Governo, il six pack e l’ostaggio delle pensioni. Ecco perché Renzi farà piangere l’Italia Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Sulle pensioni c’è un gran caos”. Fa bene la Cgil a mettere l’accento sulla girandola di ipotesi campate in aria che tra palazzo Chigi e il Parlamento segnano gli ultimi dieci giorni che ci dividono dal colpaccio di Renzi sul fiscal compact. Un colpaccio che sono in molti a temere, anche se le idee non sono molto chiare. Ma proprio per questo motivo l’allarme non è da sottovalutare. E questo per il semplice motivo che i tagli alle pensioni sono una delle poche armi che l’ex sindaco di Firenze ha in mano per evitare la bocciatura dell’Europa.

In base alle regole del six pack, il saldo strutturale di bilancio deve scendere almeno dello 0,5% del Pil ogni anno (circa 10 miliardi), “salvo motivate eccezioni”. Deviazioni temporanee dalla misura dello 0,5% possono essere accettate, oltre che in presenza di eventi eccezionali, anche nel caso in cui un Paese abbia effettuato riforme strutturali rilevanti (con particolare riferimento a quelle pensionistiche), con un effetto quantificabile sulla sostenibilita’ a lungo termine delle finanze pubbliche. E’ proprio su questo punto che si gioca la partita fra Roma e Bruxelles: dimostrando che il deficit e’ sotto il 3% e il debito e’ nel percorso di rientro previsto, che le riforme sono state fatte e altre sono in cantiere, il Governo italiano potrebbe ottenere uno sconto su quel 0,5% (4-5 miliardi).

Le ipotesi di intervento sono le più varie, si va da un contributo di solidarietà, non si sa ancora finalizzato a cosa, che ha come bersaglio pensioni sopra i 5.000 euro (ma si è parlato anche di una asticella a 2.000) ad un ricalcolo degli assegni che adesso ancora stanno nel regime retributivo con il metodo contributivo.

Sul fronte sindacale, il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, vede nelle diverse ipotesi solo “una nuova tassa” e bisognerebbe piuttosto aggredire gli sprechi della politica. Sulla stessa linea l’Ugl. La Cgil intanto torna a bollare come “inaccettabile” un taglio delle retributive. E ancora la Uil dice “stop ad operazioni di cassa”, chiedendo al Governo “di aprire un confronto” sul tema. Non si spegne anche il dibattito politico: Cesare Damiano (Pd) avverte: “Sarebbe improponibile che per fare cassa si mettessero nuovamente le mani sulle pensioni del ‘ceto medio'”. Dello stesso parere Stefano Fassina (Pd). Il sottosegretario al Mef, Enrico Zanetti, si sofferma sulla destinazione degli eventuali risparmi, indicando “i giovani”. Passando all’opposizione, il Mattinale, la nota politica del gruppo di Fi avvisa: “Guai a chi le tocca”. Apre invece l’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero: “Lo Stato in un momento di crisi da’ a chi ha meno e non di piu'”.

Precariopoli da ieri è legge Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Lavoro. Il decreto sui contratti a termine è in vigore: 60 giorni per modificarlo in Parlamento, come chiedono Cgil, Fiom, Sel e una parte del Pd. «Porcata pazzesca» per i giovani dem emiliani. «Io non lo voto», minaccia Fassina

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L’orrore è arri­vato in Gaz­zetta uffi­ciale. Il decreto Poletti su con­tratti a ter­mine e appren­di­stato è legge: ser­vi­ranno ora 60 giorni per appro­varlo in Par­la­mento, e dopo le pro­te­ste di Cgil e Fiom dell’ultima set­ti­mana, si appro­fon­di­sce il disa­gio den­tro il Pd. Se la riforma è stata scritta dall’emiliano Giu­liano Poletti – con le indi­ca­zioni di Renzi, va da sé – il testo non piace ai gio­vani demo­cra­tici emi­liani, che par­lano di «por­cata paz­ze­sca». Ste­fano Fas­sina minac­cia di non votarlo se non verrà cam­biato, men­tre il pre­si­dente della Com­mis­sione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, chiede correzioni.

Il decreto pro­lunga da 12 a 36 mesi il periodo in cui si potrà stare a ter­mine nella stessa azienda senza alcuna cau­sale, senza più pause e con all’interno la pos­si­bi­lità di otto pro­ro­ghe. È come dire che la cau­sale è ormai stata can­cel­lata dal governo per tutti i con­tratti a ter­mine, visto che dopo i 36 mesi scat­te­rebbe il tempo inde­ter­mi­nato. La per­cen­tuale dei lavo­ra­tori a ter­mine nell’azienda potrà essere al mas­simo del 20%.

Stra­volti anche i con­tratti a ter­mine, che non solo per­dono l’obbligatorietà della for­ma­zione pub­blica, ma anche il prin­ci­pio per cui per assu­mere nuovi appren­di­sti l’impresa avrebbe dovuto almeno sta­bi­liz­zarne una percentuale.

