I misteri su Via D’Amelio di Mario Santo Di Matteo irrompono nel Borsellino quater da: antimafia duemila

di matteo proc borsellino quaterTra i teste di oggi anche Leonardo Messina e Angelo Fontana

di Aaron Pettinari – 28 maggio 2014
Terzo giorno di trasferta romana per il processo “Borsellino quater” che vede come imputati i boss Vittorio Tutino e Salvo Madonia e i falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino.
Oggi è stata la volta dell’audizione del collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo,  padre di Giuseppe, il bambino rapito da Cosa nostra e sciolto nell’acido dopo due anni prigionia.
Il pentito ha ribadito di aver preso parte alle fasi preparatorie dell’attentato contro il giudice Giovanni Falcone, e di aver fornito ai fratelli Graviano, i boss mafiosi del quartiere palermitano di Brancaccio, i telecomandi che poi sarebbero stati utilizzati per far saltare in aria l’autobomba che 57 giorni dopo uccise a Palermo il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. “Un paio di telecomandi li aveva comprati Brusca, erano di quelli che si usano per le macchinette – ha raccontato l’ex boss di Altofonte – Li prese in un negozio di giocattoli. Altri due invece li portò Rampulla. Facemmo più prove per l’attentato di Capaci. Questi telecomandi li avevo io in custodia e qualche tempo dopo venne Antonino Gioé a chiedermi questi telecomandi su ordine di Brusca. E li consegnammo ai Graviano. Siamo prima della strage di via d’Amelio ma io non sapevo che servivano per quello”. Ma non è solo su questo aspetto che i pm nisseni, Gozzo, Luciani e Paci hanno voluto sentire il pentito. Quella di Mario Santo Di Matteo non è sicuramente stata una collaborazione con la giustizia facile. Eppure che non abbia ancora rivelato tutto quello che sa in merito all’attentato al giudice Borsellino, in cui persero la vita anche gli uomini della scorta, è un dubbio più che legittimo in particolare se si prende in esame l’intercettazione del 14 dicembre del 1993 in cui questi si trova a colloqui con la moglieFrancesca Castellese, presso i locali della Dia, a poche settimane dalla scomparsa del figlio. Un dialogo drammatico in cui la madre appare disperata con il padre che è convinto che per suo figlio non c’è più nulla da fare. E’ a quel punto che la Castellese invita il marito a non parlare più:

CASTELLESE: tu a tò figliu accussì l’ha fari nesciri, si fa questo discorso
DI MATTEO: ma che discorso? Ma che fa
CASTELLESE:  parlare della mafia
DI MATTEO: Ah, nun ha caputu un cazzu
CASTELLESE:  come non ha caputu un cazzu?
Parlano sottovoce
CASTELLESE: Oh, senti a mia, qualcuno è infiltrato (?) per conto della mafia
DI MATTEO: (?)
CASTELLESE:  Aspè, fammi parlare (incomprensibile) Tu questo stai facendo, pirchì tu ha pinsari alla strage di BORSELLINO, a BORSELLINO c’è stato qualcuno infiltrato che ha preso (?)
DI MATTEO: (?)
CASTELLESE:  Io chistu ti dicu … forse non hai capito
DI MATTEO: tu fa finta, ora parramo cu’…
CASTELLESE:  Io haia a fare finta, io quannu cu’ papà ci dissi ca dà vota vinni ni tì capito, parlare cu to figlio
Parlano sottovoce e velocemente: incomprensibile
DI MATTEO: No tu dici se u’ sannu, lu sta dicinnu tu
CASTELLESE: capire se c’è qualcuno della Polizia infiltrato pure nella mafia e ti …  
DI MATTEO: Cu?
CASTELLESE: mi dievi aiutare da tutti I punti di vista, picchì iu mi scantu, mi scantu
DI MATTEO: intanto pensa a to (figliu)
(…..)
CASTELLESE:  cioè io pensu au picciriddu, caputu? Tu m’ha capiri! Però, Sa, u discursu è chuistu, nuatri hamma a fari (?)
Incomprensibile, parlano a bassa voce
DI MATTEO: Iddu mi dissi, dice, tò muglieri (?) suo marito ava a ritrattari (Inc.) Iddu, BAGARELLA e Totò (?) sanno pure che c’hanno

