Giochi di guerra in terra sarda : Articolo pubblicato in Casablanca, n. 36, settembre-ottobre 2014 di Antonio Mazzeo

Un disastro ambientale di proporzioni enormi, ingiustificato, inaccettabile. Per nome e conto del complesso militare-industriale-finanziario e di chi, da tempo immemorabile, stupra i territori e il paesaggio per le vecchie e nuove guerre planetarie. Mercoledì 4 settembre, a Capo Frasca (provincia del Medio Campidano) trenta ettari di macchia mediterranea di grande pregio sono stati devastati a seguito dell’esplosione di un missile sganciato da un cacciabombardiere. L’ennesimo war game in un’isola, la Sardegna, dove sorgono i più grandi poligoni terrestri e aereonavali del Mediterraneo. Dove non c’è giorno, mese, anno, in cui non vomitino fuoco e morte gli aerei, i carri armati, le navi e i cannoni della Nato e dei regimi più reazionari di Africa e Medio Oriente.

“Sono state svolte due missioni il 2 e 4 settembre, con la partecipazione di velivoli da guerra dell’aeronautica militare italiana e tedesca decollati dallo scalo militare di Decimomannu”, ha spiegato il sottosegretario alla Difesa, Domenico Rossi. “Presumibilmente l’incendio si è originato per una cartuccia di una bomba inerte, che ha rimbalzato più volte nel terreno, arrestandosi 100 metri oltre il target dopo essere stata sparata da uno dei quattro aerei Tornado tedeschi in esercitazione. Il forte vento ha poi propagato le fiamme. Ma si è trattato di un evento del tutto eccezionale”. Di eccezionale, però, stavolta, c’è solo la superficie di macchia investita dall’incendio. Capo Frasca, infatti, è un enorme e velenosa discarica a cielo aperto dove fanno bella mostra di sé residui di bombe, proiettili, ordigni metallici inesplosi, missili conficcati nel terreno e persino lamiere, fusoliere e carcasse di aerei da guerra abbattuti o precipitati. Come del resto annota lo stesso Ministero della Difesa, dai primi anni ’50 ad oggi, circa 60 aerei militari sono andati distrutti in incidenti di volo “con 24 naviganti di diverse nazionalità deceduti e ricordati nella chiesa ecumenica del poligono di Capo Frasca”. Gli ultimi due velivoli, due cacciabombardieri F-16 del 37° Stormo dell’Aeronautica di Trapani-Birgi, sono precipitati il 22 maggio 2006 al largo di Capo Carbonara, mentre stavano conducendo una missione di addestramento notturno nell’ambito dell’esercitazione aerea “Spring Flag”. I due piloti sono riusciti a salvarsi in extremis dopo essersi lanciati in mare dai velivoli. Cinque anni prima, una barca da pesca era stata affondata a pochi metri dalla riva di una spiaggia pubblica da un missile lanciato da un caccia in esercitazione tra la base di Decimomannu e Capo Frasca.

La grande base dei Signori della guerra

Il poligono di Capo Frasca occupa una superficie a terra di 1.416 ettari che interessa i comuni di Terralba, Arbus e Arborea e viene utilizzato dalle forze armate italiane e straniere per esercitazioni di tiro a fuoco aria-terra e mare-terra. Come gli altri grandi poligoni strategici sardi di Capo Teulada, Perdasdefogu e Salto di Quirra, Capo Frasca offre una serie di bersagli adatti al bombardamento al suolo e all’uso di cannoni o mitragliatrici di bordo. Intorno al poligono si ergono una serie di postazioni di controllo radar e telecomunicazioni di supporto al sistema per l’addestramento aereo, come ad esempio quelle di Siamaggiore, Monte Arci e Santulussurgiu. Un’enorme zona di restrizione dello spazio aereo collega direttamente Decimomannu a Capo Frasca e alla vasta zona, indicata nelle carte militari con la sigla D 40, situata fuori dalle acque territoriali, adibita al combattimento aereo e al lancio di missili e bombe.

L’aeroporto di Decimomannu, esteso su una superficie di 571 ettari nel comune di Villasor, è la struttura chiave per l’addestramento dei piloti di cacciabombardieri e l’impiego e il collaudo di missili e radio bersagli. Situato a pochi chilometri da Cagliari, è uno dei più trafficati scali militari di tutta Europa. Si stima che dal 1955 ad oggi siano stati rischierati a Decimomannu circa 400 reparti diversi appartenenti a 21 Nazioni, con 150 differenti tipi di aeromobili; durante gli eventi più drammatici che hanno segnato la recente storia mondiale (guerra in Vietnam, prima guerra del Golfo, conflitto in Ex Yugolsavia, ecc.), nell’aeroporto sardo si sono registrati più di 450 movimenti aerei giornalieri e un consumo costante superiore a 1.000.000/1.200.000 litri di carburante JP8 al giorno.

