Il 31 ottobre a Roma tornano i movimenti: “serve un piano di alloggi popolari” | Fonte: Il Manifesto | Autore: Valerio Renzi

 

«Il 19 ottobre non è che l’inizio di un percorso», e così è stato. Dopo la manifestazione di Roma, dopo l’acampada di Porta Pia e l’assedio all’assemblea nazionale dell’Anci a Firenze, la prossima tappa è per il 31 ottobre, appuntamento davanti Montecitorio, quando si riunirà la conferenza Stato Regioni. All’ordine del giorno un unico punto: l’emergenza abitativa.
Ed è proprio sul terreno della casa che l’iniziativa dei movimenti si sta intensificando in queste settimane, obiettivo il blocco degli sfratti. A Roma, ieri mattina, Anna, una signora di 77 anni, è stata sfrattata per morosità incolpevole da una casa cartolarizzata della Cassa del Notariato. Grazie agli attivisti di Asia-Usb e dei Blocchi Precari Metropolitani, che si sono arrampicati sulla statua del Marco Aurelio in Campidoglio, la vicenda è arrivata all’attenzione del sindaco Marino che si è impegnato a trovare una sistemazione emergenziale e a chiedere ancora una volta al governo una moratoria sugli sfratti.
«È un passaggio indispensabile – dichiara Angelo Fascetti del sindacato degli inquilini Asia Usb – per mettere fine a questo stillicidio sociale che rischia di trascinare nella miseria e nell’emergenza migliaia di persone». Ma non solo, «c’è bisogno di un piano di alloggi popolari che risponda all’emergenza recuperando il costruito – prosegue Fascetti – mettendo a valore il patrimonio pubblico sfitto e tutti quegli immobili come le caserme che il governo vuole svendere per fare cassa».
Queste le proposte dei movimenti che non sembrano coincidere neanche un po’ con l’agenda del governo, il ministro per le Infrastrutture Maurizio Lupi ha già bocciato il blocco degli sfratti, definito «una risposta vecchia», mettendo però sul piatto quarantaquattro milioni per l’emergenza abitativa nella legge di stabilità e nuovi piani di housing sociale. Uno spiraglio si potrebbe aprire invece per le case degli enti previdenziali.
Intanto i movimenti continuano a occupare. È accaduto a Roma lo scorso week end nel quartiere di Centocelle dove centinaia di rifugiati e richiedenti asilo hanno occupato uno stabile abbandonato di proprietà dell’Acea, e a Bologna con la richiesta al Comune di aprire una trattativa.

Muore malato di Sla. Da due giorni presidiava il ministero dell’Economia da: la repubblica.it

 

 

Si è battuto fino all’ultimo Raffaele Pennacchio, nonostante la malattia. Con il gruppo di malati gravi ieri aveva ripetuto ai rappresentanti del governo: “Bisogna fare presto perché non abbiamo più tempo”. Hanno avuto l’impegno per l’aumento degli stanziamenti. Lamanna: “Morte sulla coscienza dei politici”

 

ROMA – È morto ieri sera a Roma in albergo Raffaele Pennacchio, 55 anni, del direttivo del Comitato 16 novembre onlus, dopo l’incontro con il governo e il presidio sotto il Mef. “Era stanco e provato – dice Mariangela Lamanna, vicepresidente della onlus – per i due giorni di partecipazione alla nostra protesta per il diritto all’assistenza domiciliare ai disabili gravi”.

Raffaele Pennacchio, aveva partecipato sia al presidio sotto il ministero dell’Economia, la notte precedente, sia all’incontro con il governo. “Raffaele – spiega Lamanna- si è battuto per accendere i riflettori sull’assistenza domiciliare ai disabili gravi e gravissimi che hanno diritto a restare a casa con dignità e a cure amorevoli. Chi meglio di un familiare può assistere un congiunto malato grave? Ieri, nonostante la stanchezza, al tavolo con il Governo rappresentato dal viceministro del Lavoro e delle politiche sociali Maria Cecilia Guerra, dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta e dal Sottosegretario alla Salute Paolo Fadda, Raffaele continuava a dire, ‘fate presto, noi non abbiamo più tempo”. E alla fine ce l’hanno fatto. Il governo si è impegnato ad aumentare i fondi per le cure domiciliari, prima destinati a finanziare le Rsa (residenze sanitarie assistenziali) .

Ieri sera al rientro in albergo, Pennacchio era provato ma contento perchè il Comitato era riuscito a strappare al governo l’impegno per l’aumento del fondo per la non autosufficienza e per l’assistenza domiciliare ai disabili gravi e gravissimi. “Rideva e scherzava- riferisce Lamanna – poi all’improvviso si é accasciato sulla sedia tra il nostro sgomento”.”Questa morte ce l’hanno sulla coscienza il governo precedente e quello attuale, che ci hanno costretto a fare nove presidi in un anno e mezzo”. “Raffaele era un grande combattente- conclude – e la notte prima aveva voluto essere davanti al ministero, dormendo in ambulanza: al chiuso, protetto, ma aveva voluto esserci”.

La salma si trova nella camera mortuaria  dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma dopo il malore – presumibilmente un arresto cardiaco – avuto in albergo. A ricostruire la dinamica la moglie Michela, che insieme ai figli è giunta ieri notte a Roma. “Mi aveva detto che andava in albergo per riposare perché era molto stanco – spiega la donna – poi mi hanno chiamato per dirmi che la situazione era precipitata”. “Le esequie si terranno domani pomeriggio – prosegue – mio marito è morto per un problema cardiaco presumibilmente legato allo stress del sit-in che aveva anche richiesto tanta preparazione prima”. “Non era il primo presidio a cui mio marito partecipava, ce n’erano stati diversi in precedenza. Lui si impegnava molto”, ricorda.

Raffaele era un medico malato di Sla. Proveniva da Macerata Campania, in provincia di Caserta. Da uomo e da medico credeva fermamente nel rispetto della dignità del malato e nella possibilità di assistere i malati gravi e gravissimi nelle loro abitazioni. Per questo si era speso senza riserve e con enorme dispendio di energie per sostenere il progetto ‘Restare a casa’ del Comitato 16 novembre onlus. Il suo ultimo tweet sul suo profilo è del 21 ottobre scorso, giorno della partenza per Roma dei malati di Sla per partecipare al presidio indetto dalla Onlus. In pensione, sposato (anche la moglie è medico) e con due figli di 20 e 19 anni, aveva lavorato alla Asl di Caserta ed era specializzato in tecniche semeiologiche speciali chirurgiche.

“La Sla è una malattia progressiva – spiega Christian Lunetta, neurologo del Centro clinico Nemo di Milano e del Centro d’ascolto dell’Associazione Italiana Sla – e nel 15% dei casi il paziente va incontro a morte improvvisa senza una ragione apparente. Ciò detto, è innegabile che una manifestazione del genere non è certo salutare per questi malati, che se in fase terminale sono estremamente fragili”. “Noi – continua Lunetta – cerchiamo di convincere i pazienti, soprattutto quelli in fase più avanzata, a delegare la protesta, ma le motivazioni sono giustissime. Vediamo molte situazioni gravi, con famiglie schiacciate dalla malattia che non hanno un’assistenza sufficiente. Da un calcolo che abbiamo fatto un malato di Sla può costare ai familiari, tra badante, pannoloni e cateteri aggiuntivi rispetto a quelli gratuiti e altre spese necessarie, fino a 100mila euro l’anno, una cifra spesso insostenibile che costringe i parenti a chiudere in strutture ospedalieri i malati”.

Un messaggio di cordoglio per la morte del medico è arrivato anche dai membri del governo. “Il viceministro del Lavoro Maria Cecilia Guerra- si legge in una nota del Ministero della Salute – il sottosegretario all’Economia e finanze Pier Paolo Baretta e il sottosegretario alla Salute Paolo Fadda molto colpiti e addolorati dalla improvvisa scomparsa del dr. Raffaele Pennacchio, che proprio nella giornata di ieri hanno avuto modo di apprezzare per la determinazione e l’impegno a favore dei malati di Sla e di tutti gli altri malati gravi e gravissimi, vogliono esprimere tutta la loro vicinanza alla famiglia ed al Comitato 16 novembre Onlus di cui era un attivo componente”.

Sovraffollamento, sedentarietà, scarsa igiene: per i detenuti la salute non è un diritto Fonte: redattoresociale.it

 

Il carcere è, per la salute, un ambiente a rischio. Lo scrive nero su bianco il Comitato nazionale per la bioetica, che ha presentato nei giorni scorsi il documento “La salute dentro le mura” . Disturbi mentali, nevrotici e di adattamento sono dieci volte più presenti tra i detenuti. La promiscuità aggrava la possibilità di trasmissione di malattie infettive. Sedentarietà e cattiva alimentazione aumentano il rischio di patologie cardiovascolari e diabete. I dati dimostrano che i problemi di salute riguardano il 13 per cento della popolazione carceraria contro il 7 per cento della popolazione generale. La sproporzione aumenta per la dipendenza da droghe (21,5 per cento contro il 2,1), problemi dentali (15,3 per cento contro il 4,5); infezione da Hiv (2,08 per cento contro lo 0,2.).

A cinque anni dal passaggio della sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale, sono molti i problemi irrisolti: carente programmazione, differenti livelli di prestazioni tra regioni che inficiano il diritto alla continuità delle cure, carenze nel rapporto con il medico di base o di reparto, inadeguata informazione al paziente e ai parenti, mancato riconoscimento dello stato di incompatibilità con il carcere di soggetti con gravi malattie e invalidità, ritardi nelle urgenze con esiti a volte fatali. L’accesso alle visite specialistiche resta un nodo centrale

Il Comitato nazionale per la bioetica chiede anche la chiusura dei Cie. “Il diritto alla salute è soggetto a tali limitazioni da rendere dubbio l’uso del termine stesso di diritto”. (gig)

La politica strategica dei diritti | Fonte: Eddyburg | Autore: Stefano Rodotà

 

Quando oggi si pensa a diritti fondamentali quali la salute, l’istruzione, la conoscenza, l’accesso a beni della vita come l’acqua o l’aria, non si dice che questi appartengono a ciascuno in quanto cittadino di uno Stato. Si dice, invece, che gli appartengono in quanto persona, rompendo così la logica della cittadinanza chiusa ed escludente e mettendo in rilievo che quei diritti accompagnano la persona quale che sia il luogo del mondo in cui si trova. Con un accettabile tasso di enfasi, si può cominciare a dire che la cittadinanza si proietta in quello spazio comune che è ormai il mondo, che si converte appunto in un common planetario.
In Italia il riferimento ai beni comuni ha assunto tratti particolarmente forti quando, nel giugno del 2011, ventisette milioni di cittadini hanno votato contro la privatizzazione dell’acqua e la considerazione dei servizi idrici come fonte di profitto. Ma questa imponente manifestazione della volontà popolare non ha incontrato soltanto la resistenza degli interessi dei soggetti direttamente coinvolti, cioè i gestori dei servizi. Si è dovuta scontrare anche con tenaci resistenze pubbliche, tutt’altro che scomparse, che hanno finito con l’assumere persino tratti di illegalità, tanto che la Corte costituzionale è dovuta intervenire per imporre il rispetto del risultato referendario. L’antica profezia di Tocqueville, che già prima del Manifesto dei comunisti aveva indicato nella proprietà «il gran campo di battaglia» dei tempi a venire, trova così continue conferme.
Qui è oggi la radice del conflitto, divenuto nell’ultima fase particolarmente acuto. La proclamata fine delle ideologie, delle grandi narrazioni, nella realtà è stata intesa e praticata come nascita di uno spazio nel quale ha potuto insediarsi l’unica narrazione ritenuta legittima, quella del mercato, che in tal modo si è via via «naturalizzato» e ha assunto le forme dell’unica regola accettabile. Su questo dovrebbero riflettere i critici di quella che definiscono l’irrealistica ideologia dei diritti. Il riferimento ai diritti fondamentali, infatti, non solo incorpora princìpi fondativi e irrinunciabili come quelli di eguaglianza e dignità, ma concretamente si presenta sulla scena globale non come ideologia, ma come concreta narrazione che unisca persone e luoghi, che percorre il mondo in forme inedite, incontra sempre più nuovi soggetti, costruisce un diverso modo d’intendere l’universalismo, fa parlare lo stesso linguaggio a persone lontane, e così fa scoprire un mondo nuovo e appare come la vera, grande, drammatica narrazione comune del nostro presente.
Una conferma possiamo trovarla ancora sul terreno del lavoro, dove il conflitto determinato dalla pretesa di affidare tutto alla logica di mercato è più evidente, dove l’asimmetria tra i poteri è stata amplificata dalla crisi economica, dove si sono così ridotti gli spazi della stessa azione sindacale. È significativo allora che, di fronte ai ripetuti interventi con i quali la Fiat ha preteso di cancellare diritti dei lavoratori, la Fiom abbia scelto la via della tutela della legalità attraverso il ricorso ai giudici, con risultati che né la sola azione sindacale, né la flebile politica erano riusciti a ottenere. È una lezione di realismo, e un motivo di meditazione, per chi ritiene che ci si debba affidare sempre e solo alla politica, mentre è del tutto evidente che proprio una intransigente difesa dei diritti, e una consapevole alleanza con essi, possono restituire alla politica le sue ragioni. I diritti non sono altro rispetto alla politica, ne sono parte costitutiva.
I fantasmi della sicurezza
L’orizzonte globale non è dominato soltanto dall’imperativo economico, con il mercato che si sostituisce alla società. Un altro imperativo, quello della sicurezza, guida la trasformazione verso una società planetaria della sorveglianza e del controllo. Lo spazio costruito dalla tecnologia, con Internet che si presenta come il più grande spazio pubblico conosciuto dall’umanità, viene continuamente eroso dal combinarsi delle spinte degli interessi di soggetti imprenditoriali privati e di soggetti pubblici che vogliono impadronirsi delle persone e della loro vita attraverso le informazioni.
Così, le ricorrenti affermazioni sulla morte della privacy, sulla sua scomparsa come regola sociale, pur rispecchiando dinamiche effettive, nella realtà assumono un tono perentorio proprio per offrire una legittimazione materiale alle raccolte di dati personali senza confini e regole. Bisogna essere consapevoli, allora, del fatto che, quando si certifica la scomparsa della privacy, in realtà stiamo accettando la scomparsa di una delle dimensioni, la più importante a dire di molti, della libertà dei contemporanei, espropriati non solo della riservatezza, ma di diritti fondamentali, della costruzione autonoma dell’identità. Non a caso l’indignazione ha percorso il mondo dopo le rivelazioni legate alla diffusione di documenti americani riservati da parte di Wikileaks e alla conferma, più che alla scoperta, della rete planetaria di controllo con la quale gli Stati Uniti hanno avvolto il mondo.
Per molte vie, dunque, la negazione dei diritti mostra come sia sotto attacco la vita stessa, con effetti che possono riguardare l’antropologia delle persone, trattate come puri oggetti. Proprio intorno alla vita si coglie con nettezza il congiungersi dei diversi diritti, e la ragione della loro indivisibilità, non affidata soltanto a un riconoscimento normativo.
Si consideri, esempio tra i tanti, la condizione dei bambini. Di recente in Germania si è riconosciuta l’azionabilità del loro diritto alla scuola materna e a Napoli è stata ritenuta legittima l’assunzione di insegnanti per assicurare proprio questo diritto anche in deroga ai vincoli di bilancio. Trova così riconoscimento, fin dall’inizio, quel diritto al libero sviluppo della personalità che si specifica ulteriormente come diritto all’autodeterminazione, all’autonomia nel governo della propria vita, che deve essere sottratto alla tirannia economica. E qui s’incontrano le questioni complesse della bioetica e del biodiritto, che impongono di considerare possibilità e limiti del ricorso alle opportunità di intervento sul proprio corpo messe a disposizione dalla tecnoscienza.
Liberare la vita delle persone
Ma questa più intensa riflessione intorno alla persona e ai suoi diritti deve essere condotta in forme che tengano sempre ferma l’essenziale importanza del legame sociale, la cui rilevanza è espressa non soltanto dai riferimenti alla solidarietà. Tema capitale è quello dell’accettazione della diversità, meglio di un pieno riconoscimento dell’altro che vada al di là dello schema classico della tolleranza e si manifesti come accettazione e inclusione. Mentre questa si presenta in un numero crescente di Paesi come una linea maestra in materia di diritti, in Italia assistiamo da qualche anno a un ritorno pubblico di omofobia, razzismo, discriminazione. Sembriamo incapaci di vincere le «politiche del disgusto» per lasciare il posto alle politiche dell’umanità.
Pur con diversi caratteri, il riduzionismo in materia di diritti incarna da qualche anno le politiche europee, con il loro ossessivo riferimento solo alle ragioni dell’economia. Così non viene soltanto tradita la promessa fatta nel 2000 con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Viene amputata la stessa dimensione istituzionale dell’Unione, poiché l’articolo 6 del Trattato di Lisbona ha stabilito che, dal 2009, la Carta «ha lo stesso valore giuridico dei trattati».
È tempo di liberare, insieme, la politica e la vita stessa delle persone da queste pesanti ipoteche, con consapevolezza piena del fatto che la lotta per i diritti è parte integrante e irrinunciabile della costruzione di una democrazia costituzionale.

