Migrazione come rivolta contro il capitale da: www.resistenze.org

 

Prabhat Patnaik | peoplesdemocracy.in
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

09/10/2016

Il fatto che un gran numero di rifugiati, soprattutto da paesi che negli ultimi tempi hanno subito le devastazioni dell’aggressione e delle guerre imperialiste, stiano disperatamente tentando di entrare in Europa, è visto quasi esclusivamente in termini umanitari. Sebbene questa percezione sia indubbiamente valida, c’è un altro aspetto del problema che è sfuggito all’attenzione generale, vale a dire che per la prima volta nella storia moderna la questione delle migrazioni stia uscendo dal controllo esclusivo del capitale metropolitano. Fino ad oggi, i flussi migratori sono stati dettati esclusivamente dalle esigenze del capitale metropolitano. Ora, per la prima volta, le persone stanno violando i dettami del capitale metropolitano, tentando di dare seguito alle proprie preferenze rispetto a dove ci si desidera stabilire. Miseri e infelici, inconsapevoli delle conseguenze delle proprie azioni, questi rifugiati sfortunati sfidano l’egemonia del capitale metropolitano, che immancabilmente parte dal presupposto che le persone si sottomettano alle sue regole, anche rispetto alla questione di dove vivere.

Le tre grandi ondate migratorie

L’idea che il capitale metropolitano abbia fino ad ora determinato chi sarebbe dovuto rimanere, in quale luogo del mondo e in quali condizioni di vita materiale, può a prima vista apparire inverosimile. Ma è la verità. Nei tempi moderni si possono distinguere tre grandi ondate migratorie, ciascuna dettata dalle esigenze del capitale. La prima di queste è stata il trasferimento dall’Africa alle Americhe di milioni di persone per lavorare come schiavi nelle miniere e nelle piantagioni alla produzione di materie prime, poi esportate per soddisfare le esigenze del capitalismo metropolitano. Dal momento che i fatti riguardanti la tratta degli schiavi sono ragionevolmente ben noti, non tratterò ulteriormente questa particolare ondata migratoria.

Una volta finito il periodo di massimo splendore del commercio degli schiavi, iniziò un nuovo tipo di migrazione. Per tutto il XIX e l’inizio del XX secolo, il capitale metropolitano aveva imposto al terzo mondo un processo di “deindustrializzazione”, non solo alle colonie tropicali come l’India, ma anche alle semi-colonie e ai paesi dipendenti come la Cina. Allo stesso tempo, aveva “prosciugato” una parte del surplus economico di queste società attraverso una infinità di modi, che vanno dalla pura e semplice appropriazione senza alcuna contropartita di beni utilizzando le entrate fiscali delle colonie amministrate direttamente, all’imposizione di scambi ineguali sui prodotti del terzo mondo, all’estrazione di profitti di monopolio nel commercio. Le popolazioni delle economie del terzo mondo, che erano state impoverite attraverso questi meccanismi, furono comunque costrette a rimanere dov’erano, intrappolate nei propri universi.

Ecco quindi fare la loro comparsa i due flussi migratori del XIX secolo sviluppatisi per volere del capitale metropolitano. Uno è quello che va dalle regioni tropicali del mondo ad altre regioni tropicali, mentre l’altro va dalle regioni temperate del mondo ad altre regioni temperate, in particolare dall’Europa alle regioni temperate di insediamento bianco come Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Ai migranti provenienti dalle regioni tropicali non è stato permesso di entrare liberamente nelle regioni temperate (anzi non lo è ancora). Sono stati strappati dai loro habitat nei paesi tropicali e sub-tropicali come l’India e la Cina e trasportati come coolie o lavoratori vincolati dove li voleva il capitale metropolitano, a lavorare nelle miniere e nelle piantagioni in altre terre tropicali. Le loro destinazioni includevano le Indie Occidentali, Fiji, Ceylon, America Latina e California (dove i lavoratori cinesi furono impiegati nell’estrazione dell’oro).

La migrazione da-temperato-a-temperato è stata parte del processo di diffusione del capitalismo industriale dalle metropoli europee a queste nuove terre. E’ stata una migrazione ad alto reddito, nel senso che i migranti provenivano da regioni relativamente ad alto reddito e si sono trasferiti in regioni che godevano di redditi elevati. La migrazione da-tropici-a-tropici, al contrario, non aveva niente a che fare con una qualche diffusione del capitalismo industriale. E’ stata una migrazione a basso reddito.

La ragione di questa differenza, il fatto che la migrazione temperata fosse ad alto reddito e quella tropicale a basso, è stata spesso attribuita alla maggiore produttività del lavoro dei migranti europei rispetto ai migranti indiani e cinesi. Ma è erroneo. I redditi dei lavoratori sotto il capitalismo non sono quasi mai determinati dal livello di produttività del lavoro in sé. Al contrario, ciò che conta è la dimensione relativa dell’esercito industriale di riserva: anche con un rapido aumento della produttività, i salari reali possono ristagnare al livello di sussistenza se l’esercito di riserva è abbastanza grande.

Inoltre, la produttività del lavoro da esaminare nel contesto di questo argomento non è quella dei lavoratori impiegati nell’industria capitalistica, ma quella di coloro che ne sono fuori, dal momento che sono quelli suscettibili di migrazione, e non c’è ragione di credere che la produttività di questi ultimi fosse più alta rispetto a quella dei loro omologhi nei tropici, se ignoriamo l’impatto del “prosciugamento” e della “deindustrializzazione” inflitti alle terre tropicali.

La vera ragione della differenza di reddito fra i due flussi migratori sta altrove, ossia nel fatto che nelle regioni temperate in cui giunsero i migranti europei, essi poterono semplicemente spostare gli abitanti locali (come gli amerindi) e prendere in consegna la loro terra per la coltivazione. Questo non solo ha dato a questi migranti redditi alti, ma anche mantenuto alti i salari nei paesi d’origine, aumentando ciò che gli economisti chiamano il “salario di riserva” [livello salariale minimo al di sotto del quale l’individuo non accetta di lavorare, ndt]. Nessuno naturalmente in Europa avrebbe lavorato per un tozzo di pane, se si poteva emigrare verso le regioni di insediamento temperate e guadagnare un reddito molto più alto sulla terra rilevata agli amerindi; È in tale prospettiva che si manteneva il salario reale in Europa.

La migrazione da-tropici-a-tropici, per contro, era una migrazione a basso salario, in quanto i migranti provenivano da popolazioni che già erano state impoverite da “prosciugamento” e “deindustrializzazione” e non avevano possibilità di diventare contadini sulle terre strappate agli abitanti originali.

Arthur Lewis, il noto economista di origine indiana occidentale, stima che ciascuno di questi flussi migratori nel XIX secolo fu dell’ordine di 50 milioni di persone. Ma non importa se si accetti o meno questa particolare stima, i numeri furono senza dubbio grandi. Utsa Patnaik [economista marxista indiano, ndt] stima che quasi la metà del numero rappresentante l’incremento annuale della popolazione in Inghilterra tra il 1815 e il 1910 emigrò nel “nuovo mondo” verso cui il capitalismo industriale si stava diffondendo dall’Europa.

Il terzo grande flusso migratorio è stato nel periodo successivo al secondo dopoguerra. Questo periodo, che va dai primi anni Cinquanta ai primi anni Settanta, è stato chiamato da alcuni “Età d’oro del capitalismo”, dal momento che ha conosciuto tassi elevati di crescita del prodotto interno lordo delle economie metropolitane, in particolare europee, a causa del boom della ricostruzione successivo alla guerra e dell’istituzione dell’intervento dello Stato nella “gestione della domanda”. Sebbene il tasso di crescita della produttività del lavoro fosse alto, non lo era più di quello del PIL, il che si traduceva in un aumento della domanda di lavoro.

Nella maggior parte dei paesi europei, tuttavia, le popolazioni crescevano moderatamente e l’aumento della domanda di lavoro, pertanto, fu soddisfatta importando lavoratori dalle regioni tropicali. Non c’era ancora una libera migrazione del lavoro dai tropici alle metropoli, ma una migrazione di un numero specifico di persone cui era permesso di soddisfare la crescente domanda di lavoro. I migranti, turchi in Germania, algerini e altri provenienti dalle ex colonie francesi in Francia, asiatici del sud e delle Indie Occidentali nel Regno Unito, subentrarono nei lavori a bassa retribuzione, liberando i lavoratori locali che erano stati impiegati in tali mansioni in precedenza, e che ora potevano risalire nella gerarchia lavorativa. Il capitalismo del dopoguerra in breve assistette alla potente crescita di un sottoproletariato composto di lavoratori immigrati nella metropoli.