E’ partendo da questa conversazione che il pm Nico Gozzo ha lanciato in aula un appello ulteriore al collaboratore di giustizia affinché dica davvero tutto quello che sa sulla strage di via d’Amelio. Del resto lo stesso pentito, intervistato dal Tg1 il 23 novembre 2008, aveva dichiarato che avrebbe presto fatto “i nomi dei Killer della strage di Via d’Amelio”. Eppure, ancora una volta, Mario Santo Di Matteo ha preferito trincerarsi dietro “l’errore”. “Non può essere così – ha detto – io ho sempre detto tutto. Io se sapevo altre cose su Borsellino le avrei dette. Caso mai su Capaci volevano che stavo zitto. Si parlava così di mio figlio. Mia moglie era preoccupata. Si parlava di poliziotti che potevano interessarsi per cercare mio figlio. Non c’è assolutamente altro”. Eppure è tutto scritto nero su bianco e sembra davvero esserci poco spazio per le interpretazioni. Non solo, in un verbale del 1997 parla anche dei coinvolgimenti di Giovanni Brusca, Pietro Aglieri e Carlo Greco nella strage di via d’Amelio e che Riina aveva incaricato i Graviano della strage, anche se oggi ha ridimensionato) “Di Brusca dico che era per forza informato come capomandamento”) dicendo che Aglieri e Greco erano presenti ad un incontro nel periodo precedente alla strage. Di Matteo ha anche escluso di aver ricevuto in questi anni nuove minacce da quando è stato ucciso il figlio.

L’ultimo colloquio con Gioè
Altro episodio misterioso che ha visto coinvolto Di Matteo prima che fosse pentito è quello dell’ultimo dialogo con Antonino Gioé, prima che questi morisse in circostanze che ancora oggi sono tutte da chiarire nella notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993. “Mi trovavo presso il carcere di Rebibbia e passeggiavo all’esterno durante l’ora d’aria. Da una finestra si affaccia Gioé. Mi sembrava un barbone per come era messo in viso. Gli chiesi come stava se faceva colloqui con la famiglia. Mi disse che stava bene che mangiava pesce spada e che tutti i giorni vedeva il fratello. In quel momento capii che stava combinando qualcosa e pensai che stesse collaborando. E all’indomani mattina mi portano all’Asinara. Lì dopo qualche giorno che si diffuse la notizia della morte vennero ad interrogarmi e mi dissero che Gioé aveva parlato di me nella lettera. Io sono sempre convinto che si sia ucciso perché aveva saltato il fosso”.
Di Matteo ha anche confermato degli incontri tra Antonino Gioé e Paolo Bellini, uomo che “a dire di Gioé era appartenente dei servizi segreti. Ci serviva perché si doveva interessare del fatto del carcere duro. Lui ne aveva parlato con Brusca. In cambio avremmo dovuto recuperare un quadro ma poi questa cosa è finita”.

Leonardo Messina: “Feci a Borsellino i nomi di D’Antona e Contrada”
Il secondo collaboratore di giustizia sentito in aula è stato Leonardo Messina. Di fornte alla Corte d’assise di Caltanisetta, il collaboratore di giustizia ha parlato di una riunione che si è tenuta ad Enna in cui “si sviluppò una nuova strategia. In quel periodo c’erano contatti con altre forze politiche per nuovi contatti. Mi informarono anche che la Lega era nostra alleata che Bossi era un ‘un pupo’. Mi si spiegò che l’uomo forte della Lega era Miglio, che era in mano ad Andreotti”. Non solo.
Sollecitato dalle domande dei pm ha parlato anche della massoneria (“Era usuale che alcuni membri di Cosa nostra entrassero in contatto con certe entità. Io stesso entrai e informai Piddu Madonia”), e del rapporto che vi era tra le varie organizzazioni mafiose italiane: “Mi riferirono che c’era una commissione nazionale, una struttura che deliberava tutte le decisioni più importanti ed evitava la guerra continua tra le varie mafie. In commissione sedevano i rappresentanti delle organizzazioni criminali. C’era Cosa nostra, la ‘Ndrangheta e i napoletani”.
Nel corso della sua deposizione, il pentito di San Cataldo si è soffermato anche sulla riunione nella quale si decise di uccidere Giovanni Falcone e Gaspare Mutolo (anch’egli collaboratore di giustizia). Messina non partecipò a quell’incontro, ma venne a conoscenza dei temi trattatati tramite il suo referente mafioso (Borino Miccichè). “Nessuno si oppose – ha raccontato il pentito – si decide anche di usare la sigla terroristica Falange Armata. Era una nuova strategia politica della Commissione a cui nessuno apparentemente si oppose anche se in realtà c’erano due correnti a quel punto. Un’ala stragista e una più moderata. Queste cose le dissi a Borsellino quando iniziai a collaborare”. E in realtà al giudice ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992 aggiunse anche altro. “Noi avemmo un breve dialogo non verbalizzato pochi giorni prima dell’attentato. Io alle riunioni non sentii mai l’idea di un attentato a Borsellino e glielo dissi allo stesso giudice. Eppure lui aveva il volto tirato, temeva di morire di lì a poco. La sera prima di morire, mi disse che non ci saremmo più visti. Sapeva di dover morire. Io gli dissi che nella riunione (nella quale venne deciso di uccidere Falcone, ndr) non era stato fatto il suo nome. Forse sbagliai a rassicurarlo. Gli dissi anche che sapevo che Mutolo collaborava. Da chi lo appresi? Dagli ambienti della caserma in cui mi trovavo”.
A Borsellino parlò anche di contatti tra Cosa nostra ed esponenti dei Servizi segreti. “Noi sapevamo che Contrada era vicino. Ma lo era anche Ignazio D’Antona, dirigente della Squadra Mobile di Palermo. Questi nomi li ho fatti al dottor Borsellino nel nostro colloqui informale. Ma gli parlai anche di vigili urbani, pretori, avvocati, onorevoli. Tutti a braccetto con la mafia”.

