Messico, duro rapporto Onu; Amnesty: tortura praticata in modo massiccio, necessario indagare Autore: redazione‏

 

Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite, che descrive in modo dettagliato come la tortura sia ampiamente diffusa tra le forze di polizia e di sicurezza del Messico, secondo Amnesty international “deve indurre le autorità ad affrontare questa pratica ripugnante una volta per tutte”.

Il rapporto di Juan E. Méndez, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani e degradanti, è stato presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Descrive come in Messico i pubblici ufficiali vengano spesso meno al dovere di indagare sulle denunce delle vittime di tortura e come i medici legali che lavorano per il governo ignorino frequentemente i segni di tortura. Nel settembre 2014, Amnesty International ha pubblicato il rapporto “Fuori controllo: tortura e altri maltrattamenti in Messico” che mostra un grave aumento della tortura e di altri maltrattamenti e denuncia una cultura dominante di tolleranza e impunità. Questo rapporto fa parte dell’attuale campagna mondiale di Amnesty International “Stop alla tortura”.
“Questo fondamentale ed estremamente duro rapporto di un massimo esperto delle Nazioni Unite sulla tortura evidenzia una cultura dell’impunità e della brutalità sulla quale abbiamo condotto campagne per anni. Il presidente Enrique Peña Nieto non può invocare l’ignoranza su questo tema. Invece, deve accettare e attuare tutte le raccomandazioni disposte nella relazione del relatore speciale”, ha affermato Erika Guevara-Rosas, direttrice del Programma Americhe di Amnesty International.

“La polizia e i soldati si servono regolarmente della tortura per punire o estorcere false confessioni o informazioni dai detenuti nella cosiddetta ‘guerra alla droga’. Spesso, le vittime sono costrette a firmare dichiarazioni sotto tortura e in molti casi sono condannate unicamente sulla base di queste affermazioni. Gli esami di medicina legale, quando vengono eseguiti, di solito non sono all’altezza degli standard internazionali”.

Amnesty International chiede al governo messicano di garantire che i funzionari di medicina legale effettuino analisi immediate, imparziali e approfondite su ogni persona che denunci di essere stata torturata e che le autorità accettino le conclusioni degli esperti indipendenti di medicina legale come prove valide in tribunale.

“Le indagini sulle denunce di tortura in Messico sono piene di difetti. Le linee guida concordate a livello internazionale, come il Protocollo di Istanbul sulle indagini in materia di tortura, sono regolarmente ignorate e spesso le vittime devono aspettare mesi o anni per essere visitate. Documentare la tortura è il primo passo per rompere il muro di impunità” – ha aggiunto Erika Guevara-Rosas.

Negli ultimi mesi, Amnesty International ha condotto una campagna per la giustizia in favore di Ángel Colón e Claudia Medina, entrambi torturati per estorcere loro false confessioni. L’appello per porre fine alla tortura in Messico è qui.

Ángel Colón è stato sottoposto ad asfissia, sottoposto a trattamenti umilianti e picchiato dai soldati mentre era detenuto in una base militare. Dopo la sua denuncia di tortura, ci sono voluti cinque anni per ottenere che venisse sottoposto a un esame adeguato da parte di un esperto indipendente di medicina legale.

Claudia Medina è stata violentata da soldati della marina militare. Le autorità sono state riluttanti a indagare sulle accuse e il governo le ha reso praticamente impossibile accedere ai servizi ufficiali di medicina legale. L’unica prova legale delle torture subite dalla donna è scaturita da due esami medici indipendenti.

“Dopo il lungo percorso che ho dovuto attraversare, ho sentito il bisogno di diventare un’attivista per i diritti umani per dimostrare che non sono una criminale, come le autorità mi hanno dipinto. Non permetterò che una sola donna in più sia torturata in Messico” – ha dichiarato Claudia Medina ad Amnesty International.

Il 3 marzo, il Messico ha nominato Arely Gómez González nuova procuratrice generale federale.

“Arely Gómez González ha la possibilità di prendere una posizione forte sulla tortura. Deve assicurare che le vittime abbiano accesso a esami di medicina legale adeguati da parte di funzionari esperti e autonomi rispetto all’Ufficio della procura generale federale, come il relatore sulla tortura delle Nazioni Unite ha sottolineato oggi”, ha concluso Erika Guevara-Rosas

Amnesty: “Di fronte all’aumento degli attacchi barbarici e della repressione, la comunità internazionale è rimasta assente” Autore: vittorio bonanni da: controlacrisi.org