14enne si suicida: «Sono gay, nessuno mi capisce» Comunicato stampa Arcigay

A volte, purtroppo, la cultura omofoba può protdurre tragedie. Questa volta è accaduto a Roma, dove un ragazzo di 14 anni si è suicidato due notti fa buttandosi dal terrazzo della sua abitazione, dopo aver lasciato due messaggi, uno cartaceo e uno su una pen drive, con scritto: «Sono omosessuale, nessuno capisce il mio dramma e non so come farlo accettare alla mia famiglia». Il ragazzo, nelle lettere, ha raccontato le prese in giro subite dai coetanei che lo avevano escluso dalla comitiva. Poi si è procurato tagli sulle braccia e all’inguine, prima di lanciarsi nel vuoto da un’altezza di 20 metri. Sulla vicenda indaga la Procura di Roma che ha aperto un fascicolo contro ignoti.

Il presidente dell’Arcigay, Flavio Romani, parla di “dolore terribile” e richiama la politica. “Mentre i politici discutono di omofobia rassicurando i vescovi sul loro ‘salvacondotto’, la realtà con un tempismo tragico e maledetto – afferma – ci sbatte in faccia il problema: è ai ragazzi e alle ragazze come questo quattordicenne che bisogna pensare quando si dibatte dell’omofobia. Così come è al corpo massacrato di Andrea, la transessuale trovata senza vita dieci giorni fa a Termini, che bisogna pensare quando si parla di transfobia. Perché questa è la realtà. Ed è una realtà ancora molto lontana dal cambiamento e che è un tunnel senza uscite per le persone che la vivono. Il Parlamento italiano si accapiglia sull’estensione della legge Mancino, che è tutela minima e dovuta, riconosciuta da anni a molti gruppi e condizioni bersaglio di violenza e discriminazione, e non si interroga nemmeno su quanto questa legge sarà risolutiva dell’intero problema, né riesce a mettere in agenda provvedimenti in grado di produrre un cambiamento nei luoghi scolastici, in quelli sportivi, nelle famiglie, nella cultura. Questa è la vera anomalia italiana”. “Non c’è una promessa credibile di cambiamento che questo Paese riesca a fare alle persone lgbt e questo ci costa un prezzo altissimo, fatto di violenza, di marginalizzazione, di gesti estremi e di vite spezzate. Di tutto ciò la politica deve assumersi la responsabilità. Alla famiglia del giovane romano – conclude il presidente di Arcigay – trasmettiamo la nostra vicinanza e il nostro abbraccio