Decimomannu rientra tra le basi italiane concesse segretamente nell’ottobre 1954 alla Nato e agli Stati Uniti, congiuntamente ad Aviano, Camp Darby (Livorno), Napoli-Capodichino e Sigonella, ma negli anni il suo status giuridico si è fatto più ibrido ed articolato. “Decimomannu e il poligono nella zona sud-occidentale della Sardegna risposero alla domanda sempre più crescente in ambito Nato di individuare aree specifiche all’addestramento al combattimento aereo lontane da traffici aerei e marittimi, condizione non facilmente riscontrabile nell’Europa centrale e settentrionale”, riporta l’Ufficio storico della Difesa. Così in Sardegna fu realizzata la prima delle installazioni per l’addestramento e il tiro aereo previste dai piani Nato dell’epoca. Il 16 dicembre del 1959 fu firmato un accordo tra Italia, Canada e Germania Occidentale che entrò in vigore l’anno successivo e che consentì alle forze aeree dei tre paesi e alla Marina militare tedesca di operare con continuità sulla base di Decimomannu e impiegare nei poligoni sardi i nuovi sistemi d’arma acquisiti. Successivamente l’accordo fu esteso ai velivoli statunitensi; l’US Air Force e l’Us Navy, in particolare, negli anni ’60 e nei primi anni ’70, utilizzarono Decimomannu come scalo tecnico per le azioni di guerra nel sud-est asiatico e i mezzi assegnati alla VI flotta di stanza nel Mediterraneo. A partire dalla fine degli anni ‘70, le aeronautiche di Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna stabilirono nello scalo propri distaccamenti fissi, a supporto delle esercitazioni aeronavali in Sardegna. Nel corso degli anni ’90, i distaccamenti dell’US Air Force e della RAF britannica hanno abbandonato l’aeroporto anche se i caccia e i grandi aerei da trasporto militari Usa continuano ancora oggi ad utilizzare Decimomannu nei loro trasferimenti tra gli Stati Uniti, l’Iraq, l’Afghanistan e il continente africano. Lo scalo sardo è pure utilizzato per i rischiaramenti temporanei degli aerei radar E-3 Awacs della NATO Airborne Early Warning And Control Force, la forza di pronto allarme di stanza a Geilenkirchen (Germania) e basi operative ad Aktion (Grecia), Konya (Turchia) e Trapani-Birgi. Nel 2011, quando la coalizione multinazionale a guida Usa-Nato scatenò un sanguinoso conflitto contro la Libia (Operazione Unified Protector), a Decimomannu furono rischierati quattro cacciabombardieri F-18, due velivoli da trasporto B.707 e CASA 235 e un aerorifornitore KC-130 delle forze armate spagnole, sei cacciabombardieri F-16 dell’Aeronautica olandese e sei cacciabombardieri Dassault Mirage 2000 e sei F-16 degli Emirati Arabi Uniti.

Il megalaboratorio di droni e Tornado

Decimomannu è utilizzata periodicamente per le esercitazioni Dissimilar Air Combat Training – DACT delle forze aeree Nato e di paesi non aderenti all’Alleanza Atlantica. Nel 1979 fu installato nella base l’ACMI (Air Combat Maneuvering Instumentation), un sofisticato sistema elettronico di produzione statunitense, che permetteva di dirigere e monitorare le operazioni di addestramento alla guerra aerea. L’ACMI, per lungo tempo l’unico esistente in Europa, è stato utilizzato fino al 2002 quando fu rimpiazzato dal più moderno AACMI (Autonomous Air Combat Manouvering Instrumentation), gestito da un consorzio italo-tedesco-israeliano e costituito da strumenti, sensori computer e sistemi di videorappresentazione elettronica che consentono di operare senza l’uso di armi reali. Al controllo dell’AACMI è preposto il Reparto Sperimentale e di Standardizzazione al Tiro Aereo (R.S.S.T.A.) / Air Weapon Training Installation (A.W.T.I.). Tipicamente, un ciclo addestrativo ha la durata di circa due o tre settimane ed è articolato in una serie di missioni svolte nei poligoni, usati singolarmente o, come spesso accade, impiegati nella loro totalità, al fine di simulare un complesso operativo più aderente alla realtà. Il reparto impiega due radar: il primo è dedicato 24 ore al giorno esclusivamente al controllo del traffico aereo militare e civile sugli aeroporti di Decimomannu e Cagliari-Elmas; il secondo, con compiti di sorveglianza dello spazio aereo nazionale, è impiegato per il controllo delle missioni addestrative.