Nel puntuale rapporto annuale che ogni anno Amnesty International presenta alla stampa e al pubblico in generale l’associazione umanitaria per eccellenza disegna con grande efficacia il quadro globale della situazione dei diritti umani. La quale fatalmente significa anche fare il punto della situazione politica del pianeta. Quest’anno nel mirino del Rapporto 2014-2015, pubblicato in Italia da Castelvecchi, ci sono i conflitti siano essi condotti dagli Stati che da gruppi armati di varia natura. In entrambi i casi i diritti delle persone vengono bellamente ignorati. Nel corso della conferenza stampa tenuta ieri a Roma Antonio Marchesi, presidente di Amnesty Italia, ha detto che “il 2014 è stato un anno catastrofico per milioni di persone intrappolate nella violenza. La risposta globale ai conflitti e alle violazioni commesse dagli Stati e dai gruppi armati è stata vergognosa e inefficace. Di fronte all’aumento degli attacchi barbarici e della repressione, la comunità internazionale è rimasta assente” – ha dichiarato Marchesi. “Le Nazioni Unite – ha aggiunto – furono istituite 70 anni fa per assicurare che gli orrori della Seconda guerra mondiale non si sarebbero mai più ripetuti. Adesso assistiamo a una violenza su scala massiccia che produce un’enorme crisi dei rifugiati. Siamo di fronte a un clamoroso fallimento nella ricerca di soluzioni efficaci per risolvere le necessità più pressanti dei nostri tempi”. Nello specifico ecco i punti dolenti sottolineati da Amnesty: popolazioni civili sempre più costrette a vivere sotto il controllo quasi statale di brutali gruppi armati e sottoposte ad attacchi, persecuzioni e discriminazioni; crescenti minacce alla libertà d’espressione e ad altri diritti umani, tra cui le violazioni causate da nuove, drastiche leggi antiterrorismo e da sorveglianze di massa ingiustificate; il peggioramento delle crisi umanitarie e dei rifugiati, con un sempre maggior numero di persone in fuga dai conflitti, i governi ancora impegnati a chiudere le frontiere e la comunità internazionale sempre più incapace di fornire assistenza e protezione. Particolare preoccupazione è data dal crescente potere di gruppi armati non statali, tra cui quello che si è denominato Stato islamico. Nel 2014 questi ultimi hanno commesso abusi dei diritti umani in almeno 35 paesi, più di un quinto di quelli su cui Amnesty International ha svolto ricerche. “Con l’estensione dell’influenza di gruppi come Boko haram, Stato islamico e Al Shabaab oltre i confini nazionali, sempre più civili saranno costretti a vivere sotto un controllo quasi statale, sottoposti ad abusi, persecuzione e discriminazione” – ha commentato Marchesi secondo il quale “i governi devono finirla di affermare che la protezione dei civili è al di là dei loro poteri e devono invece contribuire a porre fine alla sofferenza di milioni di persone. Devono avviare un cambiamento fondamentale nel modo di affrontare le crisi nel mondo”. Rispetto poi alla possibilità che il massimo organismo del Palazzo di Vetro possa intervenire, Amnesty ha voluto sottolineare come il Consiglio di Sicurezza, malgrado da decenni si parli di una sua riforma, resti di fatto bloccato da un anacronistico potere di veto che dunque rende vano ogni sforzo finalizzato a risolvere le crisi mondiali. Questo è il caso della Siria, dell’Iraq, dell’Ucraina, di Gaza, di Israele e di molte altre situazioni, vedi il caso del Sahara occidentale, ormai incancrenite da decenni di stallo politico. Amnesty chiedi agli Stati membri del Consiglio di sicurezza di rinunciare una volta per tutte a questo diritto eredità di una “Guerra fredda” che dovrebbe essere archiviata e che invece  il mondo nel suo complesso non perde occasione per riesumare. “Potrebbe essere una svolta per la comunità internazionale e uno strumento per difendere le vite umane. Così facendo, i cinque stati membri permanenti darebbero alle Nazioni Unite un più ampio margine d’azione per tutelare i civili in caso di gravi rischi per le loro vite e invierebbero un segnale potente che il mondo non resterà a guardare passivamente di fronte alle atrocità di massa” ha spiegato Marchesi. Questi conflitti sono favoriti anche da un traffico di armi per nulla regolamentato come Amnesty chiede da tempo. L’obiettivo dell’associazione umanitaria è di convincere tutti gli stati – compresi Stati Uniti d’America, Cina, Canada, India, Israele e Russia – di ratificare o accedere al Trattato sul commercio di armi entrato in vigore lo scorso anno, dopo una campagna di Amnesty e di altre organizzazioni durata decenni. “Nel 2014 – sottolinea Marchesi – enormi forniture di armi sono state inviate a Iraq, Israele, Sud Sudan e Siria, nonostante la probabilità assai elevata che sarebbero state usate contro i civili intrappolati nei conflitti. Quando lo Stato islamico ha conquistato ampie parti dell’Iraq, ha trovato grandi arsenali pronti all’uso. L’irresponsabile flusso di armi verso chi viola i diritti umani deve cessare subito”. Amnesty ha altresì stigmatizzato l’atteggiamento repressivo e draconiano che alcuni Stati hanno avuto di fronte a minacce alla propria incolumità. “Dalla Nigeria all’Iraq, dalla Turchia all’Afghanistan, dalla Russia al Kenya e via dicendo, i governi hanno cercato di giustificare le violazioni dei diritti umani con la necessità di mantenere ‘sicuro’ il mondo. Stiamo vedendo pessimi segnali che i governi continueranno a reprimere le proteste, introdurranno drastiche leggi antiterrorismo e ricorreranno a un’ingiustificata sorveglianza di massa per rispondere alle minacce alla sicurezza. Ma sappiamo che le reazioni impulsive non funzionano. Al contrario, creano un ambiente repressivo nel quale l’estremismo può crescere” dice il presidente di Amnesty Italia. Il Rapporto non dimentica certo la situazione drammatica dei rifugiati. E anche in questo caso colpisce l’incapacità o la mancanza di volontà dei Paesi più importanti di intervenire con misure umanitarie efficaci. “È terribile vedere come i paesi ricchi considerino prioritario lasciare le persone fuori dai loro confini piuttosto che tenerle in vita. La crisi globale dei rifugiati è destinata a peggiorare se non verranno prese misure urgenti. I leader mondiali hanno il potere di alleviare la sofferenza di milioni di persone, destinando impegno politico e risorse economiche all’assistenza e alla protezione di coloro che fuggono dai pericoli, fornendo aiuti umanitari con generosità e reinsediando i rifugiati più vulnerabili” – ha dichiarato Marchesi. Per Amnesty “il quadro complessivo dello stato dei diritti umani è tetro ma le soluzioni ci sono. I leader mondiali devono intraprendere azioni immediate e decisive per invertire un’imminente crisi globale e fare un passo avanti verso un mondo più sicuro, in cui i diritti e le libertà siano protetti” . Per concludere l’Italia. E anche in questo caso c’è poco da sorridere. Tra l’assenza del reato di tortura nella legislazione nazionale, l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle comunità rom, la situazioni nelle carceri e nei centri di detenzione per gli immigrati irregolari, senza contare le responsabilità non accertate per i morti in custodia cautelare a seguito di indagini lacunose il quadro è drammatico. Anche in questo caso finisce nel mirino il semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea: “Durante questo periodo, l’Italia ha sprecato l’opportunità di dare all’Europa un indirizzo diverso, basato sul rispetto dei diritti umani, sul contrasto alla discriminazione e soprattutto su politiche in tema d’immigrazione che dessero priorità a salvare vite umane, attraverso l’apertura di canali sicuri di accesso alla protezione internazionale, piuttosto che a controllare le frontiere” – ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia. “Dopo aver salvato oltre 150.000 rifugiati e migranti che cercavano di raggiungere l’Italia dal Nord Africa su imbarcazioni inadatte alla navigazione, a fine ottobre l’Italia ha deciso di chiudere l’operazione Mare nostrum. Avevamo chiesto al governo, e lo stesso primo ministro si era impegnato pubblicamente in questo senso, di non sospendere Mare nostrum fino a quando non fosse stata posta in essere un’operazione analogamente efficace, in termini di ricerca e soccorso in mare. Le nostre richieste non sono state ascoltate, con le conseguenze ampiamente previste di nuove, tragiche morti in mare, nonostante il pieno dispiegamento dei mezzi e l’impegno della Guardia costiera italiana, lasciata pressoché sola dalla comunità internazionale” – ha commentato Rufini. Insomma ancora una volta un quadro desolante, mutabile solo se a cambiare saranno radicalmente le politiche appunto degli Stati che contano. Svolta ancor ben lungi dall’essere visibile all’orizzonte.

