Caso Manca, dopo l’audizione Fava: “Sciatteria giudiziaria” da: l’ora quotidiano

Il vicepresidente dell’Antimafia, dopo la convocazione del procuratore Pazienti e del pm Petroselli: ”Questa inchiesta è stata gestita con eccessiva superficialità. L’atteggiamento di questi magistrati è stato quello di spazzare via il beneficio del dubbio con sufficienza, come per dire: Attilio era un tossicodipendente occasionale, ma no, forse era un consumatore frequente, il naso si è fracassato cadendo sul letto, insomma molte cose di fronte alle quali chiunque si sarebbe fermato un attimo a ragionare”

di Luciano Mirone

15 gennaio 2015

Non usa mezzi termini Claudio Fava dopo la convocazione a Palazzo San Macuto dei magistrati di Viterbo titolari dell’inchiesta sulla morte dell’urologo Attilio Manca: il vicepresidente dell’Antimafia parla di “sciatterie giudiziarie”, di “superficialità”, e di “pregiudizi negativi” nei confronti della vittima, ma non vuole immaginare complotti, almeno ufficialmente, “per evitare di allontanarci dalla verità”. Stiamo ai fatti, dice Fava. “Ci sono due certezze: la prima è che questa inchiesta è stata fatta male, la seconda è che a Barcellona Pozzo di Gotto (città di origine di Attilio Manca, ndr.) qualcuno mente”.

Qual è l’impressione finale dopo aver ascoltato i magistrati?

“Non è una magnifica impressione. Questa inchiesta è stata gestita con eccessiva sufficienza. Non è un caso che buona parte delle attività istruttorie siano state ripetute, o siano state fatte per la prima volta soltanto su sollecitazione del Gip. Mi è sembrato (e questa la cosa più preoccupante) che ci fosse un pregiudizio negativo addirittura nei confronti della vittima, nel senso che non si riescono ad immaginare ipotesi diverse dalla morte accidentale per overdose. Di fronte ad ogni evidenza, l’atteggiamento di questi magistrati è stato quello di spazzare via il beneficio del dubbio con sufficienza, come per dire: era un tossicodipendente occasionale, ma no, forse era un consumatore frequente, il naso si è fracassato cadendo sul letto, probabilmente perché è stato in posizione supina per molte ore, insomma molte cose di fronte alle quali chiunque si sarebbe fermato un attimo a ragionare”.

Crede che dietro alla morte di Attilio Manca ci sia qualcosa di grosso?

“Attilio Manca non è morto per un’overdose accidentale. E’ un omicidio organizzato con pignola attenzione anche nei dettagli. Credo che Manca si sia trovato coinvolto, consapevolmente o inconsapevolmente, in una vicenda che ha riguardato l’operazione e le cure post operatorie prestate a Provenzano per il tumore alla prostata, e che per questa ragione sia stato ucciso”.

Non è eccessivo che i magistrati di Viterbo – durante l’audizione in Commissione antimafia – abbiano bollato Attilio Manca come un drogato, attribuendo questo termine alla madre che, cinque giorni dopo la morte del figlio, dichiarò a verbale che Attilio, negli anni del liceo, ‘’si era fatto qualche canna’’? La Polizia, invece di scrivere marijuana, scrisse “stupefacenti”, creando da quel momento l’equivoco che Attilio Manca fosse un tossico…

“In Commissione i magistrati hanno citato la deposizione della madre, che ovviamente si riferiva a un periodo studentesco in cui il ragazzo si sarà fatto qualche spinello. Però dicono pure di avere ascoltato alcuni amici d’infanzia di Barcellona, che Attilio Manca avrebbe continuato a frequentare. Secondo costoro, quando il medico scendeva in Sicilia, si ritrovava con loro anche per fare uso di eroina. Tutto questo, però, non ha avuto alcun riscontro. I colleghi laziali di Manca, sentiti sul punto, hanno smentito tutto. Peraltro è praticamente impossibile che un chirurgo possa fare uso di eroina e al tempo stesso entrare in sala operatoria con la stessa abilità di Manca”.