Ma non appena crollato il boom del dopoguerra, o la cosiddetta “Età d’oro”, i lavoratori migranti e i loro discendenti sono caduti in massa nelle file dei disoccupati e sottoccupati. Con l’inizio della crisi del capitalismo, nel secolo corrente, la loro posizione è diventata ancora più precaria. Le conseguenze sociali di questo fenomeno sono state molto discusse e non c’è l’esigenza di soffermarcisi ora.

Espropriazione dei popoli

Il punto però è questo: a parte le guerre e le aggressioni che il capitalismo metropolitano scatena ovunque, anche il suo “normale” modus operandi comporta l’espropriazione e l’impoverimento delle persone in altre parti del mondo. L’obiettivo è tenerle intrappolate all’interno dei propri universi come manodopera di riserva a distanza, da cui attingere di volta in volta, consentendo una migrazione attentamente controllata verso regioni dove vi sia necessità di lavoro. L’ipotesi di questo ragionamento è che tali persone restino intrappolate nei loro universi senza fiatare, a prescindere dalle condizioni in cui si trovino. Ed è naturalmente sulla base di questo presupposto che il capitalismo scatena le guerre imperialiste sulle popolazioni del terzo mondo. Il modus operandi del capitalismo metropolitano esige il rispetto di questa ipotesi.

Ciò che sta dimostrando la cosiddetta “crisi dei rifugiati” in Europa è che questa ipotesi non può più essere soddisfatta. Ancora più indicativo è il fatto che il capitalismo metropolitano non abbia alcuna risposta a questo problema dei “profughi alla porta”. Non li può fare entrare e non riesce a trovare soluzioni ai loro problemi nei paesi d’origine. Entrambe sarebbero delle scelte umane, ma il capitalismo non ha nulla a che fare con l’umanità. E questo nodo sta venendo al pettine.

 

La redistribuzione non basta, va affrontato il nodo della produzione della ricchezza da:www.resistenze.org

 

Domenico Moro

19/10/2016

Il capitale non è più fattore di crescita ma di distruzione delle forze produttive della società

Nella presente fase storica di accumulazione capitalistica la questione centrale non è più soltanto quella della redistribuzione “equa” della ricchezza prodotta, classico tema della politica socialdemocratica, e della redistribuzione del lavoro (riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario), storico cavallo di battaglia del movimento operaio. Il perseguimento di questi due importanti temi, così come quello della inclusione dei migranti nella società europea, non può prescindere dall’affrontare il tema della produzione della ricchezza e quindi dei rapporti di produzione e del rapporto sta Stato e economia, che diventano la priorità e il tema centrale della lotta politica per una sinistra che voglia essere di classe e adeguata alle condizioni della realtà.

La crisi, iniziata nel 2007/2008 e ancora in corso, è di natura e profondità diversa rispetto a quelle che si sono verificate ciclicamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di una crisi che è manifestazione di una sovraccumulazione di capitale (cioè di un eccesso di investimenti di capitale sotto forma di mezzi di produzione) assoluta e senza precedenti. Tale crisi è irrisolvibile nell’ambito dell’attuale quadro di rapporti economici e politici se non mediante massicce distruzioni di capacità produttiva e capacità lavorative, che possono arrivare fino alla guerra. Come ho cercato di spiegare più ampiamente nel mio libro “Globalizzazione e decadenza industriale. L’Italia tra delocalizzazioni, crisi secolare e euro”, ciò che caratterizza oggi il modo di produzione capitalistico, nei suoi punti centrali (la cosiddetta Triade: Usa, Europa occidentale e Giappone), è la separazione tra accumulazione (produzione di profitto) e crescita economica (misurata mediante il Pil). In sostanza la crescita del Pil, non è più condizione necessaria alla tenuta del saggio e della massa dei profitti. I profitti sono realizzati mediante investimenti speculativi e in settori di monopolio, esportazioni di capitale all’estero e attraverso la riduzione dei costi a livello internazionale, sia di quelli relativi al personale sia di quelli relativi agli investimenti fissi, i quali, pregiudicando l’innovazione, avranno un impatto negativo sullo sviluppo futuro del nostro Paese.

Infatti, nel corso della fase acuta della crisi il crollo degli investimenti fissi è stato senza precedenti nella Ue e la performance particolarmente negativa dell’Italia, peggiore anche rispetto al resto d’Europa Occidentale, è ricollegabile alla ancora maggiore contrazione degli investimenti. Oggi, si assiste a un apparente paradosso: la diminuzione del fatturato a fronte dell’aumento dei profitti. Le 20 imprese italiane (quasi tutte le più grandi e più internazionalizzate) dell’indice Stoxx600 hanno fatto registrare nel secondo trimestre 2016 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente una crescita aggregata del +6,28% degli utili a fronte di un calo del -11,1% del fatturato[1]. Un risultato, che, come riconosce anche il Sole24ore, è dovuto, oltre che al ribilanciamento verso produzioni a più alto valore aggiunto e ai bassi tassi d’interesse, soprattutto alla riduzione dei costi e dunque alla massiccia contrazione degli investimenti fissi.

Il modo di produzione capitalistico, a differenza di quanto accadde in Europa occidentale e in Giappone nei primi decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, non è più fattore di sviluppo, per quanto ineguale e squilibrato, delle forze produttive sociali e dell’occupazione. Oggi, il capitalismo, nella maggior parte dei Paesi cosiddetti a “capitalismo avanzato”, è fattore di distruzione delle forze produttive sociali. Nei Paesi dell’Europa occidentale si assiste da decenni ad una tendenza alla deindustrializzazione e alla delocalizzazione in Paesi periferici delle attività produttive, che, dopo lo scoppio della crisi, si è accentuata. Il nostro Paese, in particolare, rispetto al 2007 ha perso tra il 20 e il 25% della capacità produttiva manifatturiera.

La contrazione della base produttiva ha determinato la contrazione drastica del Pil che, sempre nel nostro Paese, dopo otto anni non ha raggiunto ancora i livelli precedenti allo scoppio della crisi. La contrazione del Pil ha condotto alla riduzione della base imponibile fiscale e all’aumento del debito, che è calcolato in percentuale sul Pil, e soprattutto ha determinato la contrazione assoluta dell’occupazione, determinando al contempo l’allargamento del divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord. Oggi, in quasi tutta L’Europa non si riescono a realizzare posti di lavoro sufficienti a rispondere alla domanda occupazionale dei giovani e, aspetto decisivo, si è ridotto il numero degli occupati assoluti (15-64 anni), contrattisi tra 2008 e 2015 di 726mila unità in Italia e di quasi 4 milioni nella Ue[2]. In altre fasi storiche, anche se i disoccupati aumentavano, gli occupati assoluti tendevano a rimanere pressoché stabili. Un vero decremento assoluto degli occupati comincia a verificarsi, sebbene con una intensità inferiore a quello odierno, negli anni ’90, quando accelerano gli investimenti diretti all’estero e si dà il via alle privatizzazioni ed il livello pre-crisi di occupati del 1991 fu raggiunto e superato solo nel 2001[3]. Quindi, il problema principale che ci si pone è la lotta contro la disoccupazione di massa e i suoi naturali accompagnatori, la sottoccupazione, il precariato e i salari di sussistenza o persino al di sotto della sussistenza.

Non basta redistribuire la ricchezza, bisogna affrontare il nodo della crescita e soprattutto il nodo dei rapporti di produzione

Dunque, non basta la redistribuzione della ricchezza, come poteva essere nel periodo d’oro della crescita capitalistica tra 1945 e 1975, i “trenta gloriosi”. E, del resto, anche allora la redistribuzione finì ad un certo punto per scontrarsi con il vincolo rappresentato dai rapporti di produzione privati. Né possiamo cavarcela semplicemente dicendo che “i soldi ci sono”, perché la semplice redistribuzione, in una situazione di contrazione delle basi produttive, non solo non basta, ma non coglie il problema fondamentale che è la crisi dei rapporti di produzione su cui si basa il capitale. Tanto meno, come fa il Movimento Cinque Stelle, si può ricondurre tutto alla corruzione o ai costi e all’inefficienza della politica o pensare di risolvere il problema della mancanza di reddito con formule come il “salario di cittadinanza”, che, in questa situazione, rappresenterebbe la redistribuzione della povertà tra gli occupati e i disoccupati e un fattore di passivizzazione piuttosto che di partecipazione al lavoro e quindi alla vita e al conflitto sociale.

L’obiettivo decisivo è, invece, la costruzione di nuovi posti di lavoro. Negli ultimi anni la perdita di occupazione nell’industria è stata (solo in parte), sostituita dall’occupazione precaria, part time e a salari a livello (o al disotto) della sussistenza in settori “poveri” sul piano del valore aggiunto prodotto come la ristorazione veloce e il cosiddetto terzo settore. Oggi, invece, c’è bisogno soprattutto di buoni posti di lavoro, a tempo pieno e indeterminato e soprattutto in settori “ricchi” sul piano del valore aggiunto e del contenuto tecnologico, cioè nell’industria, e nel terziario avanzato, la cui crescita è collegata a sua volta a quella dell’industria. Ma, per farlo, vanno ricostruite le basi della produzione e della crescita. Il che richiede, a sua volta, la ripresa degli investimenti fissi. La crescita del Pil e gli investimenti non deve, però, essere confusa con la riedizione del vecchio produttivismo, basato sulla crescita indiscriminata, del resto impraticabile in una fase di decrescita imposta dal capitale. La crescita che ci deve interessare è una crescita che incrementi il valore di scambio della produzione, massimizzando al tempo stesso la sua utilità sociale e minimizzando sprechi, rifiuti e soprattutto riciclando materiali e risparmiando energia. Infatti, la crescita del Pil non deriva necessariamente dalla crescita della quantità fisica delle merci prodotte e dall’aumento di consumi privati superflui, bensì può derivare dalla crescita del valore incorporato nei manufatti e nei servizi e soprattutto dalla crescita del valore della produzione complessiva, dovuto alla crescita dei consumi collettivi, nel quadro di una ripresa dello sviluppo della forza produttiva sociale del lavoro.

In tal senso, la crescita del valore aggiunto prodotto (e quindi del Pil) può derivare proprio dal lavoro di messa in sicurezza del territorio da frane e inondazioni, dal riadeguamento del vecchio patrimonio abitativo a criteri antisismici e da un nuovo programma di edilizia popolare. Inoltre, la crescita può derivare non solo dall’incremento delle infrastrutture stradali, ferroviarie e aeroportuali, ormai inadeguate e spesso in stato di abbandono, ma soprattutto dalla loro manutenzione, riparazione, ammodernamento e riadeguamento alle nuove necessità. Ma, in ogni caso, la crescita non può prescindere dallo sviluppo della manifattura, fondamentale per mantenere in attivo la bilancia commerciale e dei pagamenti e spina dorsale di qualsiasi economia. Sviluppo della manifattura vuol dire sia ammodernamento tecnologico, anche dal punto di vista della sicurezza del lavoro, della prevenzione dell’inquinamento e della gestione dei rifiuti, dei settori maturi (siderurgia, mezzi di trasporto, macchine utensili, agroalimentare, ecc.), che mantengono una loro importanza strategica per il Paese, sia cura dei nuovi settori ad alta tecnologia e ad alto valore aggiunto in cui la presenza dell’Italia va rafforzata (telecomunicazioni, biotecnologie e farmaceutica, nuovi materiali, aeronautica e droni civili, energie alternative, ecc.).

La crescita della produzione richiede, però, un livello tale di investimenti che il privato non è intenzionato a fare perché la caduta del saggio di profitto e i processi di internazionalizzazione lo spingono alla razionalizzazione della base produttiva in Italia e a dirigere gli investimenti all’estero o in attività di carattere monopolistico. Solo lo Stato può fare gli investimenti che sono necessari alla ripresa economica e dell’occupazione. Per fare questo c’è bisogno del ritorno dello Stato (o meglio del pubblico) nell’economia, non solo nelle necessarie vesti di regolatore, controllore e prestatore di ultima istanza, ma soprattutto come soggetto attivo, cioè nella veste di stato imprenditore. Aspetto questo che contempla anche la ripubblicizzazione di imprese e banche di interesse strategico nazionale e la reinternalizzazione di servizi pubblici locali, a fronte del completo fallimento del mercato come dimostra ad esempio la siderurgia, per il settore manifatturiero.

Un riformismo radicale e un nuovo tipo di intervento pubblico contro i rapporti di produzione privati

Tutto ciò, però, richiede una spinta riformista che, a differenza del riformismo socialdemocratico classico e dell’intervento statale odierno (funzionale al capitale globalizzato e indirizzato alla socializzazione delle perdite), ha un contenuto radicale perché implica la rottura nei confronti dei rapporti di produzione vigenti, cioè con i rapporti basati sulla appropriazione privata del prodotto del lavoro. Infatti, non solo presuppone l’inversione della tendenza neoliberista in atto negli ultimi trent’anni, ma, proprio per questo, essendo incompatibile con l’indirizzo e le necessità del capitale, contiene in sé i germi, la prefigurazione della trasformazione dei rapporti di produzione privati in senso socialista. Pensare a un nuovo intervento statale nel contesto attuale è un equazione molto complessa da risolvere, che impone, quindi, l’individuazione di quattro nodi programmatici che bisogna impegnarsi a focalizzare ed esplicitare:

La progressiva riduzione dello spazio del mercato autoregolato mediante l’introduzione di elementi di programmazione della produzione e di controllo sui capitali. A questo scopo va ripresa l’esperienza di interventismo statale post-bellica, soprattutto quella avvenuta negli anni ’60 e ’70, basata sulla Programmazione economica e sulle Partecipazioni statali, in cui gli investimenti pubblici non erano subordinati alla sola redditività ma erano diretti a scopi di sviluppo generale del Paese e di convergenza tra Mezzogiorno e resto del Paese. Oggi, però, tale ripresa va svolta in modo critico, individuando i forti limiti che impedirono la realizzazione di una effettiva programmazione centrale e la sostituirono con la negoziazione degli investimenti tra lobby politiche (e capitalistiche) nazionali e locali, da una parte, e il management di singole imprese statali, dall’altra. L’insufficienza, da parte dello Stato proprietario, del controllo sulla gestione e del coordinamento generale delle attività delle imprese e delle banche di cui era azionista, e l’esclusione del Parlamento dalla supervisione delle attività economiche pubbliche finirono per condurre alla crisi del sistema delle Partecipazioni statali. La crisi del settore pubblico, pur potendo essere risolta e malgrado i notevoli successi economici raggiunti da molte imprese statali fino ai primi anni ’90, fu presa a pretesto per smantellare le Partecipazioni statali e svendere le singole imprese al capitale privato.

La critica all’integrazione economica europea, che, con i suoi vincoli di bilancio, l’autonomia della Banca centrale e l’introduzione di un regime di cambi fissi, accentua la stagnazione interna e la tendenza espansiva dei capitali verso l’estero. Il programma di investimenti ideato da Juncker è del tutto insufficiente mentre i Qe di Draghi, peraltro limitati in confronto a quelli delle banche centrali statunitense, giapponese e britannica, non hanno avuto effetto sulla produzione né sono arrivati alle piccole imprese o alle famiglie, fermandosi alle banche. Investimenti di entità massiccia e ripresa dell’intervento statale diretto in economia non possono neanche essere concepiti senza lo scardinamento dei vincoli di bilancio europeo e il superamento delle normative europee. Ciò, a sua volta, richiede il superamento della integrazione valutaria, chiave della gabbia europea, in modo da rendere di nuovo disponibili gli strumenti di contrasto alla crisi, come il controllo sulla valuta e l’acquisto diretto di titoli di Stato da parte della Banca centrale, ristabilendo condizioni più favorevoli alla conduzione lotta di classe e alla reintroduzione di politiche economiche pubbliche espansive.

Tutto questo pone la questione della natura non neutrale dello Stato, della sua forma (quale rapporto tra masse e istituzioni) e del rapporto che le forze della trasformazione devono avere con esso. Infatti, lo Stato non può più essere inteso come la stanza dei bottoni in cui entrare e da cui poi magicamente modificare la realtà. Lo Stato è una macchina burocratica organizzata per la difesa dei rapporti di produzione capitalistici, che, nel migliore dei casi, può realizzare una temporanea mediazione favorevole alle forze antiliberiste e antagoniste al capitale. Questo è ancora più vero oggi, quando lo Stato, in modo molto più forte di trenta anni fa, si identifica con il capitale, pretendendo persino di condividerne i modelli di organizzazione e funzionamento. Dunque, non è possibile mettere in discussione i rapporti di produzione (ma neanche quelli di redistribuzione) e introdurre programmazione economica e elementi di pianificazione senza tenere conto dell'”attrito” rappresentato dalla macchina burocratica e senza porsi nella prospettiva di trasformare lo Stato stesso.

Siamo, quindi, arrivati alla politica. Il recupero di una prospettiva politica strategica e di ampio respiro è la precondizione anche per l’ottenimento di risultati parziali e tattici, e per la realizzazione di riforme anche limitate, ma che migliorino le condizioni generali dei lavoratori dopo tanti arretramenti. La politica è ricomposizione della grande varietà delle lotte parziali –  economiche e generalmente sociali, grandi o microscopiche che siano – in una dimensione complessiva di critica e di lotta contro il modo di produrre nel suo complesso e contro lo Stato, al fine di costruire rapporti di forza migliori tra capitale, da una parte, e lavoro salariato e classi subalterne, dall’altra. Per questo è fondamentale individuare i punti programmatici generali, potenzialmente ricompositivi di una classe lavoratrice frammentata, unificanti delle lotte parziali e locali e inseriti all’interno di un percorso di lunga durata indirizzato alla trasformazione generale dei rapporti di produzione e sociali in senso socialista. Questi punti programmatici non possono che essere la ripresa dell’intervento pubblico e il superamento dell’integrazione europea, nel quadro della critica ai rapporti di produzione privatistici.

Note:

[1] Maximilian Cellino, <<L’Italia spiazza gli analisti sugli utili>>, ilSole24ore, 14 agosto 2016.

[2] Nostra elaborazione su data base Eurostat.

[3] Istat, database I.Stat, Occupati, serie ricostruite dal 1977. Negli anni ’90, dopo sette anni, gli occupati erano del -2,7% inferiori al picco pre-crisi, oggi la differenza è del -3,2%.

 

Omissione di coscienza Il gruppo ObiettiamolaSanzione auspica che venga fatta piena luce sui risvolti poco chiari della tragedia di Catania, per capire se con un intervento più tempestivo si sarebbe potuta salvare la vita di Valentina.da: ndnoidonne

 

inserito da Maddalena Robustelli

#ObiettiamoLaSanzione esprime la sua vicinanza alla famiglia di Valentina Milluzzo, deceduta al quinto mese di gravidanza, all’ospedale Cannizzaro di Catania. Una tragedia su cui è stata aperta una inchiesta. Non sappiamo cosa sia successo. Adesso è tutto nelle mani della magistratura.
La famiglia di Valentina ha riferito che il medico si è rifiutato di intervenire in quanto obiettore, fino a quando ci fosse stato battito cardiaco del feto. Paolo Scollo, primario del reparto di ginecologia ed ostetricia, che pure aveva bollato come “una madornale falsità” questa interpretazione della tragica vicenda, afferma che si sia trattato di «sepsi, per una coagulazione intravasale disseminata, per una complicanza dell’infezione», con cause ancora da stabilire. Precisando che: «Si potrà capire dai dati biochimici dell’autopsia. È quello che dovranno esaminare i periti del tribunale, se riusciranno a scoprirlo».
Mercoledì prossimo verrà effettuata l’autopsia di Valentina, che speriamo trovi esperti in grado di dare risposte a quel preoccupante “se”, fugando i dubbi evidenziatisi da questo drammatico caso. Occorre indagare sui tempi d’inizio dell’infezione nonché sulle sue cause, per arrivare a capire il momento in cui la situazione ha imboccato un punto di non ritorno, sapendo che bisognava intervenire prima di quel momento. Sarà necessario indagare sui protocolli applicati, sugli eventuali ritardi, sottovalutazioni, negligenze e lacune nei monitoraggi svoltisi sin da quando la donna è stata ricoverata. Diciassette giorni sui quali puntare la lente di ingrandimento, perché non dovrebbe focalizzarsi l’attenzione sulla sola fase dell’emergenza sanitaria che è stata immediatamente preliminare alla morte della giovane donna.
Ci auguriamo che emerga la verità, l’unica in grado di potere successivamente fare individuare gli eventuali responsabili, al fine di fare ottenere giustizia a questa donna che ha perso la vita. Auspichiamo che la magistratura sia libera da pressioni di ogni tipo e che sia scevra nelle indagini da ogni pregiudizio, per potere obiettivamente valutare i fatti accaduti, alla luce dell’esame della cartella clinica di Valentina e sulla base degli esami autoptici sul suo corpo e su quello dei gemelli. Nel contempo gli inquirenti dovrebbero anche interrogarsi sulla realtà di un reparto totalmente composto da obiettori di coscienza, una violazione della legge 194 che invece non consente l’obiezione di struttura.
Difatti occorrerebbe investigare se l’obiezione, che arriva in questo caso al 100%, abbia davvero influito sulle scelte mediche e sui loro tempi di intervento come sostengono i parenti di Valentina. Per arrivare a sapere se, con la condotta tenuta si sia voluto proteggere la propria “morale” non estraendo i feti con battito a scapito della vita della gestante. Vogliamo che la vita della donna abbia sempre un valore prioritario e non sia subordinato a scelte religiose o ideologiche. Lo dobbiamo a Valentina, ma anche alle altre che in futuro potrebbero trovarsi nelle sue stesse condizioni.

Auspichiamo che venga fatta piena luce sui risvolti poco chiari di questa tragedia per capire se con un intervento più tempestivo si sarebbe potuta salvare la vita di Valentina, anche a costo di non salvaguardare i due feti che portava in grembo. Come sancito dalla pronuncia della Corte Costituzionale n.27/1975, precedente addirittura alla legge 194, “non esiste equivalenza fra il diritto alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora divenire”.
La Cassazione ha ribadito che il diritto di obiezione di coscienza «non esonera il medico dall’intervenire durante l’intero procedimento» in quanto «il diritto dell’obiettore affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita» (sentenza n.14979/2013). Tutto dipende da quando il medico ravvisi il pericolo per la vita della donna, confine difficile da tracciare quando si ha un approccio ideologico. Se, in conseguenza di ciò, ci si riduce ad indurre il parto, ad esempio, quando ormai la sepsi e le sue complicanze sono a uno stadio avanzato, vuol dire che il medico è intervenuto nel momento in cui ormai la vita della donna era compromessa irreparabilmente.

“Di fronte al pericolo di morte della madre, invece, deve scattare l’obbligo grave e irrinunciabile per il medico – ha dichiarato Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dei medici cattolici – di fare tutto il possibile per salvarla”. Tutto dipende dal fatto che, una volta accertata la gravità della paziente, il medico ne scelga come priorità la salvezza e non quella della propria “coscienza”. Questa è la regola ed ogni altra non è legittima. Pena essere indagati, qualora ne ricorrano i presupposti, perché dolosamente colpevoli agli occhi della legge di omissione di soccorso o nella peggiore delle ipotesi, quali la morte di una donna, perché colposamente responsabili di omicidio. E, semmai, essere anche condannati, sempre che si sia sentenziato al riguardo.

Il gruppo ObiettiamolaSanzione

| 24 Ottobre 2016

Fonte: helpconsumatoriAutore: redazione Elusione fiscale, gli amici che Renzi vuole condonare. La denuncia dei consumatori: “McDonald’s deve dare 224 milioni”

“Ogni giorno milioni di cittadini italiani lavorano onestamente e pagano le tasse. Le pagano anche per qualcuno che non lo fa. È un’ingiustizia che deve finire subito”. Questo il messaggio lanciato dal sito web Unhappymealitalia.com, da oggi online, con il quale la Rete si mobilita per contrastare la presunta elusione fiscale del colosso dei fast food McDonald’s. Il portale è promosso dalle associazioni di consumatori Codacons, Movimento Difesa del Cittadino e Cittadinanzattiva. Le associazioni da tempo sono impegnate nel chiedere alle istituzioni italiane, in particolare all’Agenzia delle Entrate, di indagare su una possibile elusione fiscale di circa 74 milioni di euro a vantaggio di una società del Gruppo con sede in Lussemburgo. Se accertata, l’evasione potrebbe portare nelle casse dello Stato fino a 224 milioni di euro. Ai 74 milioni vanno infatti aggiunte le multe e gli interessi legati al mancato pagamento delle imposte passate.
A rivelare per la prima volta la condotta della multinazionale statunitense è stato il rapporto Unhappy Meal, pubblicato a febbraio 2015 da una coalizione di sindacati americani ed europei. Lo studio denuncia nei dettagli la strategia adottata dalla multinazionale per eludere le tasse e ha avuto importanti conseguenze in Europa e nel mondo, incoraggiando la Commissione Europea e paesi come Spagna, Francia e Brasile ad aprire delle inchieste.
Il sito di Unhappy Meal Italia permette agli utenti, attraverso una navigazione semplice e intuitiva, di essere costantemente aggiornati sulle vicende che riguardano la presunta elusione fiscale a carico della multinazionale. Oltre a consultare il testo dell’esposto e del sollecito effettuati dalle tre associazioni di consumatori presso l’Agenzia delle Entrate, i cittadini possono accedere alla rassegna stampa sulla vicenda e scaricare i comunicati precedentemente diffusi.
All’interno di unhappymealitalia.com sono contenuti diversi strumenti di mobilitazione e di ingaggio attraverso i quali gli utenti potranno partecipare attivamente e manifestare il proprio dissenso. Con pochi click è infatti possibile pubblicare un tweet o un post di Facebook e condividere i contenuti della campagna. Nella stessa sezione, gli interessati possono firmare la petizione su Change.org “L’Agenzia delle Entrate indaghi su McDonald’s” diretta all’Agenzia delle Entrate, al Ministero dell’Economia e alla Presidenza del Consiglio.
A completare il sito, un conto alla rovescia, fissato al 31 dicembre 2016, che ricorda alle istituzioni italiane il rischio di poter perdere fino a 53 milioni di euro di potenziali sanzioni se l’Agenzia delle Entrate non dovesse aprire un’indagine entro tale data. Situazione già verificatasi nel 2015, in cui 42 milioni di euro andarono persi per la mancata apertura dell’inchiesta in tempo utile.

Fonte: agenzia direAutore: redazione “In Italia ci sono circa 4000 suicidi ogni anno. E la crisi ha giocato un ruolo primario”. Parlano gli esperti

 

“In Italia ci sono circa 4000 suicidi ogni anno”. Maurizio Pompili, medico, psichiatra e responsabile del Servizio per la Prevenzione del Suicidio dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma è molto preciso con i numeri e parla senza remore di situazione allarmante.
“Abbiamo osservato un aumento nei tempi piu’ duri della crisi economica, con un incremento del 12% tra i maschi tra i 25 e i 69 anni” dichiara inoltre il medico, che dirige i lavori del convegno internazionale di suicidologia e salute pubblica in corso alla Sapienza, e seguito dall’agenzia Dire.
Nel resto del mondo, dichiara ancora l’esperto, ci sono circa 880mila suicidi all’anno, con tassi allarmanti in Asia, Ex-Unione Sovietica, Cina e Giappone. Anche in Europa del Nord tassi superiori ai nostri, ma, indipendentemente da questi,
l’Organizzazione Mondiale della Sanita’ richiama tutti gli stati membri ad assumere misure preventive.Tra i temi affrontati nel corso delle due giornate il ruolo che l’alimentazione svolge nella salute mentale. Dati sempre piu’ convincenti evidenziano la funzione di una dieta appropriata anche nella gestione dei disturbi psichiatrici. I meccanismi
attraverso i quali la nutrizione puo’ impattare sulla salute mentale sono vari e oggi sempre piu’ studiati dalla psichiatria.
Infatti, educare la popolazione e i pazienti e’ importante per promuovere e migliorare il benessere psicologico. In questo ambito i cosiddetti nutraceutici, ossia formulazioni che combinano la nutrizione e la farmacologia hanno il potenziale per contribuire alla gestione dei disturbi mentali. Molti nutrienti hanno un chiaro collegamento con la salute del cervello, tra cui: omega-3, vitamine del gruppo B (in particolare acido folico e B12), la colina, ferro, zinco, magnesio, S-adenosilmetionina (SAMe), la vitamina D, e amminoacidi.

Autore: fabio sebastiani Crisi, Renzi nei guai con la legge di Stabilità a causa della mancata crescita. Cgil: “Serve lavoro”. Dai numeri arriva la conferma della povertà dell’Italia rispetto agli altri paesi Ue da: controlacrisi.org

La battuta d’arresto per l’economia italiana registrata dall’Istat nel mese di luglio mette più di qualche ipoteca sulla legge di stabilità a cui il Governo Renzi metterà mano tra qualche settimana. A dirlo a chiare lettere è lo stesso istituto nazionale di statistica.
A condizionare la situazione del Paese ha influito, dal lato della domanda, il contributo negativo della componente interna mentre, sul lato dell’offerta, la caduta produttiva del settore industriale. “L’indicatore anticipatore dell’economia”, specifica l’Istat, “rimane negativo a luglio, suggerendo per i prossimi mesi un proseguimento della fase di debolezza dell’economia italiana”.
Per l’Unione nazionale dei consumtori fino che l spesa delle famiglie rimarrà al palo il Paese non può che restare fermo.
“Una conferma del fatto che siamo tornati ad una crescita degli “zero virgola” e che, per il 2016, rischiamo di confermare il +0,8% del 2015, se non si ci sarà un deciso cambio di rotta”, afferma Massimiliano Dona, Segretario dell’Unione Nazionale Consumatori.Una vera e propria doccia fredda che era già iniziata a cadere durante le vacanze estive quando, l’istituto nazionale di ricerca aveva preannunciato le stime di crescita zero, confermate nella nota diffusa questa mattina. “Fino a che i consumi delle famiglie restano al palo, insomma, e crescono di un misero 0,1%, il Paese non può che restare fermo. Per questo nella prossima legge di stabilità bisogna puntare tutte le poche risorse disponibili sul rilancio della capacità di spesa del ceto medio”, conclude Dona.La forte contrazione dei consumi avvenuta dal 2012 al 2015, pari al -10,2% (con una riduzione complessiva della spesa delle famiglie di 72,2 miliardi di Euro), sottolineano Federconsumatori e Adusbef, aiuta a capire quanto la ripresa sia ancora lontana e i timidi segnali preceduti da tanti zeri siano del tutto insufficienti. Cade la domanda interna e cade, logicamente, anche la produzione: questi i segnali allarmanti che l’Istat non fa altro che confermare.

Per la Cgil, infine, “l’andamento dell’economia italiana conferma purtroppo la correttezza delle nostre previsioni, scevre da ogni pregiudizio: l’Italia non è ripartita, non siamo di fronte ad una vera ripresa. Serve una terapia shock, serve creare lavoro”, dice Danilo Barbi, segretario confederale Cgil. Secondo Barbi, le previsioni fatte dal Governo a maggio, “non erano assolutamente credibili, perché l’atteso aumento delle esportazioni – spiega – non teneva conto delle nuove tensioni economiche internazionali, e quello dei consumi del persistere dei rischi di deflazione”.“È giunto il momento di reagire per dare una vera scossa e questa fase di lento declino. È necessario avviare quel un Piano Straordinario per il Lavoro che invochiamo da tempo e che deve prevedere lo stanziamento di investimenti pubblici per almeno 60 miliardi di Euro”, dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef. “Risorse che possono essere reperite attraverso una intensificazione della lotta all’evasione fiscale, la tassazione delle rendite finanziarie, tagli a sprechi ed abusi e, se necessario, anche la vendita di parte delle riserve auree (circa il 10-15%) e la vendita ti quote dei “gioielli di famiglia” (Poste, Eni, Enel, Ferrovie). Il ricavato di tali operazioni deve essere destinato solo, esclusivamente e tassativamente a creare occupazione e dare prospettive ai giovani, attraverso interventi per la crescita, la modernizzazione, la messa in sicurezza antisismica, l’innovazione e la ricerca”.

