Bongiovanni: “Ultimo mi attacca? Se sa qualcosa mi denunci pure” da: l’ora quotidiano

Intervista al direttore di “Antimafia Duemila”, dopo le accuse lanciate da Sergio De Caprio, l’ufficiale dei carabinieri che arrestò Totò Riina e che, imputato insieme al generale Mori nel processo sulla perquisizione del covo di via Bernini, è stato in seguito assolto

di Alessia Rotolo

17 febbraio 2015

Sergio De Caprio, detto Capitano Ultimo, è il carabiniere che arrestò Totò Riina. Imputato insieme al generale Mori nel processo sulla mancata perquisizione del covo di via Bernini, è stato in seguito assolto. Capitano Ultimo ha attaccato pubblicamente Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia Duemila e i giornalisti che vi lavorano.

Direttore Bongiovanni, perché Ultimo se la prende con lei all’improvviso?
Mi sconcerta questo atteggiamento. Lo conosco da 15 anni e lo reputavo un amico. Noi abbiamo fatto una campagna su Antimafia Duemila nel 2001 pro Ultimo, con raccolta di firme per evitare il suo trasferimento dopo la cattura dei latitanti. Lamentava che forze superiori a lui non gli davano mezzi e strutture per poter dare la caccia in maniera decisa a Bernardo Provenzano. In seguito a queste dichiarazioni fu smantellato il pool di Ultimo per la ricerca dei latitanti. È stato così trasferito al Nord dove è stato promosso a capitano del Noe, il nucleo operativo ecologico. Quando è uscita fuori l’indagine sul covo di Riina, dove anche lui è stato coinvolto e poi assolto, sono cominciati i diverbi tra me e lui. Malgrado non ci siano prove, Ultimo e Mori, hanno avuto un comportamento, a mio parere, errato: sarebbe stato giusto, anche secondo quanto scritto dal giudice, che i due carabinieri fossero stati ammoniti per non aver perquisito il covo Riina. Sono stati assolti, ma il giudice ha ammesso che hanno sbagliato. Rimane sempre il dubbio come mai una persona come Ultimo possa avere sbagliato così…”

– Poi comincia il processo sulla trattativa Stato-mafia…
“Sì, vengono sentiti tutti, anche Ultimo che non dà risposte chiare sulla mancata perquisizione del covo di Riina, e anche sulla questione di Messina, dove lui e la sua squadra si precipitano per la presenza di un presunto boss, che non esisteva, mentre a trenta metri da dov’erano loro c’era Nitto Santapaola. Non se ne sono accorti? Ultimo mi attacca per tutto questo perché sono un giornalista e faccio domande. Io so che lui è in buona fede, non è un traditore, penso che voglia aiutare il generale Mori per una questione di fedeltà. Ed io questo lo considero un grave errore. Invece di rispondere nel merito di queste accuse lui scende sul piano personale. Per il resto la mia vita privata non c’entra niente col mio lavoro di giornalista. Anch’io potrei farlo con lui, perché ci conosciamo. Ma lo rispetto e non lo faccio. La lotta alla mafia è laica, Antimafia Duemila è una testata laica e malgrado la mia profonda fede non ho mai usato la testata per parlare di me e del mio credo. Lui deve rispndere alle risposte tecniche, del tipo: perché non è stato perquisito il covo di Riina e perché continua a proteggere il suo capo, il generale Mori?”

– Perché l’accusa di lucrare sull’antimafia?
“Il sito di Antimafia Duemila è gratuito, la pubblicazione cartacea esce una volta all’anno e costa dieci euro. Quindi, lucrare su che cosa? Io ho ricevuto 700 euro in 15 anni dallo Stato Italiano: tutti i finanziamenti di Antimafia Duemila provengono da privati, amici, imprenditori, dipendenti. Fondamentalmente è tutto volontariato. L’editore che finanzia il progetto mette 1500 euro: mi riferisco alla Fondazione Falcone e Borsellino e all’Associazione Giordano Bruno. I giornalisti sono dei volontari che percepiscono solo un rimborso spese”.

– Ultimo sembra voler alludere a finanziatori occulti che foraggerebbero Antimafia Duemila. Lei che cosa risponde?
Se lui sa di questi finanziatori occulti lo denunci e lo dimostri. Dei nostri finanziatori nessuno è ricco o riveste qualche ruolo particolare. È un’invenzione. Lui deve rispondere alle domande dei giornalisti piuttosto che attaccare i giornalisti sul piano personale. Visto che è un carabiniere sa come si fanno le denunce; se è sicuro di ciò che dice perché non lo fa? Siamo uno dei pochi giornali che difende processi che nessuno difende. Se per occulti intende mafiosi si sbaglia di grosso: la mafia con noi ci rimette, ci hanno querelato politici e anche boss mafiosi”.