Roma, il trans di Termini ammazzato a bastonate. “Vorrei incontrare un ragazzo coi soldi, la strada è troppo brutta per vivere” da: controlacrisi.org

 

Una storia amara quella di Andrea, di 28 anni, che ha trovato la morte ammazzata a bastonate e si presume anche a coltellate nella stazione che ormai era diventata la sua casa.

Il suo corpo è stato trovato il 29 luglio pieno di lividi e ferite e abbandonato al binario 10.

Ai viaggiatori abituali era nota come la trans di Termini. Andrea infatti trascorreva le sue giornate lungo i binari o anche davanti all’ingresso della stazione. Raccoglieva le cicche nei portacenere per farsi mini sigarette.

Un’altra disperata senza nome e senza storia che andava a riempire le file del popolo dei senzatetto della stazione.

Prima di morire è stato proprio Andrea a raccontare la sua storia.

“La mia casa è Termini, dormo qui da quattro anni. La notte ho paura che qualcuno mi metta le mani addosso, è già accaduto varie volte. A Ostia un ragazzo mi ha picchiata. Sono stata sette mesi in coma. Vorrei incontrare un ragazzo con tanti soldi che mi faccia lasciare la strada perché è troppa brutta”

«Ius soli», la polemica non blocca le intese Fonte: il manifesto | Autore: Carlo Lania

 

La presidente della camera Laura Boldrini insiste: «In un mondo contemporaneo la cittadinanza non può che essere composta di anime, nazionalità e culture differenti». Immediate scattano le polemiche della Lega e del centrodestra, nel Pdl c’è chi minaccia la tenuta della maggioranza. Ma la realtà in parlamento è diversa. I partiti lavorano a una soluzione di compromesso che preveda una forma di «ius soli» temperato. E la proposta del Movimento 5 Stelle si avvicina a una posizione di mediazione. PAGINA 4 ROMA
«In un mondo contemporaneo la cittadinanza non può che essere composta di anime, nazionalità e culture differenti. Da persone nate sul territorio, magari, ma con genitori che vengono da lontano. Che sono nati in un posto, hanno studiato in un altro e per lavorare e vivere si son trasferiti in un altro ancora. Questo è oggi un migrante, l’elemento umano della globalizzazione. Ed è anche l’elemento costitutivo della nuova cittadinanza». Laura Boldrini torna a parlare delle necessità di rimettere mano alla legislazione che oggi regola il riconoscimento della cittadinanza agli immigrati di seconda generazione, giovani nati in territorio italiano da genitori immigrati (attualmente sono circa 700 mila). E per farlo il presidente della camera sceglie Lamezia Terme, tappa del suo viaggio in Calabria dove ieri ha partecipato alla cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria proprio a 400 bambini stranieri nati in Italia e residenti nel comune calabrese. Occasione perfetta per tornare a parlare di un tema che le è caro e sul quale è intervenuta più volte sollecitando – come ha fatto anche il presidente Giorgio Napolitano – il parlamento. «Il capo dello stato – ha proseguito infatti Boldrini – ha ricordato più volte ai partiti che i figli di immigrati nati in Italia sono parte del nostro tessuto sociale e che la legge sulla cittadinanza deve aggiornarsi ai tempi. Mi auguro che l’invito del presidente, che è anche il mio, possa essere ascoltato dai partiti uscendo dalla logiche di contrapposizione».