Fontana, l’Addaura e il Castello Utveggio
Ultimo dei teste a sfilare quest’oggi innanzi alla Corte presieduta da Balsamo è stato il pentito Angelo Fontana. Questi ha iniziato la propria deposizione ripercorrendo le fasi della propria collaborazione entrando subito nel vivo del proprio “ripetuto cambio di versione” in merito al proprio coinvolgimento nei fatti. “Per essere considerato in un certo modo come collaboratore di giustizia dovevi aver compiuto qualcosa di un certo tipo ed io avevo bisogno di accreditarmi in qualche modo – ha detto rispondendo alle domande dei pm – Così mi inventai la partecipazione all’attentato fallito contro il giudice Falcone. Ma a parte questo ho detto quello che so e che mi è stato raccontato”. L’ex boss dell’Acquasanta, che aveva accusato il cugino Angelo Galatolo di aver partecipato al fallito attentato, non poteva essere infatti presente in quanto, a quel tempo, si trovava in America dove viveva con l’obbligo di firma a New York. A prescindere dalla propria presenza o meno non si può ignorare il riscontro della polizia scientifica che incastra proprio Angelo Galatolo, che era stato già condannato nel primo processo per la bomba piazzata da Cosa nostra davanti alla villa del giudice Giovanni Falcone, nel giugno 1989. Anche perché gli accertamenti hanno ribadito che è sua la macchia di sudore rinvenuta ventuno anni dopo su una maglietta che era stata abbandonata accanto alla borsa carica di esplosivo. “Galatolo aveva il telecomando in mano – ha raccontato il collaboratore – era dietro uno scoglio, a circa 50 metri, in un incavo tracciato dal mare. Poi, l’attentato non si fece perché Nino Madonia fece segnale a tutti di rientrare dopo aver notato la presenza della polizia sugli scogli. Galatolo, che aveva il telecomando, si gettò in acqua”.
Ma il pentito ha fornito un contributo, e per questo in particolare ha deposto quest’oggi, sul Castello Uveggio. L’ex boss dell’Acquasanta ha ribadito, seppur con meno certezza, che “ Vincenzo Galatolo mi disse che Gaetano Scotto andava a Monte Pellegrino per incontrare alcune persone dei Servizi. Anche se non ho mai approfondito. A me mi parlavano di amici, delle persone”. Scotto è uno degli scagionati della strage, anche se, così come scoperto da Gioacchino Genchi, telefonò per ben due volte al Cerisdi, che si trovava proprio all’Utveggio, il 6 febbraio ed il 2 marzo 1992. Un aspetto che resta tutto da chiarire.
Il processo è stato quindi rinviato a domani quando, sempre all’aula bunker di Rebibbia, saranno sentiti i collaboratori di giustizia Malvagna, Vara e Grazioso.

Annunci

Mutolo accusa Ayala in aula: “Era avvicinabile e diede solo dieci anni a Gambino” da: antimafia duemila

mutolo-tribunale-caltanissettadi Aaron Pettinari – 26 maggio 2014Al Borsellino quater sentiti anche i pentiti Trombetta e Romeo“Prima del maxiprocesso, mandai a dire a Riina che potevo intercedere per Signorino e per l’altro pm Ayala. Lui mi disse ”fatti il carcerateddu e poi fuori ci pensiamo noi. Al momento dell’imputazione, a me hanno chiesto 25 anni e al mio capo mandamento, Giacomo Giuseppe Gambino, hanno chiesto solo 10 anni. Questo lo vedo come un ‘favore’ che Ayala ha fatto a Gambino

