I fratelli pentiti e la vendetta (mancata) dei Mazzei Giuseppe Scollo scuote la malavita di Linerida: livesiciliacatania

Domenica 21 Giugno 2015 – 05:44 di

Le rivelazioni dell’ex reggente dei Santapaola, diventato a gennaio collaboratore di giustizia, hanno blindato l’inchiesta Enigma, che martedì ha fatto scattare le manette ai polsi dei picciotti di Nuccio Mazzei.

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CATANIA – Lineri è un terreno fertile per i clan mafiosi. La frazione misterbianchese, al confine di Catania, è stata al centro in questi giorni della retata Enigma che ha polverizzato la squadra di Nuccio Mazzei. Questa porzione di terra catanese sarebbe stata una roccaforte di estorsioni e traffico di droga per i Carcagnusi. Un’indagine quella della Squadra Mobile di perfetto fiuto investigativo e di grande conoscenza dei codici e dei sistemi di adattamento della criminalità organizzata alle dinamiche dell’economia.

A blindare le accuse nei confronti di molti degli oltre 35 indagati sono le parole di Giuseppe Scollo, ex reggente di Lineri della famiglia Santapaola Ercolano e diventato il 19 gennaio scorso collaboratore di giustizia. Le sue rivelazioni sono già entrate nel fascicolo dell’inchiesta del Pm Rocco Liguori, pronto tra qualche settimana a formulare le richieste di rinvio a giudizio nei confronti del capomafia Nuccio Mazzei, dei picciotti di Lineri e dei presunti imprenditori collusi.

Pippo Scollo, dunque, inchioda i Carcagnusi. Quasi una beffa: perchè i Mazzei avrebbero voluto vederlo morto. Anzi avrebbero voluto vedere in una bara lui e il fratello Antonio, anche lui soldato del Gruppo di Lineri – San Giorgio, per regolare i conti in merito all’omicidio di Michelangelo Domenico Loria ucciso la sera del 28 febbraio 2007. Antonio Scollo decide di entrare nel programma di collaborazione anche perchè ad un certo punto si sente braccato dai Carcagnusi pronti a vendicare la morte di Loria, appena 18enne, e il ferimento del fratello Francesco. Ma i “Santapaola non mi proteggevano”- disse ai magistrati quando iniziò a collaborare nel 2011. Per quei fatti di sangue è stato condannato a 22 anni e 6 mesi di carcere.

Antonio non si è fatto scrupoli e ha accusato il fratello per quell’omicidio che nulla però aveva a che vedere con gli affari di mafia. Giuseppe Scollo ha ucciso Michelangelo Loria e ha colpito alla testa il fratello 23enne. La sparatoria è avvenuta in strada a Librino: doveva essere un’azione punitiva per il furto della Bmw di Mario Villa, amico dei fratelli Scollo, ma finì tragicamente nel sangue. Era stato organizzato un incontro “chiarificatore”, ma Francesco Loria decise che invece delle parole servivano le pallottole: Antonio Scollo e Mario Villa sono stati feriti ai piedi. A quel punto i due fratelli Scollo reagirono. I Loria sono figli dell’ergastolano Gaetano, elemento di spicco della cosca Mazzei. Per questo in un primo momento gli inquirenti pensarono a un regolamento di conti tra clan: ma invece si trattava di un affare personale, tanto che i Santapaola lasciarono i due fratelli scoperti alla vendetta dei Carcagnusi. A salvargli la vita, forse, la galera: ma il “tradimento” della famiglia ha acceso la miccia in Antonino Scollo a “tradire” l’organizzazione mafiosa. E pochi mesi fa lo ha seguito in questa scelta il fratello Giuseppe.

Pippo Scollo ha inflitto un nuovo colpo mortale ai Carcagnusi. Questa volta senza pallottole, ma fornendo agli inquirenti importanti elementi di riscontro alle risultanze investigative di Enigma. Gli affari della malavita di Lineri erano affar suo: Giuseppe Scollo, infatti, controllava la zona per conto dei Santapaola. I Mazzei sembra avessero ricevuto una sorta di placet da parte di Cosa nostra a operare nella frazione. Liguori – in conferenza stampa – l’ha definita “una joint-venture con i Santapaola”. E l’intermediario sarebbe stato Alfio Cavallaro (arrestato nel blitz), non affiliato, ma ritenuto vicino agli ambienti della famiglia di “Nitto”.

“Ero il reggente di Lineri”. Giuseppe Scollo interrogato nel corso di un processo si è presentato così. “Ho deciso di collaborarare con la giustizia per tagliare tutti i contatti del passato e soprattutto aiutare la mia famiglia”. Le rivelazioni dell’ex santapaoliano stanno portando colpi di scena in diversi processi. Ha infuocato gli animi dei difensori di Orazio Finocchiaro, accusato di aver pianificato di uccidere un pm, rivelando di aver assistito in carcere allo sfogo di Franco “Iattaredda” Finocchiaro mentre manifestava “la sua contrarietà nei confronti del progetto di attentato al magistrato Pacifico”. “Ma che si sente Toto Reina…” avrebbe detto rabbiosamente – a detta del pentito – il boss dei Cappello nei confronti del nipote Orazio. E Giuseppe Scollo è entrato anche nella lista dei testi dell’accusa nel processo di appello a carico dell’ex governatore Raffaele Lombardo.

La mafia sconfitta….che continua ad organizzare attentati di morte da: antimafia duemila

giacalone-rino4Le ultime indagini arrivano da Caltanissetta: il pm Gabriele Paci doveva essere ucciso per avere smascherato e fatto arrestare un finto pentito
di Rino Giacalone – 12 maggio 2015
“La sensazione che abbiamo è netta. La mafia ha perfezionato falsi pentiti, ha finto di chinare la schiena dinanzi ai sequestri e alle confische, ha messo in moto una macchina cercando di indirizzare il lavoro dei magistrati, ha dato lavoro a procure e tribunali e intanto si è riorganizzata, più forte di prima”. E’ la voce di un magistrato, uno di quelli che operano nelle frontiere di questo nostro Paese. Un pm di periferia.

Non desidera che venga fatta pubblicità al suo nome perché, spiega, “questa non è solo il mio pensare ma è il pensiero di tanti di noi, è un pensiero che unisce tanti magistrati e giudici”. E spiega meglio: “Ci stanno facendo lavorare anche per farci distrarre dall’attualità. Oggi la mafia non è più quella delle coppole e delle lupare ma è la mafia dei colletti bianchi, dei professionisti…punciuti”. L’avversario insomma è più forte, la strategia della sommersione è servita. Rispetto agli antichi scenari oggi c’è lo Stato che spesso riesce ad essere più forte della mafia ma si fa i conti con una nuova realtà: quando si riescono a fare i processi, quando si portano alla sbarra imputati mafiosi o presunti tali, complici e favoreggiatori può scattare la delegittimazione… “oppure ecco che si mette la sordina ai processi”. Sentir dire che Palermo non è più governata da Cosa nostra, mentre si riapre l’aula bunker per nuovi maxi processi  che riguardano fatti anche recenti, fa pensare a quei sindaci che davanti ai morti ammazzati dicevano la che la mafia non esisteva. Sentir dire si una Sicilia rinvigorita nella lotta alla mafia mentre si scopre l’ennesimo piano di morte contro un magistrato, ieri Nino Di Matteo, oggi Gabriele Paci, pm a Caltanissetta, fa respirare solo aria di normalizzazione. Il pm Gabriele Paci doveva essere ucciso per avere smascherato e fatto arrestare un boss che si fingeva pentito, e che fingendosi pentito aveva riorganizzato la cosca. Un attentato svelato da un vero collaboratore di giustizia, ilpalermitano Massimiliano Mercurio, ex uomo d’onore di Brancaccio. Le rivelazioni del collaboratore di giustizia sono adesso al vaglio della Procura di Catania. “Certamente – ha affermato il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari (si legge sul sito di Repubblica.it) – è un fatto inquietante e che abbiamo da subito ritenuto ad altissimo rischio”. Ad ordinare la morte del pm Gabriele Paci  un boss di Gela, Roberto Di Stefano, 48 anni, della cosca Rinzivillo. Di Stefano è in carcere da giugno. Gabriele Paci è un pm da anni impegnato in indagini contro la mafia. Cominciò negli anni ’90 da Trapani, occupandosi del processo sulla raffineria di eroina scoperta il 30 aprile 1985 dalla Polizia ad Alcamo, poi dei processi legati alla vecchia mafia trapanese e in Corte di Assise per i delitti commessi nella guerra di mafia di Alcamo dei primi anni ’90. Trasferito alla Dda di Palermo con Massimo Russo fu il pm che istruì il primo maxi processo alla mafia trapanese, il cosidetto processo Omega. Un processo importante ma non adeguatamente considerato. Oggi si discute del sostegno dato dalla mafia al partito di Forza Italia, ma la circostanza raccontata dai pentiti era già emersa proprio durante quel maxi processo, per fare un esempio. Una sentenza che mandò all’ergastolo per la prima volta l’attuale latitante Matteo Messina Denaro che dalla latitanza fece avere alla corte due segnali precisi: prima l’intimidazione nei confronti del presidente della Corte, l’attuale procuratore di Sciacca Vincenzo Pantaleo, poi la rinunzia al difensore di fiducia, avvocato Celestino Cardinale, rinuncia arrivata per iscritto alla cancelleria della Corte attraverso il servizio postale. Da allora in poi Matteo Messina Denaro non ha più nominato difensori di fiducia, ha avuto sempre legali nominati d’ufficio. Un abile inquirente capace a smascherare i boss che fanno scena. Uno di questi fu l’alcamese Giuseppe Ferro, che per anni evitò le aule di giustizia fingendo la pazzia, fino a quando non fu sbugiardato. E al pm Gabriele Paci il boss Ferro decise di affidare il proprio pentimento, seguendo ciò che il figlio, il medico Vincenzo Ferro aveva già scelto di fare, il collaboratore di giustizia. Lasciata la Sicilia per un periodo breve, il pm Gabriele Paci è tornato chiedendo di andare a far parte della squadra dei pm di Caltanissetta tornando a lavorare con Sergio Lari che aveva avuto già come capo della Procura a Trapani.