Il governo spa­lanca così le porte del super­mar­ket della pre­ca­rietà, ormai senza limiti: viene di fatto can­cel­lato il tempo inde­ter­mi­nato, che ormai nes­suna azienda avrà più né l’obbligo né l’incentivo ad accen­dere. L’apprendista diventa un lavo­ra­tore low cost usa e getta. Se si somma il tutto alle dichia­ra­zioni di ieri della mini­stra allo Svi­luppo Fede­rica Guidi sull’articolo 18, com­pren­diamo come que­sto ese­cu­tivo voglia riag­gan­ciare lo svi­luppo can­cel­lando le tutele.

La defi­ni­zione più bella del testo è dei gio­vani dem emi­liani. Il segre­ta­tio Vini­cio Zanetti è straor­di­na­ria­mente effi­cace con un post sui social: «Non vi pare una por­cata paz­ze­sca – chiede ai com­pa­gni di par­tito – l’introduzione del con­tratto a tempo deter­mi­nato senza cau­sale fino a tre anni, rin­no­va­bile otto volte nell’arco dei 36 mesi? Avevo capito che si sarebbe intro­dotto un con­tratto unico a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti, non l’ennesimo con­tratto a zero tutele».

Nel Pd, evi­den­te­mente, sanno che al duo Renzi-Poletti è riu­scito quanto non era riu­scito a Mau­ri­zio Sac­coni e alla stessa legge 30: una prima for­mu­la­zione avrebbe infatti voluto can­cel­lare le cau­sali, cosa che in parte è riu­scito a fare il governo Monti, ma solo per 12 mesi.

Ste­fano Fas­sina è peren­to­rio: «Il decreto sul lavoro ema­nato dal governo è più grave dell’abolizione dell’articolo 18 – dice l’ex vice­mi­ni­stro all’Economia – Forse vi sono delle tec­ni­ca­lità che non a tutti sono chiare ma sarebbe meno grave l’eliminazione dell’articolo 18, almeno ci sarebbe un con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato sep­pure inter­rom­pi­bile in qua­lun­que momento. Siamo di fronte a una regres­sione del mer­cato del lavoro – aggiunge l’esponente della mino­ranza Pd, uno dei mag­giori avver­sari interni di Renzi – Il decreto aumenta in modo pesan­tis­simo la pre­ca­rietà, non è una riforma e per quanto mi riguarda deve essere modi­fi­cato, altri­menti non è votabile».

L’ex mini­stro del Lavoro Damiano con­ferma di star lavo­rando nel Pd per far pas­sare delle cor­re­zioni (il testo sarà da mer­co­ledì all’esame della Com­mis­sione Lavoro della Camera). «Nel decreto c’è un eccesso di libe­ra­liz­za­zione – spiega – e que­sto con­tratto can­ni­ba­lizza tutti gli altri, ren­dendo super­fluo quello di inse­ri­mento a tutele cre­scenti pre­vi­sto nella delega. Elenco i punti cri­tici: 1) la durata di 36 mesi senza cau­sale, troppo lunga. 2) il rin­novo per ben 8 volte. Biso­gna met­tere una durata minima di cia­scun con­tratto: dico per esem­pio 9 mesi, e saremmo così a mas­simo 4 proroghe».

Male, per Damiano, anche la parte sugli appren­di­sti: «La discre­zio­na­lità sull’offerta for­ma­tiva pub­blica non va e ci espone a rischi di una pro­ce­dura di infra­zione euro­pea, per­ché per le norme Ue è obbli­ga­to­ria. Trovo poi sba­gliato che non sia pre­vi­sta una per­cen­tuale di sta­bi­liz­za­zione. Apprezzo invece la decon­tri­bu­zione dei con­tratti di solidarietà».

Alza le bar­ri­cate con­tro ogni modi­fica Sac­coni (Ncd), con un tweet : «Il decreto non si tocca. A meno che non si voglia can­cel­lare l’articolo 18». Rete imprese apprezza la riforma, come anche la Con­fin­du­stria: Gior­gio Squinzi chiede che «non venga distorto in Parlamento».

Men­tre la Cisl apprezza, e la Uil chiede una cor­re­zione sul numero delle pro­ro­ghe, Fiom e Cgil ieri sono tor­nate a richie­dere una modi­fica inci­siva: «Il decreto rende i lavo­ra­tori ricat­ta­bili: l’impresa potrà non pro­ro­garli senza for­nire moti­va­zioni», dice Serena Sor­ren­tino (Cgil).

Il mini­stro del Lavoro Giu­liano Poletti annun­cia che è dispo­sto a cam­biare il testo, se non fun­zio­nerà: «La veri­fica la fac­ciamo a sei mesi», dice, anche se poi aggiunge che «per vedere i risul­tati delle riforme del lavoro ci vor­ranno 3–4 anni».