E’ la prima volta che il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo parla in aula del giudice Giuseppe Ayala. Lo ha fatto quest’oggi al processo Borsellino Quater che si sta celebrando innanzi alla Core d’assise di Caltanissetta, in trasferta presso l’aula bunker di Rebibbia a Roma. “Queste cose le dissi anche al giudice Natoli – ha aggiunto Mutolo – Gli raccontai di questo episodio e lui tempo dopo mi spiegò che Ayala aveva scambiato “u’tignusu” (Giacomo Giuseppe Gambino) per un altro Gambino della Guadagna che era comunque a processo. A Natoli avevo detto di questo fatto di Ayala ma non insistetti anche perché ormai era entrato in politica non lo facevo come un pericoloso. Per me restava una figura ambigua. Seppi da Enzo Sutera, mafioso di Partanna Mondello, che c’era chi ci portava droga. E si diceva che avesse il vizio del gioco”.
Ma non è questa l’unica “rivelazione inedita” che ha espresso oggi in aula. Parlando della propria collaborazione con la giustizia ha infatti detto di aver avuto diversi colloqui con “personaggi di Palermo”. “Dopo le stragi c’era l’urgenza di arrestare la violenza dei corleonesi. Per combattere la mafia era una lotta senza quartiere. Io cercavo collaboratori. Ho aiutato diversi mafiosi a pentirsi. Penso ai miei colloqui con Cancemi e Di Matteo. Ma parlavo anche con altri. Alla Dia lo sapevano che mi vedevo con queste persone. Informavo De Gennaro e Gratteri. Sono professionisti, qualcuno di loro è anche andato in galera come il professore Barbaccia”.

L’incontro con Borsellino
Rispondendo alle domande dei pm Mutolo ha poi riferito dell’incontro con Paolo Borsellino, il primo luglio del 1992. “Quell’incontro doveva essere segreto. Borsellino venne con il giudice Aliquò. Io chiesi di lui dopo aver parlato con Falcone. Io misi subito le cose in chiaro con Borsellino. Dovevamo fermare i corleonesi, fermare la potenza militare che avevano. Poi ci saremmo occupati di altro e gli feci i nomi di Signorino e Contrada. Questo  scambio di parole non fu verbalizzato perché era stato in un momento in cui ci eravamo appartati. Quando iniziamo a verbalizzare ad un certo punto arriva una telefonata e Borsellino mi dice: “Vado dal ministro”. Quando è tornato da me il giudice era assai nervoso, rosso in faccia con le sigarette nelle mani. Ne aveva appena accesa una che già ne teneva una seconda in mano. Era preoccupato perché aveva incontrato Parisi e Contrada e mi disse che già sapevano del nostro incontro. Anzi mi portò addirittura i saluti di Contrada che si era messo a disposizione nei miei confronti ‘per qualsiasi cosa avessi di bisogno’. Per lui fu un vero choc”.
Rispondendo alla domanda di Fabio Repici, avvocato di Salvatore Borsellino, Mutolo non ha escluso totalmente che tra i nomi fatto al giudice Borsellino vi fosse anche il nome di Ayala. “Non mi ricordo. Certo non lo posso affermare anche perché parlai di diversi giudici. Se ho fatto certi nomi era per far capire quella che era la situazione del tribunale di Palermo. Io mi fidavo di Borsellino perché sapevo che certi nomi sarebbero rimasti in quel momento segreti. Temevo per me e la mia famiglia. Non ci potevamo permettere che certe cose arrivassero a certe figure”. Quindi ha parlato del tema della dissociazione: “La prima vola che sentii questo termine fu dal dottor Borsellino non nel primo interrogatorio ma in quelli avvenuti pochi giorni prima di morire. Io ero distante ma lo ascoltai discutere con altre persone. E lui gridando diceva ‘Sono pazzi, sono pazzi’. Lui non era d’accordo con questa dissociazione. Se ne parlava perché c’erano boss che volevano ripudiare la camorra e la mafia senza dover dire nulla sui fatti, sulle famiglie”.
Tra le altre cose dichiarate oggi in aula poi vi sono state la a morte di Impastato, “voluta da Gaeano Badalamenti prima di essere messo da parte” e del depistaggio che ne ha seguito. “Si inventarono che Impastato faceva l’attentato dinamitardo ma non era vero”.

Trombetta: “Spatuzza mi disse che questo Scarantino diceva caz…”
A salire sul banco dei testimoni a Roma è anche il collaboratore di giustizia Agostino Trombetta, favoreggiatore della famiglia di Brancaccio, che ha portato un importante conferma alle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza su Maurizio Costa, il cui nome è tra gli atti (indagato per false dichiarazioni al pm ndr) che la Procura generale di Caltanissetta ha inviato alla Corte d’appello di Catania, per supportare la richiesta di revisione del processo sulla strage di via d’Amelio. Spatuzza sostiene che Costa non sapesse a cosa doveva servire la 126, ma il pentito ha spiegato che era comunque “a disposizione” del clan di Brancaccio, “per sistemare le auto rubate”. Nello specifico il boss di Brancaccio parlò di centomila lire date a Costa “per comprare i pezzi di ricambio gli spiegai che dovevamo fare un lavoretto su una 126, per sistemare la frenatura. Gli dissi che la cosa dovevamo farla sul posto dove si trovava la 126. Gli dissi soprattutto di non andare a dire a nessuno cosa stavamo andando a fare”. E Trombetta oggi in aula ha confermato certe circostanze: “Se c’era bisogno di un luogo per dormire per la latitanza di Gaspare Spatuzza Maurizio era a disposizione”. E poi ha aggiunto: “Costa smontava le auto al magazzino di Spatuzza. In genere si portavano lì le auto rubate. Una volta ricordo che lo vidi arrivare dalla stradina che porta al magazzino. Lo stavo cercando da un po’ e lui mi disse che lo aveva mandato a chiamare Gaspare, che gli aveva dato centomila lire, di non dire niente a nessuno. Che quei soldi servivano per sistemare un fanale e le pastiglie dei freni. Mi raccontò anche che stava entrando in macchina ma che Spatuzza lo fermò praticamene e poi gli diede quei soldi. Mi rimase in testa perché era strano che Gaspare non mi diceva niente così come strano era che lui pagava centomila lire. In genere ero io a pagare i soldi per i pezzi di ricambio. Anche io vidi quella macchina molto vecchia al magazzino e quando chiesi a Gaspare cosa dovevamo farci mi disse che era da sistemare per la sorella”.
Trombetta fa riferimento anche ad un altro fatto particolarmene importante in merito ad un discorso in auto avuto con Spatuzza riguardo a Vincenzo Scarantino: “Sì mi disse che era un pezzo di merda, perché diceva cazzate e stava rovinando tutti. Già si sapeva che collabrava con la giustizia e che parlava della Fiat 126. Quando è accaduto questo colloquio? Tra il 1994 ed il 1995. Non ne parlai prima perché non diedi peso a questa dichiarazione. Per me Spatuzza mi diceva soltanto che Scarantino diceva fesserie. Poi nel 2009 ho ricollegato”.

“Le stragi? Per il 41 bis e Berlusconi
Ultimo pentito ascoltato in aula è stato poi Pietro Romeo, artificiere della cosca mafiosa di Brancaccio già condannato per la strage di via dei Georgofili, ha raccontato di quelle che erano le motivazioni che hanno portato poi alle stragi. “Ne parlavo con Francesco Giuliano. Lui mi disse che si facevano per il 41 bis”. Nello specifico ne parlarono poi anche in un’altra occasione in cui vi era presente anche Gaspare Spatuzza. “Giuliano mi raccontava che c’era un politico che ci diceva che si dovevano mettere le bombe. Io prima avevo sempre saputo da Francesco Giuliano di un politico, ma non sapevo chi era. Poi un giorno eravamo io, Francesco Giuliano e Gaspare Spatuzza. Giuliano commentava gli attentati e chiese a Spatuzza ‘Perché li abbiamo fatti, per chi, per Andreotti o Berlusconi?’ e Spatuzza rispose: ‘Per Berlusconi’.” E sempre stando a quanto aveva appreso da altri mafiosi e dallo stesso Gaspare Spatuzza, Romeo ha aggiunto che “era Giuseppe Graviano che andava a trovare il politico con il quale aveva i contatti”. E se le stragi dovessero concludersi con quella all’Olimpico o meno ha detto: “Non lo so ma io ho fatto ritrovare dell’altro esplosivo che stava a Roma”.  Il processo si è quindi concluso con il rinvio alla giornata di domani quando, in base al programma, saranno sentiti i pentiti Ferrante, Grigoli, Sinacori e Drago.

Silvia Resta: “Ignorati gli avvertimenti di Falcone e Borsellino, l’informazione non ha fatto il suo dovere” da: antimafia duemila

resta-silvia2-men.raffdi AMDuemila – 22 maggio 2014

Palermo. “Falcone alla fine del ’91, in un dibattito a Castello Utveggio ci avvertì che Cosa nostra stava entrando in borsa. Ci stava dicendo che la mafia non era più coppola e lupara, ma stava scalando i palazzi del potere ed entrando dentro le cattedrali del potere economico e politico”. Lo ha detto Silvia Resta, giornalista televisiva, nel corso dell’incontro organizzato dall’Associazione culturale Falcone e Borsellino intitolata “Menti raffinatissime”, che parte dalle intuizioni del giudice Giovanni Falcone all’indomani del fallito attentato all’Addaura. “Anche Borsellino, pochi giorni prima di morire – ha continuato la giornalista – intervistato da alcuni giornalisti francesi ci diede lo stesso avvertimento. Ci parlava di Vittorio Mangano, boss di Porta Nuova che era arrivato fino ad Arcore dove esisteva un imprenditore del settore televisivo ed edilizio (Silvio Berlusconi, ndr) che cominciava ad avere legami con la politica”, “ci metteva in guardia perché Cosa nostra non era più solo pizzo e droga, ma sta diventando altra cosa”.

