“Palestinesi delusi dal ruolo di Onu ed Europa nel dramma di Gaza”. Intervista ad Eleonora Forenza Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Eleonora Forenza, parlamentare europea della lista Tsipras, si è recata nei giorni scorsi in Israele e Cisgiordania nell’ambito di una missione di parlamentari intergruppo italiani: Mattiello, Bordo, Nicchi, Fossati, Piras, Paris, Gribaudo, Tidei.

Che impressione avete ricavato dalla vostra vista? Avete potuto visitare Gaza in qualche modo?
Ci siamo potuti muovere solo in Cisgiordania. Per Gaza ci hanno detto di no. Anche perché fino a qualche giorno fa, prima della tregua, la situazione era molto molto complicata. La prima cosa che abbiamo fatto è stata la visita all’opsedale di Gerusalemme est, che accoglie parte dei feriti di Gaza, che è già una azione di per se molto complicata. Lo scenario è stato terrificante. Molti i bambini in condizioni gravissime.

I palestinesi in Cisgiordania che idea si sono fatti di questa aggressione a Gaza?

I cooperanti che abbiamo incontrato parlano di persone che non pensano nemmeno più a fuggire. Una rassegnazione alla convivenza con la morte che è pazzesca. Anche i più critici nei confronti di Hamas parlano di guerra contro i palestinesi. Gli esponenti Anp ci hanno detto innanzitutto che è una guerra contro il popolo palestinese e che, secondo elemento, ci sono metri di valutazione nettamente differenti nelle reazioni internazionali. I 1800 morti per la gran parte civili non valgono il sequestro di un soldato israeliano, peraltro in territorio di guerra, checché ne dicano Renzi e Obama.

Questa guerra non parla della reale condizione quotidiana dei palestinesi.

Loro chiedono alcune cose basilari, ovvero la possibilità di uscire da Gaza, la continuità territoriale tra Gaza e Cisgiordania, e la fine dell’occupazione. Esponenti della società civile israeliana ci hanno raccontato cosa è la quotidianità come per esempio a scuola passi l’idea dei palestinesi terroristi e come nei libri la Palestina non venga citata, nemmeno come sommaria indicazione geografica. Mettere anche soltanto in dubbio questi elementi equivale al tradimento. L’apartheid a Hebron è impressionante. E’ lampante che se Israele vuole veramente aprire un percorso di pace deve mettere sul tavolo la questione delle colonie. Ogni luogo in Cisgiordania è circondato da colonie che si espandono. Come è possibile pensare che per i palestinesi sia possibile una convivenza?Il ruolo dell’Onu non ha subito una accelerazione nemmeno di fronte al sospetto di crimini di guerra…
La cosa che lascia più delusi i palestinesi è esattamente la questione delle Nazioni Unite: di fronte ai crimini di guerra di Israele non c’è mai una condanna netta da parte della comunità internazionale.

… l’Unione europea ha perso un’altra occasione…
Sulla questione dell’Unione europea ci aspettavamo un ruolo di mediazione diverso. Resta il silenzio dell’Europa e l’omologazione alla posizione degli Stati Uniti.

Come delegazione italiana come intendete andare avanti?
Abbiamo sottoscritto una lettera a Shultz in cui chiediamo che ci sia una presa di posizione europea, anche tenendo conto degli accordi commerciali tra Europa e Israele. La seconda questione è che proprio nel momento in cui si litiga su chi deve essere il rappresentante della politica estera nel governo dell’Europa c’è il vuoto più assoluto. Tutti sul fronte palestinese ci hanno spiegato che la parola pace e tregua sono vuote senza la fine dell’assedio. L’Unione europea deve agire un ruolo politico su quel conflitto anche rispetto all’asimmetria totale.

E la Gue?

E’ possibile una missione Gue in Palestina e in ogni caso la delegazione del Parlamento europeo presieduta da una parlamentare della Gue prenderà alcune iniziative.

