CasaPound, «il sindaco se ne lava le mani». Le opposizioni: «Fatto grave» da: ilgiunco.net di Daniele Reali

GROSSETO – Non sono per niente soddisfatti della risposta del sindaco. Sono i consiglieri di opposizioni di Grosseto. Dal Pd al Movimento 5 Stelle, dalla Lista Mascagni al Passione Grosseto. Tutti insieme per contestare il sindaco la sua «non risposta» all’interrogazione che chiedeva quali fossero i rapporti tra la sua maggioranza e CasaPound.

Una polemica scoppiata in città soprautto dopo l’apertura della sede di CasaPound e l’ufficializzazione del ruolo di Gino Tornusciolo, consigliere comunale di maggioranza, e responsabile grossetano del movimento di destra.

«In occasione dell’ultimo consiglio comunale – scrivono i consiglieri di minoranza – abbiamo illustrato al sindaco l’interrogazione, presentata da tutti i gruppi di opposizione, per avere risposta in merito alla presenza nella maggioranza di un movimento politico di matrice fascista, CasaPound. E’ noto infatti che la maggioranza che amministra la nostra città è composta da un consigliere, tra l’altro presidente di commissione, che ora è anche il responsabile della sezione grossetana di CasaPound, tanto da aver lasciato il gruppo nel quale era stato eletto».

«Registriamo dunque che oggi la composizione politica della maggioranza è variata: la coalizione che sostiene il sindaco non è più composta dai partiti con i quali lo stesso si era presentato ai cittadini, ma ha in sé una voce nuova. Già questo renderebbe opportuna da parte del sindaco una presa di posizione pubblica, non fosse che per rispetto verso i cittadini che l’hanno eletto, e verso tutti i grossetani che hanno il diritto di essere informati sui mutamenti politici che coinvolgono la loro amministrazione».

«In questo particolare caso un chiarimento si impone con ancora maggiore urgenza, perché stiamo parlando dell’ingresso nella maggioranza di un movimento politico che non fa mistero di aderire alle politiche del ventennio».

«Ma il sindaco se ne è lavato le mani e ha omesso di dare risposta, profondendosi in un intervento tanto accalorato quanto gravemente insufficiente, riuscendo nell’impresa di non pronunciare neppure una volta le parole CasaPound e fascismo».

«Una non risposta che manifesta l’imbarazzo politico nell’essere sostenuto da un movimento che in campagna elettorale dichiarava di sdegnare, e dal quale oggi non ha il coraggio di prendere le distanze. Una non risposta irrispettosa delle regole e delle prerogative del consiglio comunale, e in particolare delle forze di opposizione, ragione per la quale chiediamo fin d’ora un intervento del presidente del consiglio Claudio Pacella».

«Oggi, grazie al sindaco Vivarelli Colonna, Grosseto può vantare di essere entrata nella ristrettissima (e assai poco ambita) cerchia dei comuni amministrati da una maggioranza composta da un movimento politico di matrice fascista quale è CasaPound. Crediamo che Grosseto non meriti tutto questo, come non possiamo tollerare che il sindaco che custodisce la lavagna sulla quale i fratelli Matteini, prima di essere trucidati dai fascisti insieme agli altri ‘martiri d’Istia’, lasciarono l’ultimo saluto alla mamma, accetti di essere sostenuto da chi ancora oggi si dichiara fascista».

«L’antifascismo non è né di destra né di sinistra. L’antifascismo sta nella nostra Costituzione ed è patrimonio comune di tutti gli italiani. Non è infatti un caso se questa interrogazione è stata presentata congiuntamente da forze politiche tra loro diverse».

«Insieme, pretendiamo dunque che il sindaco risponda pubblicamente all’interrogazione che gli è stata presentata e dica una volta per tutte da che parte sta, assumendosene la responsabilità di fronte ai cittadini, ovvero se intende continuare ad essere sostenuto da un movimento politico dichiaratamente fascista oppure se, molto semplicemente, ritiene assolutamente indiscutibili e non negoziabili i valori dell’antifascismo».

