La guerra sul faro di Mussolini: “Non riaccendete quella ferita” da: lastampa.it

Predappio, la Provincia dà via libera: “Sarà visibile da Rimini, porterà turisti”. Ma Anpi e comunità ebraica insorgono. I nipoti del partigiano ucciso: uno sfregio

Il castello di Rocca delle Caminate, nel Comune di Meldola, era la casa estiva di Mussolini. Nel 1927 in cima alla torre venne installato un faro che emetteva un fascio di luce tricolore visibile da 60 chilometri che segnalava quando il Duce soggiornava in Romagna.

GABRIELE MARTINI
INVIATO A PREDAPPIO (FORLÌ)

I calzini neri con la faccia di Mussolini costano 3 euro. Se ne compri cinque c’è lo sconto. Ne servono 15 per aggiudicarsi la felpa con l’effigie della Decima Mas. Il ragazzo romano, barba curata e scarpe griffate, opta per uno scaldacollo con la scritta «me ne frego» e un manganello. «A noi!», urla uscendo dal negozio. Appeso alla parete, tra souvenir di dubbio gusto, spicca un quadro che ritrae un faro. La firma è in basso a sinistra, ben leggibile: Romano Mussolini, quarto figlio di Benito e donna Rachele. Il prezzo non è trattabile: 600 euro. Il faro è quello che sorge a quattro chilometri da qui, sulla collina che domina Predappio. È il faro del Duce. Durante il Ventennio segnalava quando Mussolini soggiornava in Romagna. E ora c’è chi vuole riaccenderlo.

 

Il castello di Rocca delle Caminate, nel territorio del Comune di Meldola, era la residenza estiva del capo del fascismo. Oggi è proprietà della Provincia di Forlì. Nel 1927 in cima alla torre venne installato un faro che emetteva un fascio di luce tricolore visibile a oltre 60 chilometri di distanza. Il 28 settembre 1943, in questo edificio circondato da pini e cipressi, si tenne il primo consiglio dei ministri di quella che sarà la Repubblica Sociale Italiana. Nei mesi precedenti la Liberazione le segrete del castello furono luogo di indicibili torture nei confronti di partigiani e antifascisti. Come quelle che portarono alla morte di Antonio Carini, nome di battaglia Orsi, uno dei cinque membri del Comando generale delle Brigate Garibaldi, ucciso il 13 marzo 1944.

 

Ma la memoria, in questa fetta d’Appennino, slitta in secondo piano. «Vogliamo riaccendere il faro per attrarre turisti», spiega Gianluca Zattini, sindaco di Meldola. «Sarà visibile da Imola a Rimini e richiamerà quassù un bel po’ di gente. Stiamo definendo le pratiche per affidare la gestione, ci sarà anche un ristorante». Il pericolo, ribattono dal neonato comitato anti-faro, è che Rocca delle Caminate diventi luogo di pellegrinaggio del turismo nero. «Nero, rosso, bianco, io non ne faccio una questione di colore. Chiunque vorrà visitare il faro sarà il benvenuto», svicola il primo cittadino: «Chi si oppone fa una battaglia culturale di retroguardia». La Provincia di Forlì ha dato via libera, la proposta è stata approvata con voti bipartisan. «La rocca ha una storia millenaria, i nostalgici saranno una minoranza», dice il presidente dell’ente Davide Drei. Ma il Pd è diviso: il deputato catanese Giuseppe Berretta ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno sostenendo che «la riaccensione del faro è apologia di fascismo». Il collega di partito forlivese Marco Di Maio definisce le accuse «ridicole» e ribatte che l’obiettivo è «valorizzare un luogo straordinario, senza scordare la storia».

