DAVOS – Negin non porta il velo. I lunghi capelli neri le cadono morbidi sulle spalle. È costretta a coprirsi soltanto quando torna nel suo piccolo villaggio. Da quando hanno minacciato di ammazzarla deve nascondere il viso, deve cercare di non farsi vedere. “Per la mia gente sono una vergogna. Perché vado a scuola. Perché faccio musica”. Negin Khpolwak è la prima direttrice d’orchestra donna del suo paese. Ha appena vent’anni e dieci vite alle spalle.

I genitori, troppo poveri per tenerla in casa, l’hanno affidata quando era una bambina a un orfanotrofio di Kabul. Un giorno, nell’istituto le hanno chiesto se le interessava fare musica. “Io non dissi niente ai mie feci il test per essere ammessa. Però per dirmi che l’avevo passato chiamarono a casa. Rispose mia madre e si infuriò. Mi disse che le donne devono occuparsi della famiglia, che non devono fare musica. Anche mio zio me lo vietò. Soltanto mio padre ne fu felice e mi sostenne”. Ad oggi, il padre è l’unico che continua ad appoggiarla; il resto della famiglia, i vicini, il suo villaggio l’hanno ripudiata.

Siamo andati a trovarla nella scuola di Davos dove sta facendo le prove insieme all’orchestra afghana Zohra, il primo ensemble di sole donne. Suoneranno domani al Forum economico mondiale, poi partiranno per la loro prima tournée europea, in Svizzera e in Germania. Abbiamo passato un severo controllo di sicurezza e contato una decina di poliziotti che presidiano la scuola. Le ragazze, che hanno tra i 13 e i 20 anni e portano colorati vestiti tradizionali, vanno e vengono senza curarsene. Ci sono abituate. Tre anni fa, durante una recita, un kamikaze si è fatto esplodere in platea. E ha ferito il fondatore di questo coraggioso progetto, Ahmad Sarmast. Dopo tre lunghi mesi in ospedale, è tornato più carico di prima ad occuparsi dei suoi musicisti.

“Mi chiede come ho fatto a riprendere il mio progetto dopo la bