Notte in strada per 12 minori stranieri non accompagnati «Non vogliamo tornare nel centro La Madonnina» da: ctzen

Foto di: Salvo Catalano

Salvo Catalano 20 Dicembre 2014

Cronaca – Sono scappati dalla struttura di prima accoglienza di Mascalucia. E a piedi hanno raggiunto la prefettura di Catania dove però non sono stati ricevuti. «Vogliamo andare a scuola, avere vestiti nuovi e chiamare casa», spiegano. Il centro, definito «un fiore all’occhiello» dalla politica, si difend

Sono scappati da quello che la politica ha definito «un centro d’eccellenza nell’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati», perché lì non vogliono più restarci. Giovedì mattina in 12, tutti compresi tra i 15 e i 17 anni e originari di Senegal e Gambia, hanno lasciato il centro La Madonnina di Mascalucia e a piedi hanno raggiunto Catania. Hanno dormito una notte sui freddi marciapiedi nei pressi del Tribunale dei Minori, nel quartiere Cibali. Quindi ieri hanno raggiunto la prefettura, meta della loro protesta. Si sono seduti sotto le bandiere di palazzo Minoriti e hanno aspettato che qualcuno li ricevesse. Ma, nonostante la mediazione della Rete antirazzista catanese, nessuno ha voluto ascoltarli.

«Non vogliamo più tornare a Mascalucia – spiega Palanin, 17enne del Gambia che si fa portavoce del gruppo – vogliamo andare a scuola, imparare l’italiano, avere dei vestiti nuovi e chiamare le nostre famiglie». Tutte cose che, a detta dei minori, nel centro La Madonnina non gli è possibile fare.

La struttura ha iniziato la sua attività lo scorso 5 novembre. Si tratta di un centro di prima accoglienza, gestito dall’associazione La Madonnina, presieduta da Francesca Indelicato, già titolare di diverse cliniche private nel Catanese. Avrebbe dovuto aprire nel 2015, ma l’imponente afflusso di minori non accompagnati e le pressioni delle istituzioni competenti hanno anticipato l’avvio delll’attività.

I primi ad arrivare sono stati proprio Palanin e i suoi amici, sbarcati a Catania il 19 ottobre e per 17 giorni rimasti al Palaspedini in attesa di una sistemazione. Che la prefettura individua proprio nel centro di Mascalucia. Sono gli stessi minori a cui il 31 ottobre il deputato del Partito Democratico Giuseppe Berretta fa visita nell’impianto sportivo vicino allo stadio Massimino. «Sono abbandonati senza cibo, senza vestiti, in una struttura fatiscente. E’ una cosa disumana, di una inciviltà unica. E chi in Prefettura è responsabile dovrà pagare un prezzo per tutto questo», commentava il parlamentare dopo il sopralluogo.

Il 5 novembre in 60 vengono trasferiti a Mascalucia, saturando i posti disponibili del centro. Ma anche qui le cose non sembrano andare nel verso sperato. «Non ci hanno fatto chiamare le nostre famiglie che non sanno che siamo vivi – spiega Palanin – alcuni di noi fino a pochi giorni fa indosavano infradito perché non ci avevano dato scarpe, disponiamo di un solo cambio di vestiti e non possiamo andare a scuola. Non abbiamo neanche un euro a disposizione, prendiamo i mozziconi di sigaretta da terra per fumare». «Un mio amico è stato portato in ospedale e non ho più avuto notizie di lui», aggiunge un altro ragazzo.

Sono partiti otto mesi fa dalle loro case. Il loro viaggio dal cuore dell’Africa nera è iniziato ad aprile. Nello stesso mese sono arrivati in Libia. «Lì – racconta Palanin – sono rimasto prigioniero dei trafficanti e ho conosciuto gli altri ragazzi che ora sono con me».

