Matteo Renzi e quei maledetti toscani da: antimafiaduemila.com di saverio lodato

Era mio padre
di Saverio Lodato
Che il PD sarebbe finito in malora l’avevamo capito esattamente un anno fa, quando scrivemmo su questo sito – 6 aprile 2016 – un articolo intitolato: “Cari Cuperlo e D’Alema, meravigliarsi di Renzi non serve più a niente”. Chiunque ne abbia la voglia può rileggerlo ora.
E non ci voleva molto, infatti, a capire che Matteo Renzi era tale, era cioé quello che era, non a dispetto del renzismo, ma proprio in forza di quel “giglio magico” di maledetti toscani – avrebbe detto Curzio Malaparte – che del renzismo erano stati il seme avvelenato e pernicioso.
Si capiva dal linguaggio che volevano essere un’altra cosa. Si capiva dagli slogans adoperati. Si capiva dalla scelta dei nemici interni, dagli idoli polemici preferiti: la Cgil di Susanna Camusso, l’Anpi, il mondo della scuola, l’articolo 18, i magistrati, eccetera, eccetera.
Ora che il sipario crolla, saltano fuori, accecati dai riflettori, i Verdini e i Lotti e l’infinita corte delle figurine toscane, con l’aggiunta, pure, di un altro Renzi, Tiziano, il papà di Matteo. E vale anche per lui il monito biblico che le colpe dei padri – se mai dovessero essere dimostrate – non devono ricadere sui figli. Ma neanche sugli italiani, ci permettiamo di aggiungere noi. Così come, se questa vicenda dovesse prendere una brutta piega, a Matteo Renzi dovrà sempre essere riconosciuta la possibilità di dire: era mio padre.
Ma chi sono i “maledetti toscani”?
Toccherà alla magistratura capirlo e spiegarlo agli italiani. Faccendieri? Ladri? Corruttori? Affaristi? Arrivisti? Mitomani? Non lo sappiamo. Non azzardiamo giudizi. Non anticipiamo sentenze.
Ma ci lasci dire che tutti costoro si sono ritrovati sempre al momento sbagliato nel posto sbagliato; dove non avrebbe dovuto essere; a parlare di cose delle quali non avrebbero dovuto parlare; a prendere precauzioni, in difesa di se stessi, impensabili per chi, avendo la coscienza a posto, non dovrebbe avere nulla da temere.
Resta il fatto, però, che rappresentavano e hanno rappresentato sino a oggi il “cuore duro” del nuovo PD.
Quello del “rinnovamento”. Quello delle “riforme costituzionali e sociali”. Quello che doveva rivoltare l’Italia come un calzino. Che insomma la doveva cambiare da cima a fondo. Che per farlo, era persino costretto a rottamare interi pezzi del suo passato, del suo presente, del suo stesso gruppo dirigente.
E poi, come quando in uno stagno getti un sasso, ecco gli altri cerchi concentrici, quelli dei “Signorsì” venuti da altre regioni d’Italia, Emilia Romagna in testa, tutti alla ricerca di un posto al sole che fosse il più vicino a quello dei maledetti toscani del cosiddetto “giglio magico”.
Siamo ormai al fine corsa.
La raffica di sconfitte elettorali, insuccessi di immagine, fallimenti nelle cifre dei conti, casi giudiziari, scandali di periferia, tesseramenti fasulli, faide interne, ci dicono che il PD è ormai andato in malora. E a noi dispiace.
Sperano di risuscitarlo cianciando ancora un’altra volta di primarie, congressi, conferenze programmatiche, scissioni, nuovi simboli e nuove sigle.
Si aggrappano ai sondaggi, abbracciano i sondaggisti, quasi come il morto abbraccia il vivo.
E vale per tutti: per quelli che restano, per quelli che vanno via, per quelli che, per ora, non stanno né di qua né di la.
Lo spettacolo va in scena ogni sera in tv sotto lo sguardo, vuoi annoiato, vuoi sconcertato, vuoi nauseato, di quei pochi spettatori che ancora non cambiano canale.
Triste parabola. Triste parabola per quei milioni di persone che ci avevano creduto.
Già.
Maledetti toscani.

saverio.lodato@virgilio.it

La rubrica di Saverio Lodato

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