Festa dell’Unità: “Ecco perché le parole del guardasigilli Orlando mi hanno disgustato” da: sudpress.it

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“Sono stomacato nel vedere persone che non sanno il ruolo che ricoprono”, l’avvocato Salvatore Mazza aveva lasciato così la Festa dell’Unità, sbottando contro il ministro della Giustizia. Ai microfoni di SUD Press, l’ex docente di Diritto Ecclesiastico e Amministrativo dell’Università di Catania smonta punto per punto il guardasigilli del governo Renzi

Ha sempre gravitato nell’area del PCI ma guai a chiamarlo leninista. L’avvocato amministativista e civilista Salvatore Mazza, 68 anni, si definisce “libertario” ma finora  “obbedientissimo elettore del PD”. Quest’anno, però, ha trovato una Festa dell’Unità “radicalmente cambiata, senza aria di festa” e soprattutto “senza la possibilità di porre domande ai politici com’è sempre avvenuto”. Tant’è che non condividendo le tesi esposte dal ministro Orlando, non ha atteso la fine dell’incontro commentando visibilmente irritato: “Sono stomacato nel vedere persone che non sanno il ruolo che ricoprono”.

Avvocato, tanti i temi trattati dal ministro Orlando nell’incontro sulla Giustizia alla Festa dell’Unità. Cosa non l’ha convinta e quali criticità presenta oggi il sistema giudiziario italiano?

“Avrei voluto chiedere a Orlando se non ha provato imbarazzo, data la sua nota posizione, per il recentissimo decreto legge con cui si proroga il pensionamento dei magistrati. Il vento della rottamazione ha abbassato l’età pensionabile da 72 a 70 anni. Ma un mutamento così radicale, come avvertito dal ministro, non può avvenire dall’oggi al domani e in assenza di disposizioni transitorie per accompagnare la riforma. I nodi sono poi venuti al pettine e si è tentato di scioglierli con delle proroghe. L’ultima è quella del recentissimo decreto legge che è vistosamente anticostituzionale perché riguarda solo alcuni capi degli uffici giudiziari. E’ una disparità di trattamento. Non si amministra così la Giustizia”.

“Un secondo errore riguarda i tempi dei processi. Secondo il ministro, una causa civile in primo grado si chiude in media entro 340-380 giorni. Non può venirci a raccontare queste frottole. Frequento i tribunali di Catania, Ragusa, Enna, Palermo, Milano, Roma e Messina. In Sicilia se un processo di primo grado si chiude entro 4-5 anni bisogna stappare lo spumante. Ci sono cause di lavoro che vanno avanti da 10 anni”.

“Non si accorciano i tempi con il processo telematico, tanto osannato dal ministro. E’ certamente utile ma non riduce la durata del processo che dipende dai lunghissimi tempi morti. Si è tentato di ridurla trasformando il tribunale da giudice collegiale a  monocratico: una scelta infelice. Non ha velocizzato la Giustizia e ha prodotto solo danni perché i magistrati giovani non si formano professionalmente bene e tutti hanno meno garanzie, il giudice in primo luogo”.

Come ridurre i tempi morti dei processi civili? A quali modelli, tra i paesi europei, dovrebbe guardare l’Italia per sviluppare una giustizia che sia tale?

“Con la riforma del 1990 si era centrato il problema ma si opposero gli avvocati. All’inizio della causa, entrambe le parti del processo dovrebbero mettere subito tutte le loro carte sul tavolo del giudice, senza riserve, ripensamenti e strategie. Così avviene in Germania dove infatti sono pochissimi i processi che arrivano in appello e ancor meno in Cassazione. In Italia, invece, ci sono 30mila ricorsi l’anno in Cassazione. Non è di certo una cosa seria. Sono strategie da mercato.”

Qual è il suo giudizio sulle politiche locali e nazionali del PD?

“Ho seguito con rammarico la trasformazione di questo partito. Non mi convince l’alleanza tra ex comunisti ed ex democristiani che nulla hanno in comune. A Catania la situazione non è migliore, una città completamente abbandonata. In primo luogo, però, dai catanesi indolenti. E’ assurdo che l’ultima manifestazione di piazza partecipata all’inverosimile sia avvenuta per le vicende della squadra di calcio.

Non c’è crescita culturale. Si fa l’errore di ridurre la questione ai caffè-concerto mentre due grandissime istituzioni come il Teatro Massimo Bellini e il Teatro Stabile sono in condizioni pietose. Tutti hanno succhiato denaro, anche con la connivenza dei sindacati”.

