Alfano: i parenti non finiscono mai Dopo il fratello, spuntano i cugini da: sicilialivepalermo.it

 

Non solo Alessandro alle Poste. Ecco la saga di Giuseppe e Antonio Sciumè. E poi c’è il renziano…

I parenti di Angelino Alfano non finiscono mai, dopo il fratello alle Poste, i cugini alle Ferrovie. E davvero non c’è niente di male ad avere familiari sparsi un po’ ovunque, nei posti che contano e che danno diritto a sfolgoranti carriere con relativi stipendi. Si tratta, evidentemente, di fortunate coincidenze che nulla hanno a che vedere col ruolo pubblico del potente ministro. Non solo Alessandro, dunque, ecco gli altri.

Dopo il fratello, i cugini
Della famiglia di Alfano, torna oggi a occuparsi il ‘Fatto Quotidiano’ con una pagina di Daniele Martini. “E poi dicono che i partiti non contano più nulla – si legge -. Alle Fs quando c’è da mettere il turbo alla carriera di qualcuno fidato, i partiti contano eccome. Ecco due storie esemplari: la sagra siciliana dei fratelli Sciumè, cugini del ministro degli Esteri Angelino Alfano, e il volo del renziano Carmine Zappacosta”. Tralasciando per un attimo Zappacosta, chi sono gli ‘illustri’ cugini?

Una saga di famiglia
“Nelle Fs siciliane – scrive il ‘Fatto’ – la saga degli Sciumè è la dimostrazione che la famiglia Alfano le aziende di Stato le ha nel sangue. Non solo le Poste dove il fratello del ministro, Alessandro, fu assunto nel 2013 dopo un frettoloso esame del curriculum su Linkedin e dove ora riceve uno stipendio di duecentomila euro (…). Alle Fs l’influenza di Alfano si manifesta anche attraverso un signore legatissmo alla Cisl locale, Carmelo Rogolino, considerato da quelle parti più che fedele agli Alfano, quasi uno di famiglia. Rogolino affianca i due Sciumè. A Messina c’è Giuseppe Sciumè, ingegnere, che alle Fs era stato assunto come assistente di Dario Lo Bosco, presidente di Rfi-Rete ferroviaria italiana fino all’autunno del 2015, quando dovette dimettersi dopo che lo avevano arrestato per una storia di appalti ferroviari e corruzione. Sciumè ora è amministratore di Bluferries, la società navale delle Fs per i traghetti tra Reggio Calabria e Messina, mentre Rogolino dirige invece la navigazione targata Rfi: in pratica tutto il movimento di passeggeri auto e camion sullo Stretto, in concorrenza con i privati di Caronte & Tourist, è in mano alla famiglia Alfano”.

“A Palermo, Rogolino è direttore territoriale delle Fs, mentre Antonio Sciumè, dopo una raffica di promozioni, è diventato capo del settore armamento e quindi deve occuparsi della manutenzione e degli investimenti sui binari”, scrive ‘Il Fatto’.

LEGGI: ALFANO E IL SUO AMORE PER LA FAMIGLIA

Con Matteo nel cuore.
L’articolo descrive, dunque, anche “il volo del renziano Carmine Zappacosta, compiuto in scioltezza, con la bandiera del Pd in mano e Renzi nel cuore. La storia di quest’ultimo sembra una favola, quattro anni fa era un precario, ora è l’amministratore delegato di Italcertifer, azienda Fs di piccole dimensioni, ma di notevole importanza (…). Fino alla nomina, Zappacosta era anche un politico responsabile dei trasporti del Pd toscano in quota Renzi ed esponente della segreteria regionale (…). Parlando con Il Fatto, Zappacosta esclude tassativamente che tra la sua fulminante carriera e la politica possa esserci una qualche relazione, rimanda al suo curriculum di ingegnere e dice di essere stato scelto in una rosa di 72. Tutti sanno, però, che nelle nomine Fs i partiti di destra, sinistra e centro hanno sempre messo becco, sia quando amministratore era Mauro Moretti, sia ora che c’è un suo emulo, il renzianissimo Renato Mazzoncini”.

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Fonte: http://anarchistintheworld.altervista.org/lo-stereotipo-della-donna-puttana/ LA TERRIBILE ORIGINE DEL TERMINE “PUTTANA”

L’etimologia risale al alto Medio Evo,ai tempi delle crociate.
Quando gli uomini partivano per la Palestina a massacrare donne,vecchi e bambini.

Le donne,spesso rimanevano sole a casa,lasciate al totale abbandono e senza risorse,indifese da tutto. Va detto che in quel periodo,una donna che uccideva un uomo anche solo per difendere la propria vita, nel 100% dei casi veniva condannata a morte.

Per tanto va da se che ogni violenza,ogni atto di brutalità commesso nei loro confronti, rimaneva impunita.

Il termine “Puttana” sta ad indicare una parola d’origine a cui fu accomunata erroneamente e arbitrariamente un tipo di donna ossia, la prostituta.

Nell’uno come nell’altro caso, la violenza era la costante che caratterizzava allora come oggi l’atto vile dello stupro.
Dovete sapere che la parola deriva da “Putto” ossia bambino e che nulla a che vedere con altre questioni se non questa.

Quando le povere sventurate rimanevano da sole era facile che dei “Pellegrini”io li chiamo bestie immonde, pernottassero nelle loro case, e non approfittavano solo dell’ospitalità no ma, anche della donna stessa, stuprata e quasi sempre messa incinta, ella era obbligata a disfarsi dei bambini nati vendendoli ai signorotti o ai viandanti che cercavano schiavi sessuali il più delle volte.
Quindi due volte vittime.

La donna che subiva lo stupro e da esso aveva un figlio, era obbligata a venderlo per mantenere anche quelli dell’imbecille che era partito per andare a compiere massacri in Palestina con la speranza di tornare a casa e avere come riconoscimento del suo ignobile operato, un piccolo feudo o una ricompensa dalla fottuta “Chiesa cattolica”.

Come dicevo, le donne erano oggetto di ogni tipo di violenza, sia fisica che psicologica, nessuno ne prendeva le parti, nessuno puniva i loro aguzzini e questo, perché c’era l’assurda convinzione la donna fosse portatrice del “Peccato originale” e che per questo meritasse ogni forma di umiliazione.

Ora, mi rivolgo a voi che usate ancora tale gergo o termine per offendere le donne, riflettete prima di aprire bocca, perché ciò che dite, non è solo un offesa gratuita ma è anche sbagliata.

Ogni volta che usate parole quali ”Puttana
o “Troia” siete sempre in errore e non

capite neanche ciò che state dicendo.

Anche il termine “Troimagesia” non sta di certo ad indicare una donna di facili costumi no..Troia era una città e la parola si riferisce ad Elena,una donna forte e coraggiosa dal momento che decise di lasciare Menelao, marito possessivo e violento per il più mite Paride figlio di Priamo re di “Troia”.

Per tanto,quando usate anche questo termine sappiate che siete anche li doppiamente in errore. Uno perché lo usate come forma d’offesa nei confronti delle donne,secondo perché non ha nulla a che vedere con le donne.

Il termine “Mignotta” invece è un termine dispregiativo che nasce da una deformazione o interpretazione di quella che è comunemente conosciuta Sanguisuga.

Termine che di certo per alcuni uomini pare adeguato a certe donne che secondo loro gli ruberebbero la vita o gli averi ma,anche in quel caso non è così. Il termine nasce nella prima metà del 18° secolo nel centro-Italia da quei signorotti che andando a prostitute e non volevano pagare, spesso si ammalavano di malattie veneree e incolpavano queste ultime della cosa.

Come vedete,tutto nasce sempre d unicamente dal comportamento SBAGLIATO di noi uomini che pesiamo di essere migliori ed in diritto di dire o fare ciò che vogliamo senza renderci conto che così non facciamo altro che apparire come i più comuni o attributi maschili ossia i “Coglioni”.

Io personalmente li definisco”Ammennicoli

Andrea

Fontehttp://anarchistintheworld.altervista.org/lo-stereotipo-della-donna-puttana/

Minacce a sindaco Moscato e giornalista Borrometi. Il comunicato di Avviso Pubblico da: antimafiaduemila.com

Il Sindaco di Vittoria Giovanni Moscato e il giornalista Paolo Borrometi (in foto) sono stati oggetto nei giorni scorsi di pesanti e vili minacce a seguito della trasmissione di Radio Anch’io del 22 febbraio, che aveva come tema centrale il contrasto alle agromafie e al fenomeno del caporalato.
Il giornalista Paolo Borrometi, direttore del giornale online La Spia e corrispondente dell’agenzia Agi, è già stato oggetto in passato di numerose minacce e aggressioni fisiche. Lunedì 27 febbraio inoltre, il Presidio permanente della Caritas a Marina di Acate ha subito l’incursione di ignoti che hanno messo sottosopra i locali.
“Vittoria e tutto il suo territorio sono impegnati in una lotta per la legalità nel settore agricolo e le minacce non fermeranno di certo questa azione volta a eliminare coni d’ombra – ha dichiarato il Sindaco Giovanni Moscato – Nessuno pensi di poter fermare le forze sane della città con atteggiamenti del genere: ogni minaccia verrà rispedita al mittente e proseguiremo nel cammino avviato a tutela dei cittadini onesti”.
Avviso Pubblico, nell’esprimere la propria vicinanza e solidarietà al Sindaco Moscato e al giornalista Borrometi, ribadisce la propria preoccupazione per una situazione che in Sicilia come nel resto del Paese vede amministratori e professionisti finire continuamente nel mirino di gesti vili e inqualificabili. Avviso Pubblico ha censito dall’inizio dell’anno ad oggi oltre 40 intimidazioni nei confronti di sindaci, amministratori locali e funzionari pubblici.
Chiediamo una volta di più che il Parlamento approvi nel più breve tempo possibile il disegno di legge sugli amministratori minacciati (AC3891), fermo alla Camera dopo l’approvazione del Senato avvenuto lo scorso mese di giugno.

Mark Covell torna alla Diaz per raccontare il G8 ai ragazzi di Giulia Destefanis da Repubblica.it

Il giornalista preso a manganellate,  rimase 14 ore in coma per le botte, ha incontrato gli allievi del Pertini

Entra alla Diaz in silenzio, si guarda intorno. Sospira. «Sento le stesse cose di quella notte — dice — come se stesse succedendo tutto adesso». Intorno a lui gli studenti vanno e vengono. «E’ incredibile pensare come questo posto possa essere così tranquillo ora». Il giornalista inglese Mark Covell, nel blitz della polizia alla scuola Diaz di via Battisti, durante il G8 di Genova, fu quasi ammazzato tra calci e manganelli, finì in coma e ci rimase per 14 ore. Sedici anni (e molte battaglie legali e psicologiche) dopo, torna nella palestra del blitz per una mattina «speciale: per la prima volta incontro qui dentro dei ragazzi, gli studenti della scuola, per raccontare cosa è successo veramente quella notte. Era uno dei miei desideri. E voglio continuare a farlo, a parlare di diritti umani con i ragazzi, anche nelle Università italiane».

Una mattina di riflessione, dal tema “Forze di polizia e diritti umani in Italia”, organizzata da Amnesty International con la responsabile ligure per l’educazione ai diritti umani Emanuela Massa. Non è l’unico istituto che stanno visitando, insieme all’ispettore capo Orlando Botti che da poliziotto pensionato racconta la sua visione critica del corpo: ma qui al liceo Pertini, tra quelle stesse mura, è diverso, e Covell si commuove. «E’ giusto così. Vedendomi, spero che i ragazzi capiscano il valore dei diritti umani. Quella notte io li ho persi, mi furono completamente negati dallo Stato e dalla polizia italiana».

Inizia il racconto: 21 luglio 2001, oltre 300 agenti con il supporto dei carabinieri fanno irruzione nella scuola dove dormono gli attivisti, davanti alla sede del Genoa Social Forum. «Io sono una delle 93 persone che si trovavano alla Diaz — racconta Covell — Vedendo arrivare le camionette ho provato a raggiungere il mio computer nell’edificio davanti per scrivere quello che stava accadendo. Ma i poliziotti mi hanno fermato in strada e mi hanno aggredito per tre volte; mi hanno fratturato la mano sinistra e otto costole, che hanno perforato un polmone; per i calci sul volto ho perso 16 denti». Gli studenti lo fissano in silenzio, con il preside Alessandro Cavanna. «Pensai: sto per morire». Mostra i video del blitz. Poi racconta gli anni successivi, «lo stress post traumatico, due esaurimenti nervosi». Oggi vive a Londra con la fidanzata Laura conosciuta a Genova, non fa più il giornalista: «Lavoro in un negozio, faccio una vita semplice, ho bisogno di normalità».

G8 di Genova, una delle vittime torna alla Diaz dopo 16 anni: “I ragazzi devono sapere

Una ragazza chiede come reagirebbe se uno degli agenti che lo hanno picchiato andasse a scusarsi. «Gli chiederei di fare i nomi degli altri». Perché i processi hanno condannato 25 persone per la Diaz (e 40 per i fatti della caserma di Bolzaneto), ma «per il mio pestaggio fuori dalla scuola non è stato identificato, e dunque condannato, nessuno».

«Sono stato io l’unico poliziotto a scusarmi con Mark — dice Botti — Mi vengono i brividi a stare qui. Queste tragedie devono essere ricordate». Per garantire che «le forze di polizia siano uno strumento di tutela dei diritti, non il braccio armato dei governi», aggiunge Massa ricordando la necessità di una legge sulla tortura. «Parlare dei fatti di Genova — conclude Covell — significa difendere i diritti umani: che sono minacciati ogni giorno, anche in Occidente, anche qui».