In realtà sono ormai settimane che in parlamento è al lavoro un intergruppo, di cui fanno parte tutti i partiti tranne la Lega, proprio per mettere a punto un disegno di legge comune che riveda la cittadinanza, mettendo ordine tra le circa venti proposte di legge esistenti. Al punto che, seppure ancora per linee generali, già ci sarebbe l’accordo su almeno alcuni punti principali. Due in modo particolare: la necessità di superare lo ius sanguinis, ovvero si è cittadini se si nasce da genitori di cui almeno uno è italiano, per arrivare a uno ius soli temperato, che permetta cioè ai bambini stranieri nati nel nostro paese di diventare cittadini se i genitori già vi risiedono regolarmente da alcuni anni (nelle varie proposta si va da un minimo di uno a un massimo di cinque anni), oppure al termine di un ciclo della scuola dell’obbligo.

Sulla stessa linea anche un progetto di legge già presentato dal Movimento 5 Stelle che prevede un obbligo di residenza per almeno uno dei genitori di tre anni, oppure che sia nato in Italia e vi risieda legalmente da almeno uno. Comunque sia, si tratta di modelli in tutto e per tutto simile a quelli già in vigore nel resto d’Europa. Come ha ricordato nei giorni scorsi anche il ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge che ha portato come possibile esempio da imitare la Spagna dove, ha ricordato, «bastano due anni di residenza per chiedere la cittadinanza e per far sì che i figli che nascono dalle coppie dove uno dei due risiede da almeno due anni possano avere la cittadinanza».

Le sollecitazioni fatte al parlamento dal presidente della camera non sono piaciute a Maurizio Gasparri, che ha rimproverato a Boldrini di essere entrata «a gamba tesa in un tema delicatissimo come quella della cittadinanza». «Non dovrebbe sfuggire al presidente della camera la terzietà del ruolo che ricopre», ha detto l’esponente del Pdl. «Affermare con determinazione – ha poi proseguito Gasparri – che vorrebbe la concessione automatica, quindi lo ius soli, è grave proprio in funzione del suo ruolo, essendo tra l’altro un tema già all’attenzione del parlamento, oggetto di diverse proposte». Critiche alla ministra Kyenge arrivano invece da Sel. «A maggio il ministro Kyenge aveva detto che lo ius soli era una priorità del governo», ha detto la deputata Marisa Nicchi. «Al meeting antirazzista di Cecina ha detto invece il contrario, sostenendo che lo ius soli “non fa parte delle priorità del governo”. Tra indecisioni e rinvii, il governo è in balìa della strana maggioranza che lo sostiene». c.l. «Una nuova legge sul conflitto di interessi è sempre stata necessaria ma mai presentata, tanto che ne abbiamo una di cinquanta anni fa». Il segretario del Partito democratico Guglielmo Epifani usa tutti gli strumenti per difendere il partito, finito al centro di nuove critiche dopo la presentazione di una proposta di legge (primo firmatario il senatore Mucchetti) che non prevede l’ineleggibilità di Berlusconi. Nel testo scritto su facebook Epifani si riferisce alla legge del 1957, quella che i democratici (in prevalenza) ritengono non sufficiente per sanzionare la decadenza del Cavaliere: l’argomento è all’ordine del giorno della giunta del senato. Per questo meglio una nuova legge, da approvare non si sa con chi e in che tempi, che punti piuttosto alla incompatibilità con il parlamento di chi detiene quote di controllo in società importanti. E sempre per questo il Pd è sotto attacco del M5S che considera la proposta Mucchetti nulla più che un salvagente per Berlusconi. Falso, dice Epifani, è «una proposta moderna, in linea con le altre democrazie europee e rivolta ai prossimi 40 anni». Una proposta che però altri democratici, come il senatore Felice Casson, non firmeranno: «Sul tentativo di salvare Berlusconi c’è già molta carne al fuoco»

 

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barbara · 5 ore fa

saranno molto contente le famiglie di operari/cassintegrati/disoccupati di sapere che le loro istanze dalla cosiddetta sinistra che tutela i deboli siano considerate POLEMICHE
“Laura Boldrini, in quanto, costei l’8 aprile 2013 a domanda di un giornalista che le chiedeva testualmente: “Con quale criterio saranno assegnate le case popolari” ella rispondeva: “Saranno date prima ai rom e agli extracomunitari con figli a carico”. Davide Fabbri in quanto cittadino Italiano, si è sentito, come tutti noi del resto,profondamente discriminato” FONTE stampa libera