Amnesty contro gli Usa: “Il giorno della strage alla scuola Onu avete continuato a dare altre armi a Israele”| Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Amnesty International attacca frontalmente gli Usa e li invita a porre fine alla fornitura a Israele “di ampi quantitativi di armi, strumento per compiere ulteriori gravi violazioni del diritto internazionale a Gaza”. La richiesta arriva all’indomani dell’approvazione, da parte del Pentagono, dell’immediato trasferimento di munizioni per granate e mortai alle forze armate israeliane. Queste forniture si trovano gia’ in Israele, in un deposito di armi Usa, e seguono l’arrivo nel porto di Haifa, il 15 luglio, di una fornitura di 4,3 tonnellate di motori a razzo.

“Queste forniture si aggiungono ad altre gia’ inviate dagli Usa a Israele tra gennaio e maggio 2014 – scrive Amnesty – per un valore di 62 milioni di dollari e comprendenti componenti per i missili guidati, lanciarazzi, componenti di artiglieria e armi leggere”. Secondo Amnesty, è chiaro che a questo punto “il governo Usa sta gettando benzina sul fuoco” attraverso la continua fornitura delle armi usate dalle forze armate israeliane per violare i diritti umani. “Washington deve rendersi conto che spedendo queste armi sta esacerbando e continuando a consentire gravi violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione civile di Gaza” – ha dichiarato Brian Wood, direttore del programma Controllo sulle armi e diritti umani di Amnesty International.Gli Usa sono di gran lunga il principale esportatore di forniture militari a Israele. Secondo dati resi pubblici dal governo di Washington, le forniture nel periodo gennaio – maggio 2014 hanno compreso lanciarazzi per un valore di quasi 27 milioni di dollari, componenti per missili guidati per un valore di 9,3 milioni di dollari e “bombe, granate e munizioni di guerra” per quasi 762.000 dollari. Dal 2012, gli Usa hanno esportato verso Israele armi e munizioni per 276 milioni di dollari. Questo dato non comprende l’esportazione di equipaggiamento militare da trasporto e di alta tecnologia.

La notizia della ripresa delle forniture a Israele e’ arrivata il 30 luglio, “il giorno stesso in cui gli Usa condannato il bombardamento di una scuola delle Nazioni Unite in cui sono state uccise almeno 20 persone, tra cui bambini e operatori umanitari”. “E’ profondamente cinico – prosegue Amnesty – che la Casa bianca condanni la morte e il ferimento di civili palestinesi, compresi bambini e operatori umanitari, sapendo bene che i militari israeliani responsabili di quegli attacchi sono armati fino ai denti con armi ed equipaggiamento militare pagati dai contribuenti statunitensi”. Amnesty International continua a chiedere alle Nazioni Unite d’imporre immediatamente un embargo totale sulle armi destinate a Israele, Hamas e i gruppi armati palestinesi, per prevenire violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani da tutte le parti.
In assenza di un embargo decretato dalle Nazioni Unite, l’organizzazione per i diritti umani chiede a tutti gli stati di sospendere unilateralmente le forniture di munizioni ed equipaggiamento e assistenza militare a tutte le parti coinvolte nel conflitto, fino a quando le violazioni dei diritti umani commesse nei precedenti conflitti non saranno adeguatamente indagate e i responsabili portati di fronte alla giustizia.

Tortura, Amnesty: Ancora troppa impunità e l’Italia non è da meno | Autore: Vittorio Bonanni da: controlacrisi.org

Ogni anno, testardamente, Amnesty International ricorda al mondo che una delle pratiche più ignobili utilizzate dal potere politico in particolare contro gli oppositori, è ancora ben lungi dall’essere cancellata. Stiamo parlando della tortura e del mancato impegno dei governi di ogni parte del mondo a cancellarla a trent’anni dalla storica adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro questo orrendo strumento di morte. Molti paesi non l’hanno ancora vietata per legge, altri invece lo hanno fatto e tuttavia non mancano di facilitarne l’applicazione, come ha denunciato ieri nella conferenza stampa di lancio della campagna “Stop alla tortura” Antonio Marchesi, presidente della sezione italiana dell’associazione umanitaria. “La vietano per legge, la facilitano nella pratica. Ecco la doppia faccia dei governi quando si tratta della tortura” – ha dichiarato il dirigente di Amnesty, il quale ha ricordato come “non solo la tortura è viva e vegeta, ma il suo uso sta aumentando in molte parti del mondo poiché sempre più governi tendono a giustificarla in nome della sicurezza nazionale, erodendo così i progressi fatti negli ultimi 30 anni. Quella Convenzione era stata il prodotto di una campagna di Amnesty International contro la tortura. E’ disarmante rendersi conto che, nonostante i progressi fatti da allora, 30 anni dopo ci voglia un’altra campagna di Amnesty International affinché sia rispettata”.

E’ utile ricordare come a partire dal 1984, la Convenzione contro la tortura è stata ratificata da 155 paesi. “Amnesty International ha svolto ricerche su 142 di essi, giungendo alla conclusione che nel 2014 la tortura viene praticata ancora da 79 paesi. Negli ultimi cinque anni, Amnesty International ha registrato casi di tortura o di altri maltrattamenti in 141 paesi ma, dato il contesto di segretezza nel quale la tortura viene praticata, è probabile che il numero effettivo sia più alto”, ha sottolineato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia. In alcuni di questi paesi la tortura è sistematica, in altri è un fenomeno isolato ed eccezionale. Ma, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, anche un solo caso di tortura è completamente inaccettabile. Questo strumento utilizzato per avvilire ed annientare l’avversario è usato spesso per ottenere delle informazioni. E’ un terribile tratto comune nella tormentata Storia dell’umanità e viene praticato attraverso sistemi diversi e tutti terribili, come la privazione del sonno, le scariche elettriche ai genitali e lo stupro. Per conoscere l’attitudine dell’opinione pubblica rispetto alla tortura Amnesty ha commissionato all’istituto di ricerche GlobeScan un’inchiesta dalla quale è emerso che in 21 paesi il 44% della popolazione pensa che nel caso finisse sotto arresto potrebbe essere torturato. L’82 per cento ritiene che dovrebbero esserci leggi rigorose contro la tortura ma più di un terzo (il 36 per cento) crede che la tortura potrebbe essere giustificata in determinate circostanze. “I risultati sono sorprendenti: quasi la metà delle persone che abbiamo contattato si sente vulnerabile rispetto alla tortura. La vasta maggioranza ritiene che dovrebbero esserci norme chiare contro la tortura ma più di un terzo ancora pensa che in certi casi la tortura possa essere usata. Complessivamente, abbiamo riscontrato un forte sostegno globale in favore di azioni che prevengano la tortura” – ha dichiarato Caroline Holme, direttrice di GlobeScan. Nei paesi che hanno preso sul serio gli impegni assunti con la ratifica della Convenzione contro la tortura, questa è diminuita grazie all’introduzione di un reato specifico nelle leggi nazionali, all’apertura dei centri di detenzione a organismi indipendenti di monitoraggio e alla registrazione video degli interrogatori. Amnesty International chiede ai governi di introdurre e applicare garanzie di protezione per prevenire e punire la tortura, come esami medici adeguati, immediato accesso agli avvocati, visite di organismi indipendenti nei centri di detenzione, indagini efficaci e indipendenti sulle denunce, procedimenti nei confronti dei presunti responsabili e adeguata riparazione per le vittime.

