Africa: Gli agro-imperialisti fanno man bassa di terreni agricoli da: www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 08-02-15 – n. 530

Lyès Menacer | michelcollon.infoTraduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/01/2015

Il continente africano, che possiede da solo un quarto delle terre fertili mondiali, concentra il 41% delle transazioni fondiarie, su un numero totale di 1.515 transazioni nel mondo, secondo una recente relazione dell’ONG ActionAid International datata fine maggio 2014. “Dal 2000, più di 1.600 transazioni su larga scala sono state documentate, su una superficie totale di 60 milioni di ettari”, ha dichiarato l’ONG che ha precisato che “è probabile anche che un buono numero di acquisizioni di media o grande portata rimangano ad oggi non documentate, né quantificate”. Questa relazione di una ventina di pagine intitolata “La Rapina delle terre: come il mondo apre la via agli accaparramenti delle terre da parte delle imprese” ci rivela infatti l’ampiezza di questo fenomeno che minaccia non soltanto la sopravvivenza di milioni di persone nel mondo, ma anche gli ecosistemi, le foreste e le specie animali in pericolo di estinzione.

L’ONG si è enormemente interessata all’Africa, poiché questo continente è diventato la nuova attrazione delle multinazionali, dei fondi pensione e dei grandi gruppi agroalimentari che hanno acquisito, con le complicità dei governi locali, milioni di ettari di terre coltivabili.

Anche gli Stati si sono messi a comperare le terre fertili, per soddisfare i loro fabbisogni alimentari e produrre biocarburanti. L’Arabia Saudita, il Qatar, l’India sono spesso citati nelle relazioni di queste ONG, che tirano in ballo anche le grandi potenze come gli Stati Uniti, alcuni Stati membri dell’Unione europea (Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi) e, da qualche anno, la Cina, che vuole avere la sua parte in Africa per soddisfare la sua domanda interna. Nell’Africa subsahariana, regione insicura e a forte instabilità politica, l’accaparramento delle poche terre fertili è stato realizzato dalle autorità che hanno privato migliaia di contadini della loro principale risorsa di sopravvivenza.

Il sequestro delle terre è stato facilitato dall’assenza degli atti di possesso che questi contadini non hanno mai potuto far valere, in una regione in cui i beni sono gestiti dai capi tribù.

Stati in guerra, paese da vendere?

Nell’Africa subsahariana, il 10% di queste terre coltivabili è registrato nei registri ufficiali. Sotto la copertura del rilancio dell’agricoltura per sradicare la carestia che sconvolge regolarmente la vita di milioni di persone in questa zona arida, i governi locali hanno ceduto quasi ad un prezzo simbolico centinaia di migliaia di ettari ai produttori di biocarburante. Questo fatto è stato denunciato da numerose ONG, tra le quali Grain che è costantemente oggetto di attacchi da parte di alcuni paesi acquirenti di queste terre.

È facile constatare che i paesi indicati come quelli che si fanno passare per investitori sono gli stessi che attualmente sono scossi dai conflitti politici e dalle guerre etniche e religiose. Si può citare il Sudan del Sud, la Repubblica Democratica del Congo (RDC o Congo-Kinshasa), il Sudan, la Sierra Leone, il Mozambico, la Liberia, la Tanzania, il Kenia, lo Zimbabwe, la Nigeria e la Repubblica Congolese (Congo-Brazzaville). L’Isola Rossa (il Madagascar) che ha vissuto una crisi politica nel 2009, dopo una protesta contro la vendita di 300.000 ettari di terre all’impresa sudcoreana Daewoo, resta un obiettivo dei predatori di terre fertili.

In altre parole, oltre alla guerra per il controllo dei giacimenti petroliferi e minerari in questi paesi, un’altra guerra si svolge lontano dagli sguardi e dalle curiosità dei media, che spesso vedono nella rivolta dei poveri in Africa soltanto delle violenze tribali per lo sfruttamento delle fonti d’acqua e delle zone di pascolo. Tuttavia, decine di persone, tra agricoltori ed allevatori, subiscono la repressione dei propri governi, che li cacciano a colpi colpi di polvere da sparo e di bulldozer dai territori che occupano da secoli. Territori che non sono soltanto spazi di vita economica, ma di culture ancestrali. Le sommosse della fame che hanno scosso Maputo nel 2010 non hanno impedito dal governo di cedere 6,6 milioni di ettari agli Stati Uniti ed a società straniere. Il Mozambico dispone di 36 milioni di ettari di terre coltivabili, cioè il 46% del suo territorio, di cui soltanto il 10% è sfruttato.

