Perché non dobbiamo disperdere il patrimonio accumulato. L’ultimo libro di Claudio Gambini su comunisti e sindacato Autore: giuseppe carroccia da: controlacrisi.org

L’ultimo libro di storia di Claudio Gambini, Comunisti e sindacato. Dalle origini alle leggi eccezionali(1921-1926). Editori Riuniti 2015. pag. 344,ricostruisce con la consueta serietà storiografica, una fase decisiva, fondativa, nella vita del partito comunista e del movimento operaio italiano, benché poco approfondita dalla ricerca storica.
Attraverso una scrittura rigorosa e avvincente che aderisce alla incandescenza degli avvenimenti narrati con una copiosa e scrupolosa massa di dati e fatti, (spesso confinati nelle note a piè pagina di cui si consiglia la lettura integrale), Gambini ripercorre la storia di quegli anni terribili intrecciando la narrazione degli attacchi padronali e fascisti, le lotte difensive e i tentativi di contrattacco dei lavoratori con il dibattito che attraversa il Partito comunista, la Fiom e la Cgil .

Nessuno degli aspetti che compongono la situazione storica vengono trascurati. Dai dati oggettivi: la crisi economica e la riorganizzazione del capitalismo industriale; a quelli soggettivi: debolezza del partito socialista e della Cgil, ambiguità della Fiom guidata da Bruno Buozzi, attesismo degli aventiniani, formazione ordinovista del nuovo gruppo dirigente comunista e suoi rapporti con l’Internazionale, limiti dell’azione degli stessi comunisti per il ruolo che ancora hanno le posizioni bordighiste. Lo sviluppo delle diverse posizioni è spiegata evidenziando le ragioni profonde che spingono gli attori sociali e politici a compiere scelte che influenzeranno il corso degli avvenimenti fino alla sconfitta e alla piena affermazione del fascismo.

La caratteristica principale della posizione dei comunisti, guidati da Gramsci e Togliatti, consiste nel provare e riprovare, malgrado le difficoltà estreme, a radicarsi nelle fabbriche e a sviluppare nelle lotte democrazia e partecipazione, per battere il fascismo e costruire il socialismo.
Si costruiscono pertanto, i comitati sindacali per mantenere in vita la Cgil (e le camere del lavoro) provando a spostarla su posizioni antifasciste, contrastando i progressivi compromessi che i dirigenti, le burocrazie, cominciano ad avere verso il fascismo e i sindacati corporativi appena costruiti dal regime. E’ un impegno assolutamente prioritario al punto che Serrati in una circolare propone l’espulsione dal partito per chi non si impegna nell’attività sindacale
Ma contemporaneamente, su spinta di Gramsci, si promuovono i comitati d’officina a cui possono aderire tutti gli operai per rivitalizzare il protagonismo operaio dopo l’eliminazione delle commissioni interne. Si prova cioè a difendersi contrattaccando, usando le istituzioni che il movimento operaio si era dato durante la fase offensiva, l’occupazione delle fabbriche, con l’esperienza consiliare del biennio rosso 1919/20.

Come sottolinea Alessandro Hobel nella sua esauriente prefazione è l’idea, che Gramsci svilupperà pienamente nei Quaderni, del controllo operaio come condizione preliminare per prendere e mantenere il potere e costruire una nuova società. Ma è anche l’idea, già presente in Lenin a proposito delle conquiste delle rivoluzioni borghesi, che anche quando si è costretti ad arretrare occorre preservare le istituzioni, il patrimonio che la classe ha prodotto durante la sua storia. Per questo saranno proprio i comunisti insieme a Bruno Buozzi a ricostruire la Cgil in clandestinità dopo lo scioglimento avvenuto in seguito all’approvazione delle leggi speciali. E coerentemente con questa impostazione, la scelta di prendere sempre e comunque l’iniziativa, battendo ogni atteggiamento attendista: troviamo qui la matrice della capacità dei comunisti di organizzare in clandestinità la lotta al regime fascista e dopo l’8 settembre la Resistenza partigiana.

Il dibattito sulla questione sindacale, sempre presente in ogni congresso dell’internazionale Comunista, troverà un momento di sistemazione avanzata nelle Tesi di Lione nel 1926, che costituiscono ancora oggi un metodo insuperato di rapporto tra partito e sindacato, assolutamente attuale e originale. Infatti buona parte delle riflessioni che Eugenio Curiel andrà sviluppando nella sua purtroppo breve azione e direzione politica e che condurranno la classe operaia italiana a essere l’unica a scioperare in piena occupazione nazista nel marzo del 43 e del 44, muovono dallo studio di quelle Tesi. E anche rileggendo gli atti della conferenza operaia del Pci svoltasi a Milano nel 1970 si ritrovano, ormai divenute di massa, patrimonio dell’intera classe, i principi fondamentali elaborati a Lione. Il principale dei quali è che il partito deve avere sempre una politica di massa, non si deve mai staccare da essa: il Pci è il partito della classe operaia e la democrazia operaia va sempre sostenuta e difesa dal tentativo di reprimerla e abolirla.

Di questa esigenza sono consapevoli ovviamente anche gli avversari storici degli operai, i padroni la cui azione antidemocratica, nella fabbrica e nella società, ha sempre ostacolato il progresso democratico, sociale e civile del paese. Anche Marchionne ha i suoi padrini.

La lettura dei libri di Gambini, è assolutamente preziosa non solo da un punto di vista storico(andrebbero studiati nelle facoltà di storia dei partiti politici), ma perché da un lato seguono minuziosamente e con partecipe solidarietà la maturazione della coscienza e delle conquiste operaie, (con gli edili il passaggio dal mutuo soccorso al sindacato e al contratto collettivo; con la biografia di Ettore Reina l’azione per conseguire una legislazione del lavoro avanzata) e dall’altro descrivono impietosamente la reazione tenace e inflessibile del padronato.
Quest’ ultima è all’ ordine del giorno in questa fase storica, come ampiamente dimostra la cronaca politica di questi giorni.
Dallo studio delle elaborazioni più avanzate del nostro passato dovremmo saper ripartire per tornare a saperci difendere e contrattaccare rifondando un partito comunista e un sindacato di classe adeguati alla nuova situazione. Sono l’alfa e l’omega del nostro futuro. Tutto il resto è noia.

In questo senso l’attualità, necessità, del lavoro di Claudio, frutto di vent’anni di ricerche, coincide con la sua opera più matura. Ne è pienamente consapevole, come dimostra la dedica al padre tranviere, di cui Franco Ottaviano nella sua presentazione fa un toccante e sobrio ricordo. Sobrio come è stata la vita di tanti militanti del secolo scorso, sulle cui robuste spalle venivamo portati ai cortei quando ci sembrava di poter toccare il cielo con un dito, tanto luminoso era il futuro che quella generazione aveva costruito per noi. Non disperdiamo quell’esempio e quella pratica di militanza politica generosa, perché come ci ricordava in una recente intervista Pepe Mujica, è uno dei punti più alti dello sviluppo culturale raggiunto dal genere umano. Lavoriamo affinché non sia una specie in via di estinzione.