La Resta ha ricordato che all’indomani della morte di Falcone e Borsellino “si è cercato di oscurare questi avvertimenti che erano stati lanciati, e che trovano esplicitazione con le elezioni del ’94 in cui nasce una forza politica (il partito Forza Italia, ndr)”, “figlia di Marcello Dell’Utri, un personaggio di cui Borsellino aveva già parlato” e da poco “condannato in via definitiva per mafia” menti-raffinatissime-pubblico
Questa forza politica, ha continuato la giornalista, “ha preso potere in questo Paese per vent’anni, e ci ha lasciato solo macerie. Io penso – ha detto ancora – che in questi vent’anni l’informazione non ha fatto fino in fondo il suo dovere, forse per via di quelle menti raffinatissime che hanno controllato passaggio per passaggio, processo per processo”, “i giornalisti che hanno provato ad indagare, a puntare il dito contro il potere criminale sono stati additati come anti italiani, colpevoli di tradire la democrazia” perché “nelle grandi televisioni e redazioni è stato fatto un controllo capillare su questi temi”. Ma, ha precisato la Resta “questo ventennio non è ancora finito, e ancora oggi un giornalista non tira le somme” per “comprendere che questa mafia che Falcone aveva capito voleva scalare i palazzi c’era infine arrivata”.
“Oggi sono venuta qui – ha poi concluso – per chiedere scusa a Di Matteo, a Tartaglia, a Del Bene, che non mi vedono mai durante le udienze del processo trattativa Stato-mafia. Perché a fare i servizi televisivi non mi ci mandano”. “Chiedo scusa a nome di tutta la stampa italiana, sperando che con il sostegno di tutti voi, soprattutto dei giovani, si possa riportare l’informazione a una dimensione civile”.

Intervista al pentito Calcara: “Così svelai a Borsellino le 5 entità che distruggono l’Italia” da. articolo tre

Era l’uomo che aveva ricevuto l’incarico di uccidere Paolo Borsellino: quando lo conobbe, però, decise di pentirsi e collaborare con la giustizia. Da allora è una persona nuova, che si batte affinché trionfi la cultura della legalità, contro le “cinque entità che divorano l’Italia”.

vincenzo-calcara-Gea Ceccarelli- Era l’uomo scelto. Un soldato “riservato” di Cosa Nostra, un killer affidabile e preparato, pronto a tutto. Il suo incarico era eliminare un procuratore scomodo, quello di Marsala, negli anni novanta. 

E’ Vincenzo Calcara. L’uomo che avrebbe dovuto uccidere Paolo Borsellino.

A dargli l’ordine era stato Messina Denaro. Non Matteo, il padre: Francesco. D’altra parte, Calcara lo conosceva: era di Castelvetrano. Una volta, da piccolo, aveva difeso Matteo da un gruppo di bulli.
“Di questo ‘Borsalino’ non devono restare neanche le idee”, gli aveva detto il boss.

Nel ’91, però, Calcara venne arrestato. L’attentato sfumò. Trasferito in carcere, decise che era giunta l’ora di dire addio alla mafia e raccontare tutto, proprio a quella che sarebbe dovuta essere la sua vittima. Riconobbe in lui un fattore comune, che li unì più di qualsiasi altra cosa: la morte.

Fu così che Calcara si aprì. Cominiciò un percorso di intima conversione e pentimento. A Borsellino spiegò come Cosa Nostra avesse elaborato due piani diversi per eliminarlo: uno prevedeva l’omicidio tramite un fucile di precisione, l’altro l’utilizzo di un’autobomba. Ma non solo: raccontò quanto sapeva degli intrecci di potere, di quelle che vengono chiamate le “cinque entità”. Protagoniste dei più inquietanti misteri di Italia: dall’attentato a Wojtyla all’omicidio di Calvi: fu proprio lui, Calcara, a consegnare i dieci miliardi della mafia al “Banchiere di Dio”.

Raccontò tutto. Ricorda ancora come Borsellino appuntasse tutte le sue rivelazioni sull’agenda rossa. Era il ’92. Pochi mesi dopo, in via D’Amelio, il magistrato trovò la morte. Il suo taccuino sparì nel nulla, i misteri al riguardo sono tanti, troppi.

Da allora la missione di Vincenzo Calcara è la verità: la racconta, tenta di spiegarla a tutti, gira l’Italia per promuoverla. Presenta libri, come l’ultimo, scritto da Simona Mazza: “Dai Memoriali di Vincenzo Calcara: le 5 Entità rivelate a Paolo Borsellino”.

Nel libro si parla delle cinque entità: può spiegarci cosa siano e come mai anche da parte dei collaboratori di giustizia se ne sente parlare così poco?