Cosa voterà al referendum costituzionale? “Sono personalmente impegnato nella campagna per il NO”.

Monarchia o Repubblica? di Domenico Gallo da: larepubblica.it

09/09/2016
La settimana si è aperta con il massimo della sfida a Renzi lanciata dal palco del cinema Farnese a Roma. La stroncatura che ha fatto D’Alema della riforma costituzionale, che Renzi e Boschi hanno imposto ad una maggioranza parlamentare recalcitrante, è spietata e senza appello. Sarebbe troppo semplice dire: noi l’avevamo detto. Già dall’11 gennaio di quest’anno il Comitato per il No presieduto dal prof. Alessandro Pace e sostenuto da autorevoli giuristi e costituzionalisti del calibro di Stefano Rodotà, Luigi Ferrajoli e Gustavo Zagrebelsky ha lanciato un grido d’allarme. Mettendo in evidenza sia l’illegittimità del metodo attraverso il quale una minoranza faziosa, avvalendosi dei numeri taroccati da una legge elettorale incostituzionale, ha preteso di cambiare il volto della democrazia costituzionale, sia l’assurdità dei contenuti, volti a deprimere il ruolo del Parlamento e ad instaurare una sorta di premierato assoluto. Sempre nel corso di questa settimana sono riemerse le polemiche sul silenzio dell’esecutivo che non si decide ad indicare la data del voto e sta aspettando l’ultimo giorno utile per scoprire le sue carte. Sembra ormai scontato che si voterà o alla fine di novembre o il 4 dicembre. Ciò consentirà all’Esecutivo di calare nella campagna elettorale la carta della legge di stabilità, un argomento che non ha nulla a che vedere col merito della riforma. Però può sempre essere utile per risalire la china dell’impopolarità. Tuttavia una scelta così importante, che modifica l’assetto della democrazia costituzionale ed è simile alla riforma che in Francia nel 1958 determinò il passaggio dalla quarta alla quinta Repubblica, non può essere giocata sulla base di considerazioni contingenti, che riguardano le tasse o gli incentivi che vengono dati e tolti ad ogni legge finanziaria. Comunque si valutino le riforme, si tratta di una scelta importante, destinata ad orientare il nostro futuro per un tempo durevole. Si tratta di una scelta altrettanto impegnativa quanto lo fu la scelta compiuta dal popolo italiano il 2 giugno del 1946 con il referendum istituzionale: Repubblica o Monarchia? Nella scelta a favore della Repubblica influì certamente il discredito della Corona per l’appoggio dato al fascismo, che i fatti del 25 luglio non potevano cancellare, ed il disastro dell’8 settembre che tutti gli italiani avevano vissuto sulla propria pelle con diversi gradi di intensità. Così come influì l’anelito della Resistenza ad una società più umana e più giusta. Tuttavia il voto del 2 giugno del 1946 andava molto al di là di una mozione di sfiducia alla Monarchia per le pessime prove storiche che aveva dato nel novecento. La Costituzione italiana ancora non era stata scritta, non si trattava di scegliere fra due modelli istituzionale ben definiti. Qual era il senso profondo di questa scelta? E’ noto che il Regno d’Italia nacque il 17 marzo 1861 quando il Re Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia. Qualche giorno dopo, la legge aggiunse al titolo del Sovrano la menzione «per Grazia di Dio e volontà della Nazione», a significare l’esistenza di una doppia fonte di legittimazione del potere sovrano, di origine dinastica e popolare. Al Regno d’Italia fu esteso lo Statuto Albertino che Carlo Alberto aveva concesso ai suoi sudditi “con lealtà di Re e con affetto di Padre” il 4 marzo 1848. Lo Statuto Albertino attribuiva al Re il potere esecutivo ed i principali poteri dello Stato, consentendo ai sudditi di condividere con il Re soltanto il potere legislativo, attraverso la possibilità di eleggere la Camera dei deputati. Dire addio alla Monarchia per la Repubblica acquistava – al di là delle contingenze politiche –un significato storico ben preciso: i cittadini italiani si emancipavano dalla qualità di sudditi ed il popolo diventava esso stesso “sovrano”, arbitro del proprio destino. E’ questo il principio che la Costituzione della Repubblica italiana affermerà solennemente, nell’art. 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Dopo settant’anni, si prospetta l’avvento di un nuovo sovrano: il principio della sovranità popolare è insidiato da poteri sovranazionali e la nuova costituzione è stata scritta sotto dettatura. Basti richiamare un documento (18 settembre 2015) dell’Agenzia di rating Moody’s, che ha dichiarato che: “il Senato è dannoso per la credibilità delle nostre istituzioni sui mercati finanziari”, mentre l’optimum sarebbe una sola Camera dove: “il premio di maggioranza possa assicurare l’efficiente esecuzione della volontà governativa”. E’ il mercato, che sottopone a “tutela” e ridimensiona la sovranità popolare, guidando le scelte delle nazioni. Il 2 giugno del 1946 deve insegnarci a dire no e a rifiutare l’avvento di nuovi sovrani.

NOI NON DIMENTICHIAMO Genova 20 e 21 luglio 2001 Inchiesta sui fatti del G8, l’assassinio di Carlo Giuliani e i dubbi sull’archiviazione del relativo processo. Tutto il materiale presente nel documentario (foto-video-audio) è tratto dagli atti ufficiali del tribunale di Genova relativi ai processi seguiti ai fatti del luglio 2001.

L’impegno di Rifondazione Comunista per il NO. Il documento approvato dal CPN da: rifondazionecomunista.it

L’impegno di Rifondazione Comunista per il NO. Il documento approvato dal CPN

L’impegno di Rifondazione Comunista per il NO. Il documento approvato dal CPN

Pubblichiamo il documento approvato al termine del Comitato politico nazionale del Partito della Rifondazione Comunista sulla campagna referendaria.

Il CPN di Rifondazione Comunista

impegna i compagni e le compagne di Rifondazione Comunista a dar vita ad una campagna di massa per il NO nel referendum sulla manomissione costituzionale, in piena sintonia con i comitati locali e nazionali per i referendum costituzionali e sociali. L’esito del referendum è infatti decisivo per la democrazia nel paese e per evitare la stabilizzazione antidemocratica che perseguono il PD e Confindustria.

Propone che nell’ambito della campagna unitaria per il No Rifondazione Comunista, sviluppi una propria mobilitazione specifica su due livelli:

In primo luogo, intrecciando il NO nel referendum con il NO al CETA ed in particolare al TTIP, che, nel caso venisse approvato, determinerebbe una completa messa in mora della Costituzione Repubblicana. La democrazia è infatti aggredita dai trattati neoliberisti, a partire da quelli europei.

In secondo luogo intrecciando la battaglia per il NO nel referendum alle nostre proposte sociali contenute nella campagna “i soldi ci sono” e rivolte ai soggetti colpiti dalla crisi: dalla richiesta della firma dei contratti di lavoro, alla proposta del reddito sociale, al piano per il lavoro, alla difesa e rilancio del welfare. Difendere la democrazia e redistribuire la ricchezza garantendo i diritti sociali: tassare le grandi ricchezze e dar vita ad un Quantitative Easing per i popoli.

 

Roma, 3/7/2016

Autore: redazione Padova, la crociata del sindaco leghista contro la stampa da: controlacrisi.org

Il sindaco leghista di Padova MassimoBitonci ha introdotto una delibera che regolamenta l’ingresso dei giornalisti in Municipio. Si tratta di una disciplinare che ha un precedente a Verona (dove non ha retto molto, è durata pochi giorni poi il sindaco Tosi ha fatto retromarcia). Bitonci dunque ordina che i giornalisti entrino in municipio solo con un badge che viene dato in portineria su consegna di documento di identità. L’accesso dei giornalisti viene coordinato dall’ufficio stampa del Comune che comunica un calendario di conferenze stampa. Non viene consentito l’accesso nè la sosta all’interno del Municipio fuori dagli orari fissati per le conferenze stampa. Di fatto Municipio proibito ai giornalisti di radio, tv e carta stampata.

Il presidente dell’Ordine dei giornalisti del Veneto, Gianluca Amadori, si dichiara sconcertato e preoccupato di fronte alla decisione assunta dal Comune di Padova – comunicata dal direttore generale Lorenzo Traina – di “blindare” il Municipio per limitare l’accesso alla stampa, da sempre libera di entrare nella casa dei cittadini per sapere e raccontare cosa accade. «È incredibile apprendere che la principale preoccupazione del sindaco leghista Massimo Bitonci non sia quella di dedicarsi ad affrontare e risolvere i problemi della città, ma piuttosto di impedire che gli operatori dell’ informazione possano fare il proprio lavoro in piena libertà e autonomia: lo invito a ripensarci, per garantire quella trasparenza di cui il suo partito, a parole, si è sempre fatto difensore» dichiara Amadori