 

Anche all’interno dell’Anpi le posizioni sono sfumate. Tamer Favali, presidente della sezione di Forlì, mette i paletti: «Riaccendere il faro si può, ma allora diventi il faro della pace, questa è la nostra proposta». La coordinatrice regionale Anna Cocchi è meno accomodante: «Se è rimasto spento finora, deve continuare a esserlo. L’accensione era legata alla presenza di Mussolini, che non merita certo di essere ricordato. Il faro rievoca la sua persona e l’Anpi non dimentica». Giorgio Frassineti, sindaco Pd di Predappio, spalleggia invece l’iniziativa dell’omologo del Comune confinante: «Voglio restare fuori da questa polemica», premette. Poi sgancia il siluro: «Nel 2017 bisognerebbe interrogarsi su che senso abbia l’esistenza dell’associazione partigiani. Sinceramente credo che l’Anpi abbia esaurito il suo compito anni fa».

 

La comunità ebraica è preoccupata. «Qui c’è la tendenza a nascondere le malefatte del regime», lamenta Luciano Caro, rabbino di Ferrara. «A Predappio ci sono clamorose celebrazioni del fascismo: busti, bandiere, gadget, reliquie. Riaccendere il faro significa aggiungere ulteriore squallore». Ma gli amministratori locali non sembrano intimoriti dalle polemiche. Stime ufficiose calcolano che il turismo nero porti in paese almeno 40 mila presenze all’anno tra neofascisti in camicia nera e parate cialtronesche. Un business di cui la città non sembra intenzionata a privarsi. Al cimitero il viavai è incessante. Nella cripta che conserva le spoglie di Benito Mussolini i turisti si inginocchiano e lasciano dediche sul quaderno: «Il nostro onore si chiama fedeltà», «la storia ti darà ragione». Fino alla macabra preghiera di tale Giuseppe Pellegrini da Viterbo: «Fa che muoiano i clandestini, non tutti, vedi tu, basta che in Italia non vengano più».

 

Contro la riaccensione del faro si schierano anche i nipoti di Antonio Carini, comandante della Resistenza catturato il 6 marzo del 1944 e sottoposto alle torture più efferate proprio a Rocca delle Caminate. Il partigiano “Orsi”, ormai in fin di vita, fu legato ad un’auto, trascinato per vari chilometri fino a Meldola, pugnalato e poi buttato giù da un ponte. «In quel luogo nostro zio è stato trucidato e ucciso, riaccendere quel faro sarebbe una profanazione. È uno sfregio alla sua memoria e a quella degli altri antifascisti imprigionati», dicono Dirce Pedrini, Cesare e Libero Carini. «L’iniziativa della Provincia è una vergogna, speriamo cambino idea». Ma a Predappio trovare qualcuno che si opponga all’accensione del faro è un’impresa. A metà pomeriggio un gruppo di anziani ciondola fuori dal bar a pochi metri dall’ex Casa del Fascio, dove dovrebbe sorgere il museo del fascismo: «Da queste parti abbiamo un detto che recita così: Mussolini non ci ha fatto paura da vivo, non ce ne farà da morto».

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Fonte: il manifestoAutore: Luca Fazio Suicidio assistito. Un altro italiano morto nella clinica Dignitas

Intanto fa discutere e imbarazza l’autobiografia di Fabo che è stata resa pubblica ieri dall’associazione Luca Coscioni. Per il Vaticano questa vicenda è “una sconfitta per la società”. Area (magistratura) e Arci chiedono alla politica una legge che dia pieno riconoscimento all’autodeterminazione terapeuticaCerte morti proseguono. Altre verranno. Ieri l’Italia (anche il Parlamento) ha appreso la notizia della morte di un altro suo cittadino che stava soffrendo. Gianni Trez, un uomo di 65 anni. Anche lui, come dj Fabo, ha scelto di morire nella clinica svizzera Dignitas. “Come diceva sempre – ha dichiarato la moglie – è stato più facile morire che vivere senza dignità”. Anche Emanuela di Sanzo, che insieme alla figlia ha tenuto la mano a suo marito e l’ha visto sorridere, ieri ha rivolto un appello ai parlamentari: “Ora facciano una legge per impedire questi pellegrinaggi crudeli”.
Le parole di dj Fabo intanto continuano ad interrogare le coscienze di molti e ad imbarazzare la politica. Prima di morire ha scritto una sorta di autobiografia che è stata resa pubblica dall’associazione Luca Coscioni. Nel testo c’è la sua vita, la sua passione per la musica e poi il dolore senza fine. “Io, Fabiano Antoniani, nato a Milano il 9 febbraio 1977, all’età di sette anni frequento la scuola di musica per imparare a suonare la chitarra…”. Si descrive come un uomo “sempre vivace e amante della vita”, fino all’incidente. “Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione non trovando più il senso della vita”.