Anziché approntare una politica agrario-alimentare che garantisca la sicurezza alimentare, il governo Maputo preferisce cedere le sue terre all’industria distruttiva dei biocarburanti. Nel frattempo, secondo le cifre ufficiali delle ONG dell’ONU, il 40% dei mozambicani soffre di malnutrizione.

La Repubblica Democratica del Congo (RDC) non ha fatto eccezione, poiché il 50% delle sue terre fertili è passato sotto il controllo di paesi stranieri e delle imprese internazionali che sono più interessate dallo sfruttamento il sottosuolo che all’agricoltura, senza pagare tasse o diritti.

E quando devono pagare, le somme sono irrisorie e vanno per lo più a vantaggio dei membri del clan al potere. È il caso anche della vicina Repubblica congolese, che ha ceduto il 46% delle sue terre fertili agli stessi predatori che sono alla ricerca di ogni porzione di terreno coltivabile, che sia per l’industria agroalimentare o per nutrire la popolazione del paese acquirente, come nel caso dell’Arabia Saudita e del Qatar, due paesi desertici che importano tutti i loro prodotti alimentari. Questi due paesi hanno acquisito, al prezzo della repressione condotta dal governo di Addis-Abeba contro i contadini e gli allevatori, decine di migliaia di ettari per soddisfare la loro domanda interna di frutta e verdura. Le denunce dei massacri orchestrati dall’esercito etiopico per dissodare il terreno “agli investitori” sono rimaste lettera morta.

Chi sono gli acquirenti?

“Gli Stati Uniti sono all’origine della maggior parte degli investimenti portati a termine (7,09 milioni di ettari), seguiti dalla Malesia (3,35), dagli Emirati Arabi Uniti (2,82), dal Regno Unito (2,96), dall’India (1,99), Singapore (1,88), Paesi Bassi (1,68), Arabia Saudita (1,57), Brasile (1,37) e Cina (1,34)”. Tutti questi paesi sono presenti nel documento reso pubblico da ActionAid International, che cita Land Matrix, un organismo indipendente che dispone di un ricco archivio delle transazioni fondiarie registrate in tutto il mondo.

Oltre agli Stati acquirenti, gli organismi finanziari, i fondi investimento e i gruppi industriali che sono stati molto toccati dalla crisi economica del 2008, hanno orientato il loro interesse verso questo mercato.

“Uno studio condotto dalla Deutsche Bank Research mette in luce l’esistenza di tre grandi gruppi di attori economici implicati nel settore dei terreni agricoli: i governi, che cercano di acquistare terreni all’estero per assicurare le loro riserve in prodotti alimentari ed energia, le imprese agricole che cercano sia di aumentare la loro produzione, sia di integrare la catena d’approvvigionamento, e gli investitori finanziari” aggiunge sempre lo stesso testo. Gli attori influenti delle industrie minerarie, delle imprese del turismo e delle concessioni forestali non sono restati lontani da questa battaglia che causerà, a lungo termine, una grande esplosione sociale nel continente. “Lo studio mostra che questi attori non agiscono in modo isolato. Viene aggiunto nella relazione di ActionAid International che, facendo pressione sulla terra, gli interessi di uno dei gruppi di attori motiveranno le azioni degli altri gruppi”.

I contadini dei paesi africani provano ad organizzarsi, aiutati dalle ONG che tentano alla meno peggio di dare l’allarme all’opinione pubblica internazionale e alle alte istanze dell’ONU. Una battaglia che, per il momento, è in molti casi compromessa, con le varie dittature locali che reprimono ed imprigionano tutti coloro che osano mettersi contro ciò che è chiamato progetto d’investimento, sviluppo sostenibile, rilancio economico, ecc.

 

Kobane, oggi in piazza a Roma in appoggio e solidarietà con la resistenza curda Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Le poche e frammentate notizie che arrivano da Kobane parlano di un rovesciamento di fronte. L’Isis si sarebbe ritirato da quasi tutte le aree occupate. I Curdi sono sicuri che Kobane sarà “liberata presto”. Intanto cresce la solidarietà internazionale verso i guerriglieri curdi. Oggi è in programma una iniziativa a Roma, in piazza Argentina dalle 16 alle 19. Disarmare ISIS e isolare gli Stati che lo sostengono (Arabia Saudita, Qatar, Turchia); aprire immediatamente un corridoio al confine turco che consenta aiuti umanitari e rifornimenti alle forze di difesa kurde delle YPG/YPJ; .riconoscere l’autonomia democratica del Rojava (Kurdistan occidentale) in Siria, “esempio di autogoverno e convivenza pacifica fra popoli, religioni, culture diverse, contro il totalitarismo di ISIS”: sono questi gli obiettivi del presidio.
Pochi giorni fa a scendere in piazza è stata la rete di solidarietà di Torino, “per far sentire il proprio grido di rabbia e di amore per i resistenti di Kobane”. Centinaia di compagni e compagne insieme atanti giovani, donne, bambini, della comunità curda di Torino hanno risposto all’appello lanciato dalle diverse anime del movimento antagonista torinese per un presidio di solidarietà, presto trasformatosi in un corteo di almeno cinquecento persone che hanno attraversato il centro della città.