Sono cinque i paesi che Amnesty ha messo sotto osservazione. Il Messico dove è praticata massicciamente e impunemente dalle forze di polizia e di sicurezza. Terribile il caso di Miriam López Vargas, 31 anni, madre di quattro figli. E’ stata sequestrata da due soldati in borghese e portata in una caserma. Qui, in una settimana, è stata stuprata tre volte, sottoposta a scariche elettriche e semi-soffocata per costringerla a confessare presunti reati di droga. Sono passati tre anni ma nessuno dei suoi torturatori è stato portato di fronte alla giustizia. Scenario simile nelle Filippine. All’inizio del 2014 è stato scoperto un centro segreto di detenzione dove la polizia torturava i prigionieri per divertimento, usando una roulette lungo i settori della quale erano scritti vari metodi di tortura. Lo scandalo mediatico ha dato vita a un’indagine interna e alcuni agenti di polizia sono stati rimossi dall’incarico. Amnesty International ha chiesto un’indagine approfondita e imparziale che portasse in tribunale tutte le persone coinvolte. Ma la maggior parte degli atti di tortura da parte delle forze di polizia è rimasta impunita e i sopravvissuti alla tortura restano a soffrire in silenzio. Situazione drammatica anche nel Sahara occidentale, occupato dalle truppe marocchine e dove torture e vessazioni nei confronti della popolazione sahrawi sono all’ordine del giorno. E le autorita’ marocchine è rarissimo che indaghino sulle denunce di tortura. Ha fatto scalpore il caso di Ali Aarrass, estradato in Marocco dagli spagnoli malgrado corresse il rischio di essere torturato. E infatti è stato arrestato dai servizi di sicurezza, portato in un centro segreto di detenzione dove gli sono state somministrate scariche elettriche sui testicoli, e’ stato picchiato sulle piante dei piedi ed e’ stato tenuto appeso per i polsi per lunghe ore. Ha dichiarato di essere stato costretto a “confessare” di aver collaborato con un gruppo terrorista. Sulla base di tale “confessione” e’ stato condannato a 12 anni di carcere e le sue denunce non sono mai state prese in considerazione. Non è da meno la Nigeria, dove i militari ricorrono regolarmente alla tortura. Moses Akatubga è stato arrestato all’età di 16 anni. Lo hanno picchiato e gli hanno sparato a una mano. In una stazione di polizia è stato appeso per gli arti per ore. Sotto tortura, ha “confessato” di aver preso parte a una rapina. Le sue denunce di tortura non sono mai state pienamente indagate. Nel novembre 2013, dopo otto anni di attesa del verdetto, è stato condannato a morte. In Uzbekistan, dove Amnesty International non può entrare, la tortura è pervasiva ma pochi torturatori sono stati portati di fronte alla giustizia. Dilorom Abdukadirova ha trascorso cinque anni in esilio dopo che le forze di sicurezza aprirono il fuoco contro una manifestazione cui stava partecipando. Rientrata nel paese, è stata arrestata e accusata di tentativo di rovesciare il governo. Al processo, è apparsa in aula emaciata e con cicatrici sul volto. I suoi familiari sono certi che sia stata torturata.

Una particolare attenzione è stata dedicata da Amnesty all’Italia, la quale, ad oltre 25 anni dalla ratifica della Convenzione contro la tortura non ha ancora introdotto il reato di tortura nel codice penale. “A 13 anni dal G8 di Genova del 2001, molti dei responsabili di gravi violazioni dei diritti umani sono sfuggiti alla giustizia e nel nostro paese non esistono strumenti idonei per prevenire e punire le violazioni in maniera efficace. Nel frattempo, molti altri casi che chiamano in causa la responsabilità delle forze di polizia sono emersi e, purtroppo, continuano a emergere senza che vi sia stata una risposta adeguata da parte delle istituzioni” , ha dichiarato Antonio Marchesi. Il 5 marzo il Senato ha approvato un testo unificato che qualifica la tortura come reato specifico prevedendo l’aggravante nel caso in cui sia commesso da un pubblico ufficiale. Non è passata invece la disposizione che prevedeva l’istituzione di un fondo nazionale per le vittime della tortura. “Dopo un quarto di secolo di attesa, è fondamentale che l’Italia si doti di norme efficaci per prevenire e punire la tortura e che queste soddisfino gli standard internazionali in materia di tortura che il nostro paese si è più volte impegnato a osservare. L’assenza di un reato specifico di tortura in Italia ha fatto sì, in questi anni, che fattispecie qualificabili e qualificate come tortura venissero sanzionate con pene lievi e non applicabili per intervenuta prescrizione e ha nuociuto alla stessa credibilità dell’operato delle forze di polizia” ha concluso Marchesi.

Giornata mondiale dei Rom. Amnesty: “L’Europa non li protegge dal razzismo” | Autore: claudia galati da: controlacrisi.org

Ieri è stata la Giornata internazionale dei Rom e dei Sinti, istituita dall’ONU nel 1979 per commemorare l’8 aprile 1971, data in cui per la prima volta si riunirono a livello internazionale rappresentanti delle comunità rom, costituendo così la “Romani Union”, la prima associazione mondiale dei Rom. In quella occasione scelsero di definirsi “Rom” e non “zingari”, termine considerato dispregiativo.In Europa i Rom e i Sinti sono tra i 10 e i 12 milioni, in Italia sono circa 170 mila, ossia lo 0,3% della popolazione (in Romania sono 2 milioni e mezzo e in Spagna 800 mila). Si tratta per la maggior parte di cittadini italiani, presenti sul territorio dal 1400, e in parte di immigrati in regola, arrivati di recente, in ondate successive, da ex-Jugoslavia, Romania e Bulgaria.