Dopo il progressivo disimpegno di Canada, Gran Bretagna e Stati Uniti, dal 1998 l’R.S.S.T.A/A.W.T.I. è composto da personale dell’Aeronautica italiana, affiancato da personale militare e civile tedesco (Taktisches Ausbildungskommando der Luftwaffe Italien), che opera su Decimomannu in qualità di “coutente”. Italia e Germania impiegano e condividono le strutture operative, addestrative e logistiche dell’AWTI con oneri suddivisi al 50%, sulla base di un accordo bilaterale firmato nel 2004 e rinnovato il 5 febbraio 2013 per altri sei anni. “La disponibilità di ampi spazi aerei, di infrastrutture tecnologiche d’avanguardia e logistiche capaci di ospitare svariati gruppi di volo contemporaneamente (ben oltre 100 aeromobili tra caccia, cargo ed elicotteri), nonché condizioni meteorologicamente favorevoli, fanno di Decimomannu una base altamente quotata dagli alleati per l’addestramento avanzato, soprattutto con armamento di ultima generazione”, riporta il Ministero della Difesa. “L’attività di volo condotta nel poligono AACMI, specialmente quella DACT, spesso effettuata tra velivoli di diverse nazionalità, ha contribuito in modo determinante al perfezionamento e alla standardizzazione delle tecniche di combattimento manovrato e all’interoperabilità del personale delle forze aeree Nato”.

Nella base è presente pure un distaccamento dell’azienda Alenia-Aeronautica (Gruppo Finmeccanica), costituito fino a un massimo di 60 unità, a seconda dei programmi industriali in atto, che fornisce il supporto tecnico ai reparti militari nella conduzione di prove in volo dei velivoli e dei sistemi avionici acquisiti. Così è cresciuta negli anni l’importanza strategica di Decimomannu e dei poligono limitrofi nell’ambito delle sperimentazioni dei più sofisticati apparati di morte. Nell’agosto 2009, per la prima volta un velivolo a pilotaggio remoto “Predator A” del 32° Stormo dell’Aeronautica militare, decollato dalla base di Amendola (Foggia), ha raggiunto Decimomannu utilizzando un apposito corridoio aereo interdetto al traffico civile, per testare le nuove apparecchiature di telerilevamento di cui era stato dotato e che hanno poi  consentito di potenziare le possibilità d’impiego del drone nei teatri operativi (prima Iraq, Afghanistan e Libia, ora Somalia e azioni di contrasto della pirateria in Corno d’Africa e dei flussi migratori nel Mediterraneo). Nel settembre 2013, la base aerea di Decimomannu è stata sede della prima campagna di certificazione al rifornimento in volo promossa in ambito europeo, grazie all’impiego di tre caccia JAS-39 Gripen della forza aerea svedese, un velivolo Mirage 2000 e un Rafale francesi e il tanker italiano KC-767 A in dotazione al 14° Stormo di Pratica di Mare. L’attività, organizzata insieme alla European Defence Agency (EDA), ha avuto come “osservatori” pure alcuni ufficiali dell’aeronautica militare della neutrale Svizzera e ha consentito lo “sviluppo prioritario di un efficace sistema di condivisione delle risorse in ambito multinazionale”. Due mesi più tardi, Decimomannu ha pure ospitato le prove di volo per l’integrazione del missile da crociera a lungo raggio “Storm Shadow” sul cacciabombardiere Eurofighter Typhoon. Il ciclo è stato svolto con un prototipo italiano gestito di Alenia e il supporto delle aziende straniere BAE Systems e Cassidian. Prodotto dalla società missilistica europea MBDA di cui Finmeccanica detiene il 25% del pacchetto azionario, il nuovo sistema missilistico è dotato di un raggio di azione di oltre 250 km e ha consentito agli Eurofighter di poter sviluppare le proprie capacità offensive, giorno e notte, in tutte le condizioni meteo. Dopo i test sperimentali in Sardegna, a partire del 2005 lo “Storm Shadow” è stato acquistato dai reparti di volo di Arabia Saudita, Austria, Germania, Gran Bretagna, Italia, Oman e Spagna.

