Smuraglia: “Cosa ci aspettiamo dal governo Renzi” :l’analisi del risultato elettorale per le votazioni europee da parte del presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia.

Smuraglia: “Cosa ci aspettiamo dal governo Renzi”

Qui di seguito l’analisi del risultato elettorale per le votazioni europee da parte del presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia.

Su tutta la stampa imperversano i commenti ai risultati delle recenti votazioni. Non spetta a noi unirci al coro delle diagnosi, delle prognosi e delle valutazioni politiche. Noi possiamo fare soltanto alcune considerazioni, in modo rapido e consono alle nostre finalità riservandoci – semmai – di tornare sui vari aspetti in una sede più adatta.

Ecco, dunque, le nostre prime, essenziali notazioni:

a)   Queste erano votazioni europee. Quindi, i risultati vanno applicati prima di tutto alla realtà europea e poi (ma solo virtualmente) a quella italiana, come indici di una tendenza, che non corrisponde tuttavia ai “numeri” esistenti tuttora in Parlamento;

b)  Su un piano generale, non c’è dubbio che il Partito Democratico abbia riportato un grande successo, di cui è ben difficile trovare i (remoti) precedenti. Un successo in termini di voti, in modo addirittura imprevisto; e un successo – su un terreno più immediato – per la riconquista di due regioni importanti (Piemonte e Abruzzo) e di molti Comuni di rilievo, col consolidamento anche di posizioni acquisite da tempo.

c)   Si registra, conseguentemente, un arretramento (tre milioni di voti in meno) del Movimento 5 stelle, con la dimostrazione palese che il grido e l’insulto, alla fine, non pagano, a fronte di un Paese che spera di avere risposte e soluzioni positive.

d)  Ci sono partiti (minori) addirittura scomparsi ed altri – invece – che compaiono, raccogliendo una parte della “sinistra”, che trova una prima ricomposizione.

e)   Tutto questo, a livello europeo, è importante perché assegna all’Italia un ruolo preminente, tanto più a fronte del disastro accaduto in Francia, per il partito socialista (letteralmente crollato) e per l’affermazione di Marine Le Pen (e non solo).

Resta sempre in testa il PPE, ancorché un po’ indebolito, e avanza il partito di Schultz. Non vincono, come si temeva, le forze antieuropeiste, anche se occorrerà costruire un fronte compatto per contrastarle e cambiare.  Molti pensano ad un’intesa tra socialisti e popolari, speriamo per dar vita ad una politica nuova; le premesse ci sono e a questo fine anche l’Italia potrà esercitare un ruolo importante, contro il rigore e l’austerità a tutti i costi. Resta l’incognita della Presidenza della Commissione, che si giocherà tra Schultz e Junker; e ne vedremo i risultati nei prossimi giorni.

Si rafforza il ruolo della BCE, che nel prossimo periodo dovrà vincere alcune timidezze e adottare provvedimenti che agevolino il rilancio, lo sviluppo e la crescita.

f)    In Europa, si confermano le tendenze favorevoli ad una destra nera, forse non nella misura da loro sperata, ma sempre in modo preoccupante (perfino l’ingresso di un nazista nel Parlamento europeo). Anche questo è un problema che le nuove istituzioni europee dovranno affrontare, assieme a quello dei crescenti populismi e autoritarismi ed alla complessa e delicata problematica relativa all’Ucraina.

Per quanto riguarda, più direttamente il nostro Paese,  ho detto che non è il caso di entrare nell’analisi e nella prospettiva di nuovi (o vecchi) scenari.

E’ indubbio che l’affermazione del Partito democratico dà al partito stesso e al suo segretario, che è anche il Capo del Governo, responsabilità nuove e maggiori, che richiedono precise risposte se si vorrà, come è ovvio, consolidare il risultato e trasferirlo sul piano politico interno. Noi possiamo dire soltanto ciò che ci aspettiamo dal “nuovo corso” che sembra uscire da questa valutazione:

–        Un cambiamento radicale della “politica”; quella che va mandata in soffitta è la vecchia politica, quella che allontana i cittadini, e si è fatta detestare per la mancanza di valori e per il perseguimento di finalità non sempre corrispondenti all’interesse della collettività; deve affermarsi, invece, un nuovo “costume” politico e un nuovo modo di essere dei  partiti;

–        Un programma concreto e preciso d’azione, concomitante con la svolta da imprimere all’Europa, che aiuti ad uscire dalla crisi e favorisca la creazione di nuove attività produttive, di nuovi posti di lavoro, di una nuova dignità delle persone, sia che lavorino, sia che abbiano cessato ogni attività lavorativa.