Autore: redazione Parma, giornalista malmenato da un simpatizzante del Pd per un articolo “sgradito”. La denuncia dell’Aser da: controlacrisi.org

Cronista malmenato a Parma. L’associazione stampa dell’Emilia-Romagna (Aser) denuncia “il grave atto di violenza a scopo intimidatorio subito dal collaboratore della ‘Gazzetta di Parma’ Pierluigi Dallapina”, che si occupa di cronaca politica. Ecco la ricostruzione dei fatti: mentre camminava in una strada del centro della citta’ ducale, il giornalista ha incontrato “un simpatizzante che collabora alle iniziative del Pd”. Quest’ultimo, dopo averlo pesantemente minacciato per cio’ che Dallapina avrebbe detto e scritto sul suo conto, “lo ha colpito con un pugno; non contento, ha continuato a minacciarlo per gli articoli sgraditi”, continua il sindacato in una nota. Tra l’aggressore e Dallapina, descritto anche dall’Aser come “un collaboratore molto attento e scrupoloso”, non c’erano precedenti d’altro tipo.
In seguito all’episodio il collega, si e’ fatto medicare al pronto soccorso e ha sporto denuncia contro l’aggressore. Cosi’, il sindacato dei giornalisti dell’Emilia-Romagna, evidenzia la sua presidente Serena Bersani, “esprime solidarieta’ al collega minacciato e malmenato e ribadisce che nessun episodio d’intimidazione verra’ sottaciuto; contrastare le limitazioni alla liberta’ di stampa e d’informazione e’ nel nostro Dna e rivendicheremo questo diritto, dei cittadini prima che degli operatori dell’informazione, in ogni circostanza e da qualunque parte- conclude Bersani- provengano gli attacchi”

Un NO rotondo e motivato, fermo, deciso e intransigente, ma sempre sereno e pacato. Come nel referendum cileno di Pinochet votare NO con allegria, di Felice Besostri da: comitatosocialistaperilno.com

Postato il 13 giugno 2016 Aggiornato il 13 giugno 2016

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Una proposta di revisione costituzionale, come la Renzi Boschi non avrebbe avuto alcuna probabilità di passare nella XIIIa Legislatura (1996-2001) in una Commissione Affari Costituzionali, dove ero il capogruppo dei DS ed era presieduta dal prof. Massimo Villone e non dalla senatrice Finocchiaro. In questa riscrittura di 48 articoli della Costituzione manca la trasparenza: il primo ministro è di fatto eletto direttamente, grazie ad un ballottaggio, cui si accede senza quorum di partecipazione al voto e/o di percentuale delle liste ammesse, ma formalmente facendo salve le prerogative del Presidente della Repubblica come prevede la forma di governo parlamentare: quella scelta dai padri costituenti. Malgrado l’ art. 92.2 Cost. 1 potrebbe il Capo dello Stato nominare Presidente del Consiglio dei Ministri un personaggio diverso da quello indicato come capo politico della lista, che dispone almeno di 340 seggi su 630 della Camera? No! Lo scriveva sul Sole 24 Ore del 26 aprile 20152 il prof. D’Alimonte, quindi dicono il falso i sostenitori del SI’, quando dicono che non è cambiata la forma di governo: questa passa da parlamentare a un premierato assoluto.

La preoccupazione maggiore è che questa revisione sia un antipasto di quella vera, fatta non più da un Parlamento di 945 parlamentari eletti più 6 senatori a vita o di diritto, ma da una Camera di 630 deputati e da un Senato a mezzo servizio di 100 membri. I principi fondamentali sono già stati toccati e proprio l’art. 1.2 Cost.3, togliendo al popolo sovrano il potere di eleggere il Senato, come gli è stato negato il diritto di eleggere gli organi provinciali e delle Città metropolitane. L’elezione diretta di un Senato di 100 membri non avrebbe migliorato la situazione. La vera soluzione, che avrebbe avuto ampio consenso, era la riduzione della Camera a 400 deputati e del Senato a 200 in totale 600 invece di 7304: un risparmio maggiore dei costi della politica5. L’altra soluzione sensata era di passare davvero ad un Parlamento monocamerale con una legge elettorale proporzionale, corretta da una soglia di accesso. Per dare stabilità ai governi basta la sfiducia costruttiva. I premi di maggioranza non sono conformi alla Costituzione, perché se vincolano il parlamentare , eletto grazie al premio, sono in contrasto con l’art. 67 Cost6., che vieta il mandato imperativo. Se, invece, non lo vincolano ,come è avvenuto nelle legislature conseguenti alle elezioni del 2006, 2008 e 2013, si sacrifica gravemente e inutilmente la rappresentatività.