Il pentito Lo Verso: “Ho una statuetta che può riaprire il caso Manca” da: l’ora quotidiano

Il collaboratore di giustizia deponendo al processo Borsellino Quater: “Ho una statuetta della Madonna con il bambinello Gesù in braccio che mi regalò Provenzano di ritorno da uno dei viaggi a Marsiglia. Spero possa essere utile per risolvere l’indagine sulla morte dell’urologo”

di Patrizio Maggio

13 gennaio 2015

Una statuetta della Madonna potrebbe riaprire il caso di Attilio Manca, l’urologo trovato morto nella sua casa di Viterbo l’11 febbraio del 2004. Lo ha raccontato il pentito Stefano Lo Verso, deponendo al processo Borsellino Quater, nato dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, che hanno riscritto la fase operativa della strage di via d’Amelio. “Ho una statuetta della Madonna con il bambinello Gesù in braccio che mi regalò Provenzano di ritorno da uno dei viaggi a Marsiglia. Spero possa essere utile per risolvere l’evento dell’urologo Manca” ha detto il collaboratore di giustizia, davanti la corte d’assise di Caltanissetta.

Proprio oggi la Commissione parlamentare antimafia si sta occupando del caso, ascoltando la deposizione del procuratore della Repubblica di Viterbo, Alberto Pazienti, e del pm Renzo Petroselli, titolari delle indagini sul caso dell’urologo assassinato. “Ci fu un incontro nell’agosto 2003, la casa l’avevo messa a disposizione io. Lui si era spostato in Francia. La prima volta in giugno ed era rientrato in luglio. Un’altra tra fine settembre e inizio ottobre, il mese successivo degli arresti per le talpe in Procura. Ecco nel mezzo ci fu questo incontro nell’agosto 2003 e c’era appuntamento con Ciccio Pastoia e Nicola Mandalà e lui mi portò un souvenir. Era una madonnina con bambino Gesù in braccio. Questa statuetta io la ricollegai al fatto che sicuramente Provenzano era stato in un luogo religioso e che quindi mi porta un pensierino”, ha raccontato Lo Verso interrogato dall’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino.

“Questa statuetta – ha continuato Lo Verso – io la tengo conservata non sotto l’aspetto che si tratta di un regalo di Provenzano ma perché questa madonnina possa essere utilizzata per risalire alle indagini che che possibilmente possono essere utili per risolvere l’evento che stanno cercando in tutti i modi i magistrati per il caso dell’urologo Manca che è stato, qualcuno dice è stato ucciso qualcuno qualcuno che si è suicidato. Io tengo tutto conservato per poter dare luce su questo evento”.

