Sicilia nera, il ritorno degli estremisti di destra e l’escalation di Forza Nuova da: l’ora quotidiano

Dal numero verde in difesa della famiglia tradizionale di Siracusa, alle marce anti migranti di Scicli, fino ai volantini anti Gender a Palermo. Il partito di Roberto Fiore sta vivendo un continuo aumento di iscritti e militanti, soprattutto nella parte orientale dell’isola. “Qui non c’è l’estrema destra, perché ci siamo noi” aveva detto Beppe Grillo. E adesso che il Movimento 5 Stelle sembra implodere giorno dopo giorno, il movimento estremista cresce sempre di più. E in agenda ha l’abolizione delle leggi abortiste e la lotta senza quartiere ad omosessuali e immigrati. GUARDA IL VIDEO

di Giuseppe Pipitone

2 febbraio 2015

A Siracusa hanno lanciato un numero verde in difesa della famiglia tradizionale e contro “l’aggressione da parte dei gay nelle scuole pubbliche”. A Palermo si sono fermati a diffondere volantini contro l’educazione alla diversità. A Scicli, invece, hanno approfittato della vigilia di Natale per regalare duemila e cinquecento statue di Gesù bambino ai ragazzi delle scuole. Ed è sempre nel ragusano che hanno imbarcato mezzo Movimento Cinque Stelle, piazzando anche la prima pedina in un consiglio comunale: quello di Noto. Crescono silenziosi, soprattutto nei piccoli centri, in particolare in Sicilia orientale: controllano il territorio, piazzano i loro rappresentanti nelle scuole, aprono nuove sedi, fanno proselitismo e puntano a presentarsi alle elezioni. Guadagnando ogni giorno consensi su consensi. È un escalation silente quella dell’estrema destra in Sicilia. Un aumento continuo di iscritti e militanti, che ha preso il sopravvento negli ultimi mesi. A profetizzarla, poco tempo fa, era stato il leader del Movimento Cinque Stelle, Beppe Grillo. “Qui non c’è l’estrema destra, perché ci siamo noi” aveva detto l’ex comico, alla vigilia delle elezioni greche.

Lo spauracchio, sullo sfondo della vittoria di Alexis Tsipras e di Syriza, era il rischio di un’imponente affermazione di Alba Dorata, il partito nazionalista di estrema destra, per anni capace di guadagnare percentuali minime alle elezioni, e da due anni entrato nel parlamento ellenico con ben diciassette deputati. Un’affermazione, quella di Grillo, che rischia di essere una profezia al rovescio: la fortuna elettorale dei Cinque Stelle, infatti, risiede nella capacità di inglobare un elettorato di estrazione mista, dall’estrema sinistra, all’estrema, estremissima destra. E adesso che il Movimento di Grillo sembra implodere giorno dopo giorno, perdendo pezzi e voti tra fuoriusciti ed espulsi, c’è un partito, per anni rimasto ai margini delle cronache che inizia ad ingrossare le proprie fila: si chiama Forza Nuova, ed è stato fondato nel 1997 da Roberto Fiore e Massimo Morsello.

Le origini del fondatore

E’ una storia complessa quella del fondatore di Forza Nuova. Una storia che il diretto interessato non vuole sia resa pubblica integralmente: sarà per questo motivo che Fiore ha ottenuto l’oscurazione della pagina Wikipedia a lui dedicata. La biografia di Fiore, però, non era presente solo su Wikipedia, ma anche negli atti della commissione d’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi, presieduta da Giovanni Pellegrino. Nato a Roma nel 1959, Fiore inizia sin da giovane a militare in gruppi di estrema destra come Lotta Studentesca e poi in Terza Posizione, associazione dissolta. La vita di Fiore cambia il 26 agosto del 1980, quando la procura di Bologna emette un ordine di cattura per lui e altri 33 componenti dei Nar, i nuclei armati rivoluzionari. Il futuro leader di Forza Nuova fugge a Londra dove conosce Nicholas John Griffin, un politico di estrema destra, con il quale fonda il partito Terza Posizione Internazionale. Il 12 settembre del 1982 Fiore viene arrestato da Scotland Yard a Londra: su di lui pende una richiesta d’estradizione a seguito di un mandato di cattura per associazione sovversiva emesso dalla magistratura italiana. La richiesta di estradizione però viene bocciata dalle autorità britanniche perché ritenuta di natura politica. Fiore torna libero, latitante in Inghilterra, e con Nicholas Griffin e Massimo Morsello fonda, nel 1986, Meeting Point (poi chiamata Easy London) azienda che fornisce lavoro e alloggio a giovani che vogliono trasferirsi a Londra. Un vero affare: in poco tempo l’azienda comincia a fruttare milioni di sterline. Nel 1997, quindi, Fiore e Morsello fondano Forza Nuova: nel 1999, poi, il leader dell’estrema destra torna in Italia, dato che i reati che pendono sulla sua testa vanno in prescrizione. Ma non ci sono solo gli affari londinesi nel curriculum del leader nero. Il nome di Fiore figura anche agli atti della Commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo sul razzismo e la xenofobia: nel 1991 Fiore è infatti considerato un agente dell’MI6, uno dei reparti dell’Intelligence Service britannico. Nel giugno del 1999, una nota del Sisde, segnala invece un accordo tra Forza Nuova e gli estremisti cattolici di Militia Christi: le due associazioni vorrebbero mettere in atto iniziative violente contro l’aborto.

Il ritorno dei neri

I rivoli del passato del fondatore, però, incidono probabilmente molto poco con la nuova ondata di supporter che Forza Nuova raccoglie giorno dopo giorno. Un’ondata che ha nella Sicilia orientale la sua roccaforte. Tradizionalmente legata al Movimento Sociale e ad altri movimenti di estrema destra, la provincia di Ragusa e quella di Catania si candidano probabilmente ad essere capitale di un ritorno dell’estremismo di destra. “Non si tratta di estrema destra: è solo una categoria giornalistica” sbotta a più riprese Giuseppe Provenzale, vice segretario di Forza Nuova e luogotenente siciliano di Fiore. Per i leader forzanuovisti, infatti, è essenziale non apparire legati al passato, più o meno recente dell’estremismo nero.

È a Noto che infatti Forza Nuova ha conquistato il primo consigliere comunale siciliano: si chiama Giovanni Ferrero ed era stato eletto in una lista civica alleata del Partito Democratico. A Scicli, invece, Forza Nuova è andata a pescare adepti nel Movimento Cinque Stelle: Gianluca Savà, noto commerciante cittadino, ha lasciato il meet up di Beppe Grillo che lui stesso aveva fondato, per aderire al partito di Fiore. Non il primo grillino ad aver compiuto una scelta simile. In Calabria, a Vibo Valentia, il fondatore del locale Movimento Cinque Stelle ha abbandonato i grillini per aderire, insieme a decine di attivisti, al partito di Fiore. In Sicilia, Scicli sembra candidarsi a capitale di Forza Nuova. Sono diverse le azioni messe in atto da partito di Fiore, che alla vigilia di Natale hanno donato 2.500 statue di Gesù Bambino ai ragazzi delle scuole. Sempre nella cittadina in provincia di Ragusa, nei mesi scorsi il partito di estrema destra aveva marciato per protestare contro l’apertura di un centro d’accoglienza per immigrati da parte della chiesa metodista. “La presenza di un centro per immigrati stravolgerà in peggio il tessuto sociale della città a favore di pochi che ne possono trarre un beneficio personale” tuonava la leader cittadina di Forza Nuova Maria Borgia, in passato principale animatrice della onlus Migrantes, nata nel 2006 proprio per occuparsi dei migranti, già responsabile immigrazione del piano sociale di zona della provincia di Ragusa. Un’esperienza conclusa nel 2012, quando la Faro – network di associazioni rappresentata dalla stessa Borgia – viene esclusa dall’elenco delle organizzazioni che ricevono il beneficio del 5 per mille. Un anno dopo e la Borgia si scoprirà convinta sostenitrice di Forza Nuova: e sotto le bandiere del partito di estrema destra dichiarerà guerra alle iniziative d’accoglienza per i migranti. Le stesse di cui si occupava lei.

Lobby gay e leggi abortiste: i nemici disegnati da Forzanuovisti

Ma non ci sono solo i migranti al centro delle battaglie di Forza Nuova in Sicilia. Tra gli otto punti, che rappresentano in pratica il programma del partito di Fiore un ruolo principale lo giocano le azioni in difesa della cosiddetta famiglia tradizionale e quelle contro la legge che rende legale l’aborto. Emblematico, nel primo caso, ciò che è avvenuto a Siracusa, e cioè l’apertura di un numero verde per “rispondere all’aggressione della teoria gender e di offrire un servizio alle madri e ai padri che rivendicano il diritto ad essere i primi educatori dei loro figli”. Che cos’è la teoria gender? Il riferimento di Forza Nuova è ad alcuni progetti varati nelle scuole per combattere la discriminazione di genere. E se a Siracusa è spuntato un numero verde, a Palermo Provenzale ha promosso la distribuzione di volantini nelle scuole. “In Italia esistono delle potentissime lobby gay” accusa il vice segretario Provenzale. Cosa sono le lobby gay? Provenzale fornisce una definizione quantomeno discutibile “Esistono delle lobby che riescono a portare i propri rappresentanti ai vertici della politica: mi riferisco al governatore della Sicilia, a quello della Puglia, al sottosegretario Scalfarotto che sono dichiaratamente omosessuali. Se i gay fossero discriminati in quanto tali ci sarebbe certamente qualcosa di scritto che gli impedirebbe di arrivare a simili incarichi tali”. Il primo punto in agenda dei forzanuovisti però è un altro: l’abolizione delle leggi abortiste. Per Forza Nuova la cosiddetta “rinascita dell’Italia” passa appunto da un ritorno al passato. E non è neanche detto che l’abolizione della legge che disciplina l’aborto debba passare da un referendum “Il popolo ha un’importanza notevole ma non sempre le elezioni, le leggi elettorali permettono al popolo di esprimersi. Oggi il popolo non si esprime attraverso le elezioni” continua il leader dei forzanuovisti.

Perché torna la destra

Argomentazioni che sembrano pescate direttamente dal 1925, attacchi diretti alle associazioni omosessuali, azioni contro l’immigrazione: il programma politico di Forza Nuova sembra fermarsi solo a questo. Eppure il consenso continua a crescere. “Perché ci seguono? Perché la gente cerca movimenti che siano fuori del sistema. Noi seguiamo una formazione culturale estranea a questo mondo post illuminista” continua Provenzale, glissando su particolari del mondo post illuminista da lui citato. “La crescita dell’estrema destra fascista in Sicilia non va sottovalutata. Le aggressioni verbali e non solo verbali, un diffuso proselitismo che fa presa in una società dominata dalla paura e incattivita, il diffondersi anche sui social di richiami espliciti al fascismo e al nazismo sono tutti segnali inquietanti e preoccupanti” dice Sergio Lima, dirigente di Sinistra Ecologia e Libertà. “Non bisogna sottovalutare poi – continua Lima – anche l’appeal su internet basta andare a guardare la gestione dei profili social. Un mezzo che permette ai movimento come Forza Nuova, ma anche Casa Pound di trovare supporto nelle fasce giovani della società”. “Il fatto che crescano nella Sicilia orientale si spiega col fatto che quella zona è tradizionalmente legata alla destra. Più in generale credo che franata l’ideologia di sinistra, l’unico corpo ideologico rimasto solido, in un periodo di crisi della rappresentanza e crisi della democrazia, è quello di estrema destra. Hanno un’identità monolitica, che passa da temi semplici come la religione e la lotta all’immigrazione di destra. Un’identità forte e semplice che passa dallo scontro” spiega il politologo Pietro Violante.

Alba Dorata made in Sicily?

Il giornalista Gianni Cipriani, uno dei maggiori esperti di terrorismo e servizi segreti , avverte. “Si potrebbe affermare – scriveva già due anni fa – rimandando a successive e più approfondite analisi, che con l’avanzare della crisi e delle paure ad essa connessa, con il riaffiorare del complottismo post nazista e post fascista sulle varie congiure internazionali causa di tutti i mali e con la crisi del leghismo, partito di governo corresponsabile dei disastri economici e sociali, a destra si stia per creare un nuovo spazio politico ed eversivo. Un passaggio, per esemplificare al massimo, da un razzismo protestatario e qualunquista che ha fatto (anche) le fortune della Lega e di qualche politico “italiano” che ha disinvoltamente cavalcato il tema dell’insofferenza anti-rumena, anti-rom, anti-islam e così via, ad un razzismo più scientifico e più marcatamente fascista ed ideologizzato. Fenomeno, ripeto, largamente minoritario, ma di grande appeal all’interno di piccoli gruppi”. Come dire che Alba Dorata in Italia c’è già, e a breve rischia d’entrare in parlamento

Da Beppe Grillo a Roberto Fiore: mezzo meet up di Vibo Valentia passa a Forza Nuova da: il manifesto

Il sin­daco di Comac­chio, pre­veg­gente, lo aveva detto, una volta messo alla porta del movi­mento diret­ta­mente da Beppe Grillo: «E’ in atto una deriva fasci­sta del 5 stelle. E’ Grillo a dover essere espulso per que­sto». Qual­cuno deve averlo preso alla let­tera. Anzi, più di qual­cuno. Visto che si tratta di mezzo Meet-up, quello di Vibo Valen­tia. A par­tire dal suo fon­da­tore Edoardo Ven­tra. Che diventa, da un giorno all’altro, com­mis­sa­rio pro­vin­ciale di Forza nuova.

E’ la segre­te­ria regio­nale di Fn ad annun­ciare la nascita nella pro­vin­cia vibo­nese di un pro­prio «nucleo mili­tante» in cui viene nomi­nato, diret­ta­mente dai diri­genti nazio­nali, come com­mis­sa­rio poli­tico Ven­tra. A cui «è stato affi­dato il com­pito di orga­niz­zare il par­tito in tutta la pro­vin­cia di Vibo. La carica di com­mis­sa­rio avrà durata di sei mesi al ter­mine del quale si pro­ce­derà con la crea­zione della fede­ra­zione pro­vin­ciale che sul ter­ri­to­rio sarà strut­tu­rata ed orga­niz­zata con cari­che e nomine come pre­vi­sto dal nostro sta­tuto. A lui e a tutti gli ormai ex atti­vi­sti M5S vanno i migliori auguri di buon lavoro. Grande sod­di­sfa­zione viene espressa dal segre­ta­rio nazio­nale Roberto Fiore».

In che cosa con­si­sta il «lavoro» poli­tico di Forza nuova è roba nota. Appena due set­ti­mane fa un cen­ti­naio di mili­tanti sco­raz­za­vano libe­ra­mente per Cro­tone (senza che il sin­daco Pd facesse nulla per impe­dirlo) al grido: «Via i clan­de­stini. L’Italia agli ita­liani» e altre ame­nità del genere. D’altronde che nella pan­cia del 5 stelle alber­ghino rigur­giti xeno­fobi ed idee di destra è altret­tanto noto­rio. Basta farsi un giro in rete e dare uno sguardo ai com­menti sulle spa­rate di Grillo in tema di immi­gra­zione. Il movi­mento è spac­cato in due. Da una parte, quelli più a sini­stra, irri­tati dai toni «modello Farage» del capo.

Ven­tra ha così spie­gato in rete la sua ade­sione a Fn : «Molti poli­tici non hanno nulla di ono­re­vole per­ché non ono­rano con le loro azioni le cari­che pub­bli­che che rico­prono, sono inde­gni degli ita­liani one­sti Per que­sto motivo gli ita­liani one­sti hanno il dovere di orga­niz­zarsi. Ade­rire, ade­rire, ade­rire». Qua­lun­qui­smo abbor­rac­ciato e pil­lole di popu­li­smo di pro­vin­cia. Che fa il paio con il finale della nota con cui Fn comu­nica la fuo­riu­scita dei gril­lini: «La coe­renza con la quale Fn affronta da sem­pre tema­ti­che quali il blocco dell’immigrazione,il ritorno alla piena sovra­nità poli­tica, eco­no­mica e mone­ta­ria e la lotta con­tro i veri spre­chi, a comin­ciare dall’abolizione delle regioni, dà i suoi frutti; molto pre­sto, infatti, daremo noti­zia di altre impor­tanti ade­sioni in varie parti d’Italia.

Chi è dav­vero ani­mato da spi­rito rivo­lu­zio­na­rio sce­glie sem­pre più Fn come unica, radi­cale, valida alter­na­tiva al sistema par­ti­to­cra­tico asser­vito alla grande finanza inter­na­zio­nale». Se cam­bias­simo le sigle e al posto di Forza nuova ci fosse scritto M5S, par­rebbe un comu­ni­cato scritto da Grillo. Invece è ver­gato da Roberto Fiore.

Legge elettorale, la governabilità al di sopra di tutto, ecco il punto in comune di M5S e Renzi Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

Chi voleva il gossip, il dibattito calcistico del ‘ha vinto Grillo!’, ‘no, macché, ha vinto Renzi’, è restato a bocca asciutta in pieno deserto.
Il confronto tra Movimento 5 stelle e Partito Democratico è stato serrato e non ha lasciato spazio ad interpretazioni doppie.
La prima differenza che si nota è materiale, di presenza: Beppe Grillo non c’è. Al contrario Matteo Renzi, che in un primo momento aveva detto di non poter partecipare delegando il vicesegretario del partito Guerini, ha partecipato all’incontro.
La delegazione del Pd era così composta, oltre a Matteo Renzi c’erano Debora Serracchiani (vice segretaria), Roberto Speranza (capogruppo alla Camera dei Deputati), Alessandra Moretti (eurodeputata neo eletta).
I cinque stelle si presentavano con Danilo Toninelli (deputato), Luigi di Maio (vice presidente della Camera) e i capigruppo al Senato Giuseppe Brescia e Maurizio Buccarella.

Poco prima dell’evento, trasmesso in streaming dal sito della Camera, da Rainews24 e da ‘la Cosa’, il professore Becchi scrive un post per il Blog di Beppe Grillo, digitando così: «La legge elettorale è un nodo da risolvere, spartiacque per la vita politica futura del paese. Dopo che la Consulta ha dichiarato che due punti fondamentali del Porcellum sono incostituzionali, Pd e Forza Italia hanno trovato l’intesa su un disegno di legge che presenta gli stessi profili di illegittimità di quella precedente. Con un grande gesto di responsabilità politica, l’opposizione ha offerto al principale partito del Paese di discutere una proposta alternativa che introdurrebbe in Italia un sistema elettorale in grado di bilanciare rappresentatività e governabilità. Anche gli organi di informazione si sono dovuti piegare alla realtà dei fatti ed ammettere che esiste un’alternativa e questa è già una grande vittoria per il M5S».

Le 14:30 arrivano, lo streaming parte e Movimento 5 Stelle e Pd sono di nuovo faccia a faccia.
Ma c’è qualcosa di molto diverso. I parlamentari pentastellati, qualsiasi sia il giudizio politico di chi legge queste righe, stanno lavorando con spirito di sacrificio e con grande dedizione.
Il frutto del loro alacre lavoro si è potuto sentire e vedere, dunque, attraverso la voce e i fogli che distribuiva Toninelli dalla sua postazione del tavolo, frontale al segretario del Partito Democratico.
I cinque stelle sono entrati nel terreno di traduzione del Partito Democratico e, verrebbe quasi da dire, i democratici ne sono fin troppo impacciati.
Ci si pizzica poco durante i primi minuti del confronto, si è attenti al primo relatore (Toninelli) che illustra la proposta chiamata Democratellum. Poi chiamata Toninellum e Complicatellum da Renzi nel corso del confronto.
Si ascolta e si interrompe poco.
Quando prende la parola Renzi che, oltre ad essere il segretario del Pd e Presidente del Consiglio dei Ministri, è l’uomo che aveva bollato con un ‘chi?’ un componente del suo stesso partito: qualche frecciatina vola. Ma i 5 stelle non cadono nel suo tranello, stavolta nervi saldi. Possono non piacere, ma sono cresciuti in maniera esponenziale.

Comunque sia, la proposta di Toninelli, come quella di Renzi, è – di fatto – a stampo maggioritario. Articolata e molto molto complessa sul voto delle preferenze che limiterebbe il voto di scambio, ma chiara su alcuni punti cardine: collegi uninominali molto piccoli, sbarramento al 5% per le liste, voto di preferenza.
«Abbiamo paura che possa capitare con l’Italicum quello che è capitato col Porcellum: pensiamo che Italia non si possa permettere una crisi istituzionale di otto anni come è capitato col Porcellum», ha dichiarato Danilo Toninelli nel corso dell’incontro.
«Dopo le elezioni ci sarà, quindi, una rosa di partiti ridotta e ci sarà una governabilità certa», conclude Toninelli. Di Maio, invece, porta gli esempi del 2006 quando la coalizione di Centrosinistra fu fatta cadere dai voti di Mastella e dalla sua piccola pattuglia, così come lo strappo Fini/Pdl aveva messo in moto il cataclisma che avrebbe poi portato alla nascita di Fli-futuro e libertà per l’Italia.
Nel documento della legge elettorale proposta dal Movimento 5 Stelle si legge: «Ci si attende pertanto che il sistema produca i seguenti effetti: un Parlamento rappresentativo di più forze politiche capaci di attrarre un certo consenso elettorale; esclusione dei partiti piccoli e piccolissimi, salvo quelli molto forti a livello regionale; incentivo alla stabilità intrapartitica; facilitazione alla creazione di maggioranze stabili; rafforzamento delle opposizioni parlamentari, anch’esse concentrate in pochi gruppi di minoranza e quindi in grado di svolgere con più forza la loro funzione di controllo, di proposta e di critica. Si tratta dunque di un sistema proporzionale che, pur incentivando le forze politiche ad aggregarsi prima del voto, non impone fittizie e artificiose costrizioni bipolari».

Da parte del M5S si propone come proporzionale la legge esposta per bocca di Toninelli che, per la verità,di proporzionale non ha molto e infatti, nel documento messo a disposizione dal portale di Grilli, si può ben leggere: «In quest’ottica è rivolta la scelta della rete a favore di un sistema proporzionale sensibilmente corretto con circoscrizioni di ampiezza intermedia. La formula proporzionale di attribuzione dei seggi viene preferita perché garantisce maggiormente la rappresentatività del Parlamento. Il sistema proporzionale non è però puro essendo sensibilmente corretto allo scopo di raggiungere una genuina governabilità del Paese».Corretto, dunque, ma che non va bene a Renzi: ci deve essere un doppio turno, chi vince deve governare. Si deve avere la certezza che, la sera delle elezioni, ci sia un vincitore scandisce il Primo Ministro e segretario del Pd. Inizia qualche battibecco quando entrambe le parti iniziano a rinfacciarsi questioni importanti: la questione delle preferenze ha portato Di Maio a far luce sul fatto che l’unica forza politica a non aver portato indagati e corrotti è stata la sua, al contrario di quella rappresentata dal segretario Renzi.

In sintesi, le resistenze renziane si fondano su alcuni blocchi: il doppio turno e il premio di maggioranza perché «vogliamo fare in modo, per il rispetto dei cittadini, che non ci siano più larghe intese». Non proprio una frase da Matteo Renzi che governa assieme al Nuovo Centrodestra di Alfano, a riprova della messa all’angolo del segretario adoperata dai 5 stelle.
Gli ultimi minuti i più infuocati ma con la proposta di aggiornarsi in un secondo incontro da tenere a breve, secondo di Maio la legge elettorale va fatta entro 100 giorni. Staremo a vedere, certo è che il confronto di oggi ha mostrato come se il M5S si confronta sul terreno del Pd, per i democratici l’asfalto si fa terribilmente scivoloso: l’alibi ‘Grillo urla’, stavolta, non c’è stato

Nasce nel segno dell’estrema destra il gruppo europeo di Grillo e Farage | Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Caldiron

Si tinge sem­pre più di nero l’alleanza euro­pea del Movi­mento 5 Stelle. Alla vigi­lia di un nuovo incon­tro tra Beppe Grillo e l’euroscettico bri­tan­nico Nigel Farage, che dovrebbe svol­gersi oggi a Bru­xel­les, pro­prio il lea­der dell’Ukip ha annun­ciato ieri di aver rag­giunto i numeri suf­fi­cienti per for­mare un gruppo auto­nomo in seno al par­la­mento europeo.Dopo giorni di intense quanto riser­vate trat­ta­tive, Farage che già pre­sie­deva nella pre­ce­dente legi­sla­tura il mede­simo gruppo — Europa della Libertà e della Demo­cra­zia, Efd che all’epoca com­pren­deva, tra gli altri, la Lega Nord e i popu­li­sti di estrema destra del Par­tito del popolo danese e dei Veri fin­lan­desi -, ha reso noto l’esito posi­tivo dei col­lo­qui intra­presi con diverse for­ma­zioni e anche con sin­goli eurodeputati.

Accanto a quelli dell’Ukip e del M5S, con­flui­ranno nel nuovo rag­grup­pa­mento gli eletti dell’Unione dei Verdi e degli Agri­col­tori let­toni, quelli del Par­tito dei liberi cit­ta­dini della Repub­blica Ceca, ma soprat­tutto quelli del movi­mento lituano Ordine e giu­sti­zia, l’estrema destra dei Demo­cra­tici Sve­desi, oltre alla depu­tata fran­cese Joëlle Ber­ge­ron, eletta con il Front Natio­nal di Marine Le Pen. In totale, qua­ran­totto depu­tati che si riu­ni­ranno per la prima volta a Bru­xel­les mar­tedì 24 giugno.

Se Grillo parla, quanto alla for­ma­zione del gruppo, di «una grande vit­to­ria per la demo­cra­zia diretta, i cit­ta­dini hanno scelto i loro por­ta­voce e hanno detto loro dove sedere nel Par­la­mento euro­peo», men­tre Farage si dice «orgo­glioso di avere for­mato que­sto gruppo, mal­grado la forte oppo­si­zione poli­tica che abbiamo incon­trato per farlo», non può sfug­gire come l’asse di que­sta alleanza muova da destra per arri­vare fino alle posi­zioni del radi­ca­li­smo nero. E non è tutto.