Intanto, un’altro dato, elaborato da Adoc, un’altra associazione di consumatori, ci dice che in Italia redditi delle famiglie sono più bassi del 20% della media UE-15, oltre 500 euro di differenza. Non solo, le spese quotidiane hanno un impatto del 64% sul reddito, il 7% in più, nonostante le spese complessive siano, di media, inferiori dell’8,3%, una differenza di 179 euro.

Nel Bel Paese una famiglia dispone, in media, di 2.806 euro mensili, contro i 3.371 euro della media europea. L’Adoc ha analizzato nel dettaglio il costo della vita per una famiglia tipo italiana, confrontandolo con quello di nuclei analoghi in altri paesi europei.“Ogni euro speso dalla “famiglia Rossi” pesa molto di più sul reddito rispetto a quello della “famiglia Müller”(Germania) o della “famiglia Dubois” (Francia). La combinazione di bassi redditi e alta pressione fiscale rende complicato sostenere le spese quotidiane”, dichiara Roberto Tascini, Presidente dell’Adoc, “nella UE-15 le famiglie italiane si collocano al 12° posto come capacità reddituale, ma sono 4° nella classifica degli impatti sul reddito, precedute solo dalle famiglie greche, portoghesi e spagnole.

Se l’Italia vuole avere un maggiore peso in Europa deve prima sostenere i suoi cittadini, le sue famiglie. Abbassare la pressione fiscale, tagliare le spese improduttive, contrastare seriamente l’evasione fiscale, prevedere maggiori agevolazioni e detrazioni, incrementare la capacità reddituale sono tutti interventi imperativi per agganciare il treno europeo”.

Scendendo nel dettaglio della spesa, ad incidere maggiormente sono alimentazione e salute. Al supermercato, una famiglia italiana spende in media 443 euro mensili per prodotti alimentari, a cui vanno aggiunti circa 65 euro per un paio di cene fuori casa. Per quanto riguarda la spesa per i farmaci e le visite mediche private, l’Italia presenta una spesa in linea con la media UE, pari a circa 36 euro. Per la casa e le sue utenze la spesa risulta in linea con la media europea. Complessivamente, la “famiglia Rossi”, per le spese di casa e le utenze, investe il 31% del proprio reddito, contro il 30,9% della media UE. Ma molto di più della famiglia Johansson (Svezia), che investe solo il 22,5% o della famiglia Korhonen (Finlandia), che vede impegnato il 23,9% del proprio reddito. Cinema e palestre sono più economiche che nel resto d’Europa: per una serata al cinema la famiglia Rossi spende ben 5 euro in meno rispetto alla media europea. Stesso risparmio per lo sport, in Italia si spendono in media 35 euro al mese contro i 40 euro della media europea. Chi spende di più per restare in forma sono le famiglie del Lussemburgo (60 euro) e Finlandia (48 euro).

A prima vista, sembrerebbe che la posizione delle famiglie italiane sia ottimale nel confronto europeo. In realtà non è così: sebbene in Italia la spesa globale sostenuta mensilmente sia mediamente inferiore dell’8,3% alla spesa media europea, essa incide sul reddito in misura pari al 64%, il 7% in più della media europea, ferma al 57%.

Il discrimine fondamentale, quindi, è nella minore capacità reddituale di una famiglia italiana che, al netto delle tasse,incamera poco più di 2.800 euro mensili. Un reddito inferiore di ben il 20% alla media europea. A questo va aggiunta che la pressione fiscale in Italia è tra le più alte d’Europa, pari al 43,7%, mentre la media europea si attesta al 40,9%. Ne consegue, dichiarano da Adoc che “ogni singola voce contemplata assume un peso maggiore in Italia rispetto al resto d’Europa. Con conseguenze facilmente immaginabili: difficoltà/incapacità a sostenere le spese fondamentali per la sussistenza; difficoltà/impossibilità a sostenere spese improvvise e/o urgenti, in particolare spese mediche e dentistiche; rarefazione delle spese straordinarie, in particolare per vacanze, studio e cultura, svago, sport; maggiore indebitamento, con sempre maggiore rischio di collegamenti con la malavita; maggiore ricorso alla ricerca della “fortuna” (Gratta&Vinci, scommesse) o al gioco d’azzardo.

Quei figli più poveri dei padri, gli anni Duemila come il Dopoguerra da: larepubblica.it

La quasi totalità delle famiglie ha redditi inferiori rispetto alle generazioni precedenti. In un rapporto di McKinsey il record negativo del’Italia. Un trend che riguarda il 70 per cento della popolazione nell’Occidente sviluppato
di FEDERICO RAMPINI

Quei figli più poveri dei padri, gli anni Duemila come il Dopoguerra
L’ultimo decennio ha sconvolto l’ordine economico: i figli sono più poveri dei genitori, e forse destinati a rimanerlo. Non era mai accaduto dal Dopoguerra fino al passaggio del Millennio. L’Italia si distingue, fra tutti i paesi avanzati, come quello in cui questo ribaltamento generazionale è più dirompente.

L’impoverimento generalizzato e l’inversione delle aspettative sono i fenomeni documentati nell’ultimo Rapporto McKinsey. Il titolo è “Poorer than their parents? A new perspective on income inequality” (Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull’ineguaglianza dei redditi). Il fenomeno è di massa e praticamente senza eccezioni nel mondo sviluppato. Contribuisce a spiegare – secondo lo stesso Rapporto McKinsey – il disagio sociale che alimenta populismi di ogni colore, da Brexit a Donald Trump. Per effetto dell’impoverimento e dello shock generazionale, una quota crescente di cittadini non credono più ai benefici dell’economia di mercato, della globalizzazione, del libero scambio.

Lo studio di McKinsey ha preso in esame le 25 economie più ricche del pianeta. C’è dentro tutto l’Occidente più il Giappone. In quest’area il disastro si compie nella decade compresa fra il 2005 e il 2014: c’è dentro la grande crisi del 2008, ma in realtà il trend era cominciato prima. Fra il 65% e il 70% della popolazione si ritrova al termine del decennio con redditi fermi o addirittura in calo rispetto al punto di partenza. Il problema affligge tra 540 e 580 milioni di persone, una platea immensa. Non era mai accaduto nulla di simile nei 60 anni precedenti, cioè dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tra il 1993 e il 2005, per esempio, solo una minuscola frazione della popolazione (2%) aveva subito un arretramento nelle condizioni di vita. Ora l’impoverimento è un tema che riguarda la maggioranza. L’Italia si distingue per il primato negativo. È in assoluto il paese più colpito: il 97% delle famiglie italiane al termine di questi dieci anni è ferma al punto di partenza o si ritrova con un reddito diminuito. Al secondo posto arrivano gli Stati Uniti dove stagnazione o arretramento colpiscono l’81%. Seguono Inghilterra e Francia. Sta decisamente meglio la Svezia, dove solo una minoranza del 20% soffre di questa sindrome. Ciò che fa la differenza alla fine è l’intervento pubblico. Il modello scandinavo ha ancora qualcosa da insegnarci. In Italia, guardando ai risultati di questa indagine, non vi è traccia di politiche sociali che riducano le diseguaglianze o compensino la crisi del reddito familiare.

L’altra conclusione del Rapporto McKinsey riguarda i giovani: la prima generazione, da molto tempo, che sta peggio dei genitori. “I lavoratori giovani e quelli meno istruiti – si legge nel Rapporto – sono colpiti più duramente. Rischiano di finire la loro vita più poveri dei loro padri e delle loro madri”. Questa generazione ne è consapevole, l’indagine lo conferma: ha introiettato lo sconvolgimento delle aspettative.

Lo studio non si limita a tracciare un quadro desolante, vi aggiunge delle distinzioni cruciali per capire come uscirne. Il caso della Svezia viene additato come un’eccezione positiva per le politiche economiche dei governi e gli interventi sul mercato del lavoro che hanno contrastato con successo il trend generale. “Lo Stato in Svezia si è mosso per mantenere i posti di lavoro, e così per la maggioranza della popolazione alla fine del decennio i redditi disponibili erano cresciuti per quasi tutti”. Perfino l’iperliberista America, però, ha fatto qualcosa per contrastare le tendenze di mercato. Riducendo la pressione fiscale sulle famiglie e aumentando i sussidi di welfare, gli Stati Uniti hanno agito per compensare l’impoverimento con qualche successo. In Italia, una volta incorporati gli effetti delle politiche fiscali e del welfare, il risultato finale è ancora peggiore: si passa dal 97% al 100%, quindi la totalità delle famiglie sta peggio in termini di reddito disponibile.

