La Trattativa e il Romanzo Quirinale La procura di Messineo e Ingroia da: l’ora quotidiano

La quarta e ultima puntata dell’inchiesta sulla storia dell’ufficio inquirente palermitano. L’indagine sul patto segreto tra lo Stato e Cosa Nostra, il processo per il mancato arresto di Provenzano, le polemiche bipartisan dal mondo politico e alla fine l’atto d’accusa del Csm: il procuratore capo avrebbe “spaccato” l’ufficio. (4-fine)

di Giuseppe Pipitone

25 gennaio 2015

I giochi sembravano fatti. Nel 2006, quando Pietro Grasso viene spinto a guidare la Procura nazionale antimafia dalle leggi anti Caselli (poi dichiarate anticostituzionali) varate dal governo Berlusconi, a capo dell’ufficio inquirente di Palermo sembrava dovesse arrivare il suo fido braccio destro: Giuseppe Pignatone. Già bacchettato da Giovanni Falcone, poi passato alla pretura negli anni di Gian Carlo Caselli, durante la gestione Grasso, Pignatone torna in procura, dove diventa l’alter ego del capo. E infatti sarà lui a reggere l’interim tra il trasferimento di Grasso in via Giulia e l’elezione del nuovo procuratore al plenum del Csm. Una nomina che viaggia sul filo del rasoio, dato che Palazzo dei Marescialli è spaccato tra i due esponenti di Unicost: Guido Lo Forte, che ha raccolto il sostegno anche della corrente di sinistra delle toghe, ovvero Magistratura democratica, e lo stesso Pignatone appoggiato da Magistratura Indipendente, che invece è la corrente di destra.

Lo Forte o Pignatone: tra i due litiganti Messineo gode

Un vero e proprio nodo, che si scioglie soltanto quando Unicost decide di convergere le proprie preferenze su Francesco Messineo, procuratore capo di Caltanissetta, che raccoglie il sostegno anche di Magistratura Indipendente. “Abbiamo voluto puntare su un candidato che avesse la qualità essenziale di essere un punto di riferimento per l’unità dell’ufficio, che fosse in grado di operare per la sua unità” spiega l’allora consigliere di Md Giovanni Salvi, oggi procuratore capo di Catania. Quasi una profezia al contrario, dato che anni dopo il Csm bacchetterà pesantemente Messineo con l’accusa di aver “spaccato” il suo ufficio. Durante gli otto anni di gestione Messineo, infatti, la procura di Palermo sarà attaccata a ritmo continuo da esponenti politici di tutti gli schieramenti. Oggetto della discordia sono le delicate inchieste aperte dal pool di magistrati coordinati dall’aggiunto Antonio Ingroia alla fine del primo decennio degli anni duemila.

Fascicoli delicati: il processo Mori e l’indagine Trattativa

Dopo gli anni di Grasso, con le indagini che colpivano quasi esclusivamente gli esponenti militari di Cosa Nostra (e un solo politico d’alto livello rinviato a giudizio: Totò Cuffaro), l’arrivo di Messineo a Palermo coincide con l’inizio di una nuova stagione: quella che cercherà di fare luce sugli accordi segreti siglati negli anni delle stragi. Subito dopo l’insediamento, il primo fascicolo scottante che Messineo trova sul suo tavolo è quello relativo al mancato arresto di Bernardo Provenzano, localizzato in un casolare di Mezzojuso, in provincia di Palermo il 31 ottobre 1995. Indagati per favoreggiamento a Cosa Nostra nell’inchiesta coordinata da Antonio Ingroia, sono il generale del Ros Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu. Grande accusatore dei suoi ex superiori è colonnello Michele Riccio che, tramite il confidente Luigi Ilardo, boss infiltrato in Cosa Nostra dal militare, avrebbe ricevuto la “soffiata” di un summit organizzato da Provenzano nelle campagne di Mezzojuso. Il via libera per effettuare il blitz ed arrestare il boss corleonese, però, non sarebbe mai arrivato, e Provenzano rimase latitante fino all’11 aprile del 2006. Poco tempo dopo il fallito blitz, e cioè il 10 maggio 1996, il confidente Ilardo venne assassinato in un agguato rimasto avvolto dal mistero, senza avere avuto il tempo di diventare a tutti gli effetti un collaboratore di giustizia.

“Non c’erano le possibilità di intervenire in quanto il terreno era costantemente occupato da mucche, pastori e pecore” si giustifica davanti ai giudici Obinu. I due militari denunciano Riccio per calunnia, ma il gip Maria Pino lo assolve, mettendo nero su bianco le “plurime omissioni e inerzie del Ros dei carabinieri finalizzate a salvaguardare la latitanza di Provenzano”. Il processo che si apre nel 2008 è solo il prequel di un’altra indagine, aperta negli stessi mesi, destinata ad esporre la procura al fuoco incrociato di giornali, partiti politici e dello stesso Csm: e cioè quella sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. Un’inchiesta che punta ad accertare come tra alcuni esponenti delle Istituzioni e il boss Bernardo Provenzano fosse stato siglato un vero e proprio patto per far cessare le stragi ed assicurare una convivenza tra Cosa nostra e lo Stato italiano. L’indagine prende spunto da un’intervista rilasciata da Massimo Ciancimino al settimanale Panorama il 19 dicembre del 2007: il figlio minore di don Vito, racconta di essere stato agganciato nel giugno del 1992 dal capitano Giuseppe De Donno. Da lì in poi De Donno e Mori inizieranno a incontrare Vito Ciancimino, che riferisce il contenuto di quegli incontri a Provenzano, e al signor Franco, un sedicente agente dei servizi con cui è in contatto dagli anni ’70. L’inchiesta della procura riceve ulteriore impulso dalla decisione di Gaspare Spatuzza, il killer di Brancaccio, di collaborare con la magistratura, e soprattutto dal repentino“recupero della memoria” che colpisce una serie di esponenti politici.

Smemorati di Stato a giudizio
Decine di politici della Prima Repubblica sfilano, uno dopo l’altro, davanti ai pm di Palermo: da Carlo Azeglio Ciampi a Oscar Luigi Scalfaro, da Calogero Mannino a Ciriaco De Mita, passando per Luciano Violante, Vincenzo Scotti, Giuliano Amato. Parallelo cresce il fronte anti procura: dal Pdl, che vedrà il suo leader Marcello Dell’Utri finire indagato per il patto Stato–mafia, fino al Pd, il partito al quale ha aderito Nicola Mancino, finito a processo per falsa testimonianza. Un vero e proprio fuoco incrociato che esplode definitivamente nel giugno del 2012. quando la procura invia dodici avvisi di conclusione delle indagini: sono destinati ai boss di Cosa Nostra Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, agli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, ai politici Calogero Mannino e Marcello Dell’Utri: tutti accusati del reato disciplinato dall’articolo 338 del codice penale: e cioè violenza o minaccia a corpi politici dello Stato. Alla sbarra anche Mancino, accusato come detto di falsa testimonianza, e il teste Ciancimino, imputato per concorso esterno e calunnia a Gianni De Gennaro (accusa che gli costa l’arresto nell’aprile 2011, ordinato dallo stesso Ingroia).

Polemiche, conflitti e procedimenti disciplinari: il Romanzo Quirinale
Solo che quegli avvisi di conclusione delle indagini non sono firmati da Messineo, che appone alla richiesta di rinvio a giudizio soltanto il canonico visto: una scelta che viene letta come un tentativo di “smarcarsi” dalla delicata indagine. In più, con la chiusura delle indagini, il pool che indaga sulla Trattativa perde un componente: si sfila infatti il pm Paolo Guido, sostituito da Francesco Del Bene, mentre il posto di Lia Sava, andata a Caltanissetta per fare l’aggiunto, viene occupato dal giovane Roberto Tartaglia. La vera ondata di polemiche però esplode dopo che viene resa nota l’esistenza di alcune intercettazioni tra lo stesso Mancino e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. È l’estate del 2012, a vent’anni esatti dalle stragi, quando il Quirinale prende una decisione inedita: sollevare un conflitto d’attribuzione contro la procura di Palermo davanti alla Corte Costituzionale. Conflitto che verrà preso in esame in tempi record e porterà poi alla distruzione delle intercettazioni telefoniche tra Mancino e Napolitano. E mentre il Colle trascina i pm davanti alla Consulta, una serie di procedimenti disciplinari viene avviata dal Csm contro i magistrati palermitani: un fascicolo era già stato aperto contro Antonio Ingroia, reo di essersi dichiarato “partigiano della Costituzione” ad un dibattito organizzato dal Partito dei Comunisti Italiani, mentre a Nino Di Matteo viene contestata un’intervista al quotidiano Repubblica, dove il pm conferma l’esistenza delle intercettazioni su Napolitano, già resa nota dal settimanale Panorama, definendole “non penalmente rilevanti”.

Banca Nuova, le indagini sul cognato, e la presunta incompatibilità ambientale
Nel frattempo Messineo finisce indagato dalla procura di Caltanissetta per un’intercettazione indiretta. Il capo dei pm palermitani viene registrato mentre parla al telefono con un dirigente di un importante istituto di credito, che chiede informazioni in merito ad un’indagine in corso. La conversazione tra Messineo e il manager, l’ex direttore generale di Banca Nuova Francesco Maiolini, è del 12 giugno 2012. Maiolini, sotto controllo per un’altra indagine condotta dalla Dda, per riciclaggio aggravato, chiede a Messineo spiegazioni su un avviso di identificazione ricevuto, relativo a una indagine per usura. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia spedisce tutto a Caltanissetta, procura competente per eventuali reati commessi dai magistrati di Palermo: poi parte per il Guatemala, dove va a dirigere una commissione Onu, quindi torna in Italia per candidarsi (senza successo) alle elezioni politiche e infine appendere la toga al chiodo.

L’indagine nissena su Messineo verrà poi archiviata, ma alla fine del suo mandato al capo dei pm palermitani arriva una pesantissima bacchettata dal Csm: un procedimento di trasferimento per incompatibilità ambientale. Il motivo? “Non avrebbe favorito la circolazione delle informazioni all’interno dell’ufficio”, scrivono i consiglieri di Palazzo dei Marescialli nell’atto d’accusa. “Conseguenza – continuano i consiglieri – di questo difetto di coordinamento sarebbe stata la mancata cattura del latitante Matteo Messina Denaro” . Secondo l’indagine svolta tra i pm palermitani, le varie spaccature all’interno dell’ufficio inquirente siciliano sarebbero state alla base del “sospetto” che Messineo “avesse perso piena indipendenza” nei confronti di Ingroia, o che ci fosse comunque tra il procuratore e l’aggiunto un “rapporto privilegiato”, che avrebbe determinato un “condizionamento” del capo dell’ufficio. Il Csm fa cenno soprattutto ad uno dei nodi più spinosi addebitati a Messineo, l’indagine per intestazione fittizia dei beni per suo cognato Sergio Sacco. Inchiesta dalla quale, Messineo si asterrà sempre: il procedimento del Csm, però, gli costa comunque la possibilità di andare a dirigere la procura generale di Palermo. Il 30 luglio del 2014 il procuratore va in ferie, per poi andare in pensione un mese dopo. Il 17 dicembre, cinque mesi dopo, il Csm designa il suo successore: Franco Lo Voi.

Caro Pg Ciani ma lei è corente? da: antimafia duemila

ingroia-c-barbagallo-bigdi Antonio Ingroia – 24 gennaio 2015  

L’usurata litania dei discorsi paludati di apertura dell’anno giudiziario sembra interrotta da accenti autocritici. Il Primo Presidente della Cassazione Giorgio Santacroce accusa le toghe di essere corresponsabili della crisi di fiducia dei cittadini verso la magistratura. Ed il Procuratore Generale Gianfranco Ciani denuncia il cedimento di alcuni magistrati inquirenti alle lusinghe della politica. Difficile dare torto ai due vertici della magistratura italiana. Ma bisogna intendersi.

Qual è il modello di magistrato che ingenera sfiducia nei cittadini? Ingenerava più fiducia il magistrato allineato coi potenti, che negava l’esistenza della mafia e poi andava a braccetto coi cugini Salvo, plenipotenziari in Sicilia del gruppo di potere andreottiano?
O invece i cittadini sono affezionati al magistrato fedele al principio costituzionale di eguaglianza, mai forte coi deboli e indulgente coi potenti?
E la sfiducia deriva dai ritardi e dalle diseguaglianze, una colpa che portano sulle proprie spalle, insieme, la politica impunita e la magistratura omologata, oggi sempre più numerosa, purtroppo, perché prodotto dei tempi del Partito Unico del Nazareno.
Ha ragione, poi, il Procuratore Ciani sulla insidiosità delle lusinghe della politica quando si insinuano fra le toghe. Ma una domanda sorge legittima. È proprio certo il Procuratore Ciani di essere stato immune dalle lusinghe della politica quando, di fronte ai tentativi di interferenza di un imputato su un processo in corso (e cioè l’ex Presidente del Senato Nicola Mancino, imputato nel processo «trattativa Stato-mafia»), non vi pose argine informandone tempestivamente la Procura di Palermo che stava indagando e negli anni successivi promosse addirittura azioni disciplinari nei confronti degli stessi magistrati che quel processo stavano portando avanti?
I problemi per la giustizia derivano dai magistrati che hanno fatto e fanno politica, da Oscar Luigi Scalfaro, ad Anna Finocchiaro, a Luciano Violante, e tanti altri ancora? Ovvero da chi ha ristretto gli spazi di autonomia delle toghe, fra l’altro inducendo alcuni magistrati ad entrare in politica lasciando la magistratura proprio per ripristinare spazi di democrazia, giustizia e libertà?

(Dalla prima pagina del quotidiano il Tempo in edicola oggi)

Caso Manca, oggi l’interrogatorio di Ingroia per le accuse contro i pm Autore: antonella frustaci da: controlacrisi.org

Antonio Ingroia, avvocato di parte civile della famiglia di Attilio Manca, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Viterbo per calunnia, colpevole di aver accusato i pm di detta procura di essere responsabili di ”inerzie e coperture” , e di essere autori di un vero e proprio ”depistaggio” nell’indagine sul caso dell’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto trovato morto in casa sua a Viterbo,il 12 febbraio del 2004.

