Ci sono crimini nel vecchio libro della storia dell’uomo, annidati nella coscienza di ognuno, che, oltre i giorni della memoria, della ricorrenza e delle celebrazioni, varcano i confini della latenza e dell’inconscio, ritornano sotto forma di pensieri funesti e inquietano la quotidianità del vivere e l’apparente serenità dell’anima. E ci sono nomi che pronunciarli implica un immediato corredo d’immagini talmente crude da mettere a dura prova lo stomaco, il concetto di umanità e quello di incredulità.

Uno di questi è quello di Josef Mengele, l’Angelo della morte di Auschwitz.

Mengele, all’interno del sistema criminale votato alla Soluzione finale, ha incarnato la banalità del male, la “malvagità pura”, il custode del vaso di Pandora delle atrocità più inenarrabili, una sorta di Anticristo umanizzato talmente spettrale da gettare nel panico gli ufficiali nazisti in sua presenza all’interno del campo.

Mengele era il Lager. Era la selezione. Era quella voce del destino, “Links” (a sinistra) e “Rechts” (a destra), che sulla banchina decideva della vita e della gassificazione dei deportati. Era l’iniezione di fenolo, l’immediata esecuzione alla tempia, la cinica sperimentazione, la dissezione sui cadaveri ancora caldi poggiati su un tavolo di gelido marmo dopo la dose di Evipan e Cloroformio al cuore.

Mengele era la morte!

Il mito della razza ariana lo indusse a eseguire le più orribili sperimentazioni, al prezzo di atroci sofferenze, non solo su esseri umani adulti, sani, malati e nani, ma anche sui bambini e in particolare sui gemelli. Iniettava, ad esempio, negli occhi delle piccole vittime il colore blu di metilene al fine di convertirli dal castano; praticava, altresì, senza anestesia l’orchiectomia, l’asportazione dei testicoli, e inoculava nelle schiene delle donne dei veleni al fine di verificare i processi di sterilizzazione.

La cruda sperimentazione di Mengele, che amava collezionare feti, ossa e calcoli biliari, lascia solo immaginare il dramma psicologico di quelle povere cavie, sole e nude all’interno di quei freddi blocchi, defraudati dei sogni, dell’infanzia e dei genitori, in attesa di sevizie prive di una qualsiasi forma anestetica e della morte che paradossalmente correva a liberarli.

Nel perverso ingranaggio del male azionato dalla follia nazista all’interno dei campi di concentramento, un’altra roncola in camice si aggirava a mietere vite umane: il dott. Eduard Wirths. Anche lui ebbe un ruolo decisivo nella selezione e nella cinica e spietata sperimentazione ai danni degli internati.

A differenza di Mengele, morto in Brasile nel 1979, Wirths s’impiccò come molti altri medici nazisti per evitare la morte certa per mano degli alleati e soprattutto il peso dell’umiliante sentenza della sua coscienza. Era lui che strappava letteralmente i figli dalle madri, recidendo una seconda volta e per sempre quel “cordone ombelicale” imposto da Dio, con una buona dose d’impassibilità e sotto l’egida della volontà sterminatrice del Fuhrer.

Le mostruosità perpetrate da questi ufficiali nazisti, con altre indicibili crudeltà messe in atto dal Terzo Reich, fanno di Mengele e dei suoi colleghi l’emblema per eccellenza del fanatismo legato a una sorta di nazi-scienza, macellai tra le belve e antitesi umanizzata del giuramento di Ippocrate.

La Storia è colma di esempi in cui l’intelligenza umana, lo studio specialistico e la cultura si sono messi al servizio dei genocidi o della volontà del male per assurde teorizzazioni o ideologie criminali; la scienza al servizio della morte; la biologia quale arma di soppressione di massa; la professione medica al pari di quella dei monatti.

Boia travestiti da dottori.

Sembra un paradosso, un ossimoro dell’esistenza, un guasto nei meccanismi di selezione tra vittime e carnefici: è stato così! E’ stata Storia! E continua a esserlo!

Angeli della morte in camice bianco hanno messo in atto, nel secolo scorso, nelle stanze di tortura ubicate a varie latitudini, azioni talmente criminali da oltrepassare i limiti del pensiero.

Scrive il dott. Robert Jay Lifton dell’Università di Harvard: “I nazisti non furono certamente gli unici a coinvolgere i medici nel male”. E ricorda “il ruolo svolto dagli psichiatri sovietici nella diagnosi dei dissenzienti come malati di mente, e nel farli internare in ospedali psichiatrici; quello dei medici in Cile nel ruolo di torturatori; quello dei medici giapponesi che praticarono la vivisezione ai prigionieri di guerra”; lo studioso americano segnala, altresì, casi in Sudafrica, negli Stati Uniti (con riferimento alle attività della Cia), in Russia e addirittura i medici turchi e la loro presunta complicità nel genocidio armeno.

E questa tipologia di sadismo umano, frutto dei perversi meccanismi della mente, in campo medico e paramedico, ha varcato, purtroppo, anche le soglie di questo Millennio, flagellando la spensierata quotidianità di vittime innocenti assurte, loro malgrado, agli onori della cronaca.

Come non ricordare, nel nostro Paese, il disprezzo della vita perpetrato dalla clinica degli orrori Santa Rita di Milano qualche anno fa? Una élite scientifica, costituita da primario, chirurghi, anestesisti e infermieri al servizio della morte, al fine di incassare i rimborsi del Sistema Sanitario Nazionale. Immotivate mutilazioni su degenti in piena salute o, nel peggiore dei casi e in barba a ogni forma di etica professionale o, semplicemente, barbarica, compiute anche ai malati in stadio terminale; seni e polmoni asportati ai fini contributivi. Scenario simile all’ospedale di Lugo (Ravenna) dove l’infermiera Daniela Poggiali si è resa artefice, secondo la condanna di I grado, di un diabolico piano criminale ai danni di anziani e conoscenti. Non un ultimo, in ordine di tempo, si ricordino le morti sospette all’ospedale di Saronno presumibilmente, secondo le accuse, causate dall’azione criminale di un medico e un’infermiera, amanti spietati.

Episodi, tutti, che richiamano a una malefica eloquenza: gli aguzzini vestiti di bianco, come surrogati dei loro colleghi nazisti teletrasportati ai giorni nostri, per devianza psichica o lucida razionalità, continuano a incarnare, nel migliore dei modi, la professione di carnefici.

Le corsie d’ospedale, tempio del male evocato da queste diaboliche presenze, si sono trasformate in moderne camere a gas con i posti letto assurti a loculi, in cui familiari apprensivi hanno abbandonato, loro malgrado, genitori e parenti a una sorte assurda e crudele.

Crimini contro l’umanità che se da un lato minano il sacrosanto diritto alla vita, dall’altro deplorano, ancora peggio, il rischio di ammalarsi.

Una verità, portata a spalla lungo la linea del tempo da iene sataniche, appare in tutta la sua indissolubile, aberrante crudeltà: la coscienza dell’uomo, di qualunque periodo storico e condizione socio-culturale, sembra sottomettersi alle ideologie perverse, ai sentimenti deviati e alla logica scellerata del dio Denaro.

A vincere, pertanto, saranno soltanto lo spettro di un vuoto etico di ritorno e la negazione di ogni elementare principio di responsabilità.

Luciano Armeli Iapichino