 

Fonte: il manifestoAutore: Guido Viale Migranti, la grande barriera italiana

Stiamo costruendo nel Mediterraneo una barriera più feroce del muro su cui Trump ha fatto campagna elettorale. Una barriera di leggi, misure di polizia, agenzie senza base giuridica, violazioni del diritto del mare e di asilo, navi da guerra, criminalizzazione delle organizzazioni umanitarie, eserciti mobilitati ai confini, filo spinato e muri.E tra i muri quello – 270 chilometri – che il governo turco ha costruito con il denaro della commissione europea per bloccare i nuovi profughi siriani che l’Europa teme che transitino poi verso i Balcani. Ma una barriera fatta anche di accordi con i governi dei paesi di origine o di transito dei rifugiati, per trattenerli dove sono o respingerli là da dove sono partiti. Con ogni mezzo: finanziando armamenti – navi, sistemi di rilevamento, addestramento delle milizie, caserme e prigioni – e legittimando governi e pratiche feroci sia con i profughi che con i propri sudditi.

Che cosa succede oltre quella barriera, nei campi e nelle prigioni di Libia, Sudan, Niger o Turchia – violenze, stupri, omicidi, umiliazioni e sfruttamento, condizioni igieniche letali – è provato da medici, reporter, organizzazioni umanitarie, agenzie dell’Onu come Unhcr, Oim, Unice e da molti reportage fotografici. Ma la barriera maggiore è ancora costituita dai naufragi in mare e dagli abbandoni nel deserto. Tutte pratiche, più i futuri rimpatri, non solo tollerate, ma finanziate dall’Unione europea come soluzione per «disincentivare l’afflusso di nuovi profughi»: espressione anodina per dire che chi vuol sottrarsi a morte, fame, guerre o violenze di un tiranno deve rassegnarsi; mettersi in viaggio è anche peggio.

Ma al di qua di quella barriera, chi è riuscito a raggiungere l’Europa approdando in Italia, Grecia o Spagna, sfidando più volte la morte, sua e dei propri figli, si accorge di essere finito in un territorio quasi altrettanto ostico.
Fino a un anno fa, Grecia e Italia accoglievano e accompagnavano i profughi ai confini per aiutarli a raggiungere altri paesi dell’Unione, la loro vera meta. Oggi non possono più farlo a causa delle barriere fisiche, poliziesche e amministrative che l’Unione europea ha lasciato elevare tra i suoi paesi membri; mentre chi decide se un profugo ha diritto alla protezione della convenzione di Ginevra o no è sempre più selettivo.

Finora, a coloro che ricevono il diniego o non vengono neanche ammessi alla procedura (spesso esclusi già negli hotspot perché provenienti da paesi classificati “sicuri”) veniva ingiunto di lasciare subito il territorio italiano: senza denaro, biglietto, documenti e punti di appoggio. Ovviamente nessuno lo faceva; chi non riusciva a passare la frontiera si accalcava ai suoi bordi, a Ventimiglia, a Como, al Brennero; o cercava rifugio sotto un viadotto o in un edificio abbandonato, iniziando la vita da “clandestino” decretata per lui dallo Stato.

Oggi, dopo alcune prove di deportazioni di massa verso il Sudan o la Nigeria, il ministro Minniti ha deciso di imprigionarli tutti in centri di reclusione da istituire, in attesa dei soldi e degli accordi per “rimpatriarli” là dove non potevano più stare perché perseguitati o affamati. E’ il coronamento della barriera voluta dalla commissione europea, che intende riservare questa sorte ad almeno di un milione di profughi, bambini compresi. In sostanza, però, si scarica su Italia e Grecia il compito di mettere al sicuro gli altri paesi dell’Unione da un flusso di esseri umani che sbarcano da noi, ma per raggiungere il resto dell’Europa. Ma invece di porre al centro dei rapporti con il resto dell’Unione questa questione – su cui si decide il futuro politico del continente – il governo italiano la usa solo per lucrare qualche punto di deficit in più.

Ma ammassare i profughi nei tanti centri dove si specula sulla loro esistenza di fronte agli abitanti dei dintorni, a cui vengono esibiti come nullafacenti a spese dello Stato, umiliando sia gli uni che gli altri, o moltiplicare i “clandestini” prodotti dalle leggi dello Stato sono cose che provocano nei più un senso di rigetto, alimentato dalle forze politiche che su di esso costruiscono le proprie fortune. Invece di vedere sofferenza e disperazione in chi vive una fuga ormai senza meta, non si rifugge più né da espressioni truci né dal passare a vie di fatto. Sono reazioni emotive, ma ben radicate, alimentate soprattutto da cattiva informazione. Le informazioni vere non mancano, ma non si vuole vederle né si possono cambiano certe reazioni solo con la buona informazione. Allora, a che punto è la notte? Molto avanti. Ma non è un processo irreversibile.

Impariamo noi, e impariamo a portare anche altri, chiunque sia, a guardare negli occhi i profughi che ci stanno accanto. Gira su facebook un video che mostra le risposte violente e razziste di persone per strada quando un intervistatore bianco chiede loro “che cosa fare dei profughi”. Poi la stessa domanda viene rivolta alle stesse persone da un intervistatore di colore, che potrebbe essere un profugo e che li guarda negli occhi. Accanto all’imbarazzo per quello che hanno appena detto, cresce tra tutti lo sforzo per trovare, qui e ora, una risposta più umana. E’ quello che dobbiamo tutti cercare di fare, e trovare dei luoghi dove farlo.

Intervista ad Aldo Milani, Coordinatore nazionale del SiCobas da. resistenze.org


A cura di Michele Michelino | nuovaunita.info

febbraio 2017

Dalla rivista nuova unità, periodico comunista di politica e cultura

La provocazione e la trappola ordita da Levoni e dalla questura di Modena contro il Sicobas e il suo coordinatore nazionale crolla sotto la mobilitazione dei lavoratori.

