Ipocrisia istituzionale da: antimafia duemila

esposito-ciani-processo-trattativaComportamenti nefasti dei giudici “parrucconi” di fronte alla Corte d’Assise di Palermo

di Giorgio Bongiovanni – 18 luglio 2014
Ieri di fronte alla Corte d’Assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto abbiamo assistito con sconcerto al comportamento ipocrita, deleterio e antipopolare di alcuni rappresentanti dei più elevati gradi istituzionali della magistratura italiana e della gerarchia del Quirinale. Abbiamo dovuto assistere alla testimonianza di giudici “parrucconi” che non ricordano, negano e poi ammettono, dicono di non essere a conoscenza di vicende cui viene chiesto conto, per poi fornire alla Corte lettere in cui è palesemente provato il contrario. In sostanza, atteggiamenti farisaici, di chi cioè “presenta caratteristiche di ipocrisia attribuite originariamente ai farisei”, di chi è “doppio, falso, ipocrita” nel tentativo di giustificare le loro azioni.
Abbiamo poi assistito all’interrogatorio dei pubblici ministeri capitanati dal procuratore capo Francesco Messineo, alle domande incalzanti del sostituto Nino Di Matteo e dell’aggiunto Vittorio Teresi, i quali chiedevano conto a codeste autorità dei comportamenti da loro assunti in favore dell’ex ministro Nicola Mancino, imputato al processo trattativa Stato-mafia. Comportamenti penalmente non rilevanti ma certamente errati di fronte all’etica e alla responsabilità per aver cercato di assecondare le sue insistenti richieste presso la Presidenza della Repubblica, il Procuratore generale della Cassazione e il Procuratore nazionale antimafia.

Abbiamo ascoltato il procuratore generale Ciani che ha definito la lettera di aiuto di Mancino “irricevibile ed irrituale”, il quale alla domanda del pubblico ministero sulle ragioni per cui non aveva riferito la vicenda in questi termini alla Presidenza della Repubblica sbotta: “Ci sono anche dei motivi di cortesia istituzionali da rispettare. Se avessimo fatto ciò, seppur riferendoci alla lettera di Mancino ma comunque da noi ricevuta attraverso il Quirinale, avrei commesso uno sgarbo istituzionale. Sarebbe stata una critica all’operato della Presidenza della Repubblica”. Risposte da regime dittatoriale.
Abbiamo infine toccato con mano l’atteggiamento di questi giudici “parrucconi” quando hanno di fronte altri magistrati che cercano insistentemente la verità, che nel farlo si avvicinano agli indicibili accordi stretti tra mafia, istituzioni ed alti vertici di potere e svelano immancabilmente scelte e comportamenti che molti interessi vorrebbero invece occultare. Loro, i “parrucconi”, di fronte a questi magistrati mai si sono serviti del loro potere per sostenerli, al contrario li ostacolano, dimenticano, sono nella migliore delle ipotesi indifferenti mentre si muovono nel segreto per andare incontro a richieste di aiuto “irricevibili ed irrituali”. Non c’è trasparenza di fronte ai cittadini che ieri assistevano al loro interrogatorio. Non sono questi i giudici che la società civile può riconoscere come veri rappresentanti dei principi della Costituzione. Lo saranno solo nel momento in cui vorranno dire tutta la verità.