Attilio Manca fu trovato nella sua abitazione nudo, il naso fratturato, due fori sul braccio sinistro e una siringa priva d’ impronte sul pavimento; per gli investigatori si sarebbe trattato di overdose di eroina, nonostante il medico fosse notoriamente mancino. Attilio Manca era un medico, un luminare in campo urologico malgrado avesse solo 34 anni; si era laureato con il massimo dei voti all’Università Cattolica di Roma e si era specializzato in Francia. E’ stato il primo chirurgo italiano ad operare il cancro alla prostata con il sistema laparoscopico già nel 2002.

Secondo la famiglia, invece, la morte di Attilio è un omicidio di mafia, correlato alla copertura della latitanza del boss Bernardo Provenzano. Nell’autunno del 2003, Provenzano, sotto falso nome, si fece operare in Francia, a Marsiglia, con lo stesso metodo laparoscopico introdotto in Italia un anno prima dallo stesso Attilio Manca, che era in quei giorni, “nel sud della Francia per assistere ad un intervento chirurgico”; così disse durante l’ultima telefonata alla madre Angela Gentili che chiese di mettere agli atti i tabulati telefonici, che invece furono ritenuti dai titolari delle indagini, poco interessanti e fatti distruggere dopo 5 anni. A dirigerle, le indagini, il capo della mobile Salvatore Gava, noto alle cronache per aver falsificato un verbale sui fatti della Diaz, durante il G8 di Genova del 2001 e che è stato condannato a 5 anni di interdizione dei pubblici uffici, ma che solo 3 anni dopo i fatti di Genova indaga a Viterbo sul caso di Attilio Manca.

In un verbale, da lui redatto, asserisce che l’urologo non si era mai assentato dal posto di lavoro nel periodo in cui Provenzano si operava a Marsiglia. Qualche tempo dopo, una troupe del programma televisivo “Chi l’ha visto?”, scopre che Attilio Manca era mancato dall’Ospedale Belcolle di Viterbo, in cui prestava servizio, proprio nei 3 giorni in cui Provenzano era operato in Francia. A parlarne come omicidio di mafia è anche il pentito dei Casalesi Giuseppe Setola che però ha poi ritrattato le sue dichiarazioni quando queste sono state rese pubbliche. Se Ingroia parla di omissioni e di falsificazioni al limite “dell’insabbiamento”è per le troppe lacune nelle indagini, tante e tali da rendere evidente la scelta deliberata di farlo passare da tossicodipendente piuttosto che sollevare il velo delle connessioni tra Stato e Mafia. Tra le stranezze non rilevate : nell’appartamento non c’erano nemmeno il laccio emostatico, il cucchiaio scioglieroina, l’involucro che conteneva la sostanza stupefacente, le siringhe avevano persino il tappo salva-ago inserito. Dunque, per la Procura, il dottor Attilio Manca si sarebbe iniettato la dose di eroina, avrebbe lavato il cucchiaio, rimesso il tappo alle siringhe, sarebbe poi sceso giù per buttare nel cassonetto dell’immondizia il laccio emostatico e l’involucro (nella pattumiera di casa non è stato trovato niente) e risalito al suo appartamento per morire.

”Ci sono tutti i presupposti perché sia aperto un fascicolo dalla Procura di Palermo sul caso Manca collegato alla copertura della latitanza di Provenzano e all’indagine sulla trattativa Stato-mafia, entrambe di competenza dei magistrati di Palermo”.Questa la dichiarazione a margine della conferenza stampa rilasciata a Palermo dopo l’avviso di garanzia che,sottolinea Ingroia,-“così lo può fare solo un analfabeta del diritto o chi è in malafede, non si possono perseguire le cose che le parti dicono nel processo. “

Altra Europa, a gennaio l’assemblea nazionale per la costituente Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La pioggia insistente, anche se leggera, non ha aiutato il popolo dell’Altra Europa a ritrovarsi in piazza Farnese della lista ‘L’altra Europa con Tsipras’ nel primo appuntamento nazionale dopo le elezioni europee del maggio scorso. Movimenti, partiti, associazioni e comitati territoriali un punto fermo però l’hanno messo: una assemblea nazionale a Roma il 10 e 11 gennaio, da dove dovrebbe muovere i primi passi il nuovo soggetto politico. Una costituente, insomma, che intanto cominci a dare l’esempio giusto e a togliere le zavorre. Il faro è il “No” alle politiche di austerità e al Jobs act, all’Europa di Merkel e Draghi e al Ttip.

“Lottiamo insieme per produrre il massimo di alternativa al Pd e lavoriamo intanto per il successo dello sciopero generale del 12 dicembre”, dice l’ex sindacalista Giorgio Airaudo, ora deputato di Sel, che è intervenuto dal palco. Airaudo porta ai manifestanti che riempiono a metà piazza Farnese il saluto di Sel e la collaborazione per un lavoro insieme in futuro. “Non abbiamo tanto tempo – osserva Airaudo – perché‚ possono esserci le elezioni e dobbiamo essere preparati con iniziative sui territori e iniziative nei luoghi di lavoro”.

“Noi dobbiamo costruire un nuovo soggetto politico unendo le forze a sinistra del Pd”, dice ai giornalisti il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. Si tratta, aggiunge il segretario di Rifondazione comunista, “di partire dal basso, in modo partecipato, rivolgendosi a quanti disertano le urne e non si riconoscono nel Pd di Renzi”. Riguardo ai rapporti con la minoranza dei democratici, ed in particolare ai civatiani, Ferrero assicura che “la porta è aperta, c’è spazio per tutti” ma avverte: “dobbiamo costruire una sinistra che non deve inseguire il Pd ma deve essere realmente alternativa alla deriva renziana”.

“La nostra ambizione è che ‘L’altra Europa con Tsipras’ diventi una forza di governo alternativa al Pd di Renzi come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna”, dice Antonio Ingroia, ora rappresentante di Azione Civile. In piazza ci sono oltre a Ingroia, Gianni Rinaldini, la europarlamentare Eleonora Forenza, l’ex giornalista di Repubblica Curzio Maltese, anche lui deputato europeo. Presenti, inoltre, oltre a Norma Rangeri, direttrice del manifesto, tanti altri esponenti della sinistra radicale: Russo Spena, Alfonso Gianni e Paolo Cento. E dell’area dell’ex Pds come Antonello Falomi e Giulia Rodano. Sul palco diversi esponenti della sinistra europea: il greco Theano Fotiou di Syriza, gli spagnoli Tania
Gonzalez di Podemos e Catarina Martins di Bloco de Izquierda. Ed anche la vice-presidente della Sinistra europea, Maite Mola. In piazza, le bandiere dei No-Tav, e dei comitati “Biocidio” e “Acqua pubblica”.

Per i No Tav, dal palco è intervenuta Nicoletta Dosio, ed ha ricordato l’importanza di una lotta che non è solo contro la devastazione ambientale ma anche contro la devastazione dei servizi e dei diritti. Più o meno le parole che usa Roberta Fantozzi, della segreteria del Prc, quando parla di una “quartetto”, Berlusconi-Monti-Letta-Renzi, il cui obiettivo è quello di rendere al meglio la “fase barbara del capitalismo”. “Lo sciopero generale del 12 dicembre – aggiunge – deve servire innanzitutto a restituire fiducia alla gente che questo stato di cose, e questo orizzonte cupo e drammatico, si può cambiare”.

Abbassato il livello protezione ad Antonio Ingroia da: antimafia duemila

ingroia-antonio-big7E intanto Riina parla anche di lui a Lorusso

di Aaron Pettinari – 2 settembre 2014
“Cosa nostra non dimentica. La mafia è una pantera. Agile, feroce, dalla memoria di elefante”. A dire queste parole altri non era che Giovanni Falcone, nel maggio 1992, nella sua ultima intervista per l’ inserto napoletano di cultura di Repubblica. “Corleone non dimentica” lo ha ricordato poco meno di un anno fa anche anche Totò Riina, parlando al suo compagno di passeggiate Alberto Lorusso. Allora si riferiva al sostituto procuratore di Palermo Antonino Di Matteo ma nella lista dei “nemici” di Cosa nostra figurano anche altri nomi di magistrati che hanno condotto o conducono ancora oggi importanti inchieste in prima linea. In questo elenco figura anche l’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, oggi avvocato e leader del movimento Azione civile. Cosa nostra non dimentica ma forse lo Stato sì tanto che ad Ingroia è stato abbassato il livello di protezione passando dal secondo al terzo livello. Ciò significa che diminuirà il numero di agenti che avranno il compito di scortarlo durante i suoi spostamenti.