“Era sicario di Cosa nostra”, la figlia del boss riconosce “faccia da mostro” da: antimafia duemila

faccia-di-mostro-visoLe nuove dichiarazioni di Giovanna Galatolo

di AMDuemila – 9 giugno 2014
Di lui aveva parlato per la prima volta Luigi Ilardo, mafioso infiltrato dai Carabinieri al seguito di Bernardo Provenzano, ucciso appena prima di fare il salto e diventare collaboratore di giustizia. Giovanni Aiello, alias “faccia da mostro” per una cicatrice che gli ha deturpato il volto (una fucilata) secondo Ilardo sarebbe stato presente in molti delitti misteriosi come il fallito attentato all’Addaura dell’estate dell’89, organizzato ai danni del giudice Giovanni Falcone, o l’omicidio del poliziotto palermitano Nino Agostino (ucciso insieme alla moglie nello stesso anno). Per questo eccidio il padre Vincenzo ha sempre ricordato l’uomo con il volto butterato come “quello che è venuto una settimana prima a chiedere di Nino, una faccia così non si può dimenticare”.

Anche un altro collaboratore di giustizia, Vito Lo Forte, aveva parlato di “faccia da mostro” come di un uomo che ha avuto ripetuti contatti con Cosa nostra, ma questa volta è la figlia del boss Vincenzo Galatolo (coinvolto nella vicenda dell’Addaura e nell’omicidio del generale Dalla Chiesa, per il quale è stato condannato all’ergastolo) a puntare il dito contro Giovanni Aiello, come riportano le colonne di Repubblica. Giovanna Galatolo dopo aver rinnegato la famiglia mafiosa ha iniziato a collaborare rivelando molti segreti e affari familiari. Pochi giorni fa, durante un confronto all’americana la donna è stata chiamata a riconoscere l’uomo col volto deturpato, disposto al fianco di alcuni attori camuffati. E non ha avuto dubbi: “È lui l’uomo che veniva utilizzato come sicario per affari che dovevano restare molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino”. Giovanni Aiello è un ex poliziotto della sezione antirapine della Squadra Mobile di Palermo (quando era diretta da Bruno Contrada, successivamente numero 3 del Sisde e condannato per mafia) che sostiene di non avere alcuna responsabilità nei fatti in cui risulta indagato, se non altro per il fatto di non aver più messo piede in Sicilia dal 1976. In realtà, però, l’uomo è indagato da quattro procure, sospettato di aver intrattenuto rapporti con i boss (dalle procure di Catania e Reggio Calabria) e di aver preso parte alle stragi siciliane del ’92 fino ad arrivare alla trattativa (da Palermo e Caltanissetta). Qualche mese fa gli inquirenti perquisendo l’abitazione dell’ex poliziotto a Catanzaro hanno trovato dei biglietti recenti del traghetto per Messina. Subito dopo gli è stato notificato un avviso di comparizione per il confronto con la figlia di don Enzo, che già precedentemente aveva mostrato di riconoscere l’uomo in una fotografia.
La Galatolo ha riferito ai pubblici ministeri Di Matteo, Del Bene e Tartaglia, che si occupano delle indagini sulla trattativa bis, che Aiello “si incontrava sempre con mio padre, con mio cugino Angelo e con Francesco e Nino Madonia”. All’inizio della sua collaborazione la donna aveva dichiarato di non voler “più stare nella mafia, perché ci dovrei stare? Solo perché mio padre è mafioso? No, non ci sto. Non voglio stare nell’ambito criminale. Né voglio trattare con persone indegne” ma solo “dedicarmi a mia figlia”. E poi aveva iniziato a parlare. Di soldi, investimenti e rapporti con la politica, del suo ruolo all’interno della famiglia, educata a sapere tutto e a non dire niente: “Non facevo parte dell’associazione, ma spesso ho ripulito delle abitazioni che avevano ospitato latitanti e lavato vestiti imbrattati di sangue come quelli di Francesco Madonia e Francesco Di Trapani” ha poi dichiarato agli inquirenti. Ora le nuove dichiarazioni della figlia del boss potrebbero dare una scossa alle indagini sulla trattativa Stato-mafia, sulle stragi di Capaci e via D’Amelio e su molti dei misteriosi omicidi di Cosa nostra degli anni ’80.

I misteri su Via D’Amelio di Mario Santo Di Matteo irrompono nel Borsellino quater da: antimafia duemila

di matteo proc borsellino quaterTra i teste di oggi anche Leonardo Messina e Angelo Fontana

di Aaron Pettinari – 28 maggio 2014
Terzo giorno di trasferta romana per il processo “Borsellino quater” che vede come imputati i boss Vittorio Tutino e Salvo Madonia e i falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino.
Oggi è stata la volta dell’audizione del collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo,  padre di Giuseppe, il bambino rapito da Cosa nostra e sciolto nell’acido dopo due anni prigionia.
Il pentito ha ribadito di aver preso parte alle fasi preparatorie dell’attentato contro il giudice Giovanni Falcone, e di aver fornito ai fratelli Graviano, i boss mafiosi del quartiere palermitano di Brancaccio, i telecomandi che poi sarebbero stati utilizzati per far saltare in aria l’autobomba che 57 giorni dopo uccise a Palermo il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. “Un paio di telecomandi li aveva comprati Brusca, erano di quelli che si usano per le macchinette – ha raccontato l’ex boss di Altofonte – Li prese in un negozio di giocattoli. Altri due invece li portò Rampulla. Facemmo più prove per l’attentato di Capaci. Questi telecomandi li avevo io in custodia e qualche tempo dopo venne Antonino Gioé a chiedermi questi telecomandi su ordine di Brusca. E li consegnammo ai Graviano. Siamo prima della strage di via d’Amelio ma io non sapevo che servivano per quello”. Ma non è solo su questo aspetto che i pm nisseni, Gozzo, Luciani e Paci hanno voluto sentire il pentito. Quella di Mario Santo Di Matteo non è sicuramente stata una collaborazione con la giustizia facile. Eppure che non abbia ancora rivelato tutto quello che sa in merito all’attentato al giudice Borsellino, in cui persero la vita anche gli uomini della scorta, è un dubbio più che legittimo in particolare se si prende in esame l’intercettazione del 14 dicembre del 1993 in cui questi si trova a colloqui con la moglieFrancesca Castellese, presso i locali della Dia, a poche settimane dalla scomparsa del figlio. Un dialogo drammatico in cui la madre appare disperata con il padre che è convinto che per suo figlio non c’è più nulla da fare. E’ a quel punto che la Castellese invita il marito a non parlare più:

CASTELLESE: tu a tò figliu accussì l’ha fari nesciri, si fa questo discorso
DI MATTEO: ma che discorso? Ma che fa
CASTELLESE:  parlare della mafia
DI MATTEO: Ah, nun ha caputu un cazzu
CASTELLESE:  come non ha caputu un cazzu?
Parlano sottovoce
CASTELLESE: Oh, senti a mia, qualcuno è infiltrato (?) per conto della mafia
DI MATTEO: (?)
CASTELLESE:  Aspè, fammi parlare (incomprensibile) Tu questo stai facendo, pirchì tu ha pinsari alla strage di BORSELLINO, a BORSELLINO c’è stato qualcuno infiltrato che ha preso (?)
DI MATTEO: (?)
CASTELLESE:  Io chistu ti dicu … forse non hai capito
DI MATTEO: tu fa finta, ora parramo cu’…
CASTELLESE:  Io haia a fare finta, io quannu cu’ papà ci dissi ca dà vota vinni ni tì capito, parlare cu to figlio
Parlano sottovoce e velocemente: incomprensibile
DI MATTEO: No tu dici se u’ sannu, lu sta dicinnu tu
CASTELLESE: capire se c’è qualcuno della Polizia infiltrato pure nella mafia e ti …  
DI MATTEO: Cu?
CASTELLESE: mi dievi aiutare da tutti I punti di vista, picchì iu mi scantu, mi scantu
DI MATTEO: intanto pensa a to (figliu)
(…..)
CASTELLESE:  cioè io pensu au picciriddu, caputu? Tu m’ha capiri! Però, Sa, u discursu è chuistu, nuatri hamma a fari (?)
Incomprensibile, parlano a bassa voce
DI MATTEO: Iddu mi dissi, dice, tò muglieri (?) suo marito ava a ritrattari (Inc.) Iddu, BAGARELLA e Totò (?) sanno pure che c’hanno

E’ partendo da questa conversazione che il pm Nico Gozzo ha lanciato in aula un appello ulteriore al collaboratore di giustizia affinché dica davvero tutto quello che sa sulla strage di via d’Amelio. Del resto lo stesso pentito, intervistato dal Tg1 il 23 novembre 2008, aveva dichiarato che avrebbe presto fatto “i nomi dei Killer della strage di Via d’Amelio”. Eppure, ancora una volta, Mario Santo Di Matteo ha preferito trincerarsi dietro “l’errore”. “Non può essere così – ha detto – io ho sempre detto tutto. Io se sapevo altre cose su Borsellino le avrei dette. Caso mai su Capaci volevano che stavo zitto. Si parlava così di mio figlio. Mia moglie era preoccupata. Si parlava di poliziotti che potevano interessarsi per cercare mio figlio. Non c’è assolutamente altro”. Eppure è tutto scritto nero su bianco e sembra davvero esserci poco spazio per le interpretazioni. Non solo, in un verbale del 1997 parla anche dei coinvolgimenti di Giovanni Brusca, Pietro Aglieri e Carlo Greco nella strage di via d’Amelio e che Riina aveva incaricato i Graviano della strage, anche se oggi ha ridimensionato) “Di Brusca dico che era per forza informato come capomandamento”) dicendo che Aglieri e Greco erano presenti ad un incontro nel periodo precedente alla strage. Di Matteo ha anche escluso di aver ricevuto in questi anni nuove minacce da quando è stato ucciso il figlio.

L’ultimo colloquio con Gioè
Altro episodio misterioso che ha visto coinvolto Di Matteo prima che fosse pentito è quello dell’ultimo dialogo con Antonino Gioé, prima che questi morisse in circostanze che ancora oggi sono tutte da chiarire nella notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993. “Mi trovavo presso il carcere di Rebibbia e passeggiavo all’esterno durante l’ora d’aria. Da una finestra si affaccia Gioé. Mi sembrava un barbone per come era messo in viso. Gli chiesi come stava se faceva colloqui con la famiglia. Mi disse che stava bene che mangiava pesce spada e che tutti i giorni vedeva il fratello. In quel momento capii che stava combinando qualcosa e pensai che stesse collaborando. E all’indomani mattina mi portano all’Asinara. Lì dopo qualche giorno che si diffuse la notizia della morte vennero ad interrogarmi e mi dissero che Gioé aveva parlato di me nella lettera. Io sono sempre convinto che si sia ucciso perché aveva saltato il fosso”.
Di Matteo ha anche confermato degli incontri tra Antonino Gioé e Paolo Bellini, uomo che “a dire di Gioé era appartenente dei servizi segreti. Ci serviva perché si doveva interessare del fatto del carcere duro. Lui ne aveva parlato con Brusca. In cambio avremmo dovuto recuperare un quadro ma poi questa cosa è finita”.

Leonardo Messina: “Feci a Borsellino i nomi di D’Antona e Contrada”
Il secondo collaboratore di giustizia sentito in aula è stato Leonardo Messina. Di fornte alla Corte d’assise di Caltanisetta, il collaboratore di giustizia ha parlato di una riunione che si è tenuta ad Enna in cui “si sviluppò una nuova strategia. In quel periodo c’erano contatti con altre forze politiche per nuovi contatti. Mi informarono anche che la Lega era nostra alleata che Bossi era un ‘un pupo’. Mi si spiegò che l’uomo forte della Lega era Miglio, che era in mano ad Andreotti”. Non solo.
Sollecitato dalle domande dei pm ha parlato anche della massoneria (“Era usuale che alcuni membri di Cosa nostra entrassero in contatto con certe entità. Io stesso entrai e informai Piddu Madonia”), e del rapporto che vi era tra le varie organizzazioni mafiose italiane: “Mi riferirono che c’era una commissione nazionale, una struttura che deliberava tutte le decisioni più importanti ed evitava la guerra continua tra le varie mafie. In commissione sedevano i rappresentanti delle organizzazioni criminali. C’era Cosa nostra, la ‘Ndrangheta e i napoletani”.
Nel corso della sua deposizione, il pentito di San Cataldo si è soffermato anche sulla riunione nella quale si decise di uccidere Giovanni Falcone e Gaspare Mutolo (anch’egli collaboratore di giustizia). Messina non partecipò a quell’incontro, ma venne a conoscenza dei temi trattatati tramite il suo referente mafioso (Borino Miccichè). “Nessuno si oppose – ha raccontato il pentito – si decide anche di usare la sigla terroristica Falange Armata. Era una nuova strategia politica della Commissione a cui nessuno apparentemente si oppose anche se in realtà c’erano due correnti a quel punto. Un’ala stragista e una più moderata. Queste cose le dissi a Borsellino quando iniziai a collaborare”. E in realtà al giudice ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992 aggiunse anche altro. “Noi avemmo un breve dialogo non verbalizzato pochi giorni prima dell’attentato. Io alle riunioni non sentii mai l’idea di un attentato a Borsellino e glielo dissi allo stesso giudice. Eppure lui aveva il volto tirato, temeva di morire di lì a poco. La sera prima di morire, mi disse che non ci saremmo più visti. Sapeva di dover morire. Io gli dissi che nella riunione (nella quale venne deciso di uccidere Falcone, ndr) non era stato fatto il suo nome. Forse sbagliai a rassicurarlo. Gli dissi anche che sapevo che Mutolo collaborava. Da chi lo appresi? Dagli ambienti della caserma in cui mi trovavo”.
A Borsellino parlò anche di contatti tra Cosa nostra ed esponenti dei Servizi segreti. “Noi sapevamo che Contrada era vicino. Ma lo era anche Ignazio D’Antona, dirigente della Squadra Mobile di Palermo. Questi nomi li ho fatti al dottor Borsellino nel nostro colloqui informale. Ma gli parlai anche di vigili urbani, pretori, avvocati, onorevoli. Tutti a braccetto con la mafia”.