Stato mafia: Vizzini, le minacce e quella cena con Borsellino da. antimafiaduemila.com

Oggi in aula sentiti l’ex ministro e Luigi Savina, vicecapo della polizia
di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu
“Incontrai il dottore Borsellino a cena a Roma il 16 luglio 1992. C’erano anche Guido Lo Forte e Gioacchino Natoli. Con questi ultimi avevo rapporti di frequentazione, non con il dottore Borsellino che consideravo un magistrato ineguagliabile. Parlammo e ci confrontammo sulla mafia come fenomeno sistemico e io manifestai il mio convincimento politico su una evoluzione e un rapporto organico tra imprese e mafia”. E’ questo il ricordo di Carlo Vizzini, all’epoca ministro delle Poste e delle telecomunicazioni, che oggi ha deposto al processo trattativa Stato-mafia, in corso davanti alla Corte d’assise di Palermo all’aula bunker dell’Ucciardone.
L’ex segretario del Psdi, citato dalla difesa del generale Mario Mori, era già stato sentito sul punto al processo per il mancato blitz a Mezzojuso ed oggi è tornato a parlare dei contenuti di quella conversazione: “Quegli argomenti mi interessavano particolarmente. Nel 1988 avevo denunciato il sistema di spartizione dei lavori pubblici e gli interessi che legavano cosa nostra a grandi aziende nazionali. Già allora io avevo parlato dei mediatori che favorivano le grosse imprese e del ruolo che la mafia rivendicava negli appalti. Cose che furono dimostrate quando Angelo Siino, in quel momento già arrestato, cominciò a collaborare con la giustizia”. A detta di Vizzini, Borsellino avrebbe mostrato interesse per il tema, “tanto che c’era la volontà di rivedersi nelle opportune sedi (riferito agli uffici della Procura, ndr)”. Tuttavia il teste ha poi specificato che assieme ai magistrati, in quella cena, “non si entrò mai nel merito di indagini in corso”.
“Ma Borsellino le disse che stava indagando su quel tema?” ha chiesto il presidente della Corte Alfredo Montalto. La risposta del senatore è stata precisa: “Sto indagando non me lo disse. Ma si è parlato di questo argomento”. Vizzini ha anche ricordato quella che fu la genesi di quell’incontro con i magistrati a Roma: “Mi chiamarono al telefono dicendomi che avevano finito di lavorare con Mutolo e che potevamo andare a cena”. Sia alla Corte che alla pubblica accusa che esortavano il teste a precisare se questo riferimento a Gaspare Mutolo risalga a quell’epoca oppure sia successivo, Vizzini ha risposto in maniera secca: “Questo è il mio ricordo”.
Il teste ha anche riferito di un incontro precedente con Borsellino, un mese prima, “quando andai a parlargli delle misure di contrasto alla mafia che il mio partito aveva intenzione di presentare. Ci furono articoli di giornale. C’erano proposte di contrasto alla criminalità organizzata per la non applicazione della legge Gozzini, per l’uso dei collaboratori di giustizia ma anche per mandare i boss al soggiorno obbligato a Pianosa. La dissociazione? Assolutamente no. Quell’aspetto venne fuori dopo ma io ero contrario”.

La morte di Lima e le minacce
Nel corso dell’esame altro tema affrontato è quello delle minacce da lui subite in quegli anni con la situazione che divenne più grave dopo l’omicidio di Salvo Lima, nel marzo 1992.
Proprio a quel tempo vennero diramate alle Prefetture delle circolari in cui si denunciava il rischio che Cosa nostra stesse progettando l’eliminazione di alcuni politici, come lo stesso Vizzi e Calogero Mannino, nell’ottica di una strategia di destabilizzazione del Paese. Non solo. Sempre Scotti, il 20 marzo 1992, intervenne alla Commissione Affari Costituzionali del Senato citando una serie di informative ufficiali che preannunciavano un piano di destabilizzazione istituzionale che da lì a poche settimane si sarebbe realizzato attraverso le stragi del ’92 e successivamente quelle del ’93. Tuttavia Vizzini ha dichiarato di non aver mai letto atti, documenti o circolari che lo riguardavano. L’ex ministro ha poi riferito dell’incontro con l’ex capo della Polizia Parisi: “Erano i primi giorni del gennaio 1993. Lui mi disse che le misure di sicurezza nei miei confronti erano state sottovalutate. All’indomani io torno all’abitazione romana e trovo un’attenzione che prima non c’era stata”. Quindi ha aggunto: “Ero sempre scortato. Ricordo che assieme alla mia scorta abbiamo notato delle persone che ci seguivano lungo l’autostrada. Ritrovammo dei proiettili nella villa affittata per l’estate a Mondello. Ricordo che in piena campagna elettorale del 1992, mi pare a marzo, ci fu persino un’edizione del giornale ‘L’Ora’ in cui si diceva che io ero il prossimo a dover essere ucciso. Una volta vidi dei tiratori scelti piazzati sui tetti mentre ero in aeroporto a Pisa. Chiesi alla scorta chi stessero aspettando. E mi dissero: Lei”.