“A Israele non interessa la pace. Vuole la libertà di fare quello che gli pare”. Intervento di Chomsky Fonte: www.internazionale.it | Autore: noam chomsky

Lo scopo di tutti gli orrori a cui stiamo assistendo durante l’ultima offensiva israeliana contro Gaza è semplice: tornare alla normalità.Per la Cisgiordania, la normalità è che Israele continui a costruire insediamenti e infrastrutture illegali per inglobare nel suo territorio tutto quello che ha un minimo di valore, lasciando ai palestinesi i luoghi meno vivibili e sottoponendoli a repressioni e violenze. Per Gaza, la normalità è tornare a una vita insopportabile sotto un assedio crudele e devastante che non consente nulla di più della mera sopravvivenza.

La scintilla che ha provocato l’ultimo attacco israeliano è stato il brutale assassinio di tre ragazzi di un insediamento della Cisgiordania occupata. Un mese prima, a Ramallah erano stati uccisi due ragazzi palestinesi, ma la loro morte aveva fatto poco scalpore. Cosa comprensibile, visto che è la norma. “Il disinteresse istituzionalizzato di tutto l’occidente non solo ci aiuta a capire perché i palestinesi ricorrono alla violenza”, dice l’esperto di questioni mediorientali Mouin Rabbani, “ma spiega anche l’ultimo attacco di Israele contro la Striscia di Gaza”.

L’attivista per i diritti umani Raji Sourani, che vive a Gaza da anni nonostante l’atmosfera di terrore e i continui episodi di violenza, ha dichiarato in un’intervista: “Quando si comincia a parlare di cessate il fuoco, la frase che sento dire più spesso è: ‘Per noi è meglio morire che tornare alla situazione in cui eravamo prima di questa guerra. Non vogliamo che sia di nuovo così. Non abbiamo più né dignità né orgoglio, siamo bersagli facili, la nostra vita non vale nulla. O la situazione migliora sul serio o preferiamo morire’. E sto parlando di intellettuali, accademici, persone comuni. Tutti dicono la stessa cosa”.

Nel gennaio del 2006, quando si sono svolte elezioni libere e attentamente monitorate, i palestinesi hanno commesso un terribile crimine: hanno votato nel modo sbagliato, dando il controllo del parlamento a Hamas.

I mezzi d’informazione continuano a ripetere che Hamas vuole la distruzione di Israele. In realtà i suoi leader hanno chiarito più di una volta che accetterebbero la soluzione dei due stati che è stata proposta dalla comunità internazionale e che Stati Uniti e Israele bloccano da quarant’anni. Israele, invece, a parte gli occasionali discorsi vuoti, vuole la distruzione della Palestina e sta mettendo in atto il suo piano.

I palestinesi sono stati immediatamente puniti per il crimine commesso nel 2006. Stati Uniti e Israele, con il vergognoso consenso dell’Europa, hanno imposto durissime sanzioni alla popolazione colpevole e Israele ha alzato il livello della violenza. Con l’appoggio degli Stati Uniti ha subito progettato un colpo di stato militare per rovesciare il governo eletto. Quando Hamas ha avuto la sfrontatezza di sventare quel piano, gli attacchi si sono intensificati.

Non dovrebbe essere necessario ricordare tutto quello che è successo da allora. L’assedio e i violenti attacchi sono stati intervallati da momenti in cui “si falciava il prato”, per usare la simpatica espressione con cui Israele definisce gli omicidi indiscriminati nell’ambito di quella che chiama la sua “guerra di difesa”. Una volta che il prato è stato falciato e la popolazione indifesa cerca di ricostruire qualcosa dalle rovine, di solito si arriva a un accordo per il cessate il fuoco. L’ultimo è stato deciso dopo l’attacco israeliano dell’ottobre 2012, chiamato Operazione pilastro di difesa.

Anche se ha continuato il suo assedio, Israele ha ammesso che Hamas ha rispettato quel cessate il fuoco. La situazione è cambiata nell’aprile del 2014, quando Hamas e Al Fatah hanno stretto un patto di unità nazionale che prevedeva la formazione di un governo di tecnocrati non associati a nessuno dei due partiti. Naturalmente Israele si è infuriato, e la sua rabbia è cresciuta quando gli Stati Uniti e il resto dell’occidente hanno approvato il patto, che non solo indebolisce l’affermazione di Israele secondo cui è impossibile trattare con una Palestina divisa, ma anche il suo obiettivo a lungo termine di dividere la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania.