Dove Israele si addestra a sterminare i palestinesi

Da undici anni a questa parte, puntualmente in piena primavera, Decimomannu diviene il teatro di “Spring Flag”, la più importante esercitazione organizzata sul territorio nazionale, aperta alla partecipazione di mezzi e personale Nato ed extra-Nato, con missioni di contro-aviazione, supporto aereo ravvicinato a truppe terrestri e unità navali, interdizione ai convogli navali, evacuazione di personale, soccorso in mare, ecc.. L’edizione 2006, quella del grave incidente che ha visto coinvolti i due caccia F-16 dell’Aeronautica italiana, è passata alla storia anche per la diserzione in extremis delle forze armate svedesi, contrariate per la presenza ai giochi di guerra – insieme a Italia, Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Giordania e Tunisia – di alcuni cacciabombardieri F-15 della bellicosa Israele. I top gun israeliani non erano comunque nuovi alle esercitazioni a fuoco in territorio sardo. Secondo quanto riportato il 22 settembre 2003 dal quotidiano di Tel Aviv Maariv, nelle settimane precedenti nei cieli di Decimomannu e Capo Frasca si erano tenute simulazioni di battaglie aeree tra caccia tedeschi MiG 29 ed F-15 della Israeli Air Force. “Per l’importanza dell’esercitazione – aggiunse Maariv – sono stati selezionati i migliori piloti di caccia reperibili in Israele”.

Dopo “Spring Flag 2006”, la presenza dei velivoli da guerra israeliani in Sardegna è divenuta costante e massiccia. Nel novembre 2010, ad esempio, in occasione dell’esercitazione annuale “Star Vega”, una decina di cacciabombardieri F-15 ed F-16 dell’Israeli Air Force si esercitavano congiuntamente con i Tornado, gli Eurofighter, gli F-16 e gli AMX dell’Aeronautica italiana impiegando i sistemi elettronico-missilistici dislocati presso il poligono di Capo San Lorenzo e Perdasdefogu. Una seconda fase dell’esercitazione aerea si svolgeva il mese successivo in Israele presso la base aerea di Ovda, nel  deserto del Negev. Durante le attività addestrative, un caccia del 106° squadrone israeliano, dopo il decollo dalla base di Decimomannu, compiva una manovra altamente pericolosa, non autorizzata. Per questo il pilota veniva condannato da un tribunale militare israeliano a sette giorni di carcere e un anno di sospensione dal volo.

L’edizione 2011 di “Star Vega” vedeva ancora una volta Decimomannu quale fulcro delle attività addestrative di una ventina di velivoli dell’Aeronautica militare italiana, israeliana, olandese e tedesca. Lo scorso anno, assenti gli israeliani, l’Aeronautica italiana ha voluto fare le cose in grande: nello scalo sardo sono stati fatti confluire dai diversi reparti di volo decine di cacciabombardieri, velivoli per la guerra elettronica e il rifornimento in volo, droni-spia, ecc.. Imponente anche la presenza dell’Esercito con il 33° Reggimento “Falzarego” (settore guerra elettronica), il 41° Reggimento “Cordenons” (sorveglianza strumentale del campo di battaglia con radar e mini-droni) e il 13° Battaglione “Aquileia” (ricerca informativa sul  terreno), mentre la Nato ha inviato un velivolo-radar AWACS. Contemporaneamente a “Star-Vega 2013”, l’Alleanza Atlantica ha svolto nei cieli del basso Tirreno l’esercitazione “Ramstein Guard 4”, finalizzata a integrare le componenti alleate specializzate nel settore della guerra elettronica. “Quest’esercitazione è stata per noi una palestra in cui, attraverso tecnologie all’avanguardia, ci siamo addestrati a fare sempre meglio quello che il personale dell’Aeronautica militare sta facendo da tempo in Afghanistan e che potremmo essere chiamati a fare”, dichiarava il capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Pasquale Preziosa, a conclusione di “Star Vega”. “L’esercitazione a Decimomannu è stata anche un’occasione di addestramento della cosiddetta logistica di proiezione. Sono state allestite tutte le strutture campali, sia di comando che di controllo e alloggiamento per una parte del personale partecipante che si renderebbero necessarie se l’Aeronautica venisse chiamata a intervenire con brevissimi tempi di preavviso in zone di operazioni isolate…”.