Fontana, l’Addaura e il Castello Utveggio
Ultimo dei teste a sfilare quest’oggi innanzi alla Corte presieduta da Balsamo è stato il pentito Angelo Fontana. Questi ha iniziato la propria deposizione ripercorrendo le fasi della propria collaborazione entrando subito nel vivo del proprio “ripetuto cambio di versione” in merito al proprio coinvolgimento nei fatti. “Per essere considerato in un certo modo come collaboratore di giustizia dovevi aver compiuto qualcosa di un certo tipo ed io avevo bisogno di accreditarmi in qualche modo – ha detto rispondendo alle domande dei pm – Così mi inventai la partecipazione all’attentato fallito contro il giudice Falcone. Ma a parte questo ho detto quello che so e che mi è stato raccontato”. L’ex boss dell’Acquasanta, che aveva accusato il cugino Angelo Galatolo di aver partecipato al fallito attentato, non poteva essere infatti presente in quanto, a quel tempo, si trovava in America dove viveva con l’obbligo di firma a New York. A prescindere dalla propria presenza o meno non si può ignorare il riscontro della polizia scientifica che incastra proprio Angelo Galatolo, che era stato già condannato nel primo processo per la bomba piazzata da Cosa nostra davanti alla villa del giudice Giovanni Falcone, nel giugno 1989. Anche perché gli accertamenti hanno ribadito che è sua la macchia di sudore rinvenuta ventuno anni dopo su una maglietta che era stata abbandonata accanto alla borsa carica di esplosivo. “Galatolo aveva il telecomando in mano – ha raccontato il collaboratore – era dietro uno scoglio, a circa 50 metri, in un incavo tracciato dal mare. Poi, l’attentato non si fece perché Nino Madonia fece segnale a tutti di rientrare dopo aver notato la presenza della polizia sugli scogli. Galatolo, che aveva il telecomando, si gettò in acqua”.
Ma il pentito ha fornito un contributo, e per questo in particolare ha deposto quest’oggi, sul Castello Uveggio. L’ex boss dell’Acquasanta ha ribadito, seppur con meno certezza, che “ Vincenzo Galatolo mi disse che Gaetano Scotto andava a Monte Pellegrino per incontrare alcune persone dei Servizi. Anche se non ho mai approfondito. A me mi parlavano di amici, delle persone”. Scotto è uno degli scagionati della strage, anche se, così come scoperto da Gioacchino Genchi, telefonò per ben due volte al Cerisdi, che si trovava proprio all’Utveggio, il 6 febbraio ed il 2 marzo 1992. Un aspetto che resta tutto da chiarire.
Il processo è stato quindi rinviato a domani quando, sempre all’aula bunker di Rebibbia, saranno sentiti i collaboratori di giustizia Malvagna, Vara e Grazioso.