Se lasciata a se stessa, l’economia non curerà l’impoverimento neppure se dovesse ricominciare a crescere: “Perfino se dovessimo ritrovare l’alta
crescita del passato, dal 30% al 40% della popolazione non godrà di un aumento dei redditi”. E se invece dovesse prolungarsi la crescita debole dell’ultimo decennio, dal 70% all’80% delle famiglie nei paesi avanzati continuerà ad avere redditi fermi o in diminuzione.

Autore: piero basso Tabagismo e lotta al cancro: l’Uruguay sconfigge la multinazionale Philip Morris da: controlacrisi.org

La convenzione quadro per la lotta al tabagismo approvata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2005 chiedeva a tutti i Paesi di impegnarsi per ridurre il consumo di tabacco, ossia il fumo e quindi le sigarette. Il tabacco, infatti, è una delle principali cause di mortalità a livello mondiale tra le malattie non trasmissibili. L’Uruguay aveva applicato misure molto serie per rispettare l’indicazione dell’OMS. La Philip Morris, uno dei giganti del tabacco, aveva fatto causa al Paese latinoamericano chiedendo di essere risarcito per i danni subiti a causa delle leggi contro il tabacco approvate dal Parlamento. La causa si è protratta fino a 9 luglio 2016 quando si è conclusa a favore dell’Uruguay.

E così, alla fine, l’Uruguay ha vinto contro il gigante del tabacco Philip Morris, che nel 2010 aveva trascinato il piccolo paese (tre milioni di abitanti) davanti al Centro internazionale per il regolamento delle controversie relative ad investimenti (in inglese “International Centre for Settlement of Investment Disputes, ICSID, una commissione arbitrale della Banca mondiale con sede a Washington), per avere danneggiato, con la sua politica antifumo, gli interessi della multinazionale.

In particolare Philip Morris contestava alcuni provvedimenti come l’obbligo di indicare la pericolosità del tabacco sulle confezioni e il limite di vendere un solo tipo di sigaretta per marca (una sola Marlboro e non Marlboro Light, blu, verde). Questi provvedimenti, insieme a una campagna generalizzata di educazione sanitaria, hanno portato a una riduzione del numero di fumatori in Uruguay dal 35 al 22% della popolazione.

E’ la prima volta che la commissione, nata per tutelare gli investimenti, riconosce la prevalenza dell’interesse pubblico rispetto agli interessi commerciali. Non solo, rigettando il ricorso della Philip Morris la commissione l’ha anche obbligata a rimborsare l’ingente costo delle spese legali sostenute, oltre 7 milioni di dollari (spese che l’Uruguay era stato aiutato a sostenere da una fondazione americana). Gli altissimi costi della difesa sono un’altra delle armi di cui si servono le multinazionali per ricattare i governi che si oppongono alle loro politiche.

“Questa vittoria, ha dichiarato Tabaré Vazquez, il presidente dell’Uruguay che è anche un noto oncologo, e che era presidente anche nel 2010 al tempo del ricorso della Philip Morris, è un successo a livello globale nella lotta contro l’industria del tabacco. D’ora in poi, quando le industrie del tabacco cercheranno di intervenire sulle regolamentazioni usando la minaccia di una causa, avranno a che fare con il nostro precedente”.

Il governo italiano al servizio delle multinazionali
Per un governo che prende le difese della salute del suo popolo, un altro corre al servizio delle multinazionali.
Non illudiamoci. L’inaspettata vittoria dell’Uruguay, dovuta probabilmente anche al forte impatto mediatico (Davide contro Golia) e alla mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale, non rappresenta un’inversione di rotta rispetto alla tendenza dilagante, a partire dagli anni ’90, a ridimensionare sempre più le prerogative del pubblico rispetto agli interessi dei privati, In particolare queste “commissioni arbitrali” sono istituite per proteggere gli investimenti delle multinazionali, non la salute o il benessere dei cittadini.
E sono al cuore degli accordi commerciali già firmati (come il TPP, partenariato transpacifico) o in corso di discussione, come il TTIP (partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti). Quest’ultimo è per il momento fermo, grazie all’opposizione di alcuni governi europei e alla mobilitazione di milioni di cittadini sia in Europa che negli Stati Uniti, ma si sta preparando il cavallo di Troia, che renderà pressoché superfluo il TTIP. Si tratta del CETA (Comprehensive economic and trade agreement), il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Canada, concluso nel 2014 e che ora deve essere firmato.
Perché “cavallo di Troia”? Perché, scrive Greenpeace, sono ben 42.000 le multinazionali americane presenti in Europa che hanno una succursale in Canada, e che quindi, se il CETA verrà approvato, avranno quello che chiedono da tempo: un mezzo potente per aggirare gli standard europei in materia di sicurezza ambientale e alimentare. Anche il CETA, infatti, prevede la possibilità per le aziende di citare in giudizio i governi che prendono decisioni “lesive” dei loro interessi privati.
E’ possibile fermarlo? Sì, con la sensibilizzazione e la mobilitazione dell’opinione pubblica che ha già messo in serie difficoltà il cammino del grande accordo transatlantico, il TTIP, ed è a questo punto che il governo italiano e il presidente della Commissione europea Junker corrono in aiuto delle multinazionali, cercando di evitare il voto dei parlamenti nazionali, col rischio che in qualche parlamento gli interessi della popolazione prevalgano su quelli delle multinazionali.
La materia è complessa: alcuni accordi possono essere ratificati direttamente dal Parlamento europeo, altri richiedono la ratifica da parte dei parlamenti nazionali. Junker ha chiesto di far approvare il trattato dal solo parlamento europeo; contro l’esautoramento dei parlamenti nazionali si sono espressi quasi tutti i paesi europei, ma occorre l’unanimità, e questa è stata rotta dall’Italia che con una lettera del Ministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda alla Commissione europea conferma la disponibilità dell’Italia a esautorare il suo Parlamento e gli altri in Europa dal loro potere di ratifica dei trattati commerciali (qui il testo in inglese https://stopttipitalia.files.wordpress.com/2016/06/lettera-calenda-2.pdf).
Un trattato potenzialmente pericolosissimo, con possibili gravissime conseguenze per le nostre vite, mai discusso pubblicamente, che ora si vuole ratificare senza neppure una discussione in Parlamento, e senza permettere nessuna partecipazione all’opinione pubblica.
Con il governo italiano in prima linea in quest’opera di demolizione della base sessa della democrazia.

15 fatti sul collasso dell’economia USA che il mainstream non vuole farti conoscere da: resistenze.org

Michael Snyder  | theeconomiccollapseblog.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

15/06/2016

Stiamo per conoscere la prova inconfutabile che l’economia USA è in rallentamento da un bel po’ di tempo. Ed è vitale che prestiamo attenzione ai fatti, perché in tutta Internet troverete molte e molte persone che esprimono  opinioni su cosa sta accadendo all’economia. E naturalmente i media mainstream cercano sempre di mettere le cose in modo che Barack Obama ed Hillary Clinton ne vengano fuori bene, perché quelli che lavorano nei media mainstream sono molto più liberisti della popolazione americana nel suo complesso. E’ vero che anch’io ho la mia opinione, ma come avvocato ho imparato che le opinioni non significano nulla finché non sono corroborate dai fatti. Pertanto lasciatemi per cortesia qualche minuto per condividere con voi le prove che dimostrano chiaramente che siamo entrati in una grande recessione economica. I 15 fatti che seguono riguardano l’economia USA che sta implodendo e sono fatti che i media mainstream non vogliono farvi sapere…

1. La produzione industriale è in declino da oltre nove mesi di fila. Non abbiamo mai visto accadere questo nella storia degli USA al di fuori dei periodi di recessione.

2. I fallimenti negli USA sono aumentati sulla base annua per sette mesi di fila e sono ora oltre il 51% in più da settembre.