Il Programma esercitazioni a fuoco secondo semestre 2014 elaborato dal Reparto Sperimentale Standardizzazione al Tiro Aereo, pubblicato il 3 marzo 2014, prevede ancora una volta l’arrivo a Decimomannu di caccia F-15 ed F-16 dell’Israeli Air Force per esercitarsi al combattimento in volo e sganciare bombe pesanti nel poligono di Capo Frasca. Nonostante i recentissimi massacri a Gaza di donne e bambini, crimini che la comunità internazionale si è guardata bene di stigmatizzare, da Roma nessuno ha ritenuto opportuno annullare l’invito dei piloti israeliani ai giochi di guerra in terra sarda. Nei giorni scorsi, il Ministero della Difesa ha emesso un contorto e imbarazzato comunicato. “In merito alle notizie recentemente pubblicate da alcuni organi di stampa, si precisa che il programma delle esercitazioni che si svolgeranno in Sardegna nel secondo semestre del 2014 non è stato ancora approvato. L’esercitazione multinazionale Vega, di cui si parla, è inserita, di massima, nella programmazione per la prima decade di dicembre. Per tale attività, di fatto, non è stata ancora completata la fase di pianificazione che, comunque, non prevede azioni a fuoco né utilizzo di armamenti (anche inerti) ma esclusivamente attività simulata. Solo dopo la pianificazione verranno confermate le nazioni partecipanti…”. A scanso di equivoci, il governo di Renzi & soci ha ritenuto inammissibile un ordine del giorno del M5S che chiedeva di cancellare la partecipazione dei militari israeliani alle esercitazioni aeree previste a Capo Frasca. Tel Aviv è il partner strategico di Washington e Bruxelles in Medio oriente e uno dei migliori clienti dei mercanti d’armi di Casa nostra.

Articolo pubblicato in Casablanca, n. 36, settembre-ottobre 2014

Sardegna, contraddizioni sul ‘dopo Capo Frasca’. Intanto c’è la data della prossima manifestazione. Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