E dell’ex pm ha anche parlato recentemente il Capo dei capi, Totò Riina che, sempre dal carcere Opera di Milano in merito alle inchieste e riferendosi ad Ingroia diceva: “Loro lo sanno che Berlusconi non è colluso con la mafia”.
Non è ancora stata resa nota la motivazione per cui si è deciso di adottare questo nuovo livello ma se si considerano le minacce ricevute in passato ecco che la decisione può apparire quantomeno discutibile. Nel febbraio 2013 una lettera minatoria anonima era stata spedita presso la sede del partito dei Comunisti italiani. “Ingroia comunista di merda ritirati (si era sotto elezioni, ndr) o ti facciamo fare la fine di Falcone e Borsellino. 1000 kg di Tnt-T4 sono pronti…”.
Oggi Ingroia non è più magistrato ma la sua battaglia affinché venga scoperta la verità sulle stragi non si è esaurita anche se si è spostata in altri campi.
“Se non avremo condizioni diverse rispetto al modo di essere del nostro Stato avremo sempre silenzi ed omertà – aveva ribadito quest’estate al convegno organizzato dalla nostra testata a 22 anni dalla strage di via D’Amelio – Verità e democrazia camminano assieme e se è vero, come è vero, che siamo un Paese senza verità, ciò vuol dire che siamo un Paese senza democrazia. E il cambiamento parte dalla società civile dobbiamo sostenere questi magistrati ma non basta il tifo e il sostegno. In quell’aula bunker in cui si celebra il processo trattativa le gabbie sono vuote perché molti dei veri colpevoli di quelle strati non ci sono in quell’aula. E se non ci sono è perché sono all’esterno dell’aula bunker a circondare quel luogo, quei magistrati quei pm e quei giudici. Sono i membri di quella parte di Stato colpevole che non vuole il processo. Perché se è vero che non abbiamo uno Stato complice ma assassino è ovvio che questo pretende la propria impunità e la propria improcessabilità. E quel processo non si potrà mai ottenere veramente finché non cambia lo Stato”.

Il senso di Fiandaca per il patto Stato-mafia Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 22 maggio 2014 di Antonio Ingroia –

ingroia-antonio-web20di Antonio Ingroia – 22 maggio 2014

La Trattativa “Il prof è giustificazionista”
È triste veder crescere ogni giorno i segni sempre più evidenti della decadenza etica del nostro Paese, sintomatica del decadimento, intellettuale e politico, di una classe dirigente, ingoiata da una questione morale che è criminale. Un decadimento che non solo si vede nel crepuscolo di potenti assicurati alle patrie galere come Dell’Utri e Scajola, ma che invade ogni angolo del Paese e caratterizza questa orribile campagna elettorale dove si ignora l’Europa che ne uscirà, e si rincorrono slogan, annunci e insulti.

Un decadimento che contagia anche ambienti impensabili se uno studioso come Giovanni Fiandaca, passato con disinvoltura dal movimentismo dei “professori” alle liste del Pd, entra nella bagarre elettorale promettendomi “calci nel sedere” se dovessi ancora criticarlo per l’opera di disinformazione e giustificazione della trattativa Stato-mafia alla quale si è da ultimo con dedizione applicato, così guadagnandosi il plauso di quel mondo politico che finora non lo aveva mai apprezzato.
E nella settimana della strage di Capaci è il momento di rimettere dritti in fila i fatti che il giustificazionista F. ha rovesciato e imbracciare la matita rossa e blu per sottolineare alcuni dei tanti grossolani errori, di storia e di diritto, che si trovano nel suo libro La mafia non ha vinto. E perciò lo farò per punti, ogni punto un calcio nel sedere, ovviamente figurato e affettuoso, come quelli che lui vorrebbe rifilarmi, forse per guadagnare benemerenze in alto loco. I fatti sono testardi, come me, pronto a confrontarmi in un pubblico dibattito, davanti alle telecamere de Il Fatto Tv o dove lui vorrà.

Il travisamento dell’imputazione
Il primo rilievo o meglio, come lui ama dire, il primo calcio nel sedere, è logico-giuridico. Fondamentale regola per criticare è conoscere cosa si vuole criticare, ancor più doveroso per uno sudioso. Ma questa regola sembra non valere per lui, che pare neanche conoscere i reati contestati. Dedica infatti buona parte del libro a dimostrare che trattare con la mafia non è reato, senza tenere in alcun conto che nessuno degli accusati è imputato del reato di trattativa. L’imputazione è di minaccia contro un Corpo politico-amministrativo dello Stato, in questo caso il governo, al quale Cosa Nostra fece pervenire, tramite una catena di emissari e intermediari, le sue richieste per non proseguire la strategia omicidiaria, avviata con il delitto Lima nel marzo 1992. Mai prima d’allora la mafia ebbe una potenza militare tale da minacciare lo Stato per estorcergli benefici. E di fronte a un’estorsione, coerentemente, ogni emissario e intermediario fra il minacciante (la mafia) e il minacciato (il governo), che abbia agevolato intenzionalmente e consapevolmente la minaccia, è stato imputato, mafioso o non mafioso che fosse. Niente di trascendentale : l’applicazione del codice e del principio di eguaglianza. Come va punito chi agevola il mafioso nel mettere l’estorto in stato di soggezione, così va fatto con l’intermediario delle minacce verso lo Stato. Cosa c’entra la divisione dei poteri con tutto questo? Nulla. Nessuno è stato incriminato per la scelta politica di avere ceduto alla trattativa: non lo sono né Mancino e neppure Conso, accusati semmai di non avere detto la verità. Invece, pur di demolire il processo, si imbrogliano le carte e il giustificazionista F. si lancia in un’appassionata difesa della scelta di Conso di allentare il 41 bis nel ’93, scelta eticamente e politicamente condannabile , ma penalmente mai contestata, visto che Conso è imputato solo di false informazioni al Pm, come Mancino di falsa testimonianza. Avrà un ex ministro almeno il dovere di dire la verità sulle ragioni di certe scelte? Ma su questo il giustificazionista F. preferisce tacere.