Bisognava fare qualcosa, e l’occasione si è presentata il 12 giugno, quando in Cisgiordania sono stati uccisi i tre ragazzi israeliani. Il governo di Benjamin Netanyahu sapeva dall’inizio che erano morti, ma ha finto di ignorarlo fino a quando non sono stati ritrovati i corpi, così da avere l’opportunità di attaccare la Cisgiordania. Il primo ministro Netanyahu ha affermato di sapere con certezza che Hamas era responsabile di quelle morti. Ma anche quella era una bugia.

Uno dei maggiori esperti israeliani di Hamas, Shlomi Eldar, ha dichiarato quasi immediatamente che gli assassini dei ragazzi probabilmente appartenevano a un gruppo dissidente di Hebron che da tempo è una spina nel fianco per Hamas. E ha aggiunto: “Sono sicuro che non sono stati autorizzati dai leader di Hamas, hanno solo pensato che fosse il momento giusto per agire”.

Ma i 18 giorni di offensiva seguiti al rapimento sono riusciti a mettere in crisi il tanto temuto governo di unità e hanno consentito a Israele di intensificare la repressione, sferrando decine di attacchi anche contro Gaza. In quello del 7 luglio sono morti cinque membri di Hamas, che poi ha reagito lanciando razzi (i primi da 19 mesi) e fornendo così il pretesto per lanciare l’Operazione margine di protezione dell’8 luglio.
Alla fine di luglio i morti palestinesi erano già 1.400, quasi tutti civili, tra cui centinaia di donne e bambini, mentre solo tre civili israeliani erano morti. Vaste zone di Gaza sono ridotte in macerie e quattro ospedali sono stati bombardati, il che costituisce un crimine di guerra.

Le autorità israeliane si vantano dell’umanità di quello che definiscono “l’esercito più virtuoso del mondo”, perché prima di bombardare una casa avverte le persone che ci abitano. In realtà si tratta solo di “sadismo ipocritamente travestito da clemenza”, per usare le parole della giornalista israeliana Amira Hass, “un messaggio registrato che chiede a centinaia di migliaia di persone di lasciare le loro abitazioni già prese di mira, per andare in un altro posto altrettanto pericoloso a dieci chilometri di distanza”. Non esiste nessun posto nella prigione di Gaza in cui si può essere al sicuro dal sadismo israeliano, che potrebbe anche superare i terribili crimini dell’Operazione piombo fuso del 2008-2009.

Tanto orrore ha suscitato la solita reazione dal parte del presidente più virtuoso del mondo, Barack Obama, che ha espresso grande simpatia per gli israeliani, ha condannato duramente Hamas e invitato alla moderazione entrambe le parti.

Quando questa ondata di attacchi avrà fine, Israele spera di essere libero di riprendere la sua politica criminale nei territori occupati senza alcuna interferenza e con il sostegno che gli Stati Uniti gli hanno sempre garantito. Gli abitanti della Striscia di Gaza saranno invece liberi di tornare alla normalità della loro prigione, mentre i palestinesi che vivono in Cisgiordania potranno stare tranquillamente a guardare Israele che smantella quel che resta dei loro possedimenti.

Questo è quanto probabilmente succederà se gli Stati Uniti continueranno a fornire il loro appoggio decisivo e praticamente unilaterale a Israele e a respingere una soluzione diplomatica a lungo sostenuta dalla comunità internazionale. Ma se gli Stati Uniti ritirassero quell’appoggio, il futuro sarebbe molto diverso.

In quel caso si potrebbe andare verso quella “soluzione duratura” per la Striscia di Gaza che il segretario di stato John Kerry ha auspicato suscitando reazioni isteriche da parte di Israele, perché quell’espressione poteva essere interpretata come un invito a mettere fine al loro assedio e, orrore degli orrori, addirittura come un invito ad applicare il diritto internazionale nel resto dei territori occupati.

Quarant’anni fa Israele prese la fatale decisione di preferire l’espansione alla sicurezza, respingendo il trattato di pace offerto dall’Egitto in cambio dell’evacuazione dal Sinai, che Israele aveva occupato e dove stava dando il via ai suoi insediamenti. Da allora non ha mai abbandonato questa politica.