Se let­toni e cechi si situano infatti tra l’euroscetticismo e la destra ultra­con­ser­va­trice, già la pat­tu­glia di Ordine e giu­sti­zia, gui­data dall’ex pre­mier ed ex pre­si­dente lituano Rolan­das Pak­sas è schie­rata su posi­zioni più che nazio­na­li­ste. Ma soprat­tutto, Pak­sas è stato desti­tuito nel 2004 dalla sua carica pre­si­den­ziale in seguito ad un pro­nun­cia­mento della Corte costi­tu­zio­nale lituana, e un con­se­guente voto del par­la­mento di Vil­nius, per aver intrat­te­nuto rela­zioni rego­lari con il discusso uomo d’affari russo Yuri Bori­sov, il mag­gior finan­zia­tore della sua cam­pa­gna elet­to­rale, cui ha anche con­cesso, pare in modo arbi­tra­rio, la cit­ta­di­nanza del pic­colo paese bal­tico.
Ma ciò che col­pi­sce di più nel nuovo pro­filo dell’eurogruppo Europa della Libertà e della Demo­cra­zia, è il fatto che sia Farage che Grillo ave­vano più volte rifiu­tato ogni rap­porto con il Front Natio­nal fran­cese, men­tre invece oggi è gra­zie allo scranno occu­pato da Joëlle Ber­ge­ron, 63 anni eletta a Lorient, in Bre­ta­gna, nelle file fron­ti­ste, che la loro alleanza può tra­sfor­marsi in qual­cosa di con­creto. Si è detto che Ber­ge­ron avrebbe rotto con la lea­der­ship del Front per alcune sue dichia­ra­zioni in favore del voto ammi­ni­stra­tivo degli immi­grati, comu­ni­tari. Ma in realtà, come ampia­mente ripor­tato dalla stampa d’oltralpe, il vero casus belli che l’ha oppo­sta a Marine Le Pen è il suo rifiuto di cedere il seg­gio a Gil­les Pen­nelle, capo­fila bre­tone dell’estrema destra, come era stato con­cor­dato prima del voto. La can­di­da­tura di Ber­ge­ron era infatti ser­vita solo ad aggi­rare la rigida norma sulla parità di genere vigente in Francia.

Ancora più sor­pren­dente, il fatto che mal­grado Nigel Farage in per­sona avesse smen­tito la cosa solo pochi giorni fa, inter­vi­stato da un quo­ti­diano di Stoc­colma, par­lando di «incom­pa­ti­bi­lità con le loro posi­zioni estre­mi­ste», i 5 Stelle e l’Ukip abbiano finito per allearsi per­fino con gli Sve­ri­ge­de­mo­kra­terna, i Demo­cra­tici sve­desi, sulla cui affi­lia­zione alla destra neo­na­zi­sta aveva scritto ampia­mente all’inizio del decen­nio per­fino il gior­na­li­sta e scrit­tore Stieg Larrson.

Nato da un gruppo deno­mi­nato Bevare Sve­rige Svensk (Man­te­nere la Sve­zia sve­dese), difen­sore delle tesi della supre­ma­zia bianca e ombrello pub­blico delle bande raz­zi­ste, sotto la guida del gio­vane lea­der Jim­mie Akes­son il par­tito si è andato ride­fi­nendo come una for­ma­zione anti-immigrati, rinun­ciando ai suoi aspetti ideo­lo­gici più aggres­sivi, senza per que­sto cam­biare del tutto pelle. Solo nel 2012, ad esem­pio, tre dei suoi depu­tati sono stati pro­ces­sati per aver aggre­dito per strada un popo­lare attore di ori­gine stra­niera molto attivo nella denun­cia del raz­zi­smo in Svezia.

Grillo trasforma la Shoah in uno spot elettorale Fonte: Il Manifesto | Autore: Carlo Lania