Il 26 gennaio, durante una trattativa sindacale a Modena, viene arrestato in diretta per “estorsione” Aldo Milani, coordinatore nazionale del Sicobas. Come prova dell’infamante accusa di aver intascato bustarelle in cambio della pace sociale, la questura fa trasmettere su tutte le tv uno spezzone di pochi secondi, senza audio, in cui si vede uno scambio fra Levoni, grosso industriale delle carni, e un uomo in giacca e cravatta seduto a fianco di Milani (un certo Piccinini, consulente di Levoni) che prende una busta e dopo averla intascata fa il segno delle manette. La trappola scatta e Milani viene arrestato. Subito le edizioni dei giornali on line alimentano la macchina del fango riportando con grande enfasi la notizia dell’arresto di due sindacalisti del Sicobas, facendo apparire il consulente del padrone come un iscritto al Sicobas

Appena si sparge la notizia dell’arresto di Aldo Milani, centinaia di “facchini” aderenti al Sicobas scendono in sciopero contro il tentativo di criminalizzazione del loro coordinatore nazionale e del sindacato, e nelle ore successive centinaia di lavoratori della logistica, insieme a altri proletari e compagni solidali con lui, assediano il carcere di Modena, dove è rinchiuso Milani. Subito arrivano attestati di solidarietà (pochi per la verità) a Milani e al Sicobas da parte di altre organizzazioni, mentre alcuni sindacati, compresi quelli di base, per opportunismo o paura si dissociano dal Sicobas prendendo per buone le accuse della questura, e altri dubbiosi delle dichiarazioni della questura aspettano di vedere come finirà per prendere posizione.

Il giorno dopo il suo arresto, il 27 gennaio, la montatura si sgonfia e Aldo Milani viene scarcerato.

Ad attenderlo all’uscita del carcere centinaia di lavoratori e compagni. Per conoscere meglio i fatti riportiamo l’intervista di Aldo a nuova unità.

Domanda:  Dopo i fatti che ti hanno visto finire in galera e la montatura sul tuo arresto, molti si sono chiesti “ma come hanno fatto a farti cadere nella trappola? Come l’hanno preparata?”

AM: Rispondo agli sciocchi perché qualcuno ha detto “o è un coglione o è uno che ha accettato di essere corrotto”. Io non sono un corrotto e non sono un coglione. La vicenda si è svolta in questi termini: noi avevamo in corso una vertenza non con i Levoni, ma con la Bellentani un’azienda sempre del settore delle carni, dove questo Piccinini (quello della bustarella) concorre con altri due fornitori per questa azienda.

Precedentemente, al nostro coordinatore in luogo era stata presentato Piccinini come un “lavoratore buono”; io invece in un’assemblea generale dissi che Piccinini non era poi tanto buono perché era già stato condannato ad  1 anno e 8 mesi in seguito a denunce fatte da noi e il suo capo era stato condannato a 7 anni e 8 mesi. Quindi la mia posizione su questo signore era abbastanza chiara. Questo signore, essendo  venuto a sapere dai delegati che mi ero espresso in questi termini, mi scrisse una mail dicendo che lui era cambiato dopo questa esperienza fatta 4 anni prima, e che aveva messo in piedi un’associazione di sostegno ai bambini siriani colpiti dalla guerra, che non era un eroe ma che, in piccolo, anche lui faceva delle cose.

In seguito si fece vivo perché c’era un problema che riguardava questo appalto (la Bellentani). Non vinse lui l’appalto, vinse l’altra cooperativa e facemmo l’accordo con l’altra cooperativa, il migliore accordo in assoluto. Migliore in termine qualitativo, perché per quarant’anni tutti i lavoratori delle carni che erano presenti sul territorio non hanno mai avuto un accordo specifico degli alimentaristi. Fino a quel momento c’erano stati accordi che riguardavano le pulizie e altri temi, ma che non riguardavano il lavoro specifico.

In varie riunioni in Prefettura, a cui ho partecipato io e altri nostri  compagni, anche l’ispettore dell’Ispettorato del Lavoro ha sempre sostenuto che si trattava dell’accordo più giusto, quello degli alimentaristi. Però non l’hanno mai applicato. Ma l’accordo c’era, ottenuto grazie agli scioperi del 90% dei lavoratori dell’azienda che ogni giorno hanno scioperato. Avevamo raggiunto il risultato e questo, secondo noi, è stato l’elemento dirompente.

Dato che Piccinini concorreva anche per l’appalto alla Levoni, dove erano stati licenziati 55 operai della cooperativa precedente. Per questo i lavoratori, non io, gli chiesero se, nel caso l’avesse vinto, avrebbe assunto i licenziati. Piccinini disse di si, ma chiese che anche i lavoratori facessero un po’ di pressioni con Levoni perché lui ricevesse l’appalto. Noi rispondemmo che Levoni non voleva parlare con noi, che si rifiutava di incontrare i lavoratori, che facesse lui pressione per ottenere almeno un incontro con i lavoratori.  I Levoni sostennero che l’incontro l’avrebbero fatto informalmente solo con me, Aldo Milani, in quanto coordinatore nazionale del SiCobas, perché con gli altri operai che stavano scioperando il clima era troppo teso. Inoltre avevano visto dei video e mi consideravano una persona “seria”.

Io andai a questo incontro il pomeriggio, quello in cui mi hanno arrestato anche se io non dovevo andarci perché nello stesso orario avevo un incontro alla Fercam di Parma. Fu Piccinini ad insistere perché ci fossi in quanto (secondo lui) più autorevole nell’indicare alcuni passaggi, prima che si incontrassero i legali nei primi giorni di febbraio. Allora Non sapevo che al mattino, quando gli operai avevano circondato la macchina dei Levoni, questo impaurito, aveva detto ai lavoratori che si sarebbe incontrato con me nel pomeriggio.

Io non sono mai intervenuto a Modena ma, vista l’assenza di rapporti sindacali col padrone che non voleva vedere gli altri operatori del Sicobas, decisi di andare, dopo aver frettolosamente discusso, appena informato, con i lavoratori una serie di passaggi. Il nostro errore, se così si può dire, è stato di non essere abbastanza informati delle soluzioni possibili dal punto di vista sindacale, al di là della questione fondamentale dei licenziati. Inoltre c’era in ballo una somma cospicua dal punto di vista economico per le vertenze legali che avevamo fatto, con una prima udienza favorevole ai lavoratori. C’era anche aperto il problema dei lavoratori licenziati che, non avendo pagato la cooperativa i contributi, non potevano avere neanche la NASPI (1).

ln un primo incontro il 12 dicembre, avevo prospettato un accordo se si rispettavano certe questioni.
Allora chiesi due cose. Dal momento che c’erano due vertenze contrattuali, perché non unirle invece che andare davanti a un giudice una prima volta, e poi dopo un mese una seconda volta davanti allo stesso giudice per due cause simili che potevano essere unificate. Quindi chiesi che i rispettivi avvocati si incontrassero per unificare le due cause. Il nostro obiettivo è di arrivare a una soluzione, perché secondo quanto dicevano i  lavoratori si continuava a lavorare, mentre i Levoni sostenevano il contrario.

Levoni , nel frattempo, aveva spostato la scarnificazione della carne e il 20% lo faceva venire dalla Spagna, giustificando così i 55 licenziamenti avvenuti in due reparti. La carne trattata, però, risultava carne italiana. Ho fatto presente che questo è illegale, e che noi  avremmo tutelato i lavoratori, facendo anche delle denunce;  tuttavia, se nel frattempo Levoni avesse aperto altri reparti, noi proponevamo di fare una graduatoria in modo da assumere per primi gli operai licenziati. Inoltre avevo chiesto un esodo, un incentivo di almeno 12 mensilità più la Naspi che per averla i lavoratori, Levoni doveva versare ancora tre mensilità per ogni lavoratore, circa 100 mila euro, perché la cooperativa non aveva versato questi tre mesi di contributi.

Altro problema di cui abbiamo discusso: dato che la cooperativa non aveva pagato i contributi e quindi i licenziati non avevano diritto alla NASPI, abbiamo chiesto a Levoni che pagassero loro i 3 mesi necessari per usufruirne. Questo il primo incontro, dopo il quale, senza che io ne sapessi niente, il signor Levoni nomina suo consulente Piccinini, e gli da 10.000 euro in quanto tale, che lui registra nella contabilità della sua azienda. Tutto regolare ….. soldi dati al suo consulente. In più gli affida la gestione di una cooperativa in quel di Udine per conto della Levoni. Ecco instaurato il rapporto tra Levoni e Piccinini.

D.:  Ti hanno fatto l’accusa infamante di aver preso delle bustarelle, e subito tutti i media – giornali TV ecc. – hanno dato grande risalto alla notizia trasmettendo però solo le immagini registrate dello scambio di buste tra Levoni e Piccinini ma non il sonoro. Eppure il giorno dopo, quando il giudice, dopo aver ascoltato anche il sonoro ti ha scarcerato, solo in pochissimi hanno pubblicato un trafiletto per darne conto, gli altri hanno bellamente ignorato il fatto. I lavoratori del SiCobas e pochi compagni solidali (noi di nuova unità tra quelli) hanno denunciato subito che la trappola non era solo un attacco a te, ma anche un segnale e un attacco a tutto il movimento anticapitalista che si muove fuori dalle “compatibilità” del sistema.

Sapevi che i tuoi compagni erano scesi subito in lotta per la tua scarcerazione? Come giudichi la loro risposta? Cosa pensi del fatto che tanti, troppi sindacati e organizzazioni varie – per opportunismo? per convenienza? – si sono “bevuti” subito le veline della questura? Quali altri provvedimenti ha preso la magistratura contro di te?

AM: Si, immaginavo che i miei compagni avessero capito la trappola che mi avevano teso e pensavo che avrebbero reagito all’attacco all’organizzazione. Adesso, dopo la scarcerazione per mancanza di indizi, ho fatto ricorso rispetto alla privazione della libertà di movimento  impostami dalla Procura, che oggi mi impedisce di muovermi da Milano. Questa è una misura punitiva. Ad esempio, per andare dal mio avvocato a Bologna, mi hanno dato 4 ore tra andata e ritorno. Il mio avvocato, ritiene che – viste tutte le carte – ho il 90% di possibilità di essere completamente scagionato e quindi poi di essere libero di muovermi su tutto il territorio nazionale fino al processo, che comunque ci sarà. Io ritengo invece, al contrario, che al 90% non succederà così, nonostante che la provocazione abbia avuto caratteristiche molto maldestre e provinciali, per come è stata fatta e poi gestita. Non è tanto un problema di prove, ritengo che vogliano cercare di limitare l’attività del sindacato e questo comporterà, secondo me, che andranno fino in fondo su questa linea.

Il motivo è che noi siamo andati a rimestare sul serio nella merda. Nella regione i DS hanno i nervi scoperti. Perché Modena rappresenta il centro in cui sono presenti tutti i settori industriali, dalla carne (5.000 dipendenti che ci lavorano), ai mattoni, alle porcellane, ai metalmeccanici ecc. All’interno di questi settori, nei mesi precedenti, ci sono state almeno una ventina di scioperi – anche della CGIL – nel settore delle carni,  e non hanno concesso né a noi  né a loro il contratto di categoria.

Ma noi siamo riusciti a entrare all’interno della Levoni, con 200 iscritti su 200 lavoratori. E’ chiaro che per loro questo significava mettere in discussione una questione che non è soltanto il rapporto operai/ padroni/ stato. Lì c’è tutta l’organizzazione capitalistica, che va dall’impiegato comunale al consigliere comunale, al consigliere regionale, al parlamentare o al poliziotto ecc.  Tutto è strettamente legato a questa organizzazione e gestione dell’ex PCI, ora PD, che oggi sta scricchiolando. Questi accordi stanno cominciando a mettere in discussione questo assetto e si tratta di  cose ottenute con un solo modo: la lotta.

D.:  Oltre al tuo arresto, ci sono stati altri provvedimenti repressivi contro altri lavoratori del SiCobas?

AM: Si da tutte le parti. Stando arrivando denunce, che cercano di colpirci non solo dal punto di vista legale, ma anche finanziario ed  economico. Abbiamo una denuncia per cui  dovremmo pagare 200.000 euro alla CALT per uno sciopero che abbiamo fatto; 70 denunce a Piacenza  per la CEVA  e altre ancora. Oltre ai provvedimenti penali verso l’organizzazione, stanno colpendo personalmente ogni  lavoratore che ha partecipato ad una lotta. Tre giorni dopo che sono uscito dal carcere, all’Interporto di Bologna è stata fatta una riunione del cosiddetto “tavolo della legalità”, per combattere  mafia e camorra. Ma l’Emilia Romagna è piena di mafiosi e camorristi proprio in questo settore. A questo “tavolo della legalità” è stato formulato un accordo nei fatti  tra padroni, questurini e sindacati confederali CGIL-CISL-UIL, per arrivare ad una posizione comune di denuncia da parte dei confederali di quelle azioni che loro ritengono violente, illegali. I padroni sostengono inoltre che – dato che uno sciopero fatto alla DHL arreca danni a tutto l’interporto – le denunce vanno fatte non solo là dove concretamente si sciopera, ma anche da parte di tutti gli altri settori “danneggiati”. Denunce non solo contro l’organizzazione sindacale, ma anche segnalazioni alla DIGOS – come se ogni fornitore disponesse di una sua polizia “privata” – di tutti i lavoratori individuati come agitatori. Nel dispositivo della mia denuncia si sostiene che io manderei in giro degli agitatori a fare gli scioperi e quindi andrei successivamente a chiedere eventualmente la parte economica . Questa è la loro tesi: dimostrare che lo sciopero è un’estorsione. Lottare per il salario e per i diritti, per i padroni è un’estorsione. In realtà è il diritto di sciopero che vogliono  mettere in discussione

D.:  Il capitalismo acuisce la concorrenza fra lavoratori e scompone la classe operaia, mette operai disoccupati contro gli occupati, i precari contro quelli a lavoro fisso, i dipendenti pubblici contro i privati. Nelle lotte economiche e sindacali dei lavoratori della logistica, invece, si assiste a fenomeni di ricomposizione di classe, fra operai/e italiani e stranieri e, nonostante le difficoltà e la repressione padronale e dello stato, quest’unità di classe ha prodotto anche dei risultati nella lotta contro lo sfruttamento capitalista e per ripristinare i diritti umani. In queste lotte i lavoratori hanno scioperato e manifestato in modo più o meno cosciente, riconoscendosi come appartenenti alla stessa classe. Tu come vedi il discorso della solidarietà di classe? Si può estendere dalle cooperative agli altri settori operai e proletari?

AM: Io credo che avvenga anche per linee sociali. Prendiamo l’esempio di Modena:  nella media azienda il 40% è formato da immigrati, e così è anche nella metallurgia, nella chimica, ecc. L’esperienza che si fa non viene tramandata soltanto attraverso il volantino o l’intervento dell’organizzazione sindacale o politica, ma avviene attraverso la conoscenza di quel tipo di lotte e quindi si diffonde. Almeno per quanto riguarda l’area del Nord, avviene così un processo di allargamento della lotta.

Inoltre c’è un elemento che molte vediamo solo sul piano statistico e mai dal punto di vista dai processi che mette in moto realmente. La crisi ha messo in movimento situazioni particolari.

Facciamo un esempio: la DM di Bologna, 40 lavoratori che lavoravano in cooperativa, in due anni sono stati messi fuori dal processo lavorativo. Lo stesso nel settore metalmeccanico, ci siamo trovati di fronte a lavoratori iscritti alla FIOM che ci contrastavano e non permettevano – alleati al loro padrone – che lì noi facessimo assemblee nella loro fabbrica. Un anno e mezzo dopo, gli stessi lavoratori della FIOM vengono a iscriversi al SiCobas perché buttati fuori dall’azienda: c’è la crisi e il loro sindacato non ha saputo dare la risposta adeguata per contrastare questo processo .

Certamente la crisi fa sì che oggettivamente avvengono queste cose, si creano  condizioni più favorevoli,  ma ci vuole anche l’aspetto soggettivo, la capacità di interpretare – anche se con molte difficoltà – questi processi .

Un’organizzazione come la nostra ha questa caratteristica e, potenzialmente, è già un’organizzazione “internazionalista” perché è formata anche da operai che provengono da varie situazioni, ma è incapace di proiettarsi su un piano nazionale . Quindi non è che non ci sia ideologicamente la volontà di unificare, c’è però la formazione dei quadri che sono molto legati all’aspetto aziendalistico-territoriale. Ecco perché bisogna fare un salto di qualità.

Noi vediamo in queste lotte, almeno dove siamo presenti, a Bologna e in altri luoghi, che  abbiamo almeno 15/ 20 lavoratori immigrati che sono loro stessi gli operatori sindacali in queste situazioni, nel senso che cominciano a formarsi dei quadri che hanno un’idea molto più ampia di quella che è una visione solo aziendale. Io stesso, in tutte le riunioni, ho sempre calcato non solo sugli aspetti aziendali o contrattuali, ma che facevamo lotte contro il capitalismo nelle sue varie forme, semplicemente, non in maniera ideologica,  ma per far vedere quello che realmente è.

D.:  Oggi viviamo in un momento in cui la lotta di classe è latente. La mancanza di un’organizzazione di classe (politica e sindacale) fa sì che gli stessi operai non riescano più a riconoscersi come appartenenti alla stessa classe sociale. Ormai anche nel lessico comune non si parla più di padroni, ma di datori di lavoro; non più di operai e proletari, ma di risorse umane;  si parla sempre più di società civile, di battaglie per la parità di genere, di diritti dei “cittadini” in generale. Le lotte dei “facchini”, dei lavoratori della logistica, ripropongono con forza il protagonismo della classe operaia. Tuttavia, anche le lotte economiche vincenti (sempre più rare) riportano di attualità il problema del rapporto fra lotta economica e lotta politica.

In parte hai già risposto, affermando che si sta formando con fatica un’avanguardia, ma questo fenomeno avviene in tutto il SiCobas?

AM: Questo sta da sempre nella mia concezione teorica, ma praticamente sta avvenendo anche nel SiCobas.

Certo, io non voglio sentirmi napoleone, ma credo di aver avuto un ruolo in questa direzione.

In ogni caso l’oggettività spinge anche in questa direzione e ci sono  settori di lavoratori che non si accontentano più di andare a dire “il facchino non ha paura” nello scontro con la polizia e il capitale, ma cominciano a porsi il problema di come mai un’azienda, dopo che si è raggiunto il miglior contratto possibile, viene chiusa.

Cominciano a riconoscere che questo è il capitalismo, e quindi a porsi il problema di come battersi contro questa forza. Hanno magari meno legami col passato e più una tradizione di lotta, che magari va strutturata e organizzata meglio. Per me l’ultima manifestazione, quella del 4 febbraio, è stata meravigliosa come risultato finale ma ha dimostrato anche un caos organizzativo e la nostra incapacità a gestire quel tipo di processo. Si è avviato spontaneamente, anche come risultato di una serie di esperienze già fatte e quindi un po’ più strutturate.

Non dico che non serve un’organizzazione ma, fondamentalmente, non puoi pensare di dare solamente parole d’ordine ideologiche. Bisogna organizzarli, strutturarli. Mentre ero in carcere, l’avvocatessa mi ha detto che i compagni domandavano chi doveva gestire questa situazione da fuori. Io ho dato subito l’indicazione per un compagno, perché era quello più capace di muoversi, e lei quando è uscita, dopo il colloquio in carcere, ai compagni ha detto: “voi sapete cosa fare”.

D.:  L’esperienza dimostra che chi lotta può vincere o perdere, ma può pagare  anche di persona come nel tuo caso. Tuttavia, da quello che dici, la lotta sta facendo crescere in alcuni anche la consapevolezza che non si tratta solo di rivendicare diritti e salario, ma anche di battersi contro il sistema del lavoro salariato che continua a riprodurre gli operai come schiavi e i padroni come sfruttatori. Questo significa che la necessità dell’organizzazione politica cominciano a porsela anche alcuni lavoratori?

AM: Si, io credo che il sindacato non debba più avere semplicemente le stesse caratteristiche del passato, anche per un fatto oggettivo. Secondo me, in Italia non si è prodotto un Partito Comunista in grado di poter interpretare le esperienza più genuine dei lavoratori ed è chiaro che chi si avvicina alla lotta – anche solo sul piano economico – deborda sul piano politico. Non dice più “questo è sindacale e questo è politico” ma necessariamente sperimenta che è lo Stato che interviene direttamente, non sono solo le forze tradizionali in campo. Il problema è che l’articolazione di questa battaglia politica deve stare, per come la penso io, in un concetto leninista, nella visione di un partito e di un’organizzazione.

