MEDITERRANEA Newsletter dell’UDI di Catania – speciale 2014 :Uccisa Anja Niedringhaus

MEDITERRANEA   Newsletter dell’UDI di Catania  –  speciale  2014

Uccisa Anja Niedringhaus

Anja Niedringhaus,  gli occhi sul mondo spenti dai talebani:dal Muro di Berlino ai Balcani, foto memorabili fino al Pulitzer (articolo online Tiscali 4 aprile 2014)

Una vita passata tra Iraq, Gaza, Afghanistan e iniziata raccontando ad appena 24 anni l’evento più epocale nella storia recente del suo Paese, la Germania e il crollo del Muro di Berlino. E’ la vita, spenta da un talebano che l’ha uccisa gridando “Allah u akbar”, di Anja Niedringhaus, l’unica donna nel team di fotografi Ap insigniti del Pulitzer nel 2005 per la copertura della guerra in Iraq. Anja, 48 anni, è stata freddata mentre si trovava nella propria auto a Khost, nell’Afghanistan orientale, con la collega un freelance e un autista.

Iniziò a lavorare freelance  – “Anja e Kathy hanno passato anni insieme per coprire l’Afghanistan, il conflitto e la sua gente”, ha detto Kathleen Carroll, Ap Executive Editor. “Anja era una appassionata, dinamica giornalista, molto amata per le sue foto, il suo cuore e la gioia per la vita. La sua perdita ci spezza il cuore”. Le due croniste di Ap “erano in un convoglio protetto dall’esercito afghano e dalla polizia”, precisa l’agenzia di stampa Usa. Anja era nata a Hoexter, dove a 16 anni iniziò a lavorare come freelance per un giornale locale. Poi gli studi universitari in letteratura, filosofia e giornalismo a Goettingen. Arriva il 1989, il Muro crolla e grazie alle sue foto Anja entra a far l’anno dopo parte della European Press Photo Agency (Epa), il celebre network europeo di immagini. E all’Epa la futura vincitrice del Pulitzer rimane fino al 2001, in anni passati soprattutto nei Balcani e in particolare nella ex Jugoslavia, a Sarajevo.

Il cordoglio dell’Epa – “Abbiamo perso una grande amica, siamo tremendamente rattristati dalla notizia” della sua morte: così la European Press Photo Agency (Epa), ricorda Anja, la fotografa uccisa in Afghanistan, che ha lavorato per il network per oltre 10 anni. “Ha iniziato con noi nel 1990, il suo ‘battesimo’ sono stati i Mondiali di calcio di Italia ’90, poi l’ingresso nel mondo delle guerre, a partire da quella dei Balcani”, recita una nota dell’editor in Chief, Hannah Hess. “Sentiremo tanto la sua mancanza, con profondo dolore”. Nel 2002 entra nella Associated Press (Ap) e fa base a Ginevra. Segue tutti i conflitti ma anche i Giochi Olimpici, ben nove quelle al suo attivo. Nel 2005 il Pulitzer per l’Iraq, l’anno dopo il prestigioso premio al Coraggio della Fondazione internazionale donne nei media. E poi ancora riconoscimenti a pioggia, da Harvard o dai tanti premi minori per le sue immagini, messe in mostra nei musei di Francoforte, Houston, Londra, Vienna.

Afghanistan, una legge per mettere a tacere le donne vittime di violenza domestica Fonte: redattoresociale.it

Una nuova legge afghana permetterà agli uomini di aggredire le loro mogli, figlie e sorelle, senza timore di punizione giudiziaria. La modifica al codice di procedura penale in Afghanistan vieta ai familiari della persona accusata di testimoniare contro di lei. La maggior parte delle violenze contro le donne in questo paese è all’interno della famiglia, così la legge, approvata dal parlamento – ma in attesa della firma del presidente Hamid Karzai – mette sotto silenzio le vittime, scrive il quotidiano The Guardian .

“E’ una parodia quello che sta accadendo”, ha detto Manizha Naderi, direttore dell’associazione  “Donne per le donne afghane”. “Le persone più vulnerabili non otterranno mai giustizia”.

Con la nuova legge, gli omicidi da parte dei padri e dei fratelli che disapprovano il comportamento di una donna sarebbero quasi impossibili da punire. L’associazione Human rights watch dice che la legge “lascia i picchiatori di donne e ragazze fuori dai guai”. Il disegno di legge è stato inviato a Karzai, che deve scegliere se firmare. Gli attivisti chiederanno al presidente di non firmare fino a quando l’articolo non sia modificato. Selay Ghaffar,direttore del Gruppo di rifugio e di difesa e assistenza umanitaria per le donne e i bambini dell’Afghanistan, ha detto che gli attivisti sperano di ripetere il successo di una campagna del 2009 che ha costretto Karzai ad ammorbidire un diritto di famiglia che decretava lo stupro coniugale come un diritto del marito.

Lo scorso anno il parlamento ha bloccato una legge per frenare la violenza contro le donne e tagliare la quota delle donne nei consigli provinciali, mentre il ministero della Giustizia caldeggiava una proposta per riportare la lapidazione come punizione per l’adulterio.

“Il governo non è molto democratico o fortemente a favore dei diritti delle donne”, dichiara Ghaffar. Paesi che hanno speso miliardi cercando di migliorare la giustizia e i diritti umani sono ora concentrati in gran parte sulla sicurezza, e si stanno ritirando dalla politica afgana. Una legge assurda in un paese che insieme alle organizzazioni di diritti umani, da anni sta combattendo la lentezza dei progressi nella lotta contro la violenza e dai cosiddetti delitti d’onore, matrimoni forzati e abusi domestici.