(foto di Alessio Niccolai) La data e il luogo del ‘dopo’ Capo Frasca ci sono: 13 dicembre, Cagliari.
Le rivendicazioni dei manifestanti sono sempre le stesse che – in estate – hanno spinto una serie di sigle indipendentiste a convocare la manifestazione del 13 settembre presso la lingua di terra che separava il poligono di Capo Frasca dalla piccola frazione di Sant’Antonio di Santadi (Comune di Arbus, provincia di Oristano).
Le dodici mila persone accorse per manifestare contro i poligoni militari, oltre le più rosee aspettative riguardo la partecipazione, hanno fatto nascere involontariamente un dibattito a cui, forse, neanche le organizzazioni politiche che rappresentano l’istanza indipendentista erano preparate.
Secondo Per Pier Franco Devias di a Manca pro s’Indipendentzia: «questa volta è stato palese a tutti quanti che migliaia e migliaia di Sardi hanno deciso di rinunciare ai propri impegni e di dedicare i loro sforzi per spiegare, a se stessi e agli altri, che non vogliono più continuare a vivere sotto il giogo delle servitù».
Così ha affermato l’ex candidato presidente della Regione Sardegna il 26 settembre nell’ambito della conferenza stampa che avrebbe poi annunciato la ‘Cramada’ (chiamata), l’assemblea aperta di sabato 4 ottobre presso Santa Giusta (Oristano).
Nella stessa conferenza stampa del 26, dunque, Bustianu Cumpostu (Sardigna Natzione Indipendentzia) aveva dichiarato come quella del 13 settembre «non era una manifestazione solo indipendentista, c’era anche tutto il popolo sardo. Quella è stata la grande novità».
Ed ecco che il dibattito prende piede.
Pochi giorni prima della conferenza stampa del 26 settembre, Gianluca Collu (ProgReS) scriveva che la ‘Manifestada’ di Capo Frasca «passerà invece alla storia come una grandiosa presa di coscienza nazionale» e sulla stessa linea si poneva Cristiano Sabino del Fronte indipendentista unidu: «La manifestazione del 13 a Capo Frasca inaugura una fase nuova della vita politica sarda […] Altre volte i movimenti indipendentisti si erano fatti sentire e avevano condizionato il dibattito politico e sociale in Sardegna. Ma mai era accaduto che l’indipendentismo indirizzasse così nettamente un grande movimento di opinione».
Ma se fino a prima dell’appuntamento della ‘Chiamata di Santa Giusta’ le prime contraddizioni si erano palesate solo testualmente, nella giornata di ieri si sono anche concretizzate.
Una prima avvisaglia era stata il comunicato di aMpI del 2 ottobre che recitava: «A Manca pro s’Indipendèntzia tiene a precisare che non è sua intenzione costituire alcuna struttura, alleanza organica, rete, comitato, o coordinamento stabile riguardo alla lotta contro l’occupazione militare e che tale eventualità non è mai stata neanche presa in considerazione con gli altri movimenti e comitati che hanno chiamato l’Assemblea».
Quindi, successivamente, il dibattito circa l’organizzazione della ‘cosa’ che ha portato a Capo Frasca e di come provare ad organizzarla e traghettarla in seguito.
Secondo Gianluca Collu, raggiunto da Controlacrisi «le criticità sono nel metodo» ovvero «nel fare un salto di qualità dopo il successo della giornata storica di Capo Frasca. Quella giornata è stata un momento di presa di coscienza nazionale importante per i sardi in cui ci si è sentiti come un popolo, come una nazione. Essa richiedeva, e richiede, un impegno maggiore perché le cose si ampliassero e perché il sentimento, che è sbocciato a Capo Frasca, potesse abbracciare ancora di più la società sarda. Per noi ProgReS, per dare pieno seguito all’iniziativa di Capo Frasca, la situazione avrebbe richiesto un minimo di preparazione e di organizzazione. L’assemblea di Santa Giusta è stata, comunque, un passo».
Per Francesco Zancudi, portavoce del Fronte indipendentista unidu, intervistato dalla nostra testata: «Nel processo del dopo Capo Frasca ci sono state delle contraddizioni, certo. Per il Fronte la lotta contro l’occupazione militare non può essere estrapolata da quella per la liberazione nazionale. A Santa Giusta, invece, è successo questo. La terminologia, in questo caso, è importante: ‘aperta a tutti’, ‘trasversale’, così a noi non va molto bene dal momento che alla ‘Cramada’ erano presenti personaggi che erano coinvolti col sistema italiano, o che comunque hanno avuto le loro responsabilità».
Proprio una nota del Fronte, arrivata in giornata, ha aggiunto come «il Fiu condivide pienamente le tre richieste sulle quali si basa la lotta alla occupazione militare della Sardegna, ha deciso di lavorare sul territorio e informare e sensibilizzare il popolo sardo sulle tematiche della battaglia da portare avanti non condivide il metodo ne l’impostazione, non siederà ad alcun tavolo organizzativo e sopratutto non lavorerà con persone, partiti o movimenti che siano responsabili, corresponsabili o in collaborazione con chi ha creato e sostenuto l’attuale disastro».
«Le posizioni di un partito politico si devono rispettare – dice Collu rispetto al comunicato pre-Santa Giusta -, per quanto ci riguarda serve, invece, darsi un minimo di governance comune, dinamica, aperta in cui non ci sono regole vincolanti per starne dentro. Si parla, semplicemente, di seguire una linea comune: se i presupposti politici sono quelli che tutti condividiamo (dismissione, bonifica, riconversione dei poligoni militari), prendo atto che siamo d’accordo e, a partire da queste premesse, si può pensare di coordinare un’azione. Un movimento di popolo deve avere un minimo di ordine e coordinamento, in modo da essere percepito anche come forza reale».
Da parte degli organizzatori, invece, Bustianu Cumpostu di Sardigna Natzione Indipendentzia, dichiara: «non vogliamo costituire un comitato, né porre simboli, perché altrimenti torniamo alla vecchia politica. Vogliamo andare avanti: dall’assemblea di Santa Giusta s’è fatta la chiamata e chi vorrà rispondere l’appuntamento è per il 13 dicembre a Cagliari. Riguardo la manifestazione, poi, non crediamo che la regione Sardegna sia il soggetto politico che debba andarsi a confrontare con lo Stato italiano, il soggetto politico è la gente. La gente che è sensibile al problema e che su questa questione è pronta a scendere in campo per dire ‘basta’ a questa servitù che non è più tollerabile. Questo è il discorso. S’è cambiata l’impostazione: non c’è nessuna divergenza d’opinione, ma è il momento di superare i comitati per andare ‘a chiamata’».
Il dibattito, come si è potuto constatare, è quanto mai intenso e la discussione sulla ‘cosa’ indipendentista del dopo Capo Frasca anima fortemente le organizzazioni sarde.
@parlodasolo