La mistificazione dei fatti storici
Il secondo calcio nel sedere. Ovvio che, se si vuole contestare la ragion d’essere di un’inchiesta, è buona regola che non se ne ignori la piattaforma probatoria, dando per assodata la tesi difensiva, secondo cui la trattativa aveva il nobile intento di strappare uno Stato impotente dalle grinfie di una mafia vincente. La procedura logicamente corretta è esattamente inversa. Bisognerebbe semmai confrontarsi sull’assunto dell’accusa, e cioè che il movente della trattativa fu di salvare, non lo Stato, ma una casta, una ristretta cerchia di politici condannati a morte da Cosa Nostra perché ritenuti colpevoli di avere tradito la mafia per non avere mantenuto i patti. Solo il processo potrà dire se l’accusa è provata. Ma se questa è l’accusa, ci vuole davvero impudenza per definire “meritoria e coraggiosa” l’iniziativa degli imputati di avviare la trattativa, come fa il giustificazionista F. Ed è anche un falso storico, visto che invece risulta da questo e altri processi e perfino da sentenze definitive che la trattativa ha salvato la vita di qualche uomo politico, ma certamente ne ha sacrificato molte altre, come quella di Paolo Borsellino, considerato un ostacolo per la trattativa, e quelle delle vittime innocenti delle stragi del ’93.

L’ignoranza degli effetti nefasti
Ovvero, il terzo calcio nel sedere (sempre affettuosamente parlando). Ancor più grave l’ottundimento interpretativo dei fatti che arriva a ignorare i benefici che la mafia provenzaniana ha tratto dal patto politico-mafioso siglato nel ’94 alla chiusura della trattativa. Qui il giustificazionismo giunge alla sua apoteosi, perché nello sforzo di negare gli effetti nefasti della trattativa politico-criminale si finisce anche per dare dignità alle larghe intese (il che non guasta…) e glorificare la politica antimafia berlusconiana, così ignorandone i guasti di cui ha beneficiato tutto il mondo criminale. Dallo svuotamento del 41 bis, all’inefficienza sempre più spiccata dello strumento penale contro i reati-spia della mafia, all’azzeramento del fenomeno del pentitismo, e così via. E anche su questo il giustificazionista F. preferisce tacere.

Conformismi, pregiudizi e carrierismi
Come spiegare tutto questo? Inequivoco il senso della scelta del Pd di investire su F. solo quando è diventato il giustificazionista della trattativa. E così si comprende tutto: i toni delle polemiche ingenerose, omologate alle barbarie del linguaggio in voga, le difese d’ufficio fuori luogo, perfino invocando per la trattativa improponibili stati di necessità, sorprendenti svarioni giuridici, come quando si confonde movente della trattativa e dolo richiesto per la configurabilità del reato. Succede quando pregiudizi e conformismi politici prevalgono. Come in uno specchio rovesciato di un Paese alla rovescia. Ai tempi di Sciascia si polemizzava sui professionisti dell’antimafia, oggi abbiamo i professori del giustificazionismo delle trattative con la mafia. Altri tempi. Poveri noi.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 22 maggio 2014

E-Servizi, contratti e gettoni agli amici dei politici: “Un sacco da 4,5 milioni” da: la repubblica. it