Io penso –  ne avevo parlato anche con te – che dovremmo riprendere questo  tema,  che avevamo lasciato per problemi che si erano posti dal punto di vista anche organizzativo, causati anche dal passaggio dallo SlaiCobas al SiCobas, a forme anche ibride (“non è proprio il partito e non è proprio il sindacato”). Ma penso anche che, se si comincia a discutere su cosa fare, tra comunisti e avanguardie operaie ci si può organizzare. Il problema dei lavoratori comunisti è all’ordine del giorno.

(8 febbraio 2017)

Note

1) La riforma degli ammortizzatori sociali introdotta con il Jobs Act, ha previsto, per chi perde involontariamente il lavoro a partire dal 1° maggio dello scorso anno una nuova indennità di disoccupazione 2017: NASpI, Asdi, Dis-Coll e ricollocamento:

La NASpI 2017 è il sussidio di disoccupazione universale che sostituisce dal 1° maggio scorso l’assegno unico di disoccupazione introdotto dalla Riforma Fornero. Tale indennità, prevede nuove modalità di calcolo che influiscono sia sulla misura stessa del beneficio che sulla sua durata. La NASpI è un assegno che spetta ai lavoratori in disoccupazione involontaria, quindi chiunque perde il lavoro a partire dal 1° maggio scorso, ha diritto ad un assegno di disoccupazione se ha lavorato almeno 3 mesi.

Brevi considerazioni sulle recenti proteste di massa contro il governo da: resistenze.org


Partito Comunista Rumeno – XXI Secolo (PCR-XXI) | pcr.info.ro
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Amici,

In Romania, sotto le vesti di una missione anti-corruzione, è stata creata una polizia politica il cui obiettivo era la neutralizzazione del sentimento nazionale rumeno.
Una situazione simile è avvenuta in Messico, paese che si stava avvicinando al fallimento ed è stata salvato dagli Stati Uniti. Ma i messicani non sapevano quale sarebbe stato il prezzo di questo aiuto.

Per molti giorni i messicani scesero nelle strade battendo con i cucchiai i piatti vuoti. Le manifestazioni non cessarono fino a quando il presidente non prese per lo Stato messicano lo sfruttamento del petrolio. Poi seguì un periodo di grande crisi economica in Messico. L’interesse bancario per i prestiti statali era salito alle stelle. Il governo fu costretto a ridurre drasticamente la spesa statale. Si pensò inoltre di stampare moneta senza copertura economica, per poter coprire le spese statali strettamente necessarie.

L’inflazione era galoppante. Il governo chiese l’aiuto del governo degli Stati Uniti. Gli USA erano interessati a chiudere la crisi, perché l’immigrazione messicana negli stati nordamericani aveva raggiunto livelli senza precedenti. Ma l’aiuto degli Stati Uniti era condizionato: il Messico doveva passare sotto il controllo del FMI e, di conseguenza, i prestiti a buon mercato sarebbero potuti riprendere. Il FMI sollecitò operazioni di privatizzazione.

L’aiuto degli Stati Uniti è stato condizionato nel seguente modo: gli organi inquirenti dello stato messicano sarebbero dovuti essere subordinati ai servizi di intelligence e questi ultimi forzati ad applicare le prescrizioni dell’FBI, che pubblicamente sarebbero state motivate come un tentativo di smantellare i cartelli della droga, ma che invece avevano il nascosto proposito di seguire lo stato d’animo della popolazione affinché non si riavviasse l’ondata nazionalista con le richieste di nazionalizzazione.

La Romania, come ex paese socialista che per 25 anni ha praticato un comunismo nazionale, è stata valutata dopo il 1989 come un paese dal forte potenziale nazionalista. Per far si che questo potenziale rimanga sospeso, inattivo, senza espressione pubblica, nel 2005 gli USA (attraverso la CIA) hanno convinto il presidente Traian Basescu ad accettare la ricetta FBI per il Messico. La messa in pratica è dovuta al Consiglio di Difesa Supremo del Paese (CSAT) con la formazione di gruppi di ricerca e decisione congiunti della Direzione Nazionale Anticorruzione (DNA) e del Servizio informazioni rumeno (SRI).

Sotto la maschera di una grande campagna contro la corruzione, in segreto, sono stati predisposti tutti gli ingredienti di una nuova polizia politica, la cui missione fondamentale è stata la neutralizzazione dei germi del sentimento nazionale. La missione è compiuta. Oggi, in Unione Europea, la Romania è la meno esposta ai movimenti euroscettici o nazionalisti. Purtroppo, questa missione è stata sfruttata anche per gli scontri politici, lasciando dietro di sé molti abusi giudiziari.

L’avvento al potere in Romania, dopo le elezioni dell’11 dicembre 2016, del Partito Social Democratico, considerato dagli avversari un partito post-comunista, ha deluso coloro che avevano creduto alla retorica elettorale dei leader socialdemocratici sulla sovranità nelle decisioni macroeconomiche, sul Fondo di sviluppo sovrano, sulla politica fiscale e altre intenzioni che definiscono l’essenza delle dottrine di sinistra.

Dopo il decreto governativo n.13 sulla modifica del codice penale per la messa in conformità con le decisioni della Corte Costituzionale, il presidente Johannis ha affermato che tale decreto sostiene alcuni personaggi politici che ricevono direttive dalla DNA.

Purtroppo il presidente Iohannis, che vuole porsi come paladino contro la corruzione e i corrotti del nostro paese, è uno dei primi politici corrotti, avendogli la magistratura imposto finora il sequestro di due case acquistate con mezzi illegali e bloccato la costruzione di altre cinque. Non ha mai pensato di dimettersi dalla carica, usando la sua immunità e incoraggiando la giustizia politica (DNA + SRI) a prendere nuovi provvedimenti contro gli avversari politici del Partito Social Democratico e ALDE, che hanno vinto le elezioni.

Per sostenere la sua posizione nei confronti del governo, Iohannis ha usato la sua protesta contro il decreto del governo per chiedere ai suoi sostenitori di scendere nelle strade in tutto il paese. Egli ha personalmente partecipato alla prima dimostrazione non autorizzata a Bucarest, per incoraggiare i manifestanti. Durante la recente visita a Malta ha riconosciuto di “aver fiducia nei suoi uomini, che sono nelle strade del paese…”.

Gli uomini di Johannis che protestano davanti al Palazzo del Governo romeno, in Piazza della Vittoria e in alcune altre città del paese sono formati da membri dei partiti di opposizione, dai soci e dipendenti delle multinazionali da queste mandati a protestare perché insoddisfatte della politica economica del governo, che riduce il loro profitto imponendo l’aumento dei salari e perché costrette a pagare alcune tasse, e dalla gente mobilitata e pagata dalla rete di organizzazioni non governative di Soros.