3. Il tasso di criminalità sui mutui commerciali ed industriali è in aumento sin da gennaio 2015.

4. Il totale degli scambi commerciali negli USA è andato stabilmente scendendo fin dalla metà del 2014. No, non ho detto 2015. Il totale degli scambi commerciali è oggi in declino da quasi due anni e abbiamo appena saputo che è sceso ancora…

Il totale degli scambi in USA ha fatto in aprile quello che sta facendo da luglio del 2014: è crollato: -2,9% dall’anno scorso fino agli 1,28 miliardi di miliardi di dollari che l’ufficio statistiche (Censues Bureau) ha riportato mercoledì. Questi sono stati gli scambi di aprile 2013!

5. Gli ordinativi delle imprese USA stanno crollando da 18 mesi di fila.

6. L’indice di cassa delle spedizioni via nave è in caduta su base annua da 15 mesi consecutivi.

7. La produzione USA di carbone è scesa ai più bassi livelli da 35 anni a questa parte.

8. Goldman Sachs ha il suo indicatore interno dell’economia USA ed è sceso al livello più basso fin dall’ultima recessione.

9. Gli “indici di recessione” di JP Morgan sono saliti al livello più alto mai visto dall’ultima recessione.

10. il gettito fiscale federale e quello statale di solito iniziano a scendere nel momento in cui si entra in una nuova recessione, ed è precisamente ciò che sta accadendo adesso.

11. L’indice delle condizioni del mercato del lavoro della Federal Reserve è in caduta da cinque mesi di fila.

12. Le cifre dell’occupazione che il governo ha diffuso per l’ultimo mese sono state le peggiori mai viste negli ultimi sei anni.

13. Secondo Challenger, Gray & Christmas, le richieste di cassa integrazione per le principali imprese sono in aumento del 24 % in più quest’anno di quanto lo erano nello stesso periodo dell’anno scorso.

14. Le offerte di lavoro on-line sul sito del network d’affari LinkedIn sono in costante calo da febbraio, dopo 73 mesi che erano in stabile crescita.

15. Il numero dei lavoratori temporanei negli USA raggiunse il picco e scese precipitosamente prima che iniziasse la recessione del 2001. La stessa identica cosa successe un attimo prima dell’inizio della recessione del 2008. Così, vi sorprenderebbe venire a sapere che il numero dei lavoratori temporanei ha avuto il picco in dicembre e da allora è  drammaticamente sceso?

Solo ieri abbiamo appreso che due delle nostre più grandi società licenzieranno sempre più lavoratori. Bank of America, che è in possesso del nostro denaro più di ogni altra banca del paese, ha annunciato tagli per ulteriori 8000 lavoratori.

Si prevede che Bank of America ridurrà il personale nel proprio settore del credito al consumo di 8000 posti.

La banca al dettaglio più grande della nazione per depositi ha già ridotto il personale nel suo settore di credito al consumo da più di 100.000 nel 2009 a circa 68.400 alla fine del primo quarto del 2016, ha detto Thong Nguyen, Presidente dei servizi bancari al dettaglio di Bank of America e coamministratore del credito al consumo alla Morgan Stanley Financials Conference di martedì.

E Wal-Mart ha annunciato che sta eliminando i ruoli contabili nell’amministrazione in circa 500 punti vendita.

Wal-Mart sta cercando di tagliare ruoli contabili in amministrazione in 500 negozi nel tentativo di diventare più efficiente.

I tagli avverranno prevalentemente nei negozi dell’ovest e coinvolgeranno lavoratori della contabilità e delle spedizioni, ha detto il portavoce Kory Lundberg. Al loro posto, le funzioni di contabilità verranno deviate alla sede centrale di Walmart, a Bentonville, Ark. La cassa dei negozi verrà contabilizzata dai computer.

Giorno per giorno sentiamo di tagli ed esuberi come questi qui. E allora perché questo accadrebbe se l’economia degli USA fosse veramente in ripresa?

Anche con i dati del PIL manipolati come lo sono in questi giorni, Barack Obama si avvia ad essere l’unico Presidente in tutta la Storia degli Stati Uniti che non ha avuto un singolo anno in cui l’economia sia cresciuta di almeno il 3 per cento. La verità è che la nostra economia si è impantanata già dalla fine dell’ultima recessione ed ora è chiaramente iniziato un nuovo ciclo recessivo.

E sapete chi altri lo hanno capito, questo?

Gli investitori stranieri.

Lo scorso mese, gli investitori stranieri si sono liberati dei titoli di debito USA con la velocità più alta che sia mai stata registrata…

Gli investitori stranieri hanno venduto una quota record di titoli ed obbligazioni del Tesoro USA per il mese di aprile, secondo i dati del Dipartimento del Tesoro degli USA di mercoledì, così come gli stessi investitori hanno fissato il prezzo di pochi punti superiore a quello della Federal Reserve di quest’anno.

Gli stranieri hanno venduto 74,6 miliardi di dollari del debito del Tesoro USA nel mese, dopo averne acquistato 23,6 miliardi in Marzo. Lo squilibrio in uscita di aprile è stato il più grande da quando il Dipartimento del Tesoro degli USA ha iniziato a registrare le transazioni sul debito nel gennaio 1978.

Non c’è più da discutere – la prossima crisi economica è già qui. A questo punto, ciò è così ovvio che anche George Soros sta febbrilmente vendendo titoli ed acquistando oro.

Potremmo discutere se l’economia USA abbia iniziato la fase recessiva nell’ultimo 2015, nel primo 2015 o nell’ultimo 2014, ed è un bene che si facciano tali discussioni.

Ma alla fine della fiera, ciò chè è molto più importante e quello che ci troveremo davanti. Fortunatamente, la nostra recessione è stata fino ad ora abbastanza graduale, e speriamo che si mantenga così il più a lungo possibile.

In molti altri posti del mondo, le cose sono già in conclamata modalità panico. Fino ad ora, il Venezuela era stato una delle nazioni più ricche del sudamerica, ma ora la gente ha iniziato letteralmente a cacciare cani e gatti per mangiarli.

In assenza di un grande evento riconoscibile e imprevedibile di qualche sorta, non vedremo ciò che sta succedendo negli Stati Uniti ancora per un po’, ma senza dubbio stiamo correndo a tutto vapore verso una grande depressione economica.

Sfortunatamente per tutti noi, non c’è nulla che qualsivoglia nostro politico sia in grado di fare per fermarlo.

Crisi, dopo i dati sul calo di imprese e famiglie Confesercenti prevede una ulteriore frenata dei consumi a fine anno Autore: fabrizio salvatori da. controlacrisi.org

Si conferma la tendenza al peggioramento del clima di fiducia delle famiglie italiane. A giugno l’indice scende per il terzo mese consecutivo, un calo prolungato che potrebbe prefigurare una frenata dei consumi nel corso della seconda meta’ dell’anno. E’ l diagnosi dell’economia italiana che fa Confesercenti commentando i dati sulla fiducia diffusi dall’Istat in mattinata.
“Il segnale lanciato dai cittadini – sostiene Confesercenti – e’ rafforzato dai dati sulla fiducia delle imprese, che mostrano un andamento al ribasso analogo a quello delle famiglie, anche se meno lineare. Colpito con particolare intensita’ il commercio al dettaglio, che a giugno segna la quarta riduzione consecutiva dell’indice. A pesare sono le valutazioni delle imprese sull’andamento delle vendite, che negli ultimi mesi sono apparse improntate ad una maggiore prudenza, in contrasto con il costante miglioramento registrato sino ad inizio anno. Una prudenza ispirata dalla situazione di sostanziale stallo in cui pare entrato il mercato interno: da diversi mesi ormai le vendite al dettaglio continuano a registrare una stabilizzazione al ribasso, senza lasciare intravedere una chiara inversione di tendenza. E anche la domanda di autovetture, pure in prossimita’ di volumi di vendita relativamente elevati, si sta assestando.Confesercenti ribadisce la necessita’ di “un ulteriore alleggerimento del fisco che grava su famiglie e imprese: il percorso di riduzione della pressione fiscale iniziato dal Governo, sottolineato dal Ministro Padoan anche oggi, deve accelerare. Solo cosi’ potremo evitare un
consolidamento del clima di incertezza che potrebbe avere conseguenze negative gia’ a partire dalla prossima stagione
autunnale”.