Se gli Stati Uniti decidessero di schierarsi con il resto del mondo, le cose cambierebbero molto. Più di una volta Israele ha rinunciato ai suoi piani quando Washington glielo ha chiesto. Questi sono i rapporti di potere tra i due paesi.

Dopo aver adottato politiche che l’hanno trasformato da paese ammirato da tutti a stato temuto e disprezzato, politiche che ancora oggi persegue con cieca determinazione nella sua marcia verso la decadenza morale e forse la distruzione finale, ormai Israele non ha molte alternative.

È possibile che la politica statunitense cambi? Forse. In questi ultimi anni l’opinione pubblica, soprattutto tra i giovani, si è notevolmente spostata e non può essere ignorata del tutto. Già da alcuni anni i cittadini chiedono a Washington di rispettare le sue stesse leggi, che proibiscono di “fornire alcuna assistenza a paesi il cui governo viola costantemente i diritti umani internazionalmente riconosciuti”, e impongono quindi di ridurre gli aiuti militari a Israele.

Israele è di sicuro colpevole di queste costanti violazioni, e lo è da molti anni. Il senatore del Vermont Patrick Leahy, che ha proposto questa legge, ha sollevato l’ipotesi che possa essere applicata a Israele in alcuni casi specifici. Con una campagna educativa ben organizzata si potrebbe lanciare un’iniziativa in questo senso, che già in sé avrebbe un notevole impatto e potrebbe costituire un trampolino di lancio per ulteriori azioni volte a costringere Washington a schierarsi con “la comunità internazionale” e a rispettare le sue leggi.

Non c’è niente di più importante per i palestinesi, vittime di anni di violenza e repressione.

trad. it. Bruna Tortorella

Gaza, la guerra che verrà Fonte: Il Manifesto | Autore: Michele Giorgio

Territori Occupati. La Striscia vive nell’angoscia della nuova offensiva che minaccia il premier israeliano Netanyahu in ritorsione contro Hamas per l’uccisione dei tre ragazzi ebrei in Cisgiordania. A pagare sarà comunque la popolazione civile

«Non puoi pas­sare, occorre far parte di una lista di gior­na­li­sti auto­riz­zati per entrare (a Gaza)». Cadiamo dalle nuvole. Inu­tile far notare che que­sta dispo­si­zione non è mai stata comu­ni­cata alla stampa estera. Alla fine, dopo un’ora pas­sata tra tele­fo­nate di pro­te­sta e discus­sioni con gli agenti della società di sicu­rezza che gesti­sce il valico di Erez, otte­niamo il via libera. Anche per i gior­na­li­sti con rego­lare accre­dito si fa più dif­fi­cile entrare a Gaza. I comandi mili­tari israe­liani ora richie­dono un “coor­di­na­mento”, ossia essere infor­mati in anti­cipo dell’intenzione dei media di inviare un loro gior­na­li­sta a Gaza. Un uffi­ciale ci spiega che le nuove pro­ce­dure d’ingresso per la stampa sono state decise dopo il rapi­mento, il 12 giu­gno, dei tre gio­vani israe­liani tro­vati morti a ini­zio set­ti­mana in Cisgior­da­nia. Non riu­sciamo pro­prio a capire il col­le­ga­mento tra la libertà di svol­gere il pro­prio lavoro a Gaza e il caso dei tre ragazzi ebrei, ma alla fine entriamo. E siamo dav­vero for­tu­nati rispetto alle decine di pale­sti­nesi, donne in pre­va­lenza, in attesa di poter tran­si­tare. Tor­nano a casa, alcuni dopo un inter­vento chi­rur­gico in un ospe­dale meglio attrez­zato in Cisgior­da­nia o in Israele. Ma non hanno un accesso faci­li­tato, devono aspet­tare l’autorizzazione per il pas­sag­gio del valico. E l’attesa può durare anche ore.Fa caldo, molto. Il sole bru­cia e il cielo è lim­pido. Eppure su Gaza gra­vano ugual­mente nuvole nere. Si avvi­cina la tem­pe­sta di una nuova guerra. L’esercito israe­liano ieri ha deciso di inviare rin­forzi mili­tari verso Gaza per, ha spie­gato, «sco­rag­giare» il movi­mento isla­mico Hamas e altri gruppi armati dal lan­ciare razzi. Il tenente colon­nello e por­ta­voce mili­tare Peter Ler­ner mini­mizza, descrive la deci­sione come fina­liz­zata alla “de-escalation”, a ridurre la ten­sione e a far tor­nare la calma. A Gaza si vedono le cose in modo molto diverso. Per­chè l’aviazione israe­liana – con F-16, droni ed eli­cot­teri – ha lan­ciato decine di raid nelle ultime 72 ore e nono­stante la “de-escalation” i civili pale­sti­nesi si atten­dono nuovi bom­bar­da­menti. Pre­lu­dio di quella ritor­sione per l’uccisione dei tre ragazzi ebrei che il pre­mier Neta­nyahu ha pro­messo ai tanti che in Israele da giorni invo­cano, anche su Face­book, una puni­zione esem­plare per i palestinesi.

Nella notte tra mer­co­ledì e gio­vedì, men­tre la Geru­sa­lemme araba si tra­sfor­mava in un campo di bat­ta­glia per il seque­stro e l’omicidio, com­piuto, pare, da coloni israe­liani, di un ragazzo pale­sti­nese, Moham­med Abu Khdeir, i mis­sili sgan­ciati dai jet dello Stato ebraico mar­tel­la­vano 15 punti di Gaza, facendo almeno 11 feriti tra i quali una anziana, tre ragazze e un gio­vane 17enne, il più grave di tutti per­chè col­pito da schegge di metallo. Per il por­ta­voce israe­liano le bombe hanno cen­trato sol­tanto depo­siti di armi e rampe di lan­cio di mis­sili. La notte pre­ce­dente erano state prese di mira pre­sunte instal­la­zioni mili­tari di Hamas a Khan Yunis e Rafah. «I boati delle esplo­sioni erano così potenti che tre­ma­vano i vetri delle case anche qui a Gaza city», ricorda Meri Cal­velli una coo­pe­rante ita­liana che vive e lavora da anni in Pale­stina. E a Gaza nes­suno dimen­tica che il mese scorso il pic­colo Ali Abd al-Latif al-Awour, di 7 anni, è morto dopo tre giorni di ago­nia per le ferite ripor­tate in un attacco di un drone aveva come obiet­tivo un pre­sunto jiha­di­sta. Una delle tante morti pale­sti­nesi che i media tra­scu­rano, tal­volta oscurano.

I mili­ziani dei gruppi armati da parte loro con­ti­nuano a lan­ciare razzi, in par­ti­co­lare verso la vicina cit­ta­dina israe­liana di Sde­rot dove non hanno fatto feriti ma hanno pro­vo­cato spa­vento, cau­sato danni in qual­che caso gravi e costretto migliaia di civili a tenere aperti i rifugi di sicu­rezza. «A lan­ciarli per la prima volta dal 2012 (dall’accordo di ces­sate il fuoco che mise fine all’offensiva aerea israe­liana “Colonna di Difesa”, ndr) è anche Hamas, non solo i Comi­tati di Resi­stenza Popo­lare o i sala­fiti, in rea­zione alla cam­pa­gna di arre­sti con­tro i suoi lea­der in Cisgior­da­nia e all’assassinio di Moham­med Abu Khdeir», ci spiega un gior­na­li­sta di Gaza in con­di­zione di anonimato.

Secondo Shi­mon Schif­fer, uno dei gior­na­li­sti israe­liani meglio inse­riti ai ver­tici dell’establishment politico-militare del suo paese, nei pros­simi giorni «L’obiettivo prin­ci­pale dell’esercito sarà quello di limi­tare le capa­cità di Hamas in Cisgior­da­nia e di cer­care di creare un nuovo equi­li­brio di potere a Gaza». Israele, afferma, non vuole rioc­cu­pare la Stri­scia ma costi­tuire «la base per una chiara stra­te­gia nelle set­ti­mane e nei mesi a venire». Il pre­mier Neta­nyahu, aggiunge Schif­fer, «ha biso­gno di pen­sare fuori dagli schemi. Ha biso­gno di tro­vare una rispo­sta crea­tiva, inat­tesa e audace alla cre­scente minac­cia del ter­ro­ri­smo. In caso con­tra­rio, con­ti­nuerà solo pro­met­tere la linea dura con Hamas». Insomma una «guerra crea­tiva» che comun­que pagherà la popo­la­zione civile di Gaza e non certo o non solo Hamas preso di mira nei discorsi e negli ultimi inter­venti del pre­mier israe­liano e dei suoi mini­stri. In vista della guerra «crea­tiva» di Shi­mon Schif­fer, la gente di Gaza fa prov­vi­sta, accu­mula generi di prima neces­sità, cerca di pro­cu­rarsi medi­ci­nali. Chi può per­met­ter­selo acqui­sta decine di bot­ti­glie di acqua, i più poveri, ossia gran parte della popo­la­zione, con­ti­nua a bere l’acqua ormai salata che esce dai rubi­netti. Asmaa al Ghoul, una cyber-attivista, ci dice che a dif­fe­renza delle pre­ce­denti offen­sive mili­tari, “Piombo Fuso” (2008) e “Colonna di Difesa”, sta­volta gli abi­tanti di Gaza cul­lano una spe­ranza. «Si dif­fonde l’idea che Israele alla fine non attac­cherà in massa – rife­ri­sce -, lunedì scorso quando hanno tro­vato i corpi dei tre coloni la guerra era sicura. Poi degli israe­liani hanno rapito e ucciso bru­tal­mente un ragazzo pale­sti­nese a Geru­sa­lemme (Moham­med Abu Khdeir, ndr) e que­sta noti­zia ha fatto il giro del mondo ren­dendo dif­fi­cile per Neta­nyahu sca­te­nare un nuovo inferno (a Gaza)».

Scende il sole, il tra­monto porta con sè l’invito alla pre­ghiera del muez­zin. Le auto improv­vi­sa­mente spa­ri­scono. Le strade si svuo­tano. Il pro­fumo dei piatti tipici si dif­fonde nelle scale dei palazzi e nelle case. La gente torna a casa per l’iftar, la cena che nel Rama­dan chiude il digiuno comin­ciato all’alba, e per stare insieme a parenti e amici. Il mese più impor­tante dell’anno isla­mico Gaza lo vive nell’angoscia di una guerra sul punto di ini­ziare. Amer Abu Sama­dana, un inse­gnante di Rafah che vive e lavora nel capo­luogo Gaza city, ci offre la sua spie­ga­zione: «Gli israe­liani puni­scono una intera popo­la­zione per i lanci di razzi, ci bom­bar­dano, ci ucci­dono. Piut­to­sto dovreb­bero chie­dersi per­chè i pale­sti­nesi spa­rano quei razzi. Sono un uomo tran­quillo – aggiunge – e non un soste­ni­tore della lotta armata e di chi prende di mira le città dall’altra parte (del con­fine) ma gli israe­liani devono capire che non pos­sono tenerci pri­gio­nieri, sotto asse­dio, sotto pres­sione senza che que­sto pro­vo­chi la nostra reazione».

L’unica “nor­ma­lità” di Gaza in que­sti giorni è lo schermo della tele­vi­sione, il totem intorno al quale si riu­ni­scono le fami­glie per seguire i Mon­diali. L’Algeria ha occu­pato il cuore degli appas­sio­nati pale­sti­nesi ma la nazio­nale afri­cana è stata scon­fitta ed eli­mi­nata dalla Ger­ma­nia. Un affetto che il por­tiere Rais e gli altri nazio­nali alge­rini hanno voluto ricam­biare donando a Gaza il pre­mio con­se­guito ai Mon­diali, circa 6 milioni e mezzo di euro, frutto di tante buone pre­sta­zioni in que­sti ultimi anni e non solo di quelle viste al mon­diale in corso. Un gesto che Gaza ricor­derà per sem­pre anche se ora tifa Brasile.

Israeliani rapiti, miccia per una esplosione devastante da: il manifesto

Israele/Territori Occupati. Netanyahu: pronti a qualsiasi scenario. Ora si teme una escalation militare. Israele schiera altre migliaia di soldati in Cisgiordania, non solo per le ricerche dei giovani dispersi.