crocetta-ingroiadi Emanuele Lauria – 25 aprile 2014

Un assolto in piena regola. Gli amici e i parenti dei politici, e in taluni casi i politici stessi, erano entrati ovunque: gestivano la banca dati giuridica, facevano comunicazione, curavano addirittura la manutenzione delle centraline idro-pluviometriche, gli strumenti che misurano il livello delle acque piovane. Un esercito di “segnalati” che ha dato corpo al sogno siciliano della new economy, trasformato in uno stipendificio. È un manuale di moderno clientelismo, il dossier su Sicilia e-Servizi consegnato alla Procura e alla Corte dei conti dall’amministratore unico Antonio Ingroia. Un dossier di sette pagine imperniato soprattutto sulla relazione-shock di un dirigente, il responsabile dell’ufficio legale e contratti Leonardo Palazzolo, che mette a fuoco un presunto danno erariale da 4,5 milioni. La cifra relativa a consulenze e collaborazioni inutili.
Il grande sacco, a sentire Ingroia, si sarebbe perpetrato fra il maggio del 2009 e il dicembre del 2011. Il caso più eclatante denunciato dall’ex magistrato è quello di una «consulenza di fatto », di durata semestrale, per la quale il beneficiario, l’avvocato catanese Andrea Musumeci, ha presentato una richiesta di compenso di 3 milioni 456 mila euro. Ma il dirigente che scrive il rapporto punta il dito sulla «smisurata contrattualizzazione di collaboratori a progetto e consulenti in assenza di alcuna preventiva pianificazione e in spregio alle reali esigenze aziendali, cui ha fatto seguito un ingiustificato costo aggiuntivo per la società di 851 mila euro.
È lungo l’elenco degli allegri contratti. E dei cognomi che portano quasi sempre alla politica. Emblematico il caso della manutenzione delle centrali idropluviometriche. Prima che passasse a Sicilia e-Servizi, questa attività era stata svolta dall’osservatorio regionale delle acque e da un’azienda privata, la Envirtec, impiegando sei addetti. La società partecipata dalla Regione ha invece fatto contratti a progetto a 18 persone. Tredici in più del necessario. Chi c’era fra questi? C’era Alfonso Vassallo, attuale capogruppo dell’Mpa al consiglio comunale di Agrigento, vicino all’ex assessore regionale Roberto Di Mauro. C’era Deborah Civello, cognata del senatore di Forza Italia Francesco Scoma. E Margherita Messina, storica collaboratrice del gruppo di Forza Italia e del Pdl all’Ars. E ancora Dafne Floresta, figlia dell’ex sottosegretario forzista Ilario Floresta. Fino a Giovanni Vivacqua, figlio dell’ex presidente della Provincia di Agrigento Stefano Vivacqua.
Serviva, quel personale. Con tale convinzione gli amministratori fecero 16 contratti per gestire la banca dati delle leggi. Peccato che, come scrive Palazzolo, le attività «venivano gestite da 11 risorse». E allora fu fatta «un’assunzione arbitraria e senza alcuna motivazione» di altre cinque persone. Fra loro Vincenzo Lo Monte, fratello del deputato ex Mpa Carmelo Lo Monte, Urania Papatheu, ex commissario della Fiera di Messina e Sergio Nuzzo, nipote dell’ex ragioniere generale della Regione Enzo Emanuele.
Per la comunicazione furono firmati sei contratti ma esiste la documentazione solo di due impiegati. «Appare ingiustificata — scrive il dirigente — l’assunzione di altre quattro risorse». Fra i nomi delle «risorse» spunta quello di Nicolò Caldarone, già collaboratore di Guido Lo Porto, adesso vicino al deputato Riccardo Savona. Ingiustificata, secondo la relazione fatta dall’attuale amministrazione di Sicilia e-Servizi, anche una spesa da 38 mila euro per dotarsi di un esperto che si sarebbe occupato di «supporto alla logistica»: l’esperto in questione è Vincenzo Toia, assiduo frequentatore dell’entourage cuffariano. Nel mirino anche tre assunzioni per «l’ampliamento della componente servizio pubblica connettività a banda larga », fra cui quella di Nicola Barbalace, ex consigliere comunale di Messina. «Privo di motivazione » anche il contratto fatto a Prospero Chillemi, che si candidò per l’Mpa alle Comunali di Catania, per un supporto all’esecuzione della gara hardware e software. Serviva un supporto più generico anche «per bandi e gare»: è la scelta è caduta su Mario Parlavecchio, cugino e omonimo dell’ex deputato e assessore dell’Udc.
Il caso più eclatante rimane quello della consulenza da 3,5 milioni che, dice Ingroia, è stata assegnata all’avvocato Musumeci «senza alcun contratto scritto e nonostante l’esistenza di un ufficio legale nella società». Un incarico che, prosegue l’amministratore, «non ha prodotto un solo parere rimasto agli atti». Ma Musumeci ha adito il tribunale di Catania che, senza entrare nel merito, ha disposto un sequestro conservativo che blocca le spese di Sicilia e-Servizi. Ingroia ha inviato in procura anche le carte con cui Musumeci si dice pronto ad accettare una transazione da 1,5 milioni di euro e chiede 100 mila euro all’ex pm per il danno d’immagine ricevuto.
Sullo sfondo, una politica di spartizione dei posti fatta prima dalla vecchia Udc e da parte di Forza Italia, poi dall’Mpa di Lombardo. Tutto con l’avallo, presunto, dell’ex presidente Emanuele Spampinato, un ingegnere che è stato candidato in una lista autonomista alle Regionali del 2008. Spampinato si difende così: «La mia azione è stata sempre contraddistinta dal salvaguardare la spesa pubblica mantenendo i conti della società in attivo. Rivendico l’aver bloccato sia gli affidamenti al socio privato e sia il rinnovo di tutti i contratti a progetto, comportando il risparmio di centinaia di milioni di euro per le casse regionali». Ma resta quel dossier in mano ai magistrati. Che, al di là degli aspetti giudiziari, già spiega come l’informatica possa trasformarsi in infornata. Di raccomandati.

Tratto da: La Repubblica del 25 aprile 2014