Il nuovo Governo e l’operato di Scalfaro
L’ex segretario del Psdi ha anche ricordato quelle che furono le dinamiche politiche che portarono alla composizione delle compagini di governo alla designazione di Giuliano Amato presidente del Consiglio e quello che fu il ruolo del presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. “Il Governo si formò in un momento particolare. Scalfaro ebbe un ruolo di grande attenzione. Io posso parlare della mia esperienza personale. Ricevetti una telefonata dal Presidente del Consiglio Amato per una nomina di un sottosegretario e mi disse: ‘Sono qui al Quirinale, questa cosa non va bene’. Così dovetti cambiare il nome che avevo proposto. In genere di questo si occupava il Presidente del Consiglio”. Vizzini è poi tornato sul cambio che c’è stato al ministero degli Interni con Scotti che venne passato agli Esteri. “In realtà è stato un errore politico quello di disfarre una coppia come quella che c’era con Martelli e Scotti che lavoravano nella stessa direzione mettendo un altro agli Interni che doveva iniziare una nuova esperienza in un momento difficilissimo. Chi decise quella sostituzione? Non mi è dato saperlo. Queste cose passano per la Democrazia cristiana. Noi eravamo un piccolo partito”.

Caccia ai latitanti
Prima della deposizione di Vizzini a salire sul pretorio è stato Luigi Savina, attuale vice capo dela Polizia. Negli anni che vanno dal ’94 al ’97, quando era capo della Squadra mobile di Palermo diede in quel periodo molto spazio alla ricerca dei boss latitanti. Nomi del calibro di Salvatore Cucuzza, Pietro Aglieri, e degli oggi pentiti Gaspare Spatuzza e Giovanni Brusca, tutti catturati in quegli anni.
Giunto alla Catturandi, ha detto nel corso dell’esame, “appurai che c’erano due gruppi di lavoro” rispettivamente “per i grossi latitanti” e per quelli “di medio spessore”. Diverso fu, invece, per la ricerca di Bernardo Provenzano: “Creammo un gruppo misto (tra i diversi gruppi di lavoro, ndr) non avevamo indicazioni precise, per cui le attività erano rivolte soprattutto al suo nucleo familiare. Dopo un anno, alla fine del ’95, cessarono le attività senza aver rilevato alcuno spunto investigativo”. Poi, per circa sei mesi – fino alle indicazioni date successivamente da Brusca – la polizia di Stato non si occupò più di “Binnu”.
Nelle attività investigative, ha assicurato Savina, “la prassi era il contatto continuo” e la “massima collaborazione e lealtà” con il pubblico ministero in questione. Tra i magistrati a cui si faceva riferimento per la ricerca dei latitanti, ha ricordato Savina, c’erano i dottori Scarpinato, Sabella, Lo Forte e Caselli. Con quest’ultimo, per quanto riguarda Provenzano, “ricordo qualche riunione di coordinamento, credo nel ’97, e che forse anche i carabinieri stavano svolgendo delle attività di ricerca” ma queste riunioni “non sono mai servite allo scambio di informazioni”, piuttosto “per evitare convergenze investigative. Le opportunità di coordinamento passavano sempre per tramite del magistrato”. Per quanto riguarda le attività del Ros a Mezzojuso, nell’ottobre del 1995, Savina ha detto di non aver mai saputo alcunché. Lo stesso rispetto alla collaborazione informale di Luigi Ilardo con il colonnello Riccio o del successivo omicidio, nel 1996.
Il processo è stato infine rinviato a domani quando sarà sentita l’attuale procuratore aggiunto di Palermo, Teresa Principato.