L’odissea dei lavoratori socialmente utili nelle scuole: a fine febbraio stop alle pulize Autore: redazione da: controlacrisi.org

Il 28 febbraio circa 24.000 lavoratori socialmente utili impegnati da 20 anni nella pulizie della scuola corrono il rischio di essere licenziati o di vedersi decurtati del 50 % un salario che attualmente e’ al massimo di 900 euro al mese.
La denuncia arriva dal presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano che sottolinea come in questo modo circa quattromila siti scolastici si vedrebbero privati di un servizio essenziale per garantire la pulizia delle scuole e le attivita’ integrative che si svolgono nel pomeriggio.
“La rilevanza di tale delicata vicenda rende necessario che tale vertenza venga gestita direttamente dalla Presidenza del Consiglio. Servono urgentemente circa 70 milioni per coprire la proroga dei servizi fino a giugno ed impegnare anche le Regioni a concorrere alla risoluzione del problema”, prosegue rivolgendosi al premier.”Facciamo appello al presidente del Consiglio, Enrico Letta, affinche’ assuma questa vertenza come una delle priorita’ del governo: sono in discussione il destino di migliaia di lavoratori e la qualita’ del diritto all’istruzione”, conclude.

Il Jobs Act renziano e le illusioni di Cesare Damiano Fonte: liberazione.it | Autore: Dino Greco

Ogni tanto Cesare Damiano si munisce di traforo e prova a ritagliare dal povero legno deI suo partito qualche improbabilissima ragione di ottimismo, ogni volta platealmente smentita dai fatti. Accadde con la riforma Fornero che faceva scempio delle pensioni di anzianità, quando l’ex ministro del Lavoro si disse determinato a presentare un progetto capace non soltanto di risolvere in radice il guaio grosso degli esodati, ma anche e ben più estesamente di offrire una risposta positiva a quanti dalla sera alla mattina si erano visti mettere sul groppone fino a sei anni di lavoro in più. Fummo facili profeti quando dicemmo che quei buoni propositi sarebbero evaporati come neve al sole. E così è stato, sicché quegli argomenti sono scomparsi da qualsiasi agenda, del governo come del Pd.
Adesso Damiano, instancabile, ci riprova, riscoprendo, sull’odierna pagina on line de l’Unità che “il nostro sistema è iper-elastico e alcune fonti (ma più che di fonti si tratta di leggi, spesso di segno bipartisan, onorevole Damiano, ndr) parlano di oltre 40 forme di impiego a disposizione delle aziende”. Qualcosa che cozza violentemente, lo ammette anche il nostro, contro ogni proposito di combattere la precarietà. ” La legge 30 del centrodestra, detta legge Biagi, ha sicuramente ampliato a dismisura le forme di impiego flessibili – osserva Damiano – aumentando i fattori di discontinuità nel lavoro. Oggi, a causa di quelle scelte, il peso dell’incertezza ricade quasi interamente sulle spalle delle nuove generazioni”.

Ora, a parte la reticenza con cui si nasconde che il copyright di tutte le manomissioni del mercato del lavoro appartiene all’opera di Tiziano Treu e del governo di centrosinistra che con entusiasmo abbracciò il dogma liberista della flessibilità, è paradossale che Damiano trovi nel renziano Jobs Act una potenziale positiva risposta per “l’inserimento incentivato dei giovani nei posti di lavoro”, una resurrezione dell’articolo 18, “non in forma parziale, cioè riconducibile ai soli licenziamenti discriminatori, ma totale ed inclusiva anche di quelli per motivi economici”: ipotesi di cui nel testo del documento e nelle intenzioni di chi l’ha redatto non c’è la più pallida traccia.

L’esponente dei Giovani Turchi (a proposito, esistono ancora?) mette le mani avanti anche sul tema contrattazione, argomento neppure sfiorato dalla proposta del neo-segretario democrat, per ribadire la propria “netta contrarietà a spostarne il baricentro verso la contrattazione aziendale, perché pensiamo che essa debba stare in equilibrio con il contratto nazionale”. Ebbene, bisognerà che qualcuno gli spieghi che gli accordi interconfederali prima e il governo Berlusconi poi hanno già mortificato il contratto nazionale rendendolo niente più che un simulacro, e chiedere al sindaco di Firenze di farlo rivivere ha le stesse probabilità di successo di ottenere da Berlusconi la redenzione degli evasori.

C’è infine, nell’intervento di Damiano un clamoroso silenzio sulla più devastante delle misure ipotizzate dal sindaco di Firenze: l’abolizione della cassa integrazione (sostituita da un’indennità di disoccupazione) grazie alla quale ogni datore di lavoro potrà disfarsi, automaticamente e senza colpo ferire, dei lavoratori che risultano eccedentari nelle fasi di crisi. Mai nessun padrone, neppure il più protervo castigamatti antisindacale, avrebbe mai immaginato si potesse pervenire ad uno stravolgimento tanto radicale dei rapporti sociali e a fare della manodopera una merce così maltrattabile. Occorreva il rottamatore, ultima tappa dell’interminabile trasmutazione liberale del Pd, per giungere là dove Ronald Reagan e Margareth Tatcher erano giunti oltre trent’anni fa. Sveglia, Damiano, sveglia