La vicenda dei tre ado­le­scenti israe­liani scom­parsi gio­vedì sera nella Cisgior­da­nia occu­pata, si sta tra­sfor­mando nella mic­cia che può pro­vo­care una esplo­sione deva­stante. La loro sorte — rapiti da un gruppo armato pale­sti­nese ha con­fer­mato ieri sera il pre­mier Israe­liano Benya­min Neta­nyahu – non genera solo emo­zione in tutta Israele, otte­nendo gran parte dello spa­zio sui media nazio­nali, ma rende per­sino più grave il qua­dro israelo-palestinese. Senza con­tare che non man­cano coloro che met­tono la vicenda addi­rit­tura in rela­zione agli ultimi svi­luppi in Iraq e nel resto della regione.

I gior­nali, già prima della noti­zia del (pro­ba­bile) seque­stro dei tre ragazzi, ave­vano pub­bli­cato com­menti e ana­lisi sull’infiltrazione dello “Stato Isla­mico in Iraq e Siria” anche in Gior­da­nia, quindi alle porte del paese. Così quando venerdì è giunta la riven­di­ca­zione del seque­stro da parte di un sedi­cente gruppo “Stato dell’Islam”, per i media israe­liani è stato facile fare due più due, quat­tro. Una riven­di­ca­zione poco cre­di­bile, per ammis­sione degli stessi uomini dell’intelligence, ma che ali­menta la tesi dei nazio­na­li­sti israe­liani che vuole i pale­sti­nesi sem­pre più “estre­mi­sti”, “fana­tici”, quindi inaf­fi­da­bili per il rag­giu­gi­mento di qual­siasi accordo poli­tico. Lo stesso pre­mier Neta­nyahu ha pron­ta­mente col­le­gato il seque­stro alla recente ricon­ci­lia­zione tra pale­sti­nesi e alla costi­tu­zione del nuovo governo dell’Anp con l’appoggio del movi­mento isla­mico Hamas. Israele farà ”di tutto e con tutti i mezzi” per rin­trac­ciare i tre ragazzi che ”sono stati rapiti da un’organizzazione ter­ro­ri­stica” e impe­dire che ”siano tra­sfe­riti a Gaza o altrove”, ha avver­tito Neta­nyahu che è tor­nato ad accu­sare l’Anp di essere respon­sa­bile per­ché gli autori del rapi­mento ”sono par­titi dal ter­ri­to­rio sotto suo con­trollo” e ha ammo­nito che le forze israe­liane  sono pronte ”a qual­siasi scenario”.

Per la destra fuori e den­tro il governo, il pre­si­dente pale­sti­nese Abu Mazen avrebbe mostrato in que­sti ultimi mesi e set­ti­mane il «suo vero volto», quello dell’estremista nemico di Israele e non del mode­rato favo­re­vole a al com­pro­messo poli­tico che piace ai governi occi­den­tali. Peral­tro il seque­stro aggiunge ten­sione anche in casa pale­sti­nese dove la ricon­ci­lia­zione Fatah-Hamas e la nascita del nuovo ese­cu­tivo di con­senso nazio­nale non ha cam­biato nulla sul ter­reno. L’altro giorno il pre­mier Rami Ham­dal­lah, rispon­dendo alle domande del New York Times, ha detto che la sua auto­rità rimane ine­si­stente a Gaza dove, di fatto, con­ti­nua a gover­nare Hamas. Il movi­mento isla­mico replica che anche in Cisgior­da­nia le cose non sono cam­biate e che i suoi atti­vi­sti e sim­pa­tiz­zanti sono presi di mira non solo dall’esercito israe­liano ma ancora dall’intelligence dell’Anp che, aggiunge, pro­se­gue la sua col­la­bo­ra­zione di sicu­rezza con Tel Aviv. In un qua­dro tanto com­plesso e fra­gile, gli avver­ti­menti minac­ciosi lan­ciati da Neta­nyahu ad Abu Mazen vanno presi molto sul serio. Even­tuali svi­luppi dram­ma­tici della scom­parsa dei tre israe­liani, inne­sche­ranno senza alcun dub­bio una duris­sima rea­zione mili­tare di Israele nei Ter­ri­tori occu­pati, con con­se­guenze incalcolabili.