La posizione del presidente Johannis è una conseguenza del fatto che non ha mai rinunciato all’obiettivo di formare “il suo governo”, diverso da quello del governo del Partito Social Democratico che ha vinto le elezioni con un programma di riduzione fiscale, aumento di salari e pensioni, investimenti nell’industria e nell’agricoltura, nella sanità e nelle autostrade. Queste misure sono state inserite dal governo nel bilancio 2017 e approvate dal Parlamento all’inizio di questo mese.

Dopo l’emanazione del decreto governativo n.13, influenzata dalla posizione del presidente, la Direzione nazionale anticorruzione (DNA) ha avviato indagini su circa 40 persone del mondo televisivo che criticavano la magistratura. Allo stesso tempo ha deciso di controllare il Primo ministro e il Ministro della Giustizia per l’adozione del decreto che modifica il codice penale. Con questa misura la Romania è l’unico paese dell’Europa in cui la magistratura controlla e agisce per l’annullamento delle decisioni politiche di un governo legale.

Dopo il ritiro del decreto governativo n.13 da parte del governo, perché fosse approvato dal Parlamento, con l’obiettivo di fermare le dimostrazioni, il presidente Johannis invece di agire nel suo ruolo di mediatore ha incoraggiato i dimostranti a rovesciare il governo.

Attualmente assistiamo ad una lotta fra coloro che vogliono mantenere lo stato attuale delle cose, sostenuti direttamente dal presidente Klaus Johannis, che organizzano dimostrazioni davanti al governo rumeno e in altre città del paese, ed i sostenitori del governo socialdemocratico, eletto con oltre il 50% dei voti nelle elezioni dell’11 dicembre 2016, che protestano davanti alla Presidenza chiedendo al presidente di rispettare il voto popolare e lasciare che il governo metta in pratica il suo programma per la riduzione sostanziale delle tasse, per l’aumento dei salari e delle pensioni, e chiedono inoltre la desecretazione delle decisioni dello CSAT per presentare all’opinione pubblica come in segreto le squadre miste di DNA e SRI stiano attualmente agendo come polizia politica.

Come esempio di politica antinazionale smascherata di recente, con provvedimenti da polizia politica diretti dall’estero, può essere menzionato il divieto imposto a tutti i governi al potere negli ultimi 27 anni di completare il tratto autostradale Piteşti – Sibiu (incluso nel IV corridoio europeo) di circa 100 km o la bretella Comarnic – Brasov di circa 40 km, assolutamente e strettamente necessarie per collegare via autostrada la capitale Bucarest e la zona sud del paese, con la Transilvania e i paesi europei occidentali.

Il Partito Comunista Rumeno – XXI Secolo (PCR-XXI) ritiene che per dare corso ad un vero potere politico nel paese, l’attuale governo socialdemocratico dovrebbe fondere la Procura generale con il DNA, come in tutto il mondo civile, rimuovere la SRI dalla Magistratura e smascherare ed emarginare i magistrati che operano come agenti coperti. I rappresentanti dei mass-media dovrebbero esigere che gli agenti coperti della stampa siano presi direttamente nel quadro dei servizi, come portavoce. La giustizia, come anche la stampa, non devono più essere considerati “campo tattico” dai servizi. Un passo immediato deve essere l’abolizione dalla Romania delle Organizzazioni non governative di Soros o creare un quadro giuridico che non permetta a queste organizzazioni di essere finanziate dall’estero.

Il Partito Comunista Rumeno – XXI Secolo (PCR-XXI) chiede al governo socialdemocratico di approvare in parlamento il decreto n.13, smantellare lo stato di polizia esistente e dare corso in modo efficace al programma economico validato legalmente delle elezioni dell’11 dicembre 2016.

Il Partito Comunista Rumeno – XXI Secolo (PCR-XXI) come promotore dell’interesse nazionale a livello interno e internazionale, sostiene tutte le iniziative che hanno come obiettivo finale la realizzazione di un Programma nazionale per lo sviluppo economico e sociale, a medio-lungo termine, accettato e rispettato da tutte le forze politiche e sociali della Romania. Allo stato attuale, l’interesse nazionale del nostro popolo consiste nella crescita dei salari nel nostro paese, perché se questo governo non riuscirà quest’anno ad aumentare abbastanza gli stipendi in Romania, il nostro paese rimarrà per molto tempo un paese con una manodopera a buon mercato per i paesi dell’Europa occidentale. Per questo motivo attualmente più di 4 milioni di romeni lavorano all’estero in conseguenza della perdita di posti di lavoro e dei salari molto bassi.

Nel caso in cui il presidente Johannis, sostenuto dalla polizia politica romena, dalle multinazionali, dalle Ong di Soros e dall’establishment europeo riuscisse a rovesciare il governo socialdemocratico, legalmente eletto, la fiducia nel voto diminuirà drasticamente in Romania e anche in tutta Europa, con la prospettiva di nuove elezioni da tenersi quest’anno e nel prossimo futuro.

Per il Partito Social Democratico c’è lo stesso pericolo di perdere la fiducia popolare se non riuscirà a mettere in pratica per intero il suo programma economico e sociale premiato dal voto dell’11 dicembre 2016.

Con amicizia e solidarietà
Constantin Cretu
Presidente

PS: Si prega di notare che negli ultimi 27 anni i governi rumeni sono stati tutti sotto la dittatura dell’UE e delle multinazionali. Alle elezioni dell’11 dicembre 2016 è stata la prima volta che un partito, in quel caso il Partito Social Democratico, ha presentato un programma economico e sociale concreto, votato da oltre il 56% degli elettori.

Fino ad ora questo Governo ha aumentato le pensioni e gli stipendi e ha ridotto le tasse, attraverso il bilancio approvato dal Parlamento. Questa è la ragione per cui un gran numero di persone stanno attualmente dimostrando di fronte alla Presidenza per difendere l’aumento delle loro pensioni e stipendi.

Il PCR-XXI non ha alcun motivo, allo stato attuale, per criticare l’azione del governo con l’eccezione della questione del decreto governativo n° 13 senza averlo presentato in Parlamento (ma secondo la legge ha il diritto di fare questo tipo di decreti). Il Presidente Johannis e i suoi sostenitori non hanno riconosciuto il carattere urgente del decreto e per fermare le dimostrazioni il governo ha abrogato il decreto portandolo in Parlamento per l’approvazione.

Se in futuro non rispetteranno gli impegni presi li criticheremo.

Le dimostrazioni che vedete di fronte al palazzo del governo romeno sono organizzate da forze con esperienza nella manipolazione delle masse. Come spiegare la presenza di persone con luci di tre diversi colori rappresentanti visivamente l’esatta proporzione di voti ottenuti dal PSD, USR (Unione Salva Romania) e PNL Partito Nazionale Liberale che sono state esibite questa sera? Per chi vuole capire è chiaro che tutto è ben diretto da gente con esperienza.