L’attuale Senato è composto da 315 senatori eletti su base regionale. Il nuovo “ Senato della Repubblica è composto da 95 senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da 5 senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica L’art. 57 Cost. revisionato è inapplicabile perché richiede che i consigli regionali e di provincia autonoma eleggano i senatori “con metodo proporzionale”, impossibile quando i senatori siano 2 o 3 in totale, di cui uno sindaco. Ebbene è il caso di 11 regioni e 2 province autonome su 21, cioè la maggioranza. Con i sindaci tutti e i 5 di nomina presidenziale il totale dei senatori non eletti con sistema proporzionale è il 36% del nuovo Senato. Con un popolo informato la vittoria dei NO è scontata, ma questo deve essere evitato ad ogni costo. Quindi nella parte finale della campagna referendaria ci sarà il terrorismo politico-finanziario sulle famiglie che hanno un mutuo a tasso variabile: il diritto di voto dei cittadini sarà espropriato dalle agenzie di rating, dal FMI e dalla BCE: alla faccia del voto libero, uguale e personale previsto dal nostro art. 48.2 Cost..

Il passaggio alle elezioni di secondo grado, che per gli enti locali territoriali è in contrasto con la Carta Europea dell’Autonomia Locale ratificata dall’Italia- serve solo a sapere chi governerà la seraprima delle elezioni, ridotte a una farsa e nel caso del Senato- a differenza di cosa vuol far credere la propaganda a favore del SI’ del PSI- non saranno rappresentati, né i maggiori Comuni, né le Città metropolitane, ma i consiglieri regionali sindaci dei Comuni sotto i 5.000 abitanti: gli unici che possono permettersi di fare i Senatori senza indennità. Le eccezioni saranno rappresentate da sindaci, che abbiano urgenza di avere l’immunità, che non si giustifica per chi non rappresenta più la Nazione, rappresentanza che il nuovo art. 67 Cost. riserva ai soli deputati.

La revisione costituzionale è stata fatta in fretta dettata da esigenze di dimostrare chi comanda, Bossi usava un’altra espressione genitale, ma il concetto è lo stesso e quindi approvazione in ogni caso e a ogni costo. Si è arrivati all’assurdo, che i Sindaci metropolitani, se si fanno eleggere direttamente dai cittadini, insieme con il Consiglio metropolitano, non possono essere più eletti senatori e se lo fossero stati, come Sindaci del Comune capoluogo, dovrebbero decadere. Per dare un contentino ad alcuni esponenti della minoranza PD, hanno accolto un emendamento al V° comma del famigerato nuovo art. 57 Cost., per il quale a un comma che riguardava la durata del mandato dei Senatori “eletti” è stato, in aggiunta, specificato “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma”. Non essendosi cambiati né il II°, né il primo periodo del V° comma, né il VI° comma , sostituendo le parole “eleggono”, “eletti” ed “elezione” rispettivamente con “nominano”, “nominati” e “nomina” il legislatore boschian-renziano ha combinato un bel pasticcio. Se le scelte espresse dagli elettori fossero vincolanti, come indicherebbero le parole “in conformità” quella del Consiglio sarebbe una nomina e non una elezione. Inoltre l’ultimo periodo del VI° comma, per cui “i seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun consiglio” impedirebbe che i futuri Senatori potessero essere scelti unicamente in base alle scelte degli elettori, cioè non tenendo conto dei premi regionali di maggioranza, di norma superiori a quelli dell’Italikum (54%), perché arrivano al 60% e più, se contassero anche il seggio consiliare attribuito al Presidente della Regione. Questa confusione è stata dettata dal fatto che l’abolizione dell’elettività diretta del Senato non è stata una scelta meditata, ma improvvisata, dettata dall’impossibilità di trovare un algoritmo, che contro la volontà degli elettori, attribuisse un premio di maggioranza politicamente omogeneo nelle due Camere. Per demagogia populista e per parlare al basso ventre dei cittadini si è stabilito che i nuovi Senatori non avranno un’indennità di carica aggiuntiva a quella di cui godono come Consiglieri regionali o Sindaci. I senatori a vita e quelli di diritto(ex Presidenti della Repubblica godranno delle indennità piene, mentre per i nuovi di nomina presidenziale non è chiaro. Tuttavia se la logica è che i senatori consiglieri regionali e i sindaci non ricevono indennità perché già ne godono di un’altra, che succede se i 5 senatori a tempo non sono né consiglieri regionali, né sindaci? Devono essere ricchi di famiglia o pensionati d’oro? e l’uguaglianza dei cittadini dove la mettiamo?