Il mini­stro della difesa israe­liano, Moshe Yaa­lon, è con­vinto che i tre ado­le­scenti siano in vita. «Fino a quando non sapremo il con­tra­rio, lavo­riamo pre­sup­po­nendo che siano ancora vivi» ha detto, aggiun­gendo che l’esercito ha sven­tato nel 2013 trenta seque­stri di israe­liani e quin­dici nel 2014. Le ricer­che dei tre scom­parsi — Gilad Shaar, 16 anni, della colo­nia di Tal­mon; Naf­tali Fren­kel, 16, del vil­lag­gio di Nof Aya­lon sulla “linea verde”; Elad Yifrach, 19, di Elad nei pressi di Petah Tikva — si con­cen­trano nella zona di Hebron dove si trova la scuola rab­bi­nica che fre­quen­ta­vano. Tra le varie pos­si­bi­lità c’è quella che i rapiti siano stati sepa­rati, ren­dendo così più dif­fi­cile il ritro­va­mento, allo scopo di avviare trat­ta­tive per uno scam­bio di pri­gio­nieri. L’esercito israe­liano ha dispie­gato più di 2.000 sol­dati nell’area di Hebron. Tre bat­ta­glioni di para­ca­du­ti­sti e uno di un’altra unità sono stati inviati in altre zone vicine. Ieri il segre­ta­rio di stato Usa John Kerry ha discusso Abu Mazen dell’intera vicenda, visto che, tra l’altro, uno degli scom­parsi ha anche la cit­ta­di­nanza americana.

Il Natale di guerra di Israele tra nuovi insediamenti, razzi assassini e distruzioni di case | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Nuove costruzioni negli insediamenti, e cinque batterie anti-missili a protezione del Sud del paese. Dopo il raid in cui a sud di Gaza è rimasta uccisa una bambina di quattro anni, e le demolizioni in Cisgiordania, va avanti il Natale di guerra di Israele, che non smentisce la linea di condotto bellicista tenuta fin qui parallelamente ai negoziati di pace. La strategia delle nuove costruzioni in Cisgiordania e Gerusalemme Est avviene in concomitanza con il rilascio di un terzo gruppo di prigionieri palestinesi, cosi’ come e’ stato in occasione del rilascio dei primi due gruppi.”E’ stato un ‘regalo di Natale’ criminale” il raid aereo israeliano in cui una bambina palestinese di circa quattro anni e’ rimasta uccisa ieri a Deir el-Balah, a sud di Gaza, sostiene il negoziatore capo dell’Olp Saeb Erekat secondo cui Israele in questa circostanza si e’ macchiato di un crimine di guerra.
”Consideriamo il governo israeliano pienamente responsabile per le consequenze di questo nuovo atto di aggressione contro la nostra popolazione tenuta sotto occupazione”, ha affermato.
I raid di ieri sono giunti in seguito alla uccisione di un manovale israeliano. Esponenti del governo israeliano hanno rimarcato con dispiacere che questo attacco armato non e’ stato finora condannato dall’Anp.
Intanto, l’agenzia dell’Onu per i profughi palestinesi Unrwa ha condannato la demolizione in Cisgiordania da parte di Israele di diverse case beduine ”avvenuta peraltro – sottolinea – proprio alla vigilia di Natale”.In seguito a questo episodio 68 palestinesi (fra cui 32 minorenni) sono rimasti senzatetto, rileva in un comunicato il portavoce Chris Gunness. L’Unrwa precisa che le demolizioni sono avvenute nelle zone di Ramallah e di Gerico. ”Si tratta di comunita’ beduine che ancora di recente hanno dovuto misurarsi con tempeste di neve”, nota ancora il portavoce. Gli sfollati hanno ricevuto dalla Croce rosse internazionale tende per proteggersi dalle intemperie: ma esse non risultano sufficienti a far fronte al freddo pungente registrato di notte. L’Unrwa rivolge infine un appello ad Israele affinche’ rispetti meticolosamente il diritto internazionale.