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Aggrediti a pugni, calci e cinghiate perché gay | Fonte: il manifesto

 

È successo nella notte tra domenica e lunedì, al parco del Valentino. Quattro ragazzi presi a pugni e cinghiate, perché gay, da altri quattro ragazzi, di Nichelino, che volevano «fargliela pagare». Gli aggressori sono passati davanti a un locale e si sono accorti che era in corso una serata gay allora hanno cominciato a insultare, a lanciare bottiglie, rovesciare tavoli per poi passare alle botte, uno di loro anche con la cinta dei pantaloni e poi calci e pugni.

«Un episodio gravissimo», ha commentato il sindaco di Torino Piero Fassino, che si è detto sorpreso che un episodio simile sia accaduto in una città «che nella sua cultura e nel suo costume non ha mai avuto tensioni omofobe o intolleranti». Tra le forze politiche c’è chi torna a chiedere che sia varata in fretta una legge sull’omofobia, «la politica davanti a tutto questo non può chiudere gli occhi», dice Monica Cerutti di Sel, che ha presentato un’interrogazione al presidente del consiglio Enrico Letta, per sollecitare l’approvazione della legge «nel giro di una settimana». Sollecita la legge anche Sergio Lo Giudice, senatore Pd: «Quello che è successo a Torino è sconvolgente – commenta -. L’Italia continua a tollerare l’intollerabile, a dare legittimazione culturale a comportamenti che in Europa sono oltraggi alla civiltà». «Non riesco ad accettare quanto è successo – dice sconvolto uno dei ragazzi aggrediti – qualcosa deve cambiare».

KYenge, il suo sì a ius soli temperato, come in Ue. “Che una persona sia o meno clandestina va accertato dopo aver verificato i fatti e non a priori”.da: controlacrisi.org

 

“Come ministro ho posto un problema non per imporre un modello ma con l’obiettivo di suscitare un dibattito nel Paese per adattare la normativa alla realtà italiana di oggi”. Con queste parole il ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge si è espresso a proposito della cittadinanza.

“La mia posizione personale e la mia proposta di legge da deputata era quella di uno ius soli temperato, che è l’unica forma presente nella Ue”, ha aggiunto.

Lo ius soli temperato ha precisato Kyenge, è quello che “parte da un processo di integrazione dei genitori nel paese di accoglienza”, quindi “dal numero di anni che i genitori vivono in un territorio”.

Il ministro ha poi messo l’accento sulla Spagna. “Qui – ha precisato – bastano due anni di residenza per chiedere la cittadinanza e per far sì che i figli che nascono dalle coppie dove uno dei due risiede da almeno due anni possa chiedere automaticamente la cittadinanza ai figli quando nascono. Per l’Italia i tempi non si pososno ancora definire – ha continuato – In Parlamento ci sono 20 proposte di legge sullo cittadinanza, che vanno dallo ius soli secco a quello temperato. Ce ne sono di tutti i tipi, la mia proposta di legge prevedeva almeno cinque anni di residenza. comunque, il dibattito è partito. Per la prima volta si parlerà in Italia non solo di ius soli ma di cittadinanza nel suo significato più alto“.

Kyenge, sul reato clandestinità? “Valutare qual è la sua utilità, i costi-benefici per il Paese. Sono le amministrazioni locali – ha spiegato il ministro – che devono fare una valutazione in questo senso e comunque che una persona sia o meno clandestina va accertato dopo aver verificato i fatti e non a priori”.

Catania 29 giugno 2013 manifestazione GAYPRIDE.

L’ANPI di Catania ringrazia l’arcigay per le 5 giornate condivise insieme, è stato un lavoro duro e interessante di cultura, di gioia,di vita e di grandi ideali. L’ANPI  lotta sempre affinchè i diritti di tutti vengano attuati in Italia, come prevede la Costituzione.

Grazie, Santina sconza presidente provinciale Catania