Matteo Renzi e quei maledetti toscani da: antimafiaduemila.com di saverio lodato

Era mio padre
di Saverio Lodato
Che il PD sarebbe finito in malora l’avevamo capito esattamente un anno fa, quando scrivemmo su questo sito – 6 aprile 2016 – un articolo intitolato: “Cari Cuperlo e D’Alema, meravigliarsi di Renzi non serve più a niente”. Chiunque ne abbia la voglia può rileggerlo ora.
E non ci voleva molto, infatti, a capire che Matteo Renzi era tale, era cioé quello che era, non a dispetto del renzismo, ma proprio in forza di quel “giglio magico” di maledetti toscani – avrebbe detto Curzio Malaparte – che del renzismo erano stati il seme avvelenato e pernicioso.
Si capiva dal linguaggio che volevano essere un’altra cosa. Si capiva dagli slogans adoperati. Si capiva dalla scelta dei nemici interni, dagli idoli polemici preferiti: la Cgil di Susanna Camusso, l’Anpi, il mondo della scuola, l’articolo 18, i magistrati, eccetera, eccetera.
Ora che il sipario crolla, saltano fuori, accecati dai riflettori, i Verdini e i Lotti e l’infinita corte delle figurine toscane, con l’aggiunta, pure, di un altro Renzi, Tiziano, il papà di Matteo. E vale anche per lui il monito biblico che le colpe dei padri – se mai dovessero essere dimostrate – non devono ricadere sui figli. Ma neanche sugli italiani, ci permettiamo di aggiungere noi. Così come, se questa vicenda dovesse prendere una brutta piega, a Matteo Renzi dovrà sempre essere riconosciuta la possibilità di dire: era mio padre.
Ma chi sono i “maledetti toscani”?
Toccherà alla magistratura capirlo e spiegarlo agli italiani. Faccendieri? Ladri? Corruttori? Affaristi? Arrivisti? Mitomani? Non lo sappiamo. Non azzardiamo giudizi. Non anticipiamo sentenze.
Ma ci lasci dire che tutti costoro si sono ritrovati sempre al momento sbagliato nel posto sbagliato; dove non avrebbe dovuto essere; a parlare di cose delle quali non avrebbero dovuto parlare; a prendere precauzioni, in difesa di se stessi, impensabili per chi, avendo la coscienza a posto, non dovrebbe avere nulla da temere.
Resta il fatto, però, che rappresentavano e hanno rappresentato sino a oggi il “cuore duro” del nuovo PD.
Quello del “rinnovamento”. Quello delle “riforme costituzionali e sociali”. Quello che doveva rivoltare l’Italia come un calzino. Che insomma la doveva cambiare da cima a fondo. Che per farlo, era persino costretto a rottamare interi pezzi del suo passato, del suo presente, del suo stesso gruppo dirigente.
E poi, come quando in uno stagno getti un sasso, ecco gli altri cerchi concentrici, quelli dei “Signorsì” venuti da altre regioni d’Italia, Emilia Romagna in testa, tutti alla ricerca di un posto al sole che fosse il più vicino a quello dei maledetti toscani del cosiddetto “giglio magico”.
Siamo ormai al fine corsa.
La raffica di sconfitte elettorali, insuccessi di immagine, fallimenti nelle cifre dei conti, casi giudiziari, scandali di periferia, tesseramenti fasulli, faide interne, ci dicono che il PD è ormai andato in malora. E a noi dispiace.
Sperano di risuscitarlo cianciando ancora un’altra volta di primarie, congressi, conferenze programmatiche, scissioni, nuovi simboli e nuove sigle.
Si aggrappano ai sondaggi, abbracciano i sondaggisti, quasi come il morto abbraccia il vivo.
E vale per tutti: per quelli che restano, per quelli che vanno via, per quelli che, per ora, non stanno né di qua né di la.
Lo spettacolo va in scena ogni sera in tv sotto lo sguardo, vuoi annoiato, vuoi sconcertato, vuoi nauseato, di quei pochi spettatori che ancora non cambiano canale.
Triste parabola. Triste parabola per quei milioni di persone che ci avevano creduto.
Già.
Maledetti toscani.

saverio.lodato@virgilio.it

La rubrica di Saverio Lodato