Innanzitutto preciso una cosa importante: tra collaboratori di giustizia e pentiti c’è un’enorme differenza, perché il pentimento è una cosa nobile.
Per quanto riguarda le cinque entità, posso assicurare che c’è anche un’intervista della seconda carica dello Stato, Pietro Grasso, in cui si fa riferimento ad esse. Successivamente è toccato parlarne a Walter Veltroni e, ancora dopo, al magistrato Ferrero. Addirittura, recentemente, ne sta parlando Massimo Ciancimino. Questi è il figlio di Don Vito, il fiore all’occhiello di Cosa Nostra, collegato a tutte le entità.
Per cui, finalmente, dopo 22 anni, se ne inizia a parlare e si spiega alla società civile come abbiano distrutto l’Italia  e come continuino a farlo.

Ma quali sono queste cinque entità, e quanto influiscono in Italia oggi?

Le cinque entità sono Cosa Nostra, Massoneria deviata, Vaticano deviato, Servizi segreti deviati e ‘ndrangheta. Queste, come ho spiegato anche nel libro, sono strutturate in maniera tale che ciascuna entità abbia al proprio vertice tre diversi individui, un triumvirato che ne guida le azioni. Sono dunque in tutto 15 persone, in rapporto tra loro, e formano la Grande Mamma Idea, una Supercommissione, che è molto più potente della “cupola” di Cosa Nostra. Bisogna infatti ricordarselo sempre: Cosa Nostra è un’entità, ma le altre quattro lo sono altrettanto.

Quindi sono autonome tra di loro?

Sono autonome tra loro, ma riunite nella Supercommissione. In questa poi vi è un vertice massimo, formato anche in questo caso da un triumvirato i cui membri vengono eletti, e vi restano a vita, come se fosse una sorta di Parlamento.
Inoltre bisogna tener presente che sì, in tutto sono 15 soggetti, ma ognuno di essi ha a sua volta un’ombra, ovvero una persona pronta a sostituirlo in qualsiasi momento.
Questa è la struttura della forza del male che ha distrutto l’Italia e se la sta mangiando, una forza che ha ingannato la società civile e continua a farlo.
Le cinque entità, inoltre, sono ancora più forti rispetto il passato, di quelle degli anni Ottanta-Novanta, perché gli uomini che le gestivano hanno lasciato degli eredi che sono ancora più potenti, in grado di portare avanti tutto quanto hanno ereditato, un bagaglio enorme di cultura criminale.

Nei suoi memoriali parla anche dell’attentato a Wojtyla e del caso Calvi, che sono entrambe vicende emblematiche rispetto a questo intreccio di poteri…

Esatto: le cinque entità si sono riunite e hanno deciso la condanna a morte di Calvi. Non c’era solo Cosa Nostra: se questa fosse da sola, infatti, sarebbe vulnerabile. La mafia appare invulnerabile perché, accanto a sé ha questi altri poteri, che la rendono potentissima, esattamente come la massoneria: ormai, se non si viene a patti con questa non si fa niente a livello politico, le logge hanno in mano il mondo.
E poi le altre entità…la Chiesa… è una cosa pericolosissima, la Chiesa deviata.
E’ tutto comprovato: ci sono sentenze che dimostrano la verità, anche quella su Francesco Messina Denaro. Matteo ne è l’erede, è lui che possiede tutti i segreti delle cinque entità: è per questo che non verrà mai arrestato. E, anche se fosse, ha comunque la sua ombra.

E’ plausibile dunque supporre che la trattativa Stato-mafia prosegua per coprire la latitanza di Messina Denaro?

“Stato deviato”-mafia. Perché nello Stato italiano, per fortuna, non ci sono solo soggetti criminali, ci sono anche persone pulite e oneste.
Quando si parla di Stato-mafia si fa riferimento a collegamenti e rapporti di cui si parla da centinaia di anni.
E’ come un corpo umano, collegato in ogni sua parte per la propria sopravvivenza: in questo caso economica. Questa è la trattativa Stato-mafia.
Nello stesso modo si rapportano le cinque entità, esattamente come in un organismo vivente.

Lei parlò delle cinque entità anche a Paolo Borsellino…  

Certo, è stato il primo con cui ne parlai. Trovò le prove e le sottopose all’Alto Commissariato Antimafia e, per quanto ho visto io, è stato tradito dal commissario Angelo Finocchiaro. Tanto più che, dopo la morte di Borsellino, lui divenne capo del Sisde.
Paolo Borsellino era riuscito persino a trovare una mia fotografia, in Piazza San Pietro, con Antonov, l’uomo che custodiva Ali Agca -colui che è stato addestrato e consegnato agli uomini di Cosa Nostra- e un altro turco.
Quando si parla di entità, si parla di cose pericolosissime e la società civile ha il dovere di saperle.

E’ questo il motivo per cui la mafia l’ha ritenuto così pericoloso da doverlo uccidere?