Il vertice della confusione, che contrasta con la semplificazione annunciata e sbandierata, è raggiunta nel procedimento legislativo regolato dall’art. 70 Cost., che nella formulazione vigente7 è di una chiarezza esemplare di nove parole. Il nuovo non è possibile trascriverlo: sei commi e molte centinaio di parole. Non le ho contate, ma ho letto che son più di novecento, chiederò conferma ad un esponente del SI’ a uno dei prossimi e rari confronti. Tante parole ma poco chiare perché ho sentito parlare di 5, 7 e anche 9 procedimenti legislativi diversi, perché oltre che l’art. 70 Cost. entrano in gioco anche gli artt. 72, 77 e 117 Cost.. Il conflitto Stato/ Regioni può diventare conflitto Camera/Senato con rischi di incostituzionalità delle leggi per violazione del procedimento e il rischio di conflitto di attribuzione con le Regioni non è evitato, poiché per alcune materie, già di competenza concorrente, l’esclusiva competenza statale è limitata alle norme generali e comuni, cioè queelo che avrebbe dovuto fare con le materie di competenza concorrente.

Il dominio dell’esecutivo, cioè del Presidente del Consiglio dei Ministri non è solo di fatto avendo una maggioranza precostituita di 340 seggi più una quota dei 12 della circoscrizione all’estero, ma di diritto potendo chiedere l’approvazione di leggi a data certa entro un termine di poco superiore a quello di ratifica dei decreti legge, che quindi solo formalmente sono stati limitati. Inoltre è stata introdotta una clausola di supremazia8, che in una democrazia parlamentare introduce una pericolosa novità: una materia, formulata in termini general-generici, riservata all’iniziativa legislativa del solo Governo, come unico rappresentante dell’interesse nazionale, quando la Costituzione affida ad ogni singolo parlamentare la rappresentanza della Nazione. In pratica quando vuole lo Stato si riserva di intervenire senza limiti comprimendo l’autonomia regionale.

Dire mezze verità, che come insegna il Talmud, sono bugie intere è la regola. Dicono che sono stati aumentati i quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica: è vero a metà. Dalla quarta votazione sono richiesti i 3/5 e non più la maggioranza assoluta dei componenti di un’assemblea composta da Camera, Senato e delegati regionali, un migliaio di persone, ma dalla settima bastano i 3/5 dei votanti, che possono essere meno della maggioranza assoluta, che a revisione approvata è comunque ridotta dai 505 attuali9 ai 367 post-revisione10. I 3/5 degli aventi diritto a Costituzione riformata sarebbero 440, ma i 3/5 dei votanti con 80 assenti sono appena 390 un quorum facilmente raggiungibile da chi parte dai 340 del premio di maggioranza.

L’altro organo di garanzia la Corte Costituzionale, la Corte Costituzionale di 15 membri, 5 designati dalle magistrature superiori, 5 nominati dal Presidente della Repubblica, 5 eletti dal Parlamento, non più in seduta comune , ma 3 dalla Camera dei Deputati e 2 dal Senato ben potrebbe avere una maggioranza di designazione politica, determinata dal Partito o gruppo parlamentare, beneficiario del premio di maggioranza, che elegga il Presidente della Repubblica, potendo contare sui 5 di nomina presidenziale e di 3 di elezione parlamentare, cioè della maggioranza di 8 su 15. Il quorum dei 2/3 e poi dei 3/5 è una garanzia diversa se i votanti sono i 945 del Parlamento in seduta comune o i 630 della Camera ovvero i 100 del Senato, di nomina presidenziale e di elezione da parete di Consigli regionali eletti con sistemi iper-maggioritari.