A proposito dei quattro ex “amici” barcellonesi che accusano Attilio Manca di essere un drogato: appartengono al contesto del circolo paramassonico “Corda fratres”, di cui fanno parte, fra gli altri, i boss Rosario Cattafi, uomo di Santapaola e dei servizi segreti deviati, e Giuseppe Gullotti, colui che recapitò a Giovanni Brusca il telecomando della strage di Capaci e che è stato ritenuto dalla Cassazione il mandante dell’assassinio del giornalista Beppe Alfano. Fra questi ex “amici” c’è anche il cugino dell’urologo, tale Ugo Manca (coinvolto in questa storia, la cui posizione è stata archiviata a Viterbo), che risulta vicino alla mafia di Barcellona e al tempo stesso intimo amico dei Colletti bianchi della città.

“In questa indagine non è stato approfondito neanche il contesto criminale di Barcellona. Che vede insieme, in un’unica filiera, Provenzano (che trascorre periodi della sua latitanza proprio in quella città) e Cattafi (che lo ospita), legato a sua volta a Ugo Manca. Non è stata considerata la possibilità di intervenire su quel tessuto di amicizie locali, pilotandole in certe direzioni”.

In che senso?

“La donna romana, considerata dai magistrati di Viterbo come la presunta fornitrice di eroina di Attilio Manca, conduce anche lei a Barcellona. C’è un rapporto dei Ros che mette insieme Provenzano, Barcellona e Cattafi, il quale, ripeto, frequentava Ugo Manca. La cosa sbalorditiva è che i magistrati di Viterbo dicono di non conoscere neanche questo rapporto. Stessa cosa della permanenza di Provenzano a Barcellona. L’unica cosa che dicono di sapere è che Provenzano non può essere stato operato da Manca perché l’intervento non sarebbe stato eseguito in laparoscopia, tecnica nella quale era specializzato Attilio. La cosa impressionante è che sono apparsi informatissimi su alcuni dettagli e particolarmente disinformati sulla dimensione criminale di Provenzano in relazione a Barcellona”.

La famiglia Manca, in tutti questi anni, neanche è stata ascoltata dai magistrati laziali.

“Trovo davvero singolare che la famiglia non sia stata ammessa neanche come parte civile al processo, così come trovo singolare che non siano stati sentiti il padre, la madre e il fratello di Attilio. Ci si è affidati a qualche interrogatorio a distanza, condotto al Commissariato di Barcellona. Penso che sia naturale, in casi del genere, per un pubblico ministero ascoltare un genitore. Non è stato fatto neanche questo”.

Trattativa, Fava: “Lo Voi appoggi pubblicamente l’inchiesta” da: l’ora quotidiano

L’auspicio del vice presidente della commissione parlamentare antimafia: “Al netto dei curricula vorrei essere certo che il nuovo procuratore capo dia sostegno all’inchiesta sul patto Stato mafia”

di Giuseppe Pipitone

18 dicembre 2014

“Al netto dei curricula vorrei essere certo che il nuovo procuratore capo appoggi e dia sostegno all’inchiesta sulla Trattativa”. E’ questo l’auspicio di Claudio Fava, vice presidente della commissione parlamentare antimafia, dopo che ieri sera il plenum del Csm ha nominato Franco Lo Voi come nuovo procuratore di Palermo.

Onorevole Fava, per la prima volta il procuratore capo di Palermo viene eletto con una maggioranza di voti laici, piuttosto che togati: che segnale è?
L’elezione con i voti dei laici è frutto di una parcellizzazione delle correnti: Io spero che nessuno lo legga come un segnale di normalizzazione, di ritorno al passato, che non si traduca in un commissariamento politico della procura di Palermo. E anzi vorrei che il nuovo procuratore si esprima chiaramente su alcuni punti fondamentali.

Per esempio la questione Trattativa?
Ovviamente si: quello è un processo fondamentale per ricostruire giudiziariamente una verità storica essenziale per questo Paese. Un procuratore non ha bisogno di fare un comunicato stampa: per questo spero che Lo Voi sostenga pubblicamente con i fatti quell’inchiesta e i magistrati che la stanno portando avanti, rischiando grosso in termini personali.

Lo Voi ha battuto Sergio Lari e Guido Lo Forte nonostante avesse meno titoli e meno anzianità: come è stato possibile?
Perché il Csm ha seguito la regola dei numeri piuttosto che quella dei titoli, Ma al netto dei curricula, quello che importa, ora, è che Lo Voi rinnovi il sostegno ai pm della Trattativa, e all’inchiesta in corso.