Dal centro La Madonnina smentiscono. «Capiamo che vorrebbero essere trasferiti in una struttura di secondo livello, uno Sprar, perché avrebbero più possibilità, come quella di iscriversi a scuola, cosa che in un centro di prima accoglienza dove la permanenza massima dovrebbe essere di tre mesi non è prevista – risponde l’ufficio stampa – Ma abbiamo avviato a metà novembre i corsi di alfabetizzazione e i minori hanno a disposizione un telefono cellulare con degli orari fissi per chiamare a casa». Per quanto riguarda il vestiario, dal centro precisano che al loro arrivo gli è stato consegnato «un kit con tuta, pigiama, scarpe e giubbotto e una seconda dotazione di tuta». La scorsa settimana la deputata Concetta Raia, il neo assessore del Comune di Catania Angelo Villari e l’assessore regionale alla Famiglia Bruno Caruso hanno fatto visita alla struttura, tessendone le lodi e definendola «un fiore all’occhiello nel sistema siciliano dell’accoglienza, un modello per quelli che nasceranno dopo».

Tuttavia, 12 minori hanno passato una notte per strada, mentre solo l’aiuto di attivisti e volontari ha permesso di trovare una sistemazione di fortuna per la seconda notte. L’ufficio stampa precisa di aver avvisato la Prefettura del loro allontanamento dal centro. Oggi intanto si proverà a trovare una soluzione. «Abbiamo chiesto un incontro al Prefetto – spiega Alfonso Di Stefano, della Rete Antirazzista – ieri non ci è stato concesso, vedremo oggi, altrimenti attueremo una nuova protesta».

Roma, sfratto del Centro antiviolenza di Tor Bella Monaca: petizione con cinquantamila firme Autore: claudia galati da: controlacrisi.org

 

Le parole, per quanto belle e profonde possano essere, non bastano mai quando si ha a che fare con la violenza contro le donne. In queste situazioni, sono i fatti a fare la differenza, le azioni concrete di chi si adopera affinchè le vittime possano ricevere aiuto, sostegno, ascolto, reinserimento nella società e nel lavoro. Ma se questi sforzi vengono vanificati da uno sfratto della struttura che ospita il Centro antiviolenza, al danno si aggiunge la beffa: accade al Centro di Supporto Psicologico Popolare di Tor Bella Monaca, quartiere rinomatamente problematico della Capitale, che da gennaio non ha più una sede dove fornire assistenza alle donne vittime di violenza.Attivo dal 2011, il Centro, autofinanziato e autogestito, nato in via privata “ma non abbiamo mai ricevuto contributi da privati, né da istituzioni né dai servizi sociali: quello che abbiamo fatto è stato totalmente creato da noi”, ci tiene a precisare la fondatrice Stefania Catallo, finora ha aiutato un migliaio di donne, “donne che sono rimaste vive, non sono morte”. Il destino del Centro è ora affidato alla petizione da lei lanciata indirizzata al sindaco Ignazio Marino e alla Consigliera nazionale del ministro dell’Interno per le politiche di contrasto alla violenza contro le donne e al femminicidio, Isabella Rauti, affinché il Comune si adoperi per trovare uno spazio idoneo a ospitare il Centro e le sue attività (magari in uno spazio confiscato alla mafia o comunale in disuso), che al momento proseguono nelle case dei singoli volontari. La quota di 50 mila firme è stata quasi raggiunta: ad oggi ne mancano poco più di 600. Una bella risposta da parte della società civile, che risponde con la solidarietà alla scandalosa indifferenza delle istituzioni per un tema da poco entrato nell’agenda politica del Paese.

Stefania Catallo ha anche scritto il libro: “Sulla pelle delle donne” – che è anche il titolo del primo reportage giornalistico realizzato per RaiNews da Mariella Magazù, in cui “si racconta del lavoro di contrasto alla violenza contro le donne in una periferia degradata dall’indifferenza istituzionale, quando la parola ‘femminicidio’ non esisteva per i media e neppure per il Codice italiano” -, dal quale è stato tratto uno spettacolo teatrale andato in scena nel carcere di Rebibbia a novembre, e che sarà replicato in primavera. Le abbiamo rivolto qualche domanda per approfondire meglio la situazione.

Com’è iniziata la vicenda dello sfratto?
Per due anni siamo stati ospitati gratuitamente dall’associazione “Sirio 87”, ma non sapevamo che era sotto sfratto esecutivo. Una mattina stavo provando con due attrici, quando si presentano due tizi che, dicendo di essere un avvocato e un ufficiale giudiziario, mi intimano lo sfratto. Ovviamente ho spiegato loro che non ero io la proprietaria del locale e di rivolgersi ad altri, non ho mai voluto essere in un’occupazione abusiva, non ne sapevamo nulla. Così in tre-quattro mesi abbiamo deciso di staccarci dall’associazione e dai suoi locali, perchè non vogliamo essere suoi complici.