Il sito curdo Rudaw ha scritto di centinaia di persone emigrate in Europa che nelle ultime settimane si sono unite ai peshmerga del Kurdistan iracheno e ai miliziani siriani dell’Ypg, le Unità per la protezione del popolo, nella lotta contro i jihadisti dell’Is. Il reportage parla soprattutto di curdi partiti dal nord dell’Europa, ma “è naturale – dice M., originario di Urfa, provincia turca sul confine con la Siria – che anche dell’Italia siano partiti in tanti”. Ed è allo stesso modo “naturale” che la comunità curda in Italia “raccolga fondi per i nostri fratelli di Kobane. Se il vostro paese fosse in pericolo, non lo fareste anche voi italiani?”.

Intervista a Tes durante il sit-in della Comunità Etiope davanti all’Ambasciata saudita a Roma da: Coordinamento Migranti Bologna

Il governo dell’Arabia Saudita ha recentemente affermato di voler allontanare i migranti irregolari dal paese. Come in tutti gli stati del Golfo, in Arabia Saudita vivono milioni di lavoratori migranti, spesso protagonisti di proteste e lotte contro lo sfruttamento e il regime dei confini. L’annuncio del governo ha scatenato un’ondata di razzismo contro i lavoratori e lavoratrici migranti, accusati di essere criminali e rubare il lavoro. Tra i più colpiti dalle violenze, i migranti e le migranti di origine etiope stanno subendo una grave persecuzione. Pubblichiamo di seguito un’intervista realizzata con Tes, che ha partecipato al sit-in della comunità etiope di fronte all’Ambasciata saudita a Roma:

 

Perché oggi, 19 novembre, siete di fronte all’ambasciata saudita e che cosa sta succedendo in Arabia Saudita?

 

Siamo qui in più di duemila a denunciare le violenze che stanno succedendo in Arabia Saudita contro i migranti Etiopi. Stiamo urlando tutti insieme contro le violenza del governo saudita, un governo razzista e violento. In molte città del mondo oggi e nei prossimi giorni ci saranno manifestazioni e sit-in di solidarietà e di protesta. In questo momento, più di 25.000 etiopi stanno rischiando la vita a causa della repressione del governo. La repressione contro i migranti si è scatenata in maniera terribile soprattutto sulla comunità etiope. Uomini e donne vengono cercati fin dentro le case, vengono seviziati e le donne stuprate. Siamo qui in tanti e non solo a Roma perché vogliamo che le violenze si fermino e perché chiediamo che i migranti etiopi che sono incarcerati possano almeno tornare sani e salvi a casa senza essere uccisi o maltrattati nelle case e nelle carceri.

 

Com’è la condizione dei migranti in Arabia saudita e come è peggiorata nell’ultimo periodo?

 

Le leggi sull’immigrazione lì prevedono che, quando un migrante viene assunto, il padrone si prende i documenti del paese di origine. Se vuole cambiare lavoro, se non gli vanno bene le condizioni, è costretto a scappare, ma se viene preso poi subisce violenze e può essere espulso. I migranti e in particolare gli Etiopi che sono vittime di una vera e propria persecuzione subiscono un ricatto che arriva fino a mettere a rischio la loro vita, non solo la permanenza in quel paese. La condizione dei migranti è dura qui in Europa come in Arabia saudita, ma lì la violenza è molto maggiore, perché moltissimi etiopi stanno rischiano in questi momenti la vita. E qui in Italia almeno abbiamo la possibilità di dire la nostra, di lottare contro la legge Bossi-Fini come stiamo facendo tutti insieme.

 

Che azioni future avete in programma?

 

Continueremo a manifestare e a organizzare azioni di solidarietà e di protesta, qui e in tutto il mondo, anche più frequentemente se è necessario a farci sentire e a salvare delle vite in Arabia saudita.