Paolo Borsellino, con i suoi canali, ha fatto una breccia ancora più potente di quella di Porta Pia.
Era il periodo in cui i criminali erano liberi, facevano quello che volevano, trattavano con lo Stato deviato. Matteo Messina Denaro era libero di far quello che volesse perché era l’ombra di Riina e Provenzano. Borsellino era un ostacolo immenso per loro.

S’è fatto un’idea di dove si possa trovare l’Agenda Rossa?

L’Agenda Rossa è nelle mani di Matteo Messina Denaro, a parer mio. E con quella in suo possesso, non sarà mai arrestato né ucciso. Con quella, è in possesso di segreti enormi: non c’erano dentro solo le mie dichiarazioni, vi erano sue intuizioni, informazioni di altri collaboratori, Leonardo Messina e Gaspare Mutolo.
Borsellino però s’è fidato dell’Alto Commissario Antimafia Finocchiaro, quello che l’ha tradito.
Io l’ho sempre detto: perché non mi ha mai denunciato?
Borsellino aveva trovato delle prove schiaccianti: era il ’91, Riina e Provenzano erano liberi, fiancheggiati dalle altre entità.
Tutte e cinque nutrono gli stessi interessi di sopravvivenza e Borsellino stava facendo un danno enorme nei loro confronti: per questo avevano una paura immensa. Io ho visto e toccato con le mie mani il terrore che aveva Cosa Nostra di Paolo Borsellino, l’uomo che combatteva queste forze del male senza armi, ma con la legalità.

In tanti sostengono che Cosa Nostra stia rialzando la testa e che sia imminente un ritorno allo stragismo. Lei lo ritiene plausibile?

No. Perché hanno avuto la prova che la società civile, in questi anni, è stata in sonno, ma qualora venisse toccato un magistrato, si risveglierebbe. Verrebbero distrutti: le stragi del ’92-’93 sono state un boomerang per le forze del male.
I nuovi capi sono molto più raffinati, sono più potenti, hanno lo Stato in mano, fanno quello che vogliono. Non rischierebbero.
In questo Stato ci sono persone pulite, ma sono bloccate: non possono fare più di quello che fanno, comandano le entità.

Tornando proprio al discorso delle entità, massoneria e Vaticano hanno conosciuto un altro enorme mistero, quello della sparizione di Emanuela Orlandi. Potrebbe aver giocato un ruolo anche Cosa Nostra?

Emanuela Orlandi è sepolta dentro le mura del Vaticano. C’erano personaggi che facevano riti satanici, orge: hanno preso questa ragazza anche a livello di vendetta verso la famiglia e l’hanno sacrificata. Lo dico io perché ho delle fonti sicure.
Inoltre io conosco suo fratello, Pietro: ho presentato il mio libro assieme a lui e Salvatore e Manfredi Borsellino.
La famiglia Borsellino, nei miei confronti, si è sempre esposta, c’hanno messo la faccia: hanno le prove che io dico la verità. Paolo Borsellino parlava di me in famiglia. Insomma, il mio libro è presentato dal suo sangue.  

Prende fiato, Vincenzo Calcara. Chiede scusa per aver alzato la voce. L’ha fatto più volte, durante l’intervista: “Sono sanguigno”, spiega. Poi non usa giri di parole e lo dice chiaramente: “E’ che certe cose mi fanno incazzare”.
“La società civile deve conoscere questa forza del male che continua a distruggere l’Italia e ha il diritto di incazzarsi, come faccio io”, prosegue.
Lui oggi gira per le scuole, trasmette l’importanza della legalità. Anche lì si lascia prendere dall’entusiamo, dall’emotività, dai ricordi: “mentre parlo rivivo tutto e non posso fare a meno di arrabbiarmi”.
“Io non sono il Vincenzo Calcara di 25 anni fa”, aggiunge ancora. “io sono il Vincenzo Calcara di oggi, quello che ha promesso e ha dato la sua parola a Paolo Borsellino di portare avanti con lealtà le sue idee. Io ho creduto a lui, un uomo che non era secondo a nessuno come magistrato.”

“Bisogna cacciare i cazzari dell’antimafia”, incalza. “Quelli che si presentano il 23 maggio o il 19 luglio alle commemorazioni, con la scorta. Fanno schifo, ribrezzo: vanno cacciati.” Lui, la scorta, non ce l’ha.

“Si devono svegliare le coscienze, soprattutto dei giovani”, osserva infine. “E’ questa la cosa essenziale. La vera antimafia si fa a scuola. Con l’istruzione. Con la cultura, quella della legalità. Trasmettendo gli insegnamenti degli eroi del passato, come Falcone e Borsellino.”
“Quest’ultimo era un santo”, conclude poi, senza riuscire a nascondere la commozione. L’affetto e la stima.
“Era un santo: il suo primo miracolo l’ha fatto proprio con me”.