Diversi studi scientifici evidenziano che il nomadismo ormai coinvolge solo il 3% dei rom, mentre la maggior parte di loro, a causa anche del fallimento delle politiche di inclusione sociale della popolazione rom in Italia, attualmente vive emarginata in “campi attrezzati”, creati e gestiti con denaro pubblico attraverso cooperative scelte dalle amministrazioni locali sulla base di contratti. I campi sono per lo più lontani dai centri abitati, dalle scuole e dai posti di lavoro. E sono anche piuttosto onerosi per le amministrazione pubbliche: una ricerca di Lunaria ha calcolato che, nella sola città di Roma, la gestione dei campi nomadi sia costata al contribuente 86 milioni di euro tra il 2005 e il 2011. Soldi che invece potrebbero essere usati in maniera più fruttuosa per integrare i residenti dei campi tramite supporti all’impiego, all’abitazione e alla scolarizzazione.

In molti paesi europei esistono quartieri ghetto, ma in nessun stato membro Ue vi sono villaggi creati dalle istituzioni appositamente per concentrarvi persone appartenenti a una singola etnia, per segregare le persone in base alla razza, costringendole a risiedere in baracche o container che nulla hanno a che vedere con abitazioni vere e proprie.

La discriminazione dei rom – nonostante gli obblighi internazionali e comunitari in tutela dei loro diritti, e i fondi strutturali stanziati dalla Ue contro la discriminazione su base etnica -, non solo nel nostro Paese, è all’ordine del giorno: razzismo, pregiudizi, paure ingiustificate e ignoranza comportano violenze, allarmismi e ghettizzazione di queste persone, allontanandone l’integrazione nella società. Ed è proprio questa “discriminazione sistematica e radicata” nei confronti delle comunità rom in Europa che viene denunciata da Amnesty International nel suo rapporto: “Chiediamo giustizia. L’Europa non protegge i rom dalla violenza razzista”, diffuso – non a caso – proprio nella giornata di oggi. Secondo l’organizzazione internazionale, gli stati europei non solo non stanno contrastando, ma addirittura in alcuni casi alimentano la discriminazione, le intimidazioni e le violenze nei confronti dei rom. “In Europa, negli ultimi anni, vi è stata una rilevante crescita della violenza anti-rom. La risposta a questo fenomeno allarmante è stata clamorosamente inadeguata. È inaccettabile che nell’Europa moderna di oggi le comunità rom debbano vivere sotto la costante minaccia della violenza e di attacchi simili ai pogrom (termine utilizzato in riferimento a tutti gli episodi di violenza, danni materiali, massacri e persecuzioni a sfondo etnico-razziale, n.d.r.) ” – ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International.

Il rapporto prende in esame gli episodi più gravi di violenza e intimidazione compiute da rappresentanti dello stato e da comuni cittadini in Europa ai danni dei rom negli ultimi anni: in Repubblica Ceca nel 2013, dove gruppi di estrema destra hanno organizzato proteste anti-rom in decine di città e villaggi di tutto il paese, ricorrendo a sistematiche intimidazioni e marce a scadenza regolare nei confronti delle comunità rom. In Francia, dove la sera del 22 novembre 2011 a Marsiglia la polizia fece irruzione nell’insediamento informale vicino alla chiesa di St. Martin d’Arenc per eseguire lo sgombero forzato di dieci famiglie rom, lanciando lacrimogeni dentro le tende dove i bambini stavano dormendo, per poi distruggerle insieme ad altri effetti personali. Generalmente, i migranti rom di Marsiglia non denunciano i casi di intimidazione e di violenza perché non hanno fiducia nella polizia e temono ulteriori conseguenze. In Grecia, dove il 4 gennaio 2013 una settantina di persone lanciarono bombe molotov, pietre e travi di legno contro le abitazioni dei rom, nell’indifferenza della polizia. “In molti casi, le autorità preposte al mantenimento dell’ordine pubblico non impediscono gli attacchi razzisti e non garantiscono che il movente di odio sia indagato adeguatamente e che gli autori di tali attacchi siano portati di fronte alla giustizia”, ha lamentato Dalhuisen.

“Troppo spesso i leader europei si mostrano compiacenti verso i pregiudizi che alimentano la violenza contro i rom, definendoli persone asociali e indesiderate. Se da un lato, in generale, condannano i più gravi episodi di violenza contro i rom, dall’altro le autorità sono riluttanti a riconoscerne l’effettiva dimensione e sono lenti a contrastarla. Da parte sua, l’Unione europea si è mostrata restia a contestare agli stati membri la sistematica e fin troppo evidente discriminazione nei confronti dei rom” – ha commentato Dalhuisen. “L’Unione europea ha un complesso legislativo a sua disposizione per assicurare che la violenza discriminatoria e la discriminazione in quanto tale siano contrastate. Tuttavia la Commissione europea, che ha il compito di supervisionare l’applicazione della legislazione comunitaria negli stati membri, non si è ancora impegnata in un’azione chiara e decisiva per affrontare la violenza e la discriminazione nei confronti dei rom all’interno degli stati membri.”

Amnesty International chiede ai governi nazionali e all’Unione europea un impegno visibile e tangibile per sradicare il flagello della discriminazione, dell’intolleranza e della violenza contro i rom nel continente.

Anche in Italia, dove nonostante la legge Mancino-Reale tuteli le persone vittima di crimini di odio per motivi etnici e di razza, molto resta da fare per prevenire e rafforzare la tutela dei rom e non solo.

In mattinata il presidente della Camera Laura Boldrini ha ricevuto una delegazione di giovani rom, e il Comune di Roma nel pomeriggio ha organizzato una tavola rotonda nella Sala della Piccola Protomoteca alla quale hanno partecipato, oltre a esponenti della Giunta Regionale e comunale, rappresentanti di associazioni impegnate nell’integrazione della comunità rom e sinti. Ed è proprio in questa ricorrenza che la “Federazione Roma e Sinti Insieme” ha lanciato la campagna nazionale per la raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare per il riconoscimento giuridico della minoranza linguistico-culturale dei Rom e Sinta italiana.

Il 4 aprile scorso invece, un gruppo di associazioni e organizzazioni non governative impegnate nella difesa dei diritti umani della comunità rom di Roma ha scritto al sindaco Ignazio Marino chiedendo di fermare la segregazione abitativa dei rom nei campi autorizzati e che le risorse economiche destinate al rifacimento del “villaggio attrezzato” di via della Cesarina siano investite in progetti per la realizzazione del diritto a un alloggio adeguato e l’inclusione sociale per le famiglie rom attualmente accolte nel centro di accoglienza: “Best House Rom” e per le famiglie non rom in condizione di disagio abitativo.”Le violazioni dei diritti umani dei rom da parte delle autorità italiane, incluse quelle di Roma, continuano: sgomberi forzati, segregazione in campi in condizioni abitative gravemente inadeguate ed esclusione dall’edilizia residenziale pubblica stanno proseguendo sotto l’amministrazione del sindaco Marino”, ha ricordato lo stesso Dalhuisen.”Amnesty International aveva auspicato un cambio di rotta da parte della giunta Marino dopo gli anni del “Piano Nomadi” della giunta Alemanno. Lo scorso ottobre avevamo accolto con favore l’impegno della giunta Marino a ritirare misure chiaramente discriminatorie nei confronti delle famiglie rom residenti nei campi autorizzati nell’accesso alle case popolari, ma ad oggi il sindaco Marino non ha mantenuto quegli impegni né ha risposto alla nostra lettera del 14 febbraio scorso, in cui esprimevamo profondo rammarico per il fatto che la graduatoria per l’assegnazione delle case popolari riferita al bando pubblico del 31 dicembre 2012 non fosse stata ancora pubblicata e che l’attribuzione del punteggio a ciascuna domanda venisse ancora compiuta in applicazione dei criteri previsti nella circolare del dipartimento Politiche abitative del 18 gennaio 2013. Insieme ad Amnesty International, anche il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks aveva evidenziato il carattere discriminatorio di quella delibera, che impedisce ai rom residenti nei campi autorizzati di veder riconosciuto il proprio stato abitativo gravemente disagiato e dunque riduce enormemente le loro probabilità di vedersi assegnata una casa popolare”, ha proseguito Dalhuisen.

“Chiediamo al sindaco Marino anche di fare chiarezza su come intenda impiegare i fondi recentemente messi a disposizione dalla Regione Lazio per la cosiddetta ‘emergenza abitativa’.

Non possiamo accettare che quest’operazione ancora una volta si concluda con l’esclusione delle famiglie rom residenti nei campi, oltre che di altri cittadini che hanno fatto domanda per un alloggio residenziale pubblico in base alla graduatoria del 31 dicembre 2012”, ha concluso Dalhuisen. A Roma, nell’ambito di una grave emergenza abitativa dovuta alla scarsa disponibilità di alloggi pubblici, dei 50.000 nuclei familiari che vivono nelle case popolari della capitale gestite dall’Ater solo lo 0,02 % è costituito da rom, sebbene i rom costituiscano oltre lo 0,2 % della popolazione totale della città.

Come l’Europa fortezza nega l’asilo ai rifugiati siriani di antonio mazzeo da: antonio mazzeo blog

Come l’Europa fortezza nega l’asilo ai rifugiati siriani

 

 

Più di 2 milioni e 300.000 rifugiati siriani registrati a dicembre, il 52% dei quali minori di età, a cui si aggiungono almeno 4 milioni e 250 mila persone sfollate nel paese. In tutto, più di 6 milioni e mezzo di uomini, donne e bambini che hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni per scampare agli orrori del conflitto in Siria, quasi un terzo dell’intera popolazione. Di questi, però, solo 55.000 sono riusciti a entrare nell’Unione europea e a chiedere asilo, ma gli stati membri hanno dato disponibilità ad accoglierne appena 12.000. “Si tratta dello 0,5% dei siriani che hanno lasciato il paese, una dimostrazione che l’Ue ha miseramente mancato di fare la sua parte per fornire un riparo sicuro a coloro che non hanno più niente se non la loro vita”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, in occasione della presentazione del rapporto intitolato Un fallimento internazionale: la crisi dei rifugiati siriani. “Il numero dei reinsediamenti previsti è davvero deplorevole e i leader europei dovrebbero abbassare la testa per la vergogna”, ha aggiunto Shetty. “Le loro parole suonano banali di fronte alla realtà. L’Europa deve aprire i suoi confini, favorire ingressi sicuri e porre fine a queste gravi violazioni dei diritti umani”.

 

Amnesty International denuncia come solo dieci stati membri dell’Ue abbiano offerto il reinsediamento o l’ammissione umanitaria ai rifugiati provenienti dalla Siria. “Coloro che ce l’hanno fatta a passare attraverso le barricate della fortezza europea si sono diretti in buona parte in Germania e Svezia, i paesi che hanno offerto il maggiore aiuto ai richiedenti asilo”, si legge nel report. Dall’ottobre 2011 all’ottobre 2013, la Svezia ha ricevuto 20.490 nuove richieste d’asilo, mentre la Germania 16.100. Gli altri stati dell’Ue si sono impegnati a prendere soltanto 2.340 rifugiati. In Grecia, Cipro e Italia, meno di 1.000 persone hanno chiesto asilo in ciascuno dei tre paesi; la Francia ha offerto disponibilità per 500 persone, lo 0,02% del totale delle persone fuggite, mentre la Spagna si è limitata ad accogliere appena una trentina di richiedenti, ossia lo 0,001% del totale dei rifugiati.

 

Il 97% dei cittadini fuggiti dalla Siria si sono diretti verso i cinque paesi confinanti: Turchia, Egitto, Iraq e soprattutto Libano e Giordania, dove oggi risiedono rispettivamente 835.735 e 566.303 rifugiati. “Ciò ha comportato un aumento della popolazione residente in Libano del 20%, mentre quella della Giordania del 9%”, aggiunge Amnesty International. “In questi due paesi la maggior parte dei rifugiati siriani vive in condizioni assai precarie in campi profughi superaffollati, in centri di accoglienza comunitari o in insediamenti informali”. In Giordania circa un terzo dei rifugiati è ospitato in sei campi, il più affollato dei quali è Zaatari, il secondo campo profughi più grande al mondo, con 117.000 residenti. Il resto dei rifugiati siriani vive in villaggi e cittadine nei pressi del confine settentrionale con la Siria e nella capitale Amman. “Non ci sono invece campi profughi ufficiali in Libano, eccetto quelli che da lungo tempo ospitano rifugiati palestinesi”, riporta Amnesty International. “Così i siriani sono costretti a vivere ai margini delle città, in campi informali che loro stessi hanno realizzato”.

 

Il numero dei rifugiati registrati in Turchia è di 536.765 persone, ma secondo il governo locale la cifra avrebbe già superato quota 700.000. Duecentomila siriani sono “ospiti” di campi profughi gestiti dallo stato. L’organizzazione internazionale in difesa dei diritti umani denuncia tuttavia che dal marzo 2013, più di 600 rifugiati siriani sono stati espulsi dalla Turchia e deportati in Siria. “Da allora – spiega Salil Shetty – abbiamo ricevuto numerose denunce di ulteriori rimpatri forzati di persone accusate dalle autorità turche di condotte criminali o presunte violazioni di legge”.

 

Secondo l’UNHCR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, al 30 novembre 2013, erano stati registrati in Libia 15.898 rifugiati siriani, ma la popolazione siriana ivi residente è stimata in non meno di 200.000 persone. Il diritto d’ingresso dei rifugiati in Libia è stato progressivamente ridotto a partire dal settembre 2012, dopo l’attacco terroristico contro il consolato USA di Bengasi. Ulteriori restrizioni sono state decretate nel gennaio 2013 con l’imposizione del visto d’ingresso a tutti i siriani. “Ciò ha costretto centinaia di rifugiati a fare ingresso nel paese utilizzando rotte non ufficiali, esponendosi al pericolo e allo sfruttamento di trafficanti e delle differenti milizie armate esistenti”, denuncia Amnesty. “La Libia non possiede un sistema nazionale di asilo; la maggior parte dei rifugiati che vive nel paese ha uno status migratorio irregolare, nonostante la decisione del Ministero dell’Interno di dare i permessi di residenza a coloro che si registrano presso l’Ufficio passaporti”. Come rilevato da Amnesty International durante una visita in Libia nel novembre 2013, spesso i permessi di residenza non verrebbero riconosciuti dalla autorità locali e dalle milizie armate cresciute numericamente dopo la fine del conflitto del 2011. “In alcuni casi i rifugiati siriani sono stati detenuti arbitrariamente in centri di detenzione per immigrati con l’accusa di risiedere illegalmente in Libia”, aggiunge Amnesty. “Gli intervistati hanno denunciato di essere stati vittime di aggressioni fisiche da parte di uomini armati, furti, vessazioni verbali e, in alcuni casi, di sequestri di persona. Altri hanno raccontato di essere stati sottoposti a gravi forme di sfruttamento, a lavori forzati, con salari bassissimi e, talvolta, di non aver percepito perfino alcuna forma di pagamento”.

 

Per 12.000 siriani a cui l’Ue ha riconosciuto il diritto al reinsediamento, altre decine di migliaia sono costretti a rischiare un viaggio pericoloso via terra o via mare per raggiungere un’Europa sembra più barricata e militarizzata. Dall’1 gennaio al 31 ottobre 2013, 10.680 rifugiati siriani hanno raggiunto le coste italiane dopo aver lasciato i porti in Egitto, Libia, Turchia e Siria. Altri hanno raggiunto la Grecia via mare attraverso l’Egeo o dal confine terrestre con la Turchia. “Abbiamo visto centinaia di cittadini siriani perdere la vita nel Mediterraneo”, ha commentato amaramente Salil Shetty. “Ed è deplorevole che chi rischia l’incolumità e la vita per arrivare qui sia respinto in modo violento dalla polizia o dalla guardia di frontiera o posto in stato di detenzione per settimane in condizioni realmente squallide, con cibo acqua e cure mediche insufficienti”.

 

Il viaggio verso l’Italia è sicuramente quello che ha generato le peggiori tragedie. Nei primi dieci mesi del 2013 il numero dei rifugiati e dei migranti provenienti dall’Africa del Nord annegati in mare è stato stimato in 650 persone. Nel suo rapporto sull’incapacità internazionale a dare risposte adeguate alla crisi umanitaria siriana, Amnesty International dedica un passaggio al tragico naufragio di un’imbarcazione con più di 500 persone a bordo, l’11 ottobre 2013, a largo di Lampedusa. “Molti di essi erano rifugiati siriani”, scrive l’Ong. “Secondo il racconto dei sopravvissuti, l’imbarcazione fu danneggiata mentre lasciava le acque della Libia da un’unità militare libica che aprì il fuoco contro di essa. L’imbarcazione danneggiata iniziò velocemente ad essere invasa dall’acqua e successivamente affondò portandosi con sé centinaia di uomini, donne e bambini. I sopravvissuti hanno dichiarato di essere rimasti in acqua per ore prima di essere assistiti dalle unità maltesi e italiane”.

 

Innumerevoli gli abusi e le violazioni compiute dalle autorità di frontiera dell’Unione europea. “Le politiche di controllo dell’Ue sono sempre più pregiudizievoli dei diritti dei rifugiati, dei richiedenti asilo e dei migranti”, denuncia Amnesty. “Le misure di controllo dei confini introdotte negli ultimi anni, inclusa l’esternalizzazione delle funzioni anti-migratorie e la costruzione di reticolati, hanno comportato pesanti effetti a danno dei diritti di coloro che chiedono di fare ingresso nell’Unione europea. L’Unione europea ha certo il diritto di controllare le sue frontiere, ma la maniera con cui lo fa non può comportare la violazione dei diritti umani, come sta accadendo oggi”.

 

Amnesty rileva, in particolare, come l’Ue abbia finanziato massicciamente i programmi di potenziamento del controllo delle frontiere esterne della Grecia. Negli ultimi due anni, la Commissione europea – nell’ambito del cosiddetto Return and External Borders Fund – ha assegnato alla Grecia 228 milioni di euro per installare sistemi elettronici di vigilanza e accrescere le capacità di detenzione delle persone entrate illegalmente nel paese. Nello stesso periodo, la Grecia ha ricevuto solo 12 milioni e 220 mila euro dal Fondo Europeo per i Rifugiati che sostiene le attività di accoglienza. Grazie ai contributi finanziari, le autorità greche hanno completato la costruzione di 10,5 km di reticolati anti-migranti lungo i 203 km di frontiera con la Turchia, attivando inoltre 2.000 nuovi vigilantes a partire dell’estate 2012. “Queste misure hanno spesso costretto i rifugiati a percorrere rotte sempre più pericolose nel mar Egeo”, aggiunge Amnesty International. “Nei loro disperati tentativi di ottenere protezione in Europa, molti rifugiati, comprese le famiglie con neonati e bambini piccoli, spendono i loro ultimi risparmi per pagare i trafficanti e navigare a bordo di piccole e superaffollate imbarcazioni, inidonee alla navigazione”. Come il Canale di Sicilia, anche il mare tra la Grecia e la Turchia è lo scenario di infinite tragedie. Dall’agosto 2012 ad oggi, perlomeno 130 rifugiati, provenienti in buona parte dalla Siria e dall’Afghanistan, hanno perso la vita mentre tentavano di approdare in Grecia, negli undici naufragi sino ad oggi accertati.

 

Amnesty International rileva infine come molti rifugiati giunti in Grecia e Bulgaria abbiano subito trattamenti degradanti e disumani. “Rifugiati siriani hanno raccontato di essere stati sottoposti a maltrattamenti dagli agenti di polizia o della guardia costiera della Grecia, che con armi in pugno e protetti dai caschi, li hanno pure privati di tutti i loro beni e, alla fine, li hanno respinti verso la Turchia”. Il numero delle operazioni illegali di respingimento dalla Grecia non è noto, ma l’Ong ritiene che abbia riguardato centinaia di persone. In Bulgaria, nei primi undici mesi del 2013, sono arrivati non meno di 5.000 rifugiati. La maggior parte è ospitata in centri di emergenza, il principale dei quali si trova nella città di Harmanli. “Si tratta, a tutti gli effetti, di un centro di detenzione”, denuncia Amnesty. “Il nostro staff vi ha trovato rifugiati detenuti – in alcuni casi da oltre un mese – in condizioni squallide in container, edifici in rovina e tende. Mancavano strutture igienico-sanitarie adeguate e il cibo, i medicinali e i letti scarseggiavano. Un ampio numero di detenuti, tra cui anche persone ferite durante il conflitto, necessitava di cure mediche, altre avevano contratto malattie croniche o avevano disturbi mentali”.

L’Europa fortezza armata sconosce sempre più diritti e senso d’umanità.

Amnesty accusa: ai rom vietate le case popolari | Fonte: Il Manifesto | Autore: Domenico Romano ROMA

 

Discriminati nell’assegnazione di una casa popolare perché rom. Accade un po’ in tutta Italia, ma in modo particolare a Roma dove una circolare della passata amministrazione Alemanno ancora oggi nega alle famiglie di etnia rom la possibilità di accedere alle graduatorie per l’assegnazione di un alloggio pubblico, costringendole così a vivere confinate in campi spesso fatiscenti e isolati.
La denuncia arriva da Amnesty international che sulla condizione abitativa dei rom ha preparato un rapporto significativamente intitolato «Due pesi e due misure. Le politiche abitative dell’Italia discriminano i rom». «Il comune di Roma sta tenendo migliaia di rom ai margini della società», spiega John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty. «Ciò avviene con la tacita complicità del governo italiano che a livello nazionale non sta garantendo uguale accesso agli alloggi pubblici per tutti».
Sono 4.000 i rom che nella capitale vivono in campi autorizzati. E non certo per loro volontà. Aldilà dei luoghi comuni che li vorrebbero restii ad abbandonare baracche e roulotte, alla stragrande maggioranza di loro non dispiacerebbe affatto vivere in una casa come tutti, permettendo ai loro bambini di frequentare una scuola. «Etichettati come ‘nomadi’ dalle autorità, sono collocati in questo sistema alloggiativo separato, pensato unicamente per loro», denuncia il rapporto. E che siano gli unici a essere trattati così non ci sono dubbi. Chiunque altro si trovi a non avere un tetto sopra la testa, infatti, sia italiano che immigrato, può contare sulla possibilità di essere ospitato in un dormitorio o in un centro di accoglienza gestito dal Comune. Tutti tranne i rom. «Un container prefabbricato o una roulotte all’interno di un campo segregato, circondato da recinzioni, lontano dai quartieri abitati e dai servizi essenziali è l’unica opzione abitativa messa a loro disposizione», dice ancora Amnesty.
Una sorta di apartheid, anche se mai nessuno l’ha dichiarato ufficialmente. O quasi. Vivere in una città per un rom non è mai stato facile, ma nella capitale le cose sono cominciate a peggiorare nel 2008, quando sempre la giunta del sindaco Gianni Alemanno decise di affrontate «l’emergenza rom» soprattutto sotto i profilo dell’ordine pubblico. Seguirono una serie di sgomberi dei campi abusivi e il trasferimento forzato di circa mille rom, quasi tutte famiglie con bambini al seguito. Del tutto inutili le domande presentate da alcuni di loro per avere un alloggio popolare. Negli ultimi 13 anni il Campidoglio ha pubblicato due bandi generali per l’assegnazione di case popolari, nel 2000, la cui graduatoria si è chiusa nel dicembre del 2009, e uno più recente che si è aperto a dicembre del 2012. Nel 2.000 si decise di privilegiare le famiglie che avevano subito uno sfratto. Scelta giusta, ma che di fatto tagliò fuori i rom visto che gli sgomberi forzati non venivano considerati equivalenti a uno sfratto. Il bando di dicembre del 2012 sembrò invece aprire una possibilità. Tra i criteri fissati questa volta si è deciso infatti di dare la priorità alle famiglie in grave disagio abitativo e non solo agli sfrattati. «Decine di famiglie rom residenti nei campi hanno presentato domanda di alloggio. Per molte di loro questa era la seconda o terza volta», prosegue sempre Amnesty.
L’illusione però è durata poco. Il 18 gennaio del 2013 il dipartimento politiche abitative pubblica una circolare in cui si precisa che le case saranno assegnate a turno a coloro che si trovano in testa alla vecchia graduatoria, ancora un vigore, e a quella nuova. Specificando perdipiù che i campi nomadi non possono considerarsi come una situazione di grave disagio abitativo (come dormitori, centri di raccolta ecc.) in quanto strutture permanenti. E il 30 gennaio di quest’anno l’allora vicesindaco Sveva Belviso precisa: «Per sgomberare il campo da equivoci, mi vedo costretta a dover ribadire e sottolineare che questa amministrazione, fin dall’inizio del suo mandato e ancora oggi, non ha previsto alcuna corsia preferenziale o accesso diretto alla casa per i cittadini rom».
La speranza è che ora la nuova amministrazione guidata dal sindaco Ignazio Marino cambi indirizzo. Le premesse perché ciò avvenga ci sono: a settembre l’assessore alle politiche sociali Rita Cutini ha promesso di voler integrare i rom puntando soprattutto su quattro fronti: istruzione, casa, lavoro e salute. Un buon inizio. Peccato però, denuncia sempre Amnesty, che intanto anche la giunta di centrosinistra continui con gli sgomberi forzati dei campi.