Storia. L’inferno nascosto di Dora, il lager nazista più segreto da. avvenire.it


Lucia Bellaspiga martedì 24 gennaio 2017
In un documentario la storia delle gallerie nelle viscere dei monti Harz, dove 60mila internati lavorarono al progetto dei missili V2, senza vedere la luce per anni. Tra loro 1500 italiani
Una delle gallerie scavate con i picconi dove gli schiavi lavoravano e vivevano (Light History)

Una delle gallerie scavate con i picconi dove gli schiavi lavoravano e vivevano (Light History)

Ha il dolce nome di una donna, ma il suo ventre è sotto terra e partorisce solo uomini morti. Dora, quattro lettere che stanno per Deutsche Organisation Reichs Arbeit, il campo di lavori forzati più segreto e più duro dell’intera Germania nazista. Come tutti gli inferni, diramava i suoi gironi sotto terra, in mefitiche gallerie buie e gigantesche, dove 60mila internati tra l’agosto del 1943 e l’aprile del 1945 lavoravano e persino vivevano, senza mai rivedere la luce. «New York e Londra spariranno presto dalla faccia della terra», aveva promesso Himmler e il segreto era là sotto, nelle viscere di Dora, dove i sepolti vivi avrebbero costruito le ‘V2’, missili teleguidati a lunga gittata, un miracolo della scienza… «Nessuno sapeva dell’esistenza di Mittelbau Dora, le persone sparivano nel nulla e nemmeno i familiari conoscevano la loro fine», racconta Raffella Cortese, autrice insieme a Mary Mirka Milo del documentario Inferno Mittelbau Dora, che Rai Storia manderà in onda il 27 gennaio alle 19 nella Giornata della Memoria. «E ancora oggi di Dora non si parla mai, sparita nell’oblio, cancellata dai libri di storia». Esperta in stragi fin dai tempi in cui ha firmato le puntate Rai di Mixer e La storia siamo noi, dalle Brigate Rosse ai Nar, da Piazza Fontana alla strage di Bologna, Cortese non poteva non lasciarsi attrarre dall’abisso nero di Dora.

Per oltre un anno le due autrici hanno scavato in archivi e ricordi, incontrato sopravvissuti: «A Mittelbau Dora i prigionieri arrivavano dagli altri campi, soprattutto da Buchenwald», sostituiti man mano che morivano. Erano in gran parte russi, polacchi e francesi, ma dopo l’8 settembre 1943 anche gli italiani divennero nemici e 1.500 nostri militari finirono internati a Dora come ‘oppositori politici’, contrassegnati con un triangolo rosso. Tra questi Guido Bianchedi, classe 1920, lucido protagonista del documentario. Soldato di leva, arrestato a Lubiana dai tedeschi, da Buchenwald fu presto deportato a Dora: «Una sera ci caricarono su un camion. Un’ora e mezza dopo aprirono la sponda posteriore e ci fecero scendere, c’era fango fino alle ginocchia…». Carne da macello destinata a scavare con picconi le gallerie per le mostruose V2, alte come un palazzo di cinque piani.

Era stato lo stesso Hitler a ordinare la ricollocazione sotterranea degli impianti di produzione, dopo i rovinosi bombardamenti degli Alleati, e la scelta del luogo era caduta sulle grotte dei monti Harz, nel cuore della Germania, mentre di Himmler era l’idea di usare i prigionieri dei campi di concentramento: «Era un lavoro massacrante e senza mai sosta. Nelle gallerie sempre più in profondo mancava ossigeno, fame e sete ci torturavano, sono riuscito a lavarmi dopo due anni, la testa brulicava di pidocchi fino a sanguinare. Laggiù, sempre al buio, anche vivevamo», se così si può dire. Uno dei tunnel conteneva i ‘letti’ a castello alti 9 metri e larghi 12, per diecimila schiavi. È il nipote di un altro internato, Mario Quadalti, a riassumere i racconti dell’omonimo zio, arruolato alpino a 21 anni e dopo l’8 settembre arrestato a Cuneo: «La fame era tale che là sotto si erano costruiti una bilancina per misurare le molliche che toccavano all’uno o all’altro».

A Mittelbau Dora non si faceva l’appello quotidiano per la conta, «tanto dove andavi?», spiega Bianchedi. Nemmeno i morti uscivano, accatastati nei tunnel. In uno o due mesi il fisico cedeva, o cedeva la mente: «Si cercava il modo per non impazzire – continua Bianchedi – io mi immaginavo un dialogo intimo con mio padre, che mi diceva sempre ‘Guido, abbi pazienza’ e io risorgevo. Era duro parlare con lui e non sentire la sua voce». La mente scientifica era l’ingegner Wernher von Braun, a 20 anni già genio della missilistica, a 25 a capo di diecimila tra scienziati, tecnici e operai. La V2 era la sua creatura, costosissima (l’equivalente di 300mila euro ciascun missile), l’asso nella manica dopo la sconfitta subìta a Stalingrado nel gennaio del ’43: ‘l’arma della vendetta’, la Vergeltung Waffe (da qui la V del nome). Tra tentativi di lancio, numerosi fallimenti e continue modifiche, all’inizio del ’44 erano già stati prodotti 5.000 missili e nel ventre di Dora le catene di montaggio si facevano più disumane. Nel settembre 1944 le V2 si schiantano davvero su Londra distruggendo la città e la psi- che dei suoi abitanti: è la prima volta che un bombardamento piomba dal cielo in assenza di aerei. Ma, come vedremo, è anche l’inizio dell’era spaziale…

Difficile immaginare lo sguardo allucinato di Bianchedi il 12 aprile 1945, quando nelle gallerie vide i fari di tre camionette, «Non era possibile! Si fermarono davanti a me e dissero ‘von Braun, von Braun’, volevano solo lui, poi uscirono di corsa». In superficie l’evacuazione era iniziata da giorni e l’umanità del sottosuolo manco lo sapeva. Come zombie, in 500 riemersero alla luce e furono curati dagli americani, ma per più di metà fu troppo tardi. Tra questi anche Mario Quadalti, morto il 18 maggio 1945. È ancora il nipote a mostrare la sua ultima lettera al comandante americano: «Chiedo a voi di far trasportare questo mio scheletrito corpo nella mia Patria, onde possa prima di dar l’addio a questa valle di lacrime baciare il bianco capo della mia piangente Mamma». Troppo tardi anche per questo: è tuttora sepolto fuori Dora. Il 12 maggio 1945 von Braun, con i suoi piani di costruzione delle V2, si consegna agli americani e con tutti i suoi ingegneri passa al servizio degli Usa, asilo garantito e crimini di guerra cancellati. Di Mittelbau Dora si ‘dimenticano’ anche i processi di Norimberga e nel 1969 l’uomo arriva sulla Luna spinto dal razzo Saturno 5: l’evoluzione della V2. «In quelle gallerie mi chiedevo solo: perché? Che male ho fatto io? Per conto di chi stavo scontando quelle pene? Sono pieno di domande e non ho risposte », sorride Guido Bianchedi nel documentario. È morto tre mesi fa, senza trovarle.

Advertisements
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: