Fonte: il manifestoAutore: Eleonora Martini Suicidio assistito. Dj Fabo liberato «senza il mio Stato»

L’esponente del Partito radicale rischia in Italia fino a dodici anni di carcere per «aiuto al suicidio»L’annuncio di Marco Cappato arriva dalla Svizzera poco dopo le 11,40: «Dj Fabo è morto, se ne è andato con le regole di un Paese che non è il suo». Il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni – che domenica ha accompagnato Fabio Antoniani nella clinica Dignitas di Forck, ad una decina di chilometri da Zurigo, dove con il suicidio assistito l’uomo, cieco e tretraplegico dal 2014 a seguito di un grave incidente stradale, ha messo fine a quella condizione di vita che ormai considerava solo una tortura – ha fatto sapere che al suo rientro in Italia, forse oggi stesso, andrà ad autodenunciarsi «per il reato di aiuto al suicidio».
Poche ore prima Fabio Antoniani, 40 anni appena compiuti a febbraio, aveva affidato ai social network il suo ultimo messaggio: «Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto del mio Stato». È stato un supplizio, per quel suo corpo martoriato, affrontare un viaggio di cinque ore da Milano caricato su un’automobile insieme alla sua carrozzina, senza il conforto delle persone più care, per evitare alla famiglia e alla sua compagna il rischio di una denuncia penale, al rientro in Italia. «Volevo ringraziare – ha aggiunto nel messaggio – una persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore. Questa persona si chiama Marco Cappato e lo ringrazierò fino alla morte. Grazie Marco, grazie mille». RISCHIA FINO A 12 ANNI di carcere, Cappato, che è tra i promotori della campagna «Eutanasia legale», per una battaglia che ha promesso di combattere a centinaia di malati in cerca di una morte dignitosa, a cominciare da Luca Coscioni fino a Dj Fabo. «Mi assumo la responsabilità di quello che ho fatto, ne rendo conto pubblicamente», ha detto dai microfoni di Radio Radicale. E ha aggiunto: «Credo che ci siano dei principi costituzionali di libertà che sono in questo caso preminenti anche sulla legge, ma questo lo vedremo. Vedremo le forme e i modi anche di rientro in Italia».

«DOBBIAMO NOI RINGRAZIARE lui, perché ha scelto di rendere pubblica la sua storia pur rischiando in questo modo di comprometterne il buon esito», ribatte commosso Cappato quando ormai non resta che attendere l’arrivo delle autorità di polizia elvetiche che constateranno il decesso e si accerteranno, attraverso i video registrati dagli operatori della clinica, che tutto si sia svolto nel rispetto delle leggi svizzere. Dopo la visita e il colloquio con i medici e con gli psicologi di Dignitas, l’associazione elvetica che dal 1998 fornisce sostegno ai cittadini residenti nei cantoni, malati incurabili, che intendono ricorrere al suicidio assistito, Antoniani ha poi dovuto affrontare anche un’altra dura prova: riuscire ad azionare attraverso la bocca, unica parte del corpo che riusciva ancora a muovere lievemente, il dispositivo tramite il quale gli è stata somministrata la dose letale di Pento Barbital di Sodio.

«Aveva anche paura di non riuscirci – racconta Cappato -. Era sereno, ma all’inizio delle procedure, sempre convinto di voler andare avanti, era in ansia perché temeva di non riuscire a mordere il pulsante che avrebbe attivato l’immissione del farmaco letale. Era preoccupato perché la sua cecità non gli permetteva di vedere dove fosse collocato il pulsante esattamente. Poi, quando ha capito, facendo le prove, che ci sarebbe riuscito, è tornato più sereno». «Dj Fabo ha voluto procedere subito, ha voluto farlo subito senza esitare». Ha anche scherzato con i suoi amici che, insieme alla famiglia e alla sua fidanzata lo avevano raggiunto ieri mattina, «raccomandandosi – riferisce ancora Cappato dai microfoni di Radio Radicale – di mettere le cinture quando vanno in macchina».

SE OGNI TENTATIVO fosse fallito, Fabio Antoniani, che si era rivolto perfino al presidente Mattarella per chiedere di essere aiutato dal proprio Paese a porre ad una vita non considerata più «degna», non avrebbe potuto morire. Perché in Svizzera è comunque vietata l’eutanasia.

«IN CASI COME QUESTI – racconta al manifesto Sabina Cervoni, accompagnatrice dei cittadini svizzeri che si rivolgono all’associazione Exit, ente di supporto a Dignitas – dobbiamo usare un po’ di inventiva, ed escogitare degli escamotage tecnici per essere sicuri che tutto avvenga secondo le leggi nazionali: ossia che la persona possa assumere da sola, e senza l’aiuto di terzi, la sostanza letale».
La notizia ha suscitato un vespaio di reazioni da parte delle destre e dei cattolici più oltranzisti che da sempre si oppongono perfino al varo di una legge minima come quella sul testamento biologico.

CON UNA SOLA ECCEZIONE, il leghista Luca Zaia, che «con dolore e rispetto per una scelta straziante», ha indicato la morte di Dj Fabo come «l’ulteriore dimostrazione che bisogna che il Parlamento vari quanto prima una legge ben fatta sul testamento biologico. Non possiamo assistere inermi e impotenti a questi che non esito a definire viaggi della speranza, ma al contrario speranza di morire e non di vivere». Infine, il governatore del Veneto ha rivolto « un appello a tutti i parlamentari: legiferate rapidamente, avviate la discussione sui progetti già esistenti senza ulteriori rinvii, per ridare dignità a quanti soffrono. E sono tanti»».

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