– Ultimo attacca la sua fede e le sue stimmate, cercando di farla passare per un visionario. Come replica a queste tipo di accuse?
Nel Vangelo c’è scritto: quando il fratello ti da uno schiaffo tu porgi l’altra guancia. Io ho intenzione di fare così. Ultimo, che è anche lui missionario, lo dovrebbe sapere. Lui deve rispondere nel merito, lasciamo stare le nostre storie personali. Io sto soffrendo tanto perché gli voglio bene… mi è stato insegnato a perdonare e a lavorare per unire e non per dividere. Sono contento se un giorno ci riabbracceremo, ma dovrà sempre dare risposte ai tanti morti ammazzati per mafia in questo Paese”.

Mafia e potere, la battaglia in solitudine di Piersanti Mattarella da: antimafia duemila

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di AMDuemila – 13 ottobre 2014
Al convegno di ContrariaMente il ricordo del politico assassinato da Cosa Nostra (e non solo)
Palermo
. “Stato e mafia vivono sullo stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. E allora è importante che si faccia questa guerra perché con il compromesso perdiamo tutti”. Non usa mezzi termini Chiara Martorana dell’associazione ContrariaMente (nonché autrice del libro “Dovere, non coraggio”, ed. Exbook), tra i promotori del convegno sull’ex presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. Sulla stessa onda il suo collega, Mattia Li Vigni, che introduce l’incontro sul politico assassinato da Cosa Nostra (e non solo). L’aula magna della Facoltà di Giurisprudenza è affollata da giovani studenti. In prima fila siedono i nipoti di Mattarella. Il cronista di Antimafia Duemila, Aaron Pettinari, entra subito nel vivo dell’argomento chiedendo a Giovanni Grasso le ragioni per le quali ha scritto il libro “Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia” (ed. San Paolo). Il racconto del giornalista Rai parte dai suoi anni giovanili segnati proprio dalle morti di Piersanti Mattarella, Vittorio Bachelet e Oscar Romero, per poi focalizzarsi sulla figura dell’ex presidente della Regione e sulla sua battaglia in solitudine contro la mafia: “Le sue riforme per il territorio, per una moralizzazione della vita pubblica, in tema di pubblica amministrazione, gestione degli appalti e quant’altro era davvero rivoluzionario. Avrebbe davvero cambiato la Sicilia se non l’Italia stessa perché dopo Moro era davvero lanciato ad un’ascesa all’interno del partito. Non ha avuto timore ed il suo esempio può essere spunto davvero per tanti giovani. Oggi possiamo solo immaginare quanto e come sarebbe cambiata la storia della Sicilia, della Democrazia Cristiana e forse dell’Italia se Mattarella avesse potuto mettere a disposizione per altri anni ancora la sua competenza, il suo rigore e la sua passione”.

Grasso ripercorre quindi le tappe salienti dell’omicidio, delle successive indagini e dei relativi depistaggi mettendo in evidenza alcune stranezze nella ricostruzione ufficiale dell’omicidio, suggerendo un coinvolgimento non solo della mafia, ma anche del terrorismo nero. Una tesi che è abbracciata tutt’oggi dalla famiglia Mattarella. Ma ciò non esclude completamente le responsabilità di Cosa nostra. Come è noto per quell’omicidio sono stati condannati all’ergastolo Totò Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Antonino Geraci e Francesco Madonia. A tutt’oggi, però, resta il mistero sulle presenza esterne a Cosa Nostra corresponsabili di quella morte.

Il ruolo di Andreotti
Tra i tanti misteri che ruotano attorno all’assassinio dell’esponente Dc un dato certo è che l’ex presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, è indubbiamente corresponsabile di quella morte. Nella sentenza di Appello nei confronti dello stesso Andreotti, confermata dalla Cassazione nel 2004, è scritto inequivocabilmente che il “divo” Giulio era del tutto consapevole dell’insofferenza di Cosa Nostra per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l’interessato, né la magistratura, pur avendo partecipato ad almeno due incontri con boss mafiosi di prima grandezza aventi ad oggetto la politica di Piersanti Mattarella e il suo omicidio. Andreotti, si legge nella sentenza, “era certamente e nettamente contrario” all’omicidio tanto da incontrare in Sicilia l’allora capo dei capi di Cosa Nostra, Stefano Bontade, per una vera e propria trattativa con l’organizzazione criminale che evitasse l’uccisione di Mattarella. Nella sentenza si legge ancora che dopo l’omicidio del presidente della Regione “Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontade della scelta di sopprimere il presidente della Regione”. In un altro Paese sarebbero bastate queste poche righe per eliminare dalla scena politica (al di là delle sentenze di assoluzione) simili personaggi. In Italia stiamo ancora a discutere sulla (presunta) innocenza di Andreotti.Alla ricerca dei mandanti
Alla domanda di Pettinari su come sarebbe il nostro Paese con un uomo come Mattarella ancora in vita Giorgio Bongiovanni risponde evidenziando l’assenza di verità sui mandanti esterni nelle stragi e negli omicidi “eccellenti”. Per Bongiovanni siamo di fronte ad un “sistema criminale di potere che ha fatto politica attraverso le stragi”. Rimarcando la colpevolezza di Andreotti nell’omicidio Mattarella, il direttore di Antimafia Duemila punta l’attenzione su quel “filo rosso” che lega le stragi di mafia a quelle meramente definite terroristiche. Dopo un breve intervento del direttore del Consorzio sviluppo e legalità, Lucio Guarino, sull’importanza dei beni confiscati come risposta alla mafia, è ancora Bongiovanni a rispondere ad una domanda di Mattia Li Vigni. Non c’è retorica nell’interrogativo del giovane studente di giurisprudenza, ma solo tanta speranza di riuscire a immaginare una Sicilia libera dal ricatto politico-mafioso. “Per liberarla dobbiamo sapere la verità su coloro che sono stati al vertice del potere – replica il giornalista –. Per farlo dobbiamo sostenere quei magistrati, condannati a morte da Totò Riina, che hanno istruito il processo sulla trattativa Stato-mafia che si sta celebrando in questi mesi a Palermo. Solo così potremo tagliare le radici a questo potere criminale, liberando finalmente la nostra terra e portando al potere uomini come Piersanti Mattarella. Solamente in questo modo potremo vivere finalmente in pace”.