Ha tra­sfor­mato la Shoah in uno spot elet­to­rale. L’ultima pro­vo­ca­zione di Beppe Grillo è anche la più forte. Una foto ritoc­cata della scritta in ferro bat­tuto che cam­peg­giava all’ingresso del campo di Ausch­witz è apparsa ieri sul sito del comico sotto il titolo «Se que­sto è un Paese». Nell’immagine il motto nazi­sta «Arbeit Macht Frei» si è tra­sfor­mato in «P2 Macht Frei», la P2 rende liberi. Non con­tento, Grillo ha poi modi­fi­cato anche le parole della poe­sia che apre «Se que­sto è un uomo» di Primo Levi, usan­dola per tor­nare ad attac­care il pre­si­dente Gior­gio Napo­li­tano il pre­mier Mat­teo Renzi, la sini­stra e il patto Renzi-Berlusconi sulle riforme. Qual­cosa di più e di peg­gio delle solite bat­tute intrise di vol­ga­rità e che evi­den­te­mente il comico geno­vese ritiene diver­tenti per il suoi elet­tori. Al punto da pro­vo­care la rea­zione furiosa della comu­nità ebraica che non esita a defi­nire quella del lea­der del M5S «un’infame pro­vo­ca­zione», «un’oscenità sulla quale non si può tacere» visto che tocca «il valore della memo­ria e del ricordo di milioni di vit­time inno­centi».
Grillo si appro­pria dei versi di Primo Levi per la sua cam­pa­gna elet­to­rale. «Con­si­de­rate se que­sto è un paese che vive nel fango — scrive sul blog — che non cono­sce pace ma mafia, in cui c’è chi lotta per mezzo pane e chi può eva­dere cen­ti­naia di milioni, da gente che muore per un taglio ai suoi diritti civili, alla sanità, al lavoro, alla casa nell’indifferenza dell’informazione». E ancora: «Con­si­de­rate se que­sto è un Paese nato sulle morti di Fal­cone e Bor­sel­lino, dalla trat­ta­tiva Stato-mafia, schiavo della P2, coman­dato da un vec­chio impau­rito dalle sue stesse azioni che ignora la Costi­tu­zione». E poi gli attac­chi alla sini­stra e a Renzi, quando descrive l’Italia come «un paese con­se­gnato da vent’anni a Dell’Utri e a Ber­lu­sconi e ai loro luridi alleati della sini­stra. Un paese che ha eletto come spe­ranza un vol­gare men­ti­tore assurto a lea­der da povero buf­fone di pro­vin­cia».
Quello del fon­da­tore del M5S — che ieri sera a Roma ha chiuso il suo tour — è un salto di qua­lità per certi versi ina­spet­tato. Da tempo Grillo ha infatti alzato il tono dei suoi inter­venti con­tro quelli che con­si­dera suoi avver­sari. Sabato ha para­go­nato Mat­teo Renzi a Mar­cello Dell’Utri, l’ex sena­tore del Pdl fug­gito in Libano, ma ha anche usato una can­zone di Guc­cini per sca­ri­care velo­ce­mente il sin­daco di Parma Fede­rico Piz­za­rotti e soli­da­riz­zato con i seces­sio­ni­sti veneti. Senza con­tare gli insulti ai dis­si­denti, poi cac­ciati dal Movi­mento, o quelli alla pre­si­dente della Camera Laura Bol­drini. Iper­boli ogni volta più accese, dalle quali si intui­sce la scelta di radi­ca­liz­zare sem­pre più il Movi­mento 5 stelle, spe­cial­mente ora che si è libe­rato di buona parte di coloro che pre­fe­ri­scono ragio­nare con la pro­pria testa anzi­ché ade­guarsi ai dik­tat suoi e di Gian­ro­berto Casa­leg­gio. Un M5S con par­la­men­tari ed elet­tori sem­pre più fedeli, ma anche sem­pre più estre­mi­sti nelle loro posi­zioni, pronti a con­di­vi­dere e giu­sti­fi­care tutte le intem­pe­ranze del capo. Tanto più quando, a poco più di un mese dalle ele­zioni euro­pee, i son­daggi sem­brano pre­miare que­sta scelta.
Nono­stante que­sto l’uscita di ieri, con l’oltraggio alla Shoah, è qual­cosa che va oltre le solite intem­pe­ranze ver­bali. E che non poteva non susci­tare rea­zioni indi­gnate. Tra i primi a inter­ve­nire c’è il pre­si­dente dell’Unione comu­nità ebrai­che ita­liane (Ucei) Renzo Gat­te­gna che defi­ni­sce quella di Grillo una «pro­vo­ca­zione» utile a «sol­le­ci­tare i più bassi sen­ti­menti anti­se­miti e caval­care il mal­con­tento popo­lare che si addensa in que­sti tempi di crisi». In serata, per il governo, inter­viene il sot­to­se­gre­ta­rio Gra­ziano Del­rio: «Non c’è nes­suna P2 che abita a Palazzo Chigi — è la replica a Grillo -. La P2 è stata una disgra­zia per que­sto Paese».
Ma cri­ti­che arri­vano anche dai par­titi, dal Pd a Forza Ita­lia. «Il post di Grillo può essere defi­nito sol­tanto in un modo: fasci­smo di stampo nazi­sta», com­menta il pre­si­dente dei sena­tori pd Luigi Zanda, men­tre per la sua col­lega Anna Finoc­chiaro parla di «ner­vo­si­smo cre­scente» del lea­der M5S «di fronte alla sfida elet­to­rale». Parole di con­danna anche da Forza Ita­lia e Scelta civica, ma anche dall’interno del M5S. Il depu­tato Tom­maso Currò, una delle voci cri­ti­che del movi­mento, attacca infatti la scelta del lea­der di usare la Shoah: «E’ una para­frasi che non sta in cielo né in terra — com­menta Currò — , è offen­siva e peral­tro tocca un tema rispetto al quale c’è una sen­si­bi­lità pro­fon­da­mente diffusa».

Un referendum d’imperio Fonte: il manifesto | Autore: Alessandro Dal Lago

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Con il “refe­ren­dum” sul reato di immi­gra­zione clan­de­stina, Beppe Grillo ha chia­rito a tutti, anche ai seguaci più fedeli, la sua idea di demo­cra­zia. Che su 24.000 votanti, con­vo­cati all’ultimo momento, quasi 16 mila abbiano votato per l’abrogazione e 9.000 con­tro farà tirare un respiro di sol­lievo, ma non deve far gioire nes­suno. Que­sta non è demo­cra­zia diretta, è impo­si­zione demagogica.

Come si fa a «votare» su un tema simile, senza alcuna pre­pa­ra­zione, dalle «10 alle 17» del 13 gennaio?

E poi, con che diritto ven­ti­quat­tro­mila elet­tori hanno dato un parere «vin­co­lante» (per for­tuna con­tra­rio al reato) al gruppo par­la­men­tare del Senato, come si legge sul blog? Forse, Grillo e Casa­leg­gio non lo sanno, ma l’articolo 67 della Costi­tu­zione vieta espres­sa­mente il man­dato impe­ra­tivo. E quindi sarebbe ora che il M5S, che tiene tanto alla lega­lità, al punto di essere con­tra­rio a svuo­tare le car­ceri, la smet­tesse con la bar­zel­letta del man­dato vincolante.

La que­stione di que­sta biz­zarra con­sul­ta­zione online ha due impor­tanti aspetti, uno di metodo e uno di merito. Per comin­ciare, la deci­sione auto­cra­tica di far votare gli iscritti in poche ore e senza pre­av­viso dimo­stra come, al di là delle chiac­chiere sulla demo­cra­zia diretta, il duo Grillo-Casaleggio con­si­deri il Movi­mento 5 Stelle come cosa pro­pria. Que­sto, d’altra parte, è il metodo seguito sin qui: le «par­la­men­ta­rie» con poche decine di migliaia di votanti, gli addetti alla comu­ni­ca­zione impo­sti agli eletti, il divieto di andare ai talk show e così di seguito. Detto in poche parole, i par­la­men­tari sono liberi di pen­sare quello che vogliono, pur­ché seguano le indi­ca­zioni dei lea­der e fac­ciano quello che ordina la mag­gio­ranza degli iscritti con­vo­cati all’ultimo momento. Rispetto ai refe­ren­dum di Grillo, le pri­ma­rie del Pd sono state un capo­la­voro di demo­cra­zia diretta…

E se l’esito del “refe­ren­dum” fosse stato oppo­sto? Nel video Gaia , pro­dotto da Casa­leg­gio e Asso­ciati qual­che anno fa, si pre­vede, tra il serio e il faceto, che tra una tren­tina d’anni saranno indetti refe­ren­dum su scala glo­bale su temi come la pena di morte. Ven­gono i bri­vidi a pen­sare come potrebbe andare. Soprat­tutto per­ché, nella visione di Casa­leg­gio e Grillo, i refe­ren­dum non hanno biso­gno di quo­rum. Insomma, chi par­te­cipa ha il diritto di deci­dere per tutti. È lo stesso spi­rito del refe­ren­dum di ieri. Que­sta sarebbe la demo­cra­zia che ci aspetta? Che suc­ce­derà quando Grillo chia­merà a votare poche migliaia di iscritti su un tema sen­si­bile come l’amnistia?

Quanto al merito, l’imporre di punto in bianco una con­sul­ta­zione di que­sto tipo rivela quanto sia con­ser­va­tore, al limite della xeno­fo­bia, l’atteggiamento del duo Grillo-Casaleggio in mate­ria d’immigrazione (d’altra parte, per capirlo, bastava dare un’occhiata al loro libro Il grillo canta al tra­monto ). Per Grillo, i “sacri con­fini della patria” non devono essere vio­lati, i “veri immi­grati siamo noi” e così via. Un cam­pio­na­rio di luo­ghi comuni rea­zio­nari, del tutto simile agli slo­gan della Lega e del resto della destra. Ora, Grillo ha capito bene che la mag­gio­ranza dei suoi par­la­men­tari e degli atti­vi­sti era favo­re­vole ad abro­gare il reato. E quindi, con 24.000 voti su 100.000 iscritti (teo­rici), potrà lavarsi le mani dell’intera fac­cenda, per­ché il “popolo” ha deciso. Come ha detto Ber­lu­sconi, un movi­mento in mag­gio­ranza di sini­stra è gover­nato da un lea­der di destra…

L’aspetto vera­mente tra­gico di que­sta vicenda è che il reato di clan­de­sti­nità, insieme a tutta la Bossi-Fini (e non dimen­ti­chiamo la Turco-Napolitano) non è solo una norma mal­va­gia, per­ché impe­di­sce ai pesche­recci di soc­cor­rere i bar­coni (altri­menti rischiano di essere incri­mi­nati per favo­reg­gia­mento), ma è anche stu­pida: il risul­tato è l’ingorgo delle pro­cure con migliaia di pro­ce­di­menti che por­tano a una multa che nes­sun migrante è in grado di pagare.

Era neces­sa­rio un refe­ren­dum per­ché i gruppi par­la­men­tari del M5S votas­sero con­tro una legge simile?

Grillo spiega la linea ai parlamentari M5S Fonte: Giornalettismo

 

Il Fatto Quotidiano, oltre a raccontare alcuni degli incontri con i senatori a 5 Stelle, spiega cosa ha detto Grillo ai cittadini a 5 Stelle:

“Non dobbiamo vergognarci di essere populisti. L’impeachment ad esempio, è una finzione politica per far capire da che parte stiamo”. Beppe Grillo parla ai suoi in un’aula della Camera. È una conversazione che nessuno conosce, quella che il Fatto ha in esclusiva, tra il leader e i deputati. Lui, il grande capo, in piedi, spalle al muro, la voce pacata e i toni concilianti. Gesticola, ride poco e dà pacche sulle spalle. E parla. “Sono qui per sostenervi”. Non alza mai la voce. Il Grillo a porte chiuse non è nemmeno parente del comico sul palco, quello che urla e lancia parole come spade. C’è da spiegare la scomunica ai senatori Cioffi e Buccarella, colpevoli di aver presentato un emendamento per abolire il reato di immigrazione clandestina. C’è da spiegare chi comanda. Che non è lui, ma il Movimento. Perché forse gli eletti se lo sono dimenticati, ma i voti vengono dal basso e seguono le emozioni: “Con la presentazione dell’emendamento per abolire il reato di immigrazione clandestina, abbiamo perso voti a iosa. Il post del blog, forse un po’ duro, siamo stati costretti a farlo”.

“Noi parliamo alla pancia della gente. Siamo populisti veri. Non dobbiamo mica vergognarci. Quelli che ci giudicano hanno bisogno di situazioni chiare. Ad esempio prendete l’impeachment di Napolitano. Molti di voi forse non sono d’accordo, lo capisco. Ma è una finzione politica. E basta. Non possiamo dire che ha tradito la Costituzione. Però diamo una direttiva precisa contro una persona che non rappresenta più la totalità degli italiani. Noi siamo la pancia della gente”. Perché il rischio era molto grosso: “Abbiamo raddrizzato la situazione, siamo stati violenti per far capire alla gente. Se andiamo verso una deriva a sinistra siamo rovinati”.

[nota di controlacrisi.org: il Fatto nella titolazione ha evidenziato la questione impeachment. a noi sembra più rilevante l’esplicitazione del grillo-pensiero]