Riforma del Senato, la Camera approva da: l’espress0

Dopo gli annunci della viglia, i dissidenti dem tornano sui loro passi e, a differenza di Berlusconi, votano il testo figlio del patto del Nazareno. Bersani sposta l’asticella: «Il punto ora è l’Italicum». Pessimista Civati, che non vota: «Dopo il solito polverone, alla fine diranno sì anche a quello»

di Luca Sappino

10 marzo 2015

Riforma del Senato, la Camera approva 
La minoranza del Pd si accoda alla linea Renzi

L’ok alla riforma del Senato è arrivato senza troppi patemi: 357 sì, 125 no e 7 astenuti. Ma prima ancora che alla Camera cominciassero le dichiarazioni di voto, Matteo Renzi aveva già incassato il sì della minoranza Pd alla “sua” riforma costituzionale.

Pier Luigi Bersani, Cesare Damiano, anche Gianni Cuperlo che pure si mostrava battagliero, nelle ultime ore: tutti, alla fine, spingono il tasto verde. «Un Senato non elettivo» sono le parole con cui Bersani giustifica la scelta, «è una cosa opinabile, che per me andrebbe corretta, ma è una cosa che esiste al mondo. Ciò che non esiste al mondo è il combinato disposto con questa legge elettorale: noi avremmo un’unica camera politica, con la maggioranza dei deputati nominati e, per i partiti che non vincono, il 100 per cento dei deputati nominati. Una cosa così non è votabile».

Sono così rimandate, dunque, le denunce dei giorni scorsi sul «combinato disposto». A chi si stupisce, la giornalista Chiara Geloni, ex direttrice di Youdem, molto vicina a Bersani, fa notare che anche nella nota intervista rilasciata ad Avvenire l’ex segretario già spostava la battaglia sulla legge elettorale, accettando quindi che il testo della riforma costituzionale fosse da considerarsi «blindato». «L’Italicum va cambiato», diceva non casualmente Bersani, «perché produce una Camera di nominati. Non sta in piedi. Se è deciso che la riforma della Costituzione non si può modificare, io non accetterò mai di votare questa legge elettorale senza modifiche».

Si realizza così il desiderio espresso dal vicesegretario del partito democratico, Lorenzo Guerini, che da giorni auspica il consueto «largo consenso» e la responsabiltà della minoranza interna. Raccoglie i frutti Matteo Orfini, che spiega così il risultato: «Lavoriamo per raccogliere il consenso più ampio in tutto il Parlamento, compresa la minoranza del Partito democratico».

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“La nostra è qualcosa di più di una riserva, a questo punto sulla legge elettorale pianteremo il chiodo, è l’ultima volta che diciamo sì”. Così l’ex segretario Pd commenta il voto favorevole della minoranza del partito alla riforma costituzionale approvata alla Camera nonostante le perplessità sul combinato tra le modifiche al Senato e l’Italicum di Marco Billeci

Pochissimi sono i pasdaran. Stefano Fassina vota no. Ma è un gesto quasi solitario. «I voti in dissenso dal gruppo saranno meno dei 5-6 di cui si era parlato ieri» prevedeva poco prima del voto, dimostrando anche un certo ottimismo. A tenere compagnia a Stefano Fassina (se non si considerano le opposizioni formali, quella di Sel, di Forza Italia e della Lega) ci sono Pippo Civati e Luca Pastorino, che non votano proprio, e Francesco Boccia, già lettiano, presidente della commissione bilancio della Camera. Fuori dall’aula ci sono anche i 5 stelle.

Degna di nota è la polemica che Civati apre con un post sul suo suo blog: «L’unica cosa che non si capisce è perché ogni volta si alzi, nelle settimane precedenti a ogni scadenza, un polverone che poi, alla fine, si posa sul voto immancabilmente favorevole» dice dei suoi colleghi di partito. «La cosiddetta minoranza non fa altro che alzare palloni alla maggioranza e al premier che li schiaccia. La battaglia da affrontare è sempre la “prossima”: così è stato sul Jobs Act, così nei vari passaggi delle riforme» continua Civati che azzarda una previsone: «Così sarà sull’Italicum, ma poi magari si vota a favore anche su quello».

Riforme, la minoranza Pd e Pier Luigi Bersani voteranno sì alla Camera. Il massimo del dissenso: interventi critici e qualche defezione autore andrea carugati da: l’huffington post

 

PIER LUIGI BERSANI

ANSA

C’eravamo tanto arrabbiati. Dopo lo schiaffo sul Jobs act e la dura intervista di Pierluigi Bersani ad Avvenire a fine febbraio, il voto finale sulle riforme costituzionali – martedì mattina a Montecitorio – aveva preso la fisionomia di un vero e proprio redde rationem tra le due anime del Pd. E invece, dopo tanto rumore, nell’Aula della Camera non succederà praticamente nulla. O meglio, il testo che riforma Senato e Titolo V della Costituzione passerà senza problemi, con una grandissima massa di voti dem, compreso quello di Bersani e del grosso della sua corrente. Solo il duro Civati, e forse Fassina e qualche altro pasdaran segnaleranno il loro dissenso restando fuori dall’Aula. Ma in una maniera super controllata, per evitare qualsiasi sorpresa al governo. Non solo Area riformista ma anche l’area che fa riferimento a Gianni Cuperlo voterà secondo le indicazioni del partito.