Riceviamo e pubblichiamo dall’armatore Amadeo Matacena ex deputato di Forza Italia questa lettera su alcuni punti dell’articolo “Il potere della ‘Ndrangheta da: antimafia duemila” che riguardono la sua persona

Gentile Presidente,

Gentile Direttore,

con riferimento all’articolo a titolo “Il potere della ‘Ndrangheta da: antimafia duemila”, apparso sul vostro sito web: ANCI Catania in data 13 Ottobre u.s., con la presente preciso e chiarisco che, contrariamente a quanto scritto non sono mai stato, nel citato ristorante di Abu Dhabi di proprieta di tale Sig. Andrea Nucera, che trovandosi ad Abu Dhabi dista 150 kilometri da Dubai dove io sono, ed è in un altro emirato.

L’articolo cita pertanto fatti e circostanze che non corrispondono assolutamente al  vero e tendono per contro a creare nel lettore una falsa rappresentazione della realtà che io qui smentisco nella  maniera più assoluta e categorica.

A mero titolo informativo ricordo ad emtrambi che le motivazioni di merito che hanno portato le Autorità giudiziarie emiratine a rigettare la richiesta di estradizione avanzata dalle autorità italiane sono relative soprattutto alla non esistenza nell’ordinamento emiratino del reato per il quale sono stato condannato (a torto) ch’è quello di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre la richiesta d’estradizione firmata dal Ministro Cancellieri è stata, con falso in atti, espressa quale membro intraneo di associazione mafiosa! Ove voleste avere copia della relativa documentazione potete richiederla ai miei legali, Avv. Enzo Caccavari  e Corrado Politi.

Le Autorità emiratine, inoltre, non hanno riscontrato alcuna possibilità di integrare la fattispecie del reato per il quale sono stato condannato con altre fattispecie normative previste invece dal loro ordinamento locale.

In più, sempre a titolo informativo, colgo qui l’occasione per evidenziare che il reato di riciclaggio non mi è mai stato contestato dall’autorità giudiziaria italiana e, quindi, non poteva da quest’ultima essere richiesta la mia estradizione, se non con un falso, per detto reato appunto non contestato, non commesso ed in assenza per esso di una condanna definitiva passata in giudicato.

Inoltre la condanna comminatami per concorso esterno in associazione mafiosa, tra l’altro, non è di fatto definitiva essendo pendente il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che può annullarla. Infine nella prossima settimana i miei legali depositeranno un ricorso al giudice dell’esecuzione, come indicato nell’ultima sentenza della Cassazione che mi ha ridotto la pena a soli tre anni, per ottenere la dichiarazione di prescrizione del relativo reato.

Di fronte alla gravità di tali affermazioni mi riservo ovviamente la facoltà di inviarne  comunicazione alle competenti Autorità emiratine affinchè ne acquisiscano conoscenza e decidano la posizione da prendere.

Devo concludendo ribadire che mai il sottoscritto ha avuto l’intenzione di andare in Libano che, proprio per l’esistenza di un accordo bilaterale di estradizione fra esso e l’Italia, non è un posto più sicuro degli Emirati Arabi Uniti, che non hanno alcun accordo bilaterale d’estradizione con la nostra Italia, e l’avvenuta negazione della mia estradizione paragonata a quella concessa dal Libano per Dell’Utri dimostra come detto assunto sulla maggiore sicurezza del Libano sia sempre stata un’assunto senza senso!

V’invito pertanto a voler cortesemente ospitare la presente nel vostro sito, rammentandole le norme italiane che invitano in tal senso.

L’occasione mi è gradita per inviare cordiali saluti.