–        L’assunzione di una linea (di principio e di azione) nettamente democratica e antifascista, che blocchi nostalgie, speranze di ritorno al passato, tendenze autoritarie e populistiche, venti di razzismo e discriminazione;

–        L’avvio di una seria riforma dell’Amministrazione pubblica e della burocrazia, confrontata o concordata con le Organizzazioni sindacali;

–        La modifica della legge elettorale (“Italicum”) per garantire più democrazia, più possibilità e libertà di scelta per  i cittadini, maggiore espansione della rappresentanza;

–        Una riforma costituzionale che – nel differenziare il lavoro delle due Camere – conservi, tuttavia, al Senato la funzione di garanzia e di equilibrio; un  Senato elettivo e qualificabile davvero come “Camera Alta”, dotata di poteri reali e di competenze sostanziali, nel solco del complessivo disegno costituzionale;

–        Una riforma del titolo V della Costituzione, correggendo i difetti della riforma del 2001 e ricostruendo un quadro di autonomie reali, nel contesto complessivo di una Repubblica veramente unita.

–        Una riforma istituzionale e costituzionale che aumenti gli spazi di democrazia, attribuendo maggiori ed effettivi poteri alla volontà popolare, soprattutto per ciò che attiene alle varie forme di iniziativa popolare  (e relative garanzie di effettiva presa in considerazione da parte del Parlamento).

–        Un impegno reale per la diffusione della “cultura della cittadinanza”, attraverso strumenti di formazione e di apprendimento moderni, aggiornati e finalizzata soprattutto a creare cittadini partecipi, responsabili e solidali.

–        Un impegno veramente forte e deciso contro la illegalità e contro la corruzione, nella consapevolezza che non basta la normativa penale (ancorché rinnovata, come si spera, ripristinando il reato di falso in bilancio e l’autoriciclaggio e riconducendo ai livelli “normali” la disciplina della prescrizione), ma occorre puntare sulla prevenzione, sui controlli (senza deroghe) e soprattutto su un clima di “tolleranza zero” rispetto a qualsiasi atto o comportamento in contrasto con l’etica pubblica e privata.

Sono soltanto, come ho detto, sommarie indicazioni – rigorosamente fondate sui princìpi e sui valori costituzionali – che ci permettiamo di sottoporre alla responsabilità ed all’attenzione di chi, “premiato” dal consenso di molti cittadini, ha la possibilità e il dovere di utilizzarlo – al Governo, nel Parlamento e nella vita politica – come una vera opportunità di cambiamento e rinnovamento del Paese.

Carlo Smuraglia

L’offensiva populista parte dalla riforma del senato Fonte: il manifesto | Autore: Claudio De Fiores

Concentrazione del potere nelle mani del capo del Governo, maldestre manovre di restaurazione “coattiva” del bipolarismo, tentativi di espulsione delle forze politiche minori, rischiano di consegnarci un futuro senza politica e senza democrazia

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Con la pre­sen­ta­zione da parte del governo del dise­gno di legge costi­tu­zio­nale la riforma del bica­me­ra­li­smo entra nel vivo del con­fronto poli­tico. E ciò non può che essere accolto con sod­di­sfa­zione. Non solo per­ché di una riforma dell’assetto bica­me­rale vi era biso­gno da tempo, ma anche per­ché que­sta volta il per­corso di riforme, dopo le fal­li­men­tari avven­ture costi­tu­zio­nali del governo Letta, viene coe­ren­te­mente avviato nel solco dell’art. 138. E non si tratta solo di “forma”, posto che anche l’obiettivo di fondo per­se­guito dal dise­gno di legge appare ampia­mente con­vin­cente: la fine dell’anomalia ita­liana del bica­me­ra­li­smo per­fetto e la rimo­du­la­zione del rap­porto di fidu­cia tra una sola Camera (quella dei depu­tati) e il Governo.

Così come non sfugge alla nostra atten­zione che dopo anni di abusi e di ubria­ca­ture del ter­mine “fede­rale”, il dise­gno di legge si sot­trae abil­mente a que­sta sorte, scan­sando le mode isti­tu­zio­nali fino a oggi in voga. Di fede­rale nella riforma non v’è nulla. E anzi preso atto dei fal­li­menti della pre­ce­dente revi­sione del titolo V il pro­getto di riforma par­rebbe inten­zio­nato a pro­ce­dere ad un vistoso (e per molti aspetti oppor­tuno) ri-accentramento delle mate­rie a livello sta­tale (coor­di­na­mento della finanza; ordi­na­mento sco­la­stico; distri­bu­zione dell’energia; tutela della salute … ). E anche le norme di con­torno par­reb­bero con­fer­mare tale impianto: ricom­pare l’interesse nazio­nale, non c’è più la pote­stà ripar­tita Stato-Regione (causa dell’impennata del con­ten­zioso costi­tu­zio­nale di que­sti anni) e nem­meno la cd. devo­lu­tion debole (art. 116.3 Cost.).