Si tratta dello stesso pm che dopo la strage di via d’Amelio non firmò il documento contro Pietro Giammanco, il procuratore che isolò Paolo Borsellino: un aneddoto che a Palermo i magistrati più anziani non hanno dimenticato.
Certo, è anche il sostituto pg che si rifiutò di rappresentare l’accusa al processo Andreotti. Spero solo che vent’anni non siano passati invano. Anche per lui.

A luglio la nomina del nuovo procuratore sembrava immediata con Lo Forte indicato come favorito: poi la lettera del Quirinale ha azzerato tutto. Come valuta l’intervento del Colle?
La scelta del Quirinale è paradossale: il bene superiore era coprire una procura tra le più esposte d’Italia. Subordinarla ad altri uffici, comportandosi con piglio notarile su questioni tanto delicate è stata una scelta sbagliatissima.

Mafia: Fava, Farnesina rimuova ambasciatore che aiutò Matacena da: antimafia duemila

starace-giorgio-ambasciatorePresentata interrogazione al Ministro degli Esteri per chiedere la sospensione dell’ambasciatore ad Abu Dhabi Starace

15 ottobre 2014
Roma. “Perché la Farnesina non ha ancora rimosso l’ambasciatore che ha aiutato il latitante Matacena?”. Lo chiede in una interrogazione al ministro degli Esteri il deputato di Libertà e Diritti – Socialisti Europei Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia. “L’ambasciatore italiano presso gli Emirati Arabi Starace è indagato dalla Procura di Reggio Calabria – ricorda Fava – per favoreggiamento aggravato per aver esercitato, secondo i magistrati, ‘pressioni insistenti per i modi e per i tempi che servivano a garantire a Matacena le migliori condizioni possibili di permanenza nel Paese’. Al tempo stesso l’ambasciatore Starace non avrebbe comunicato a Roma alcune informazioni indispensabili all’autorità giudiziaria italiana per istruire la richiesta di estradizione. Che infatti è stata respinta, permettendo a Matacena, pur condannato in via definitiva a scontare tre anni di reclusione per concorso in associazione mafiosa, di essere ancora libero ad Abu Dhabi”. L’onorevole Fava ha chiesto al Ministro di “sospendere in via cautelativa l’ambasciatore Starace richiamandolo immediatamente a Roma”.

In foto: l’ambasciatore Giorgio Starace

Fava: “Sulla rivendita delle aziende confiscate alla mafia è caos” da: antimafia duemila

fava-claudio-c-giorgio-barbagallodi AMDuemila – 10 ottobre 2014

“A Catania venduta dallo Stato alla stessa famiglia a cui era stata tolta”. Il deputato annuncia un’interrogazione al ministro dell’interno Alfano.
“Com’è possibile che un’azienda confiscata per mafia venga venduta dallo Stato alla stessa famiglia a cui era stata tolta?”. Se lo chiede il deputato di Libertà e Diritti – Socialisti Europei Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia che già annuncia un’interrogazione al ministro dell’interno Angelino Alfano. “Succede ancora una volta – spiega Fava – a Catania. La “Incoter”, confiscata a Vincenzo Basilotta, già condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa, è in procinto di cedere il suo più proficuo ramo d’azienda alla “Judica Appalti”, amministrata dal fratello Luigi Basilotta, indagato per truffa aggravata ed altri reati. Un gioco delle parti che ricorda quanto già accaduto in passato ad altre imprese catanesi, confiscate per mafia e cedute a prestanome dei vecchi proprietari. A subire le conseguenze, ieri come oggi, rischiano di essere solo i dipendenti di quelle aziende”. Il deputato ha annunicato che terrà lunedì mattina a Catania una conferenza stampa che farà il punto anche “sui criteri discutibili” utilizzati dalla prefettura di Catania per accogliere l’iscrizione nella cd. white list di aziende della famiglia Ercolano e della famiglia Basilotta.

Fava: “Berlusconi doveva sapere del protocollo farfalla” da: antimafia duemila

Berlusconi mani alla boccadi Aaron Pettinari – 30 settembre 2014

Il presidente della Commissione antimafia duro sui silenzi della Cancellieri e di Tamburino. “Chiederemo spiegazioni a Mori e Tinebra”
Anno 2003. L’allora direttore del Dap, Giovanni Tinebra, il direttore del Sisde Mario Mori ed il capo dell’ufficio ispettivo del Dap mettono nero su bianco il “protocollo farfalla”, il documento acquisito dalla Procura generale e depositato agli atti del processo d’appello Mori-Obinu. Possibile che oltre alla magistratura anche i vertici del governo di allora fossero all’oscuro dell’accordo raggiunto tra i due organi istituzionali? Secondo il vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia Claudio Fava sarebbe alquanto improbabile. Presidente del consiglio dell’epoca altri non era che Silbio Berlusconi. “Ho ragione di pensare che sia stato ben informato – ha detto in conferenza stampa a Montecitorio – mi sembrerebbe inconsueto e poco probabile che un protocollo così impegnativo per conseguenze e rischi sia stato condotto per un arco di tempo abbastanza ampio all’insaputa del capo del governo”.

