendum, per rendere edotti i cittadini di cosa significava.

A cosa è ispirato il progetto politico di chi dirige questo colpo di stato?
La maggior parte dei nostri governanti ha assorbito l’ideologia neoliberale per cui i cittadini non devono pronunciarsi, perchè danno fastidio, si mettono a discutere di cose che non capiscono, intervengono su decisioni che riguardano la loro vita, ma se si prendono alla spiccia è meglio, senza interferenze. La democrazia è un intralcio quando si devono prendere decisioni economiche e finanziarie in modo veloce. Angela Merkel al suo parlamento ha detto che viviamo in un sistema democratico e quindi è corretto che il parlamento esamini le leggi a condizioni che si arrivi a decisioni conformi al mercato. La direttrice dell’Fmi Christine Lagarde sostiene la stessa cosa. Quello che queste due signore auspicano è già avvenuto. I parlamenti non decidono nulla.

Quello che tratteggia sembra un moloch politico-finanziario praticamente inattaccabile. In che modo si può costruire un potere alternativo?
Me lo chiedono sempre, ma le alternative ci sono e gli dedico 35 pagine del libro. La riforma essenziale è quella del sistema finanziario per affrontare la possibilità di una nuova crisi che può esplodere nel giro di pochi anni. Questo sistema è lontanissimo dalle esigenze delle economie reali e dalla produzione di beni utili per la comunità. In Europa si discute di questo dal 2008 senza combinare nulla, salvo pubblicare numerosi rapporti o studi. La riforma dell’architettura finanziaria della Ue è fondamentale, come anche l’intervento sui trattati europei. Siamo arrivati al paradosso che si possono cambiare le costituzioni in due ore, mentre il trattato di Maastricht viene ritenuto immodificabile. Questo trattato ha limiti gravissimi, assomiglia allo statuto di una corporation, mentre sarebbe molto bello che la piena occupazione comparisse non una sola volta come oggi, ma come il suo scopo centrale. Bisogna inoltre modificare lo statuto della Bce. Davanti a 26 milioni di disoccupati e 126 milioni a rischio di povertà persegue la stabilità dei prezzi, mentre dovrebbe regolare il credito e l’attività finanziaria, prestare a enti pubblici a cominciare dagli Stati. Una facoltà che hanno tutte le banche centrali, tranne la Bce.