Nella revisione le pochissime innovazioni positive come i referendum propositivi non sono di immediata entrata i vigore ma rinviati ad una legge costituzionale futura, non si sa quanto prossima e gli istituti di garanzia delle opposizioni aspettano norme regolamentari di cui la maggioranza parlamentare drogata dal premio di maggioranza. Un po’ poco rispetto alle ragioni per il NO illustrate e che sono aggravate dalla legge elettorale per la Camera, che prescinde dalla sentenza di annullamento del Porcellum , anzi ne è una plateale elusione. D’altra parte cosa c’era da aspettarsi da un Parlamento eletto con una legge incostituzionale? Che manometta la Costituzione e sconfessi la Corte Costituzionale.

Milano 10 giugno 2016, nell’anniversario dell’assassinio di Giacomo Matteotti

Felice Besostri

Giornalismo, il 15 giugno manifestazione a Montecitorio contro il reato di diffamazione Autore: redazione da: controlacrisi.org

Si terrà mercoledì 15 giugno dalle ore 16 alle ore 19 davanti al Parlamento, sotto l’obelisco di Montecitorio. Sono invitati a partecipare i giornalisti e i cittadini interessati ad ottenere un’informazione completa, corretta e senza condizionamenti. Ora basta: per far tacere i giornalisti e non farli lavorare in un clima di libertà da tempo è invalso l’uso di minacciarli di querele per diffamazione a mezzo stampa, reato che prevede non solo la sanzione pecuniaria, ma anche la possibilità di una richiesta risarcitoria di qualsiasi importo e, dulcis in fundo, il carcere fino a 6 anni. E che NON prevede la “prova liberatoria”, ovvero chi è accusato non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona che si ritiene offesa. Per accusare di diffamazione a mezzo stampa basta che qualcuno si ritenga messo in cattiva luce da un articolo o da un servizio giornalistico e l’autore del pezzo si trova subito incastrato in un girone infernale che lo porta ad incaricare immediatamente un avvocato a proprie spese, a seguire poi il lunghissimo iter processuale che gli fa perdere tempo e denaro, a rischiare il posto di lavoro e il grande valore aggiunto della credibilità personale. E tutto questo in ogni caso, anche se alla fine si viene dichiarati innocenti.

“C’è stata una goccia che ha fatto traboccare il vaso” commentano gli organizzatori: “il tentativo della Commissione Giustizia del Senato di inserire nel Disegno di Legge sul contrasto alle intimidazioni ai danni degli amministratori locali, una norma che nulla aveva a che vedere con l’argomento in oggetto e che prevedeva l’aumento dal 30 al 50% della pena detentiva per il reato di diffamazione a mezzo stampa, dunque arrivando a 9 anni di carcere per i giornalisti, qualora i querelanti fossero politici, magistrati o amministratori pubblici. Una norma tra l’altro in contrasto con un altro Disegno di Legge, presentato nel 2013 e di fatto fermo ora sempre al Senato, in cui si parlava invece di depenalizzare il medesimo reato.

La manifestazione – tengono a precisare i componenti del Comitato organizzativo – è libera, autonoma e non ha alcun colore, non segue alcun gruppo precostituito, non segue alcuno schieramento né politico né giornalistico. Abbiamo invitato ad aderire tutte le istituzioni e i gruppi organizzati di giornalisti. Può partecipare CHIUNQUE, anche per lanciare un segnale di unità e condivisione su un tema tanto delicato come la libertà di stampa, correlata al diritto dei cittadini di essere informati”.

Deforma Renzi, protesta del Comitato per il No con una lettera a Boldrini e Grasso: “La propaganda del Governo dilaga” Autore: redazione da: controlacrisi.org

Matteo Renzi interviene pressoché quotidianamente nelle trasmissioni del servizio pubblico per sostenere il voto favorevole al referendum. Per contro all’illustrazione delle ragioni di “merito” in favore del No sono stati finora concessi solo degli spazi infinitesimali.
Alessandro Pace, presidente del Comitato per il No nel referendum costituzionale, ha preso carta e penna e ha scritto ai presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso. Nella lettera, il professor Pace, sollecita un loro «autorevole e sensibile intervento sulla Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi pubblici radiotelevisivi perché si riunisca in tempi brevi e finalmente affronti il grave problema posto dal macroscopico squilibrio informativo a danno delle ragioni del No».