Le negazioni della Cancellieri e di Tamburino
Riconoscendo al premier Renzi il merito di aver tolto in luglio il segreto di stato sugli atti relativi al protocollo Fava ha sottolineato come, da allora, la Commissione Antimafia non ha ricevuto alcun documento. Poi ha accusato di omertà l’ex ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri: “Molto di quello che abbiamo appreso in questi giorni non è stato detto dalla Cancellieri, sentita in modo specifico anche su questo tema alla fine dello scorso anno. Il ministro disse di non aver alcuna informazione sul protocollo farfalla”. Il rappresentante del gruppo Led ha poi puntato il dito nei confronti dell’ex direttore del Dap Tamburino, audito al Copasir, che in passato aveva dichiarato “non c’è alcun protocollo farfalla, né vi sono evidenze cartacee”, aggiungendo che dell’argomento aveva preso conoscenza attraverso i giornali. “Senza entrare nel merito delle audizioni in Commissione antimafia – ha aggiunto Fava – posso dire che non si è mai parlato né con il direttore del Dis Massolo né con il direttore Aisi Esposito di un documento scritto. Documento che invece è esistente e di cui si parla in questi giorni. Questi sono comportamenti gravi, mezze verità. Ci raccontano di una vicenda antica che coinvolge Sisde e Dap, sottratta a qualsiasi controllo della magistratura”. Il vicepresidente dell’antimafia ha poi dato una spiegazione su quanto accaduto nel 2003 da indurre pezzi dello Stato a stilare un documento “che temiamo essere tassello di una trattativa forse mai conclusa”.

Il protocollo farfalla come Gladio
FAVA CONF STAMPA PROTOCOLLO FARFALLAIl Protocollo farfalla, ha dichiarato Fava, era “una sorta di Gladio delle carceri che ha avuto la funzioni di fare intelligence, di raccogliere informazioni, non si sa che tipo di informazioni siano state raccolte né che uso ne sia stato fatto, né a cosa sia servito esattamente questo protocollo che certo ha gestito una decina di detenuti, tutti capimafia, e nessun collaboratore di giustizia”. “Pensiamo – ha poi spiegato – che sarebbe stato dovere dell’allora direttore del Dap e dei vertici del Sisde mettere al corrente anche l’autorità giudiziaria. Per questo chiederemo di sentire in Commissione Mori, Leopardi e Tinebra. Devono spiegare cosa è avvenuto. Perché resta un fatto grave che questi detenuti siano stati gestiti e pagati nell’ignoranza totale da parte di tutti i magistrati che su di essi indagavano”. Resta il dubbio, secondo Fava, che l’operazione farfalla sia stata utile per “capire chi intendeva collaborare, cosa voleva dire, e forse a organizzare qualche depistaggio”.

L’origine del protocollo e il pentimento di Giuffré
“Il protocollo farfalla – ha spiegato ancora il vicepresidente dell’Antimafia – ha un precedente che è l’arresto di Giuffrè, capomafia siciliano, uomo introdotto nei segreti della cupola dei corleonesi. Giuffre’ nel 2003 decise di iniziare a collaborare. Le informazioni che vennero fuori riguardavano la possibilità di un rapporto tra la genesi di Forza Italia e la genesi dei corleonesi. E’ chiaro che per un Governo la preoccupazione che altri collaboratori di giustizia parlassero era reale. E’ di quegli anni la scelta di istituire il protocollo farfalla, con un atto scritto che disciplinava nel dettaglio i rapporti tra il Dap e il Sisde. Per questo – ha concluso – temiamo che questa collaborazione sia servita ad intercettare eventuali intenzioni di collaborazione dopo la “sfortunata” vicenda di Giuffrè che raccontò i rapporti tra la politica e Cosa Nostra in Sicilia e non solo”.