Ciò che però non si com­prende è come que­sto pro­cesso di accen­tra­mento delle fun­zioni sta­tali possa mai rac­cor­darsi con la com­po­si­zione ter­ri­to­riale del futuro Senato. Cosa hanno a che fare pre­si­denti di Regione e sin­daci con l’istituzione di una Camera che nulla ha di ter­ri­to­riale (salvo il nome di “Senato delle auto­no­mie”)? E quale il loro ruolo spe­ci­fico all’interno di una Camera dotata di fun­zioni essen­zial­mente con­sul­tive e di una azione nor­ma­tiva che non va oltre l’approvazione delle leggi costituzionali?

Se obiet­tivo del Governo era quello di “rot­ta­mare” il Senato, si sarebbe allora più coe­ren­te­mente potuto optare per la solu­zione mono­ca­me­rale, sulla scia dei modelli adot­tati in altre demo­cra­zie euro­pee (Dani­marca, Fin­lan­dia, Gre­cia, Por­to­gallo, Sve­zia, Norvegia…).

Sia ben chiaro l’idea di un Senato delle Auto­no­mie non ha nulla di ever­sivo. In pas­sato molti di noi (com­preso chi scrive) ave­vano rite­nuto che per com­pen­sare gli effetti distor­sivi pro­dotti dalla riforma del titolo V fosse neces­sa­ria una ride­fi­ni­zione del ruolo del Senato (sul modello del Bun­de­srat tede­sco). Oggi, però, nel dise­gno di legge quel titolo V non c’è più. E gli squi­li­bri che inve­stono il sistema (e che lo stesso pro­getto in parte disvela) sono altri e di altra natura. E riguar­dano, in par­ti­co­lare, i rischi di con­cen­tra­zione del potere poli­tico nelle mani del capo del Governo (che adesso avrà a sua dispo­si­zione anche “la tagliola”), le mal­de­stre mano­vre di restau­ra­zione “coat­tiva” del bipo­la­ri­smo, i ten­ta­tivi di espul­sione delle forze poli­ti­che minori dal qua­dro poli­tico. E tutto ciò all’insegna di una costante mani­po­la­zione dell’etica pub­blica che, nel pun­tare a ridurre indi­scri­mi­na­ta­mente (a pre­scin­dere dai con­te­sti e dalle fun­zioni) i costi della poli­tica e della demo­cra­zia, rischia di con­se­gnarci un futuro senza poli­tica e senza democrazia.

La riforma del Senato è oggi parte inte­grante di que­sta offen­siva popu­li­sta. Non a caso, nel senso comune, essa viene rece­pita come una sorte di sfida riso­lu­tiva tra inno­va­zione e con­ser­va­zione. Da una parte i difen­sori dei pri­vi­legi e degli sti­pendi dei sena­tori, dall’altra i pala­dini di un Senato senza costi e senza inden­nità. In mezzo ci sono però i deli­cati con­ge­gni dell’architettura isti­tu­zio­nale deli­neati dalla Costi­tu­zione repub­bli­cana che rischiano di essere stri­to­lati in que­sta morsa.

Lo schema del Governo andrebbe per­tanto pro­fon­da­mente cor­retto se si vuole pro­vare a supe­rare, senza strappi e senza rot­ture, l’attuale con­di­zione di impasse. E una coe­rente solu­zione in que­sta dire­zione potrebbe essere rap­pre­sen­tata dall’istituzione di un Senato delle garan­zie. Una camera a com­po­si­zione ridotta, ma legit­ti­mata a con­cor­rere all’esercizio del potere nor­ma­tivo ogni qual volta si tratti di legi­fe­rare sui diritti, sul sistema elet­to­rale, sulla riforma della Costi­tu­zione. E ciò al fine di sot­trarre (quanto meno) diritti, demo­cra­zia poli­tica e Costi­tu­zione alle per­ver­sioni del mag­gio­ri­ta­rio e all’inquietante dila­ta­zione dei poteri del Governo oggi in atto.

Ma se que­sto è l’obiettivo da per­se­guire è evi­dente che le sud­dette fun­zioni non pos­sono essere affi­date, in ordine sparso, a pre­si­denti e rap­pre­sen­tanti di Regioni, sin­daci e sena­tori “pre­si­den­ziali”. Per rea­liz­zare tali fina­lità è neces­sa­rio un Senato demo­cra­ti­ca­mente legit­ti­mato e per­tanto eletto diret­ta­mente dai cit­ta­dini con il sistema proporzionale.

La blin­da­tura e i ricatti impo­sti al con­fronto par­la­men­tare non paiono tut­ta­via con­sen­tire vie d’uscita di que­sta natura. Altra è la dire­zione imboc­cata a tutta velo­cità dal Governo. Una dire­zione scon­clu­sio­nata e debole, per­ché rical­cata sui logori schemi dell’ingegneria isti­tu­zio­nale ita­liana. Que­gli stessi schemi che gli stra­te­ghi delle riforme si osti­nano a pro­pi­narci da oltre trent’anni incu­ranti del tempo e delle tra­sfor­ma­zioni del mondo.