Le reazioni del quartiere?
La gente è incavolata, ma alla fine non interrompendo l’assistenza hanno capito che la continuità c’è. Però dobbiamo uscire da questa situazione. Speravamo nell’avvicendarsi delle Giunte, ma non abbiamo ottenuto nulla.

Qual è la situazione al momento?
Siamo quasi alle 50 mila firme, quindi a livello di sensibilizzazione ne abbiamo fatta tanta. Abbiamo fatto tutto da soli e con il passaparola. E anche se non ci sono scadenze entro cui presentare le firme, prima si fa e prima ci sistemiamo, è più una situazione di urgenza. Abbiamo ricevuto una proposta dal nostro municipio, ma bisogna vedere quando sarà attuata. Per non interrompere il servizio siamo state costrette a continuare a ricevere le vittime nelle nostre case. Dato il silenzio del sindaco Marino – che a parte un tweet non ha mosso un dito, con tutto che aveva basato la propria campagna elettorale sul voto femminile, e adesso fa orecchie da mercante! – abbiamo deciso di chiedere un appuntamento direttamente al Ministero dell’Interno, e Alfano si è detto disposto a riceverci entro una decina di giorni. Dopo di che, ci rivolgeremo direttamente al Presidente della Repubblica.

Prossime iniziative in programma?
Tra le nostre attività, oltre al lavoro di ascolto e supporto psicologico, ci sono gruppi di auto-aiuto e corsi di recitazione con la produzione autofinanziata di spettacoli e pièce di denuncia sociale e civile, di cui l’ultimo è andato in scena il 5 marzo alla Garbatella. Portare avanti le attività di laboratorio teatrale costa, quindi abbiamo chiesto di essere supportati. Io ballo il tango, e il 16 febbraio scorso abbiamo organizzato una serata di solidarietà a sostegno del Centro al Giardino del Tango, in cui c’è stata molta partecipazione, e il 10 aprile ripeteremo l’evento alla milonga Tango Negro.

Il link per firmare la petizione

Baobab: unico centro d’accoglienza gestito dagli immigrati, esempio da replicare da: piuculture

“Non siamo gli accolti! Come promotori di cultura siamo noi ad accogliere i cittadini. I centri di accoglienza sono dei luoghi di cultura”, spiega Daniel Zagghay, rappresentante del Centro Policulturale Baobab di via Cupa 5, che è l’unico centro d’accoglienza gestito, da 10 anni, da immigrati. “Si parte dal concetto che gli immigrati di qualunque provenienza non conoscano la lingua italiana, alcuni la comprendono ma non la parlano bene, però sono persone senza patologie, sono autonome e possono gestirsi da sole, non hanno bisogno di operatori e mediatori. Non perché sono delle persone sfigate o in difficoltà, devono vivere in un posto disagiato, anzi, questo centro è diventato un luogo familiare per loro”. I rappresentanti del Comune di Francoforte, dopo aver visto e studiato il centro, hanno chiesto di replicare l’esperienza nella loro città „E’ la dimostrazione che la nostra struttura ha una portata culturale immensa, in Italia è l’unica di questo tipo. Non si è realizzato un posto uguale perché nessuno vuole dare il potere agli stranieri, perché si pensa che l’immigrato non sia autosufficiente”.

mali 068La struttura è offerta dal Comune di Roma, ospita 215 immigrati che hanno chiesto asilo come rifugiati, tra loro solo 60 sono seguiti dal comune, tutti gli altri ospiti devono autogestirsi. Il Centro Policulturale Baobab realizza una mensa sociale che offre da mangiare una volta al giorno non solo alle persone della struttura, ma a tutti coloro che, nella zona, si trovano in uno stato di difficoltà temporaneo. „Cerchiamo di fornire delle condizioni di vita più umane alle persone: non solo farli dormire la notte e poi buttarli fuori la mattina, impedirgli di portare gli amici, non farli sentire a casa, non assisterli, bisogna dar loro un luogo accogliente, che possono gestire da soli”. Il posto è stato creato inizialmente da eritrei, etiopi, sudanesi e somali, oggi passano da lì 17 nazionalità, maggiormente del centro Africa e afgani. Si fermano non più di 3-4 mesi perché hanno il loro progetto migratorio, vanno in altri paesi europei del nord dove trovano servizi, assistenza e maggiori possibilità di inserirsi. Quelli che rimangono a lungo sono quelli con qualche problema in più: alcuni stanno qui da 4 anni. Sono accolti tutti, in base alla disponibilità: oltre le 60 persone che sono mandate dal Comune di Roma, gli altri chiedono la prima assistenza, poi gli uffici li orientano verso i vari servizi.

„Sono 10 anni che stiamo qui e non ha mai litigato nessuno: rispetto ai centri d’accoglienza dove succedono cose brutte, la polizia non è mai venuta. Perché abbiamo addottato il metodo tribale di autogestione e tutti i problemi si risolvono all’interno della struttura. Questo metodo permette di risolvere qualsiasi tipo di conflitto: di non cronicizzare le problematiche ma di risolverle con il dialogo”, racconta Daniel, con alle spalle un’esperienza di 20 anni come psicologo e mediatore culturale. Gli ospiti sono molto attivi durante il giorno: vanno a lavorare, si spostano nei centri esterni per imparare l’italiano, per curarsi si rivolgono alle Asl. La mensa sociale non ha orari, è aperta da mezzogiorno fino alla sera, quindi chiunque può venire in qualsiasi momento a mangiare o a portare via il cibo, in questo modo si evita la fila. In cucina lavorano i cuochi fissi, poi a turno danno una mano i volontari, che si occupano anche della manutenzione di tutto l’edificio: elettricisti, pittori, c’è chi fa le pulizie.

mali 103Il Centro Policulturale Baobab, ex vetreria industriale dismessa, è stato ristrutturato dagli ospiti stranieri: hanno realizzato le camere, i bagni, gli uffici, la mensa sociale, degli studi per la musica, la sala registrazioni, la sala per la formazione e i convegni, i ristorante, il bar, con tanto di biliardo. Oggi è considerato punto di incontro e di dialogo tra culture diverse. „E’ l’unico posto in Italia come centro d’accoglienza dove i cittadini vengono accolti per fare attività culturali, non per la solidarietà, ma per convenienza: se le mamme organizzano il compleanno del figlio è perché gli piace il posto e i prezzi sono solidali. L’idea è il concetto di trasformazione della struttura: invece di chiedere il sostegno, ti do i servizi, siamo noi che facciamo la solidarietà a noi stessi, lavorando”, continua Daniel. Il centro è visitato da tanti italiani per serate, eventi, scambi culturali, cene, feste, ma non si mantiene solo con questo, le spese sono maggiori. Ci sono le persone che sostengono Baobab anche con pochi soldi, gli ex-ospiti, che sono migliaia, mandano qualcosa dai paesi dove risiedono. Alcuni pagano l’affitto per vivere qui: 30 euro al mese. ”Facciamo l’adozione di prossimità: invece di adottare un bambino all’estero adottiamo un rifugiato qui”.

mali 099„Siamo sempre in lotta per i diritti: gli immigrati non sanno tante cose dell’Italia, perché non si rende facile l’accesso alle informazioni, non c’è apertura. Per esprimere la propria voce devi poter votare. Ai consiglieri aggiunti non si dà il diritto di voto perché qualcuno ha detto che in questo modo chiederebbero sempre di più”. Daniel sottolinea che si fa pochissima intercultura tra gli stranieri, che le comunità straniere non interagiscono tra di loro. Anche se sta in Italia da più di 30 anni e ha la cittadinanza, per strada la gente lo percepisce sempre come un immigrato, si parla poco delle persone integrate, si dà sempre spazio alle storie negative che sono in minoranza. Riguardo al ministro dell’Integrazione Kienge, aggiunge: „Non ho bisogno di una faccia nera per risolvere i problemi dell’immigrazione, ma di qualcuno che lotti per me affinchè io abbia pari dignità come cittadino”.

Raisa Ambros
(08 gennaio 2014)