Chi tocca la penna muore!!! Oggi il Senato comincia a discutere di illibertà di stampa Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Oggi comincia, nonostante tutti gli appelli che si sono levati da diversi settori della società civile, la discussione in Senato della norma che aumenta la reclusione da sei a nove anni per tutti quei giornalisti che riportano una condanna per diffamazione. E’ una norma “di casta” perché il campo di applicazione è pensato espressamente per quei casi in cui il “danneggiato” è un uomo politico o un magistrato. Fnsi,il sindacato dei giornalisti, ha chiesto di ritirare la proposta, di abolire del tutto la pena detentiva e di introdurre, al contrario, il reato di ostacolo all’informazione.
Il primo allarme è stato lanciato il 26 maggio da Ordine dei Giornalisti, FNSI e Ossigeno. II giorno dopo la Rappresentante dell’OSCE, Dunja Mijatovic, ha rivolto un appello alle autorità italiane. Subito, facendo riferimento alla documentazione prodotta dall’associazione “Ossigeno per l’informazione”, le più rappresentative associazioni europee dei giornalisti EFJ (European Federation of Journalists), AEJ, IPI, e Index on Censorship hanno segnalato l’iniziativa del Senato italiano al Consiglio d’Europa come un fatto di assoluta gravità. Tutti hanno ricordato al Parlamento italiano che la pena detentiva deprime la libertà di informazione e hanno chiesto di rinunciare a un inasprimento che va contro gli standard europei in materia di diffamazione e che inoltre contraddice l’impegno solenne dell’Italia di cancellare del tutto la pena detentiva per questo reato, con un disegno di legge presentato nel 2013 e ancora in attesa di approvazione.
Proprio all’inizio di questo mese, il presidente della FNSI Giuseppe Giulietti ha definito “anti-nazionale” l’aumento del carcere e ha chiesto al governo, del tutto taciturno, di dichiararsi contrario e al Parlamento di ritirare la norma, di introdurre nel codice il reato di ostacolo all’informazione, di sbloccare e approvare il parallelo disegno di legge, anch’esso all’esame del Senato, che prevede invece di cancellare il carcere. Quest’ultima proposta di Giulietti è stata condivisa dal deputato del PD Walter Verini, componente della Commissione Giustizia della Camera. A favore di un chiarimento del testo che inasprisce il carcere si è pronunciata anche l’associazione “Avviso Pubblico”, schierata a difesa dei sindaci che subiscono minacce. Quest’ultima presa di posizione è importante perché smonta parte della retorica “manettara” che ha parlato della necessità di allentare la pressione su quanti, tra gli amministratori pubblici, si sentono oggetto di “condizionamenti” da parte dei giornalisti.
Intanto, a conferma del clima fortemente repressivo che si sta facendo largo nel paese nei confronti della libera informazione, arriva la notizia che il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni ha diffidato la Rai e La7 dall’ospitare il giornalista Marco Lillo, vicedirettore de Il Fatto, per promuovere il suo libro Il Potere dei Segreti. Maroni ha lasciato intendere una citazione in giudizio per danni. L’ufficio legale della Rai ha consigliato ai direttori di canale di non invitare Marco Lillo. L’atteggiamento della Rai è stato criticato dal presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, che chiede l’intervento di Agcom e Commissione parlamentare di vigilanza. Il libro riferisce contenuti di un’inchiesta giudiziaria su politici, manager e prefetti.
Infine, il direttore del quotidiano Roma, Pasquale Clemente, è stato condannato a due anni di reclusione, riconosciuto colpevole di diffamazione a mezzo stampa nei confronti del già parlamentare e magistrato Pasquale Giuliano”. Il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, e il segretario del sindacato dei giornalisti della Campania, Claudio Silvestri scrivono in una nota: “Senza entrare nel merito della vicenda, che risale ai tempi in cui Clemente dirigeva la Gazzetta di Caserta – dicono – l’aspetto sconcertante riguarda la condanna al carcere del giornalista, in applicazione di una norma, quella dell’articolo 595 del codice penale, ormai fuori dalla storia, ma sulla cui cancellazione, più volte auspicata dagli organismi internazionali, il Parlamento non solo continua a tergiversare, ma immagina addirittura forme di inasprimento, come dimostra la norma recentemente approvata in commissione Giustizia al Senato. I giornalisti non chiedono tutele speciali e neanche impunità. Il carcere rappresenta una misura sproporzionata, oltre che una forma surrettizia di bavaglio all’informazione. È per questo necessario che riprenda al più presto l’esame della proposta di legge volta a cancellare le pene detentive per i giornalisti e che si abbia il coraggio di istituire il giurì per la lealtà dell’informazione, a tutela del diritto dei cittadini ad essere correttamente informati. Al collega Clemente, la solidarietà e la vicinanza del sindacato dei giornalisti italiani”.