Le minoranze si sono riunite alla Camera per tentare di andare in Aula con una linea comune: l’ipotesi di lavoro è un voto in massa a favore del ddl Boschi (in parte modificato a Montecitorio dopo il sì di agosto scorso al Senato), con alcuni interventi critici da parte di deputati come Alfredo D’Attorre, Gianni Cuperlo, Davide Zoggia e forse lo stesso Fassina. Proprio Zoggia rivela che ci sarà un dissenso contenuto: “Al punto in cui siamo arrivati è difficile non votare la riforma Boschi – dice – Non la voteremo in cinque o sei: io, D’Attorre, Fassina, ma è ancora da decidere. La battaglia si sposta ora sulla legge elettorale”. Interventi per dire che il ”combinato disposto” tra Italicum e nuovo Senato non convince le minoranze, e che dunque nelle prossime settimane “qualcosa deve cambiare”. O la modalità di elezione dei deputati, con meno nominati, o la composizione del nuovo Senato. Non ora e non subito, però. Se ne riparlerà a maggio, probabilmente dopo le regionali, quando la Camera esaminerà l’Italicum e le riforme istituzionali torneranno a palazzo Madama. Cuperlo ha già anticipato i contenuti del suo intervento con una lettera aperta a Renzi in cui chiede al premier il “coraggio” di fare alcune modifiche. “Il Parlamento dovrebbe ‘obbedire’ in ossequio a un patto che non c’è più. Che senso ha?”, aggiunge il leader di SinistraDem riferendosi all’accordo tra Renzi e Berlusconi. “Il danno che deriverebbe da una incomprensibile chiusura – conclude Cuperlo – non colpirebbe una minoranza del tuo partito ma la qualità stessa della nostra democrazia parlamentare. Pensaci, se puoi”.

Nella minoranza dunque prevale la linea della prudenza, del supplemento di istruttoria. Sul dopo le opinioni non collimano, ma intanto si vota a favore. Certo, gli autori degli interventi critici, come Cuperlo e Fassina, potrebbero seguire Civati fuori dall’Aula, o restare e astenersi per “dare un segnale” al governo. Ma si tratta di piccoli segnali che non impensieriscono in nessun modo i renziani. E ancor meno il premier segretario. Sul futuro, la truppa della minoranza resta divisa tra chi come il capogruppo Roberto Speranza (che sabato riunisce la sua area a Bologna) rimane convinto che “fuori da questo Pd e da questo governo non esiste spazio politico” e chi come D’Attorre prevede che “nei prossimi mesi se il pacchetto delle riforme non cambierà la frattura nel Pd è destinata ad approfondirsi.” Bersani sta in una linea mediana. Resta convinto, e lo dice ad Huffpost, che nuovo Senato e Italicum “producono una forma di democrazia che non dovrebbe preoccupare solo me”, ma conferma che la battaglia si sposta in avanti almeno di due mesi, quando cioè la legge elettorale arriverà a Montecitorio per un esame che potrebbe essere quello definitivo. Per l’ex leader l’ultima spiaggia è quella, e in questi mesi il lavoro sarà quello di ottenere nuove modifiche “perché non si può avere di nuovo una Camera in maggioranza di nominati”, e per di più “senza una legge che regoli la vita interna dei partiti”.

Il clima tra le minoranze resta però abbastanza complicato. Civati, ad esempio, alla riunione serale non è andato. “Non mi hanno neppure invitato, quelli sono tutti al governo con Renzi, meglio la smettano di fingere…”. I dialoganti di Area riformista, come Cesare Damiano e l’esperto Andrea Giorgis, mettono in fila le modifiche strappate a Renzi, a partire dal quorum più alto per eleggere il Capo dello Stato e il controllo preventivo di legittimità sulla legge elettorale da parte della Consulta. Su quest’ultimo punto, una pattuglia di deputati guidati da Cuperlo, D’Attorre e Pollastrini, chiese e ottenne a metà dicembre la sostituzione in commissione, pur di non votare il testo del governo. “Le modifiche principali le abbiamo ottenute, non potevamo non tenerne conto”, spiega Giorgis. Il dissenso resterà dunque affidato a tre-quattro interventi martedì mattina in Aula. Ma sui numeri, il premier può dormire sonni più che tranquilli.