Sono considerazioni che non possono non toccare nel profondo anche gli uomini di chiesa, che però alzano le mani in segno di resa. Per il Vaticano, come dice il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, questa vicenda è “una sconfitta per la società”. Anche il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, parla di dolore e “sconfitta per tutti” ma non per questo può accettare l’idea che qualcuno possa decidere di darsi la morte. “Ognuno di noi riceve la vita – dice – non se la dà e questo è evidente e pertanto ne siamo dei servitori, dei ministri. Responsabili, intelligenti, ma senza potere mai dominare la vita nostra e tanto più degli altri”.

L’autobiografia di dj Fabo, se non per la chiesa, è un atto d’accusa per la politica e riceve ascolto soltanto dopo che la sua libera scelta ha messo fine a sofferenze inutili. Ma è un racconto che non può ricevere risposta da questo parlamento che non è in grado di colmare un vuoto che forse non è solo normativo. Gli appelli a porre rimedio si moltiplicano ma sembrano destinati a cadere nel vuoto, almeno fino alla prossima legislatura.

“Ancora una volta – si legge in una nota diffusa dal coordinamento nazionale Area, corrente della magistratura che comprende Md e Movimento per la giustizia – un drammatico caso evidenzia un vuoto normativo che permane ancorché si tratti di regolare diritti fondamentali in coerenza con principi sovranazionali e costituzionali di rispondere ad istanze ormai diffusamente avanzate dai cittadini”. Per i magistrati “la straziante vicenda umana e il suo doloroso epilogo” dovrebbero spingere la politica ad applicare proprio quei principi portando “a riconoscere la libertà di autodeterminazione negando ogni forma di obbligo di vivere incompatibile con la carta costituzionale”. Già altre volte, ricorda la nota, la giurisdizione, “non di rado accusata di supplenza da quella stessa politica che troppo spesso abdica ai propri doveri”, ha svolto il proprio compito “in precedenti dolorosi casi” ispirandosi alla carta costituzionale che tutela “la dignità umana, la libertà e la vita nel suo senso più profondo”.

Anche l’Arci chiede una legge che ambisca ad un pieno riconoscimento dell’autodeterminazione terapeutica come è indicato nella Costituzione. “E’ un paese crudele – si legge in una nota – quello che calpesta la dignità dell’essere umano. E lo fa due volte, la prima non riuscendo a garantire e tutelare la libertà dell’uomo o della donna di scegliere di andarsene con dignità, la seconda trasformando un percorso personale, di dolore e onestà, in un grande salotto televisivo”. Per l’Arci una buona legge sul testamento biologico sarebbe un primo passo importante, anche per non cedere al ricatto di chi affronta il tema con furori ideologici. “E’ una discussione complessa – si legge ancora – che rischia di essere inquinata da interventi strumentali che confondono il suicidio assistito con le dichiarazioni anticipate di trattamento, la sedazione profonda con l’eutanasia, minando qualsiasi possibilità di raggiungere con progressive consapevolezze traguardi importanti”.

Fonte: help consumatoriAutore: redazione Caporalato, il caso dell’agro pontino: i braccianti sikh hanno cominciato a denunciare. Intervista a Marco Omizzolo, sociologo e presidente di “In Migrazione”

Sfruttati per lavorare come schiavi. Tantissime ore al giorno, con una paga misera, pochi diritti, una fatica immane da sopportare che ha portato qualcuno a doparsi, ad assumere oppio, metamfetamine, antispastici per reggere il dolore alle mani e alla schiena. A denunciare le condizioni di sfruttamento lavorativo dei braccianti sikh nell’agro pontino è da anni la cooperativa In Migrazione, che nel tempo si è conquistata la fiducia dei lavoratori indiani. Oggi In Migrazione continua a lavorare con i braccianti, fa consulenza legale gratuita, si scontra con quanti nell’agro pontino vorrebbero continuare a operare nel buio e nel grigio di uno sfruttamento lavorativo diventato sistema. E invece qualcosa sta cambiando, e molto: ad aprile del 2016 i braccianti sono scesi in piazza in un primo grande sciopero. Hanno cominciato a denunciare caporali e sfruttatori. È cambiata la legge.

Merito anche di Marco Omizzolo, sociologo e presidente di In Migrazione. Da anni lavora con i sikh che popolano le campagne di quel territorio che va da Sabaudia a San Felice Circeo, da Terracina ai campi dell’agro pontino con tutta la sua produzione ortofrutticola. Una produzione legata a doppio giro con fenomeni radicati di sfruttamento lavorativo, denunciati a più riprese da Omizzolo, che s’è guadagnato ormai una buona collezione di minacce da parte di chi vorrebbe lucrare ancora sullo sfruttamento dei lavoratori. Omizzolo sui campi c’è stato, “infiltrato” con i sikh nell’inferno del caporalato. Così lo raccontava qualche tempo fa: “Braccianti che dovevano obbedire, senza discutere. Uomini con le mani callose e sporche di terra, la schiena piegata per 10, 12 e a volte anche 14 ore al giorno per raccogliere pomodori, cocomeri, ravanelli o insalata. Il tutto per circa 20-30 euro al giorno. Accade ogni giorno nelle campagne del pontino.

In provincia di Latina si contano circa 30mila punjabi, in prevalenza residenti nei Comuni costieri a spiccata vocazione agricola. Uomini, oggi sempre più anche donne, costretti a coltivare e a raccogliere gli ortaggi che poi prendono le autostrade della Grande distribuzione Organizzata, filiera sporca responsabile di tanta parte dello sfruttamento lavorativo, per finire nei piatti dei cittadini-consumatori di tutta Europa”. Ma le cose stanno cambiando e anche se il lavoro da fare per sradicare questi fenomeni è molto – in provincia di Latina ci sono circa 9 mila aziende agricole e almeno il 15% ricorre al caporalato – non si è più all’anno zero.

Tu denunci da anni lo sfruttamento lavorativo degli indiani nell’agro pontino, costretti a lavorare in condizioni al limite dello schiavismo. Insieme all’associazione In Migrazione, hai scoperto l’assunzione di sostanze dopanti per sopportare la fatica. Dalla vostra denuncia del 2014 è cambiato qualcosa?
Come In Migrazione siamo stati i primi a occuparci della questione. E per questo siamo stati minacciati. Abbiamo ottenuti risultati non risolutivi ma importanti. Uno è stato il primo e più importanti sciopero dei braccianti indiani in Italia, organizzato a Latina il 18 aprile 2016: in duemila lavoratori e lavoratrici sono scesi in piazza e sotto la Prefettura, in un giorno lavorativo, hanno manifestato contro caporalato, sfruttamento, tratta internazionale, per chiedere libertà, giustizia e rispetto del contratto di lavoro. Altro straordinario risultato è rappresentato, dallo sciopero in poi, da una serie di vertenze che si sono aperte contro i datori di lavoro, quelli stessi che pretendevano di essere chiamati padroni dai lavoratori, che sono stati denunciati e portati in tribunale. Ora per la prima volta nella storia giudiziaria della provincia di Latina alla sbarra ci sono quei padroni, imprenditori agricoli e caporali, protagonisti del sistema di sfruttamento. Come In Migrazione ci siamo costituiti parte civile nei processi. Altro risultato straordinario è la consapevolezza dei lavoratori e il fatto che ora nessuno potrà dire che lo sfruttamento, il caporalato e la tratta in provincia di Latina non esistano. Il fenomeno esiste ed è diffuso e drammatico. Poi c’è la nuova legge contro il caporalato, la legge 199/2016, frutto di queste battaglie. Una nuova legge, votata quasi all’unanimità, che rappresenta davvero un passo in avanti. Non risolutivo, certo, ma è un passo in avanti che finalmente imputa una responsabilità penale anche al datore di lavoro. Con la legge precedente poteva essere denunciato solo il caporale, mentre la nuova norma mette fra gli imputati anche il datore del lavoro, e prevede il sequestro e la confisca dell’azienda quando questi esercita attraverso il caporale un potere di ricatto e vessatorio verso i lavoratori e li impiega in condizione di particolare e grave sfruttamento lavorativo. Esattamente come avviene in provincia di Latina, ovviamente non in tutte le aziende, e come accade in altre parti d’Italia. Non abbiamo vinto la battaglia, c’è da costruire un altro tipo di welfare e un sistema contrattuale migliori. Ma non siamo più all’anno zero.

Qual è la responsabilità della grande distribuzione organizzata in questo tipo di pratiche lavorative? Tu hai parlato di “schiavi di questo capitalismo”…
La Grande distribuzione organizzata ha un ruolo centrale nello sfruttamento. Diversi dossier come quello di Filiera Sporca dimostrano la capacità della Gdo di condizionare il mercato dell’ortofrutta e il mercato del lavoro che ne consegue, perché riesce a imporre i prezzi ai produttori, che avendo pochi margini di guadagno soffocano le retribuzioni di lavoratori e lavoratrici. Un altro elemento centrale è la penetrazione delle mafie in provincia di Latina. E questo porta al ruolo centrale del mercato ortofrutticolo di Fondi, un grande hub nel quale bisognerebbe indagare in modo serio rispetto a una serie di traffici che condizionano le politiche del mercato e le condizioni di lavoro nei campi agricoli.

Nel libro “La quinta mafia” (Radici future, 2016) denunci la penetrazione delle mafie a Latina e provincia come fenomeno sottovalutato. Tutto si tiene?
Il caporalato e la tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo nel Pontino stanno dando vita a una proto-mafia, a un sistema molto simile a quello mafioso, che sfocia nella cancellazione dei diritti, nello sfruttamento, nella subordinazione, nei casi più estremi anche nella riduzione in schiavitù. Probabilmente non ha collegamenti diretti con le mafie tradizionali però ne utilizza la stessa logica e la stessa metodologia. Esiste poi un intervento diretto delle mafie nella produzione ortofrutticola attraverso i mercati ortofrutticoli, e alcune aziende sono state già sequestrate, come l’intervento fatto contro il clan Moccia a Latina. Ormai a Latina parliamo di radicamento delle mafie, insieme a una certa classe di professionisti che sono fondamentali perché le mafie riescano a organizzarsi. Caporalato e tratta internazionale non sono stati gestiti direttamente dalle mafie tradizionali ma sono diventate esse stesse qualcosa di simile alle mafie, appunto una proto-mafia.

C’è qualcosa che il cittadino-consumatore può fare per sapere di non comprare prodotti basati sullo sfruttamento lavorativo?
C’è qualcosa che i cittadini possono fare e c’è qualcosa che la politica può fare. La politica può rendere trasparente la filiera, può investire nell’etichetta narrante, può dare maggiori informazioni. E lo Stato può entrare nelle campagne scardinando il sistema di reclutamento. I cittadini possono informarsi, possono acquisire una coscienza civile radicata e così orientare i propri consumi verso i prodotti che vengono da una filiera chiara e pulita. E possono iniziare a mettere in campo una serie di comportamenti “politici” nell’accezione più alta del termine, evitando di comprare prodotti da quelle aziende e da quella Gdo che non è chiara nei confronti delle filiera produttiva. Il cittadino ha un ruolo centrale: poiché ultima parte della filiera, se orienta la sua capacità di consumo verso prodotti etici non solo dal punto di vista ambientale ma anche sociale, aiuta il contrasto alle agromafie.

Cosa hai in programma per il futuro con In Migrazione?
Continuiamo a girare per le campagne e raccogliamo storie. Nel corso degli ultimi mesi io personalmente, in modo anche pericoloso, ho girato con un avvocato facendo avvocato di strada e consulenza legale di strada, informando i lavoratori dei loro diritti e aiutandoli nelle pratiche giudiziarie – naturalmente gratuitamente – facendo capire che si può denunciare il caporale e il datore di lavoro. Da febbraio abbiamo fatto più di cento vertenze di lavoro con lavoratori indiani, in alcuni casi denunce nei confronti dei caporali, in altri verso soggetti che avevano fatto della debolezza dei lavoratori un oggetto di business. Naturalmente la denuncia avviene solo se il lavoratore ci racconta. E questo è frutto di un grande rapporto di fiducia che si è costruito negli anni con In Migrazione.

Fonte: il manifestoAutore: Eleonora Martini Suicidio assistito. Dj Fabo liberato «senza il mio Stato»

L’esponente del Partito radicale rischia in Italia fino a dodici anni di carcere per «aiuto al suicidio»L’annuncio di Marco Cappato arriva dalla Svizzera poco dopo le 11,40: «Dj Fabo è morto, se ne è andato con le regole di un Paese che non è il suo». Il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni – che domenica ha accompagnato Fabio Antoniani nella clinica Dignitas di Forck, ad una decina di chilometri da Zurigo, dove con il suicidio assistito l’uomo, cieco e tretraplegico dal 2014 a seguito di un grave incidente stradale, ha messo fine a quella condizione di vita che ormai considerava solo una tortura – ha fatto sapere che al suo rientro in Italia, forse oggi stesso, andrà ad autodenunciarsi «per il reato di aiuto al suicidio».
Poche ore prima Fabio Antoniani, 40 anni appena compiuti a febbraio, aveva affidato ai social network il suo ultimo messaggio: «Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto del mio Stato». È stato un supplizio, per quel suo corpo martoriato, affrontare un viaggio di cinque ore da Milano caricato su un’automobile insieme alla sua carrozzina, senza il conforto delle persone più care, per evitare alla famiglia e alla sua compagna il rischio di una denuncia penale, al rientro in Italia. «Volevo ringraziare – ha aggiunto nel messaggio – una persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore. Questa persona si chiama Marco Cappato e lo ringrazierò fino alla morte. Grazie Marco, grazie mille». RISCHIA FINO A 12 ANNI di carcere, Cappato, che è tra i promotori della campagna «Eutanasia legale», per una battaglia che ha promesso di combattere a centinaia di malati in cerca di una morte dignitosa, a cominciare da Luca Coscioni fino a Dj Fabo. «Mi assumo la responsabilità di quello che ho fatto, ne rendo conto pubblicamente», ha detto dai microfoni di Radio Radicale. E ha aggiunto: «Credo che ci siano dei principi costituzionali di libertà che sono in questo caso preminenti anche sulla legge, ma questo lo vedremo. Vedremo le forme e i modi anche di rientro in Italia».

«DOBBIAMO NOI RINGRAZIARE lui, perché ha scelto di rendere pubblica la sua storia pur rischiando in questo modo di comprometterne il buon esito», ribatte commosso Cappato quando ormai non resta che attendere l’arrivo delle autorità di polizia elvetiche che constateranno il decesso e si accerteranno, attraverso i video registrati dagli operatori della clinica, che tutto si sia svolto nel rispetto delle leggi svizzere. Dopo la visita e il colloquio con i medici e con gli psicologi di Dignitas, l’associazione elvetica che dal 1998 fornisce sostegno ai cittadini residenti nei cantoni, malati incurabili, che intendono ricorrere al suicidio assistito, Antoniani ha poi dovuto affrontare anche un’altra dura prova: riuscire ad azionare attraverso la bocca, unica parte del corpo che riusciva ancora a muovere lievemente, il dispositivo tramite il quale gli è stata somministrata la dose letale di Pento Barbital di Sodio.

«Aveva anche paura di non riuscirci – racconta Cappato -. Era sereno, ma all’inizio delle procedure, sempre convinto di voler andare avanti, era in ansia perché temeva di non riuscire a mordere il pulsante che avrebbe attivato l’immissione del farmaco letale. Era preoccupato perché la sua cecità non gli permetteva di vedere dove fosse collocato il pulsante esattamente. Poi, quando ha capito, facendo le prove, che ci sarebbe riuscito, è tornato più sereno». «Dj Fabo ha voluto procedere subito, ha voluto farlo subito senza esitare». Ha anche scherzato con i suoi amici che, insieme alla famiglia e alla sua fidanzata lo avevano raggiunto ieri mattina, «raccomandandosi – riferisce ancora Cappato dai microfoni di Radio Radicale – di mettere le cinture quando vanno in macchina».

SE OGNI TENTATIVO fosse fallito, Fabio Antoniani, che si era rivolto perfino al presidente Mattarella per chiedere di essere aiutato dal proprio Paese a porre ad una vita non considerata più «degna», non avrebbe potuto morire. Perché in Svizzera è comunque vietata l’eutanasia.

«IN CASI COME QUESTI – racconta al manifesto Sabina Cervoni, accompagnatrice dei cittadini svizzeri che si rivolgono all’associazione Exit, ente di supporto a Dignitas – dobbiamo usare un po’ di inventiva, ed escogitare degli escamotage tecnici per essere sicuri che tutto avvenga secondo le leggi nazionali: ossia che la persona possa assumere da sola, e senza l’aiuto di terzi, la sostanza letale».
La notizia ha suscitato un vespaio di reazioni da parte delle destre e dei cattolici più oltranzisti che da sempre si oppongono perfino al varo di una legge minima come quella sul testamento biologico.

CON UNA SOLA ECCEZIONE, il leghista Luca Zaia, che «con dolore e rispetto per una scelta straziante», ha indicato la morte di Dj Fabo come «l’ulteriore dimostrazione che bisogna che il Parlamento vari quanto prima una legge ben fatta sul testamento biologico. Non possiamo assistere inermi e impotenti a questi che non esito a definire viaggi della speranza, ma al contrario speranza di morire e non di vivere». Infine, il governatore del Veneto ha rivolto « un appello a tutti i parlamentari: legiferate rapidamente, avviate la discussione sui progetti già esistenti senza ulteriori rinvii, per ridare dignità a quanti soffrono. E sono tanti»».

Fonte: Il ManifestoAutore: Redazione L’eutanasia legale in Europa

Sono quattro, secondo il Centre d’information sur l’Europe i paesi europei che hanno legalizzato il suicidio assistito e l’eutanasia attiva: Svizzera, Olanda, Belgio e Lussemburgo.

La Svezia dal 2010 autorizza solo l’eutanasia passiva (interruzione di trattamenti medici). In Germania, pur non essendoci una legge specifica, l’eutanasia attiva è permessa se la volontà del paziente è chiara.

In Spagna è ammessa l’eutanasia passiva.

In Danimarca sono ammesse solo le direttive anticipate di trattamento. In Francia l’eutanasia attiva è vietata ma è parzialmente ammessa quella passiva. In Gran Bretagna l’aiuto al suicidio è perseguito per legge, così come ogni forma di eutanasia.

Nel mondo sono Cina, Colombia e Giappone i paesi che hanno legalizzato l’eutanasia.

ANPInews n. 236

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

Intervista al Presidente Nazionale dell’ANPI pubblicata nello speciale di www.repubblica.it:Partigiani, vite di Resistenza e Libertà

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 

I nuovi “partiti” o “movimenti” e la pregiudiziale democratica e antifascista

 

Una grande campagna per la Costituzione  anpinews-n-236