Ammortizzatori sociali, il Governo ammette: manca un miliardo. Poletti: “Legge Fornero intoccabile” Autore: fabrizio salvatori

Il ministro del lavoro Poletti ammette dunque che sugli ammortizzatori sociali ci sono problemi grossi. Se non si troveranno le risorse entro l’anno si metteranno a rischio almeno 50 mila posti di lavoro. Dopo i dubbi della Cgil sulla nuova regolamentazione che di fatto riduce le tutele su cassa in deroga e mobilità, il Governo è costretto a scoprire le carte: per risolvere il problema è necessario almeno un miliardo di euro che potrebbe essere trovato anche all’interno della Legge di stabilità.

Ci sono però le nuove norme proposte proprio dal governo che rischiano di tradursi un una vera e propria emergenza sociale. “Non abbiamo ancora deciso nulla – risponde Poletti in una intervista a Repubblica – è la legge Fornero che prevede dal 2014 l’uscita graduale dalla cassa integrazione e dalla mobilità in deroga. Per questo il precedente governo aveva predisposto un decreto per la modifica dei criteri per l’accesso alla cassa e alla mobilità in deroga e ridotto di un miliardo le coperture finanziarie. Non credo che oggi ci siano le condizioni tecniche per smontare o cambiare radicalmente quel provvedimento”. Il ministro, dunque, non solo pensa che le norme introdotte dalla ministra Fornero sono oggi intoccabili, ma rivendica anche il ragionamento che stava alla base di quei provvedimenti. Gli ammortizzatori sociali non possono durare più di un determinato lasso di tempo e le imprese non decidono se licenziare o assumere in base agli ammortizzatori sociali. “Le protezioni sociali si riducono – dice Poletti nella intervista – ma non saltano del tutto. Tutti gli ammortizzatori sociali ad un ceto punto di esauriscono. Mi sembra concettualmente sbagliato sostenere che le imprese licenziano perché non si sono più gli ammortizzatori sociali. Le aziende licenziano, purtroppo, quando non hanno più bisogno di determinati lavoratori”. Sempre nella stessa intervista il ministro Poletti critica la posizione di Ichino e Sacconi che sono ritornati alla carica contro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Alitalia, il percorso sindacale ancora non è finito. Ora sotto mira ci sono le buste paga | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

In Alitalia il duro percorso per il taglio dei posti di lavoro non è finito. Nonostante quello che dicono sindacati e dirigenti, la partita non è ancora chiusa. L’intesa dell’altro giorno su 1.900 “esuberi-non esuberi”, ovvero un taglio che per il momento verrà trattato con ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà. Per Gabriele Del Torchio, l’intesa “e’ solo un primo passaggio, che e’ quello del ricorso agli ammortizzatori: ora abbiamo un altro passaggio da fare, che e’ quello sul costo del lavoro, ma lo affronteremo dalla prossima settimana”. Il Piano industriale di Del Torchio prevede risparmi su questa voce per 128 milioni (su complessivi 295 milioni di risparmi totali) e l’accordo siglato l’altra notte sugli esuberi vale per circa un’ottantina di milioni: quelli che mancano all’appello, dovrebbero essere reperiti attraverso un taglio degli stipendi superiori ai 40 mila euro.

Critiche all’accordo sindacale arrivano dalla Cub, che per il 21 febbraio ha dichiarato uno sciopero con mobilitazione. “In sintesi, le organizzazioni sindacali concertative (Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Usb + Ass. Piloti e AA/VV) e i vari governi succedutesi – si legge in un comunicato – hanno concesso alla CAI, dopo la mattanza di circa 10.000 lavoratori espulsi da Alitalia nel 2008, di mascherare la propria incapacità e i debiti accumulati, scaricando sulle spalle dei dipendenti e del paese altri 2938 esuberi ‘certificati’, che saranno gestiti con cassa integrazione e contratti di solidarietà”.

In pratica, i licenziamenti si sono semplicemente differiti al 2015, e cioè alla fine degli ammortizzatori sociali concordati.

Povere pensioni da: controlacrisi.org

Secondo il bilancio sociale dell’Inps, 11,5 milioni di pensionati percepiscono un reddito medio di 10.000 euro lordi annui, pari a 700 euro al mese. Con buona pace di quelli che ci raccontano del conflitto generazionale, sarebbe forse allora il caso di tornare a parlare di classico contrasto fra ricchi e poveri

L’Inps ha presentato giovedì a Roma il suo bilancio sociale 2012. Un rapporto ricco e aggiornato, di un ente che, dopo l’assorbimento dell’Inpdap, gestisce ormai la quasi totalità delle prestazioni pensionistiche (previdenziali e assistenziali) e degli ammortizzatori sociali, oltre ad amministrare le principali banche dati nazionali in materia. Nel 2012, in un paese con un Pil di 1500 miliardi, l’Inps ha pagato prestazioni per quasi 300 miliardi, di cui 261 miliardi di pensioni (237 miliardi di natura previdenziale e 41 miliardi di natura assistenziale), 13 miliardi di ammortizzatori sociali e 10 miliardi di assegni familiari. Nello stesso periodo, ha raccolto 208 miliardi di contributi sociali e ricevuto trasferimenti dallo stato per 94 miliardi. Fra i possibili spunti che emergono dalla lettura del rapporto, proviamo a fare qualche ragionamento focalizzandoci sul valore delle prestazioni pensionistiche erogate.
Le pensioni previdenziali (vecchiaia, invalidità e superstiti) in essere offrono in media 1.029 euro lordi al mese, con una forte differenza di genere: 1.365 euro per i maschi, 822 euro per le femmine. Le prestazioni assistenziali (assegni sociali, pensioni di invalidità civile, indennità di accompagnamento) valgono in media poco più di 400 euro lordi al mese. Fra i peggio messi nel comparto previdenziale sono i lavoratori parasubordinati, che, anche escludendo quelli che hanno un’altra pensione da lavoro, arrivano a percepire un beneficio di appena 308 euro al mese, mentre nel comparto assistenziale spiccano gli invalidi civili, con una pensione di appena 273 euro al mese. Se ragioniamo in termini di pensionati, anziché di pensioni (lo stesso individuo può percepire più di una pensione) scopriamo che, su 16,8 milioni di pensionati, 11,5 milioni sono nel gruppo dei più poveri, con un reddito pensionistico medio di 10.000 euro lordi annui (netti, 700 euro mensili), mentre altri 3,8 milioni sono nel secondo gruppo, con un reddito medio annuo lordo di 23.800 euro, ovvero una pensione netta mensile di 1.500 euro.
Sono dati che non mostrano certo una generalità di pensionati ricchi e benestanti, anzi, con tali valori moltissimi pensionati finiscono sotto la soglia della povertà. Con buona pace di quelli che ci raccontano del conflitto generazionale, sarebbe forse allora il caso di tornare a parlare – in termini, bisogna ammetterlo, meno glamour – di classico contrasto fra ricchi e poveri, piuttosto che fra giovani e vecchi. In effetti, esistono 166.000 pensionati con pensioni medie fra 10 e 17 volte il minimo e 20.000 con un reddito pensionistico superiore a 17 volte il minimo, senza contare, per mancanza di dati, le pensioni erogate da Parlamento, Presidenza della Repubblica e altri organi costituzionali. Ma, se il problema è di tipo distributivo (ricchi e poveri) e non generazionale (giovani e vecchi), allora la giusta sede per intervenire sarebbe non il disconoscimento delle passate regole pensionistiche – peraltro di dubbia costituzionalità –, quanto l’adeguamento delle aliquote Irpef sugli scaglioni di reddito più adeguati (1).
Se il valore medio delle prestazioni pensionistiche erogate è basso, deve destare preoccupazione anche il fatto che, contrariamente a quanto era solito, le nuove pensioni liquidate nel 2012 hanno valori medi bassi e in calo, sia pur leggero, rispetto all’anno precedente (1.133 euro lorde al mese, escludendo le pensioni assistenziali), malgrado corrispondano a periodi contributivi molto lunghi (almeno 39 anni le pensioni di anzianità, fra i 27 e i 37 anni le pensioni di vecchiaia). E’ probabilmente l’avvisaglia di un calo che diventerà via via più forte di anno in anno; sia perché ancora per molti anni le pensioni liquidate ai parasubordinati saranno estremamente contenute (perché associate a bassi contributi e anzianità contributive), sia perché iniziano ad andare in pensione sempre più lavoratori che nel 1995 avevano meno di 18 anni di contributi, e che perciò si ritrovano, a differenza di quelli andati in pensione finora, già con più di metà della loro pensione calcolata con il sistema contributivo.
Certo, gli ulteriori aumenti dell’età di pensionamento e degli anni di contribuzione necessari per accedere al pensionamento previsti per i prossimi anni dalla riforma pensionistica del 2011 dovrebbero servire anche contrastare la riduzione delle prestazioni. D’altro canto, i dati contenuti nella parte del rapporto Inps sugli ammortizzatori sociali suggeriscono l’intempestività della stretta sui pensionamenti e alimentano scetticismo sul futuro: sono 4,4 milioni i lavoratori che hanno beneficiato di ammortizzatori sociali nel 2012 (contro i 3,8 del 2011), con 2,5 milioni di trattamenti di disoccupazione e 1,6 milioni di trattamenti di Cig. Solo questi ultimi hanno comportato nel 2012 un miliardo di ore di lavoro in meno. È evidente che, se nei prossimi anni il mercato del lavoro non sarà in grado di accogliere tanto i giovani quanto l’aumento dell’offerta di lavoro degli anziani, ovvero se la crisi economica si prolungherà, tanto i conti del sistema pensionistico quanto il livello dei benefici sono destinati a diventare sempre più problematici.
Per chiudere, vale la pena di segnalare un’omissione. È opportuno che la tematica degli stranieri che vivono e lavorano in Italia sia considerata nel rapporto solo per indicare la nazione di provenienza dei lavoratori domestici? Eppure i 5 milioni di stranieri residenti in Italia, ormai il 7% della popolazione complessiva, costituiscono una componente importante, oltre che dell’economia nazionale, anche del sistema di welfare, con un apporto netto largamente positivo (cfr. in proposito il recente rapporto di Lunaria http://www.lunaria.org/wp-content/uploads/2013/11/i_diritti_non_sono_un_costo-tot..pdf). L’Inps è l’ente che più di ogni altro si interfaccia con i lavoratori stranieri e dispone di dati dettagliatissimi, che purtroppo utilizza solo in minima parte, producendo un rapporto peraltro piuttosto difficile da trovare sul suo stesso sito. Non sarebbe lecito aspettarsi che un bilancio che vuole essere sociale integri al suo interno anche qualche informazione su tale dimensione? (1) Con qualche specifica eccezione legata soprattutto ai trattamenti particolarmente privilegiati dei quali godono, o hanno goduto fino a tempi recentissimi, i dipendenti degli organi costituzionali e alcuni funzionari dello stato o di alcuni enti locali, oltre che alle specifiche modalità con le quali si è intervenuti in salvataggio di alcuni fondi dissestati (ad esempio l’INPDAI), oggettivamente eccessivamente onerose per il sistema pubblico. Su tali situazioni sarebbero auspicabili interventi ad hoc

Cig, Cgil all’attacco: decreto su deroga irricevibile, subito tavolo su ammortizzatori Fonte: rassegna

 

Il testo del decreto in materia di ammortizzatori in deroga, “se dovesse rimanere così com’è”, per la Cgil è “irricevibile” e renderà “ingestibile il fronte sociale investito dalla crisi”. E’ la posizione del sindacato di corso d’Italia espressa oggi dal segretario confederale, Serena Sorrentino, al tavolo convocato dal ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, sul decreto interministeriale che individua nuovi criteri per gli ammortizzatori in deroga. Come Cgil, afferma la dirigente sindacale, “riteniamo l’intero impianto dello schema di decreto da rivedere. Per questo abbiamo chiesto, e il ministro Giovannini ha accolto, che il dicastero del Lavoro convochi un tavolo tecnico sugli ammortizzatori sociali che affronti nel complesso le criticità presenti allo stato attuale, e che se confermate impediranno la gestione delle crisi aziendali e del bisogno di garantire un sostegno al reddito ai lavoratori coinvolti, tra le quali l’Aspi, la Mini-Aspi, gli ammortizzatori in deroga, i contratti di solidarietà, i fondi di solidarietà, e altro ancora”. Al termine della riunione, fa infine sapere Sorrentino, “il ministro Giovannini ha accolto la richiesta di avviare un tavolo di confronto, aggiungendo che lo stesso decreto potrà essere modificato in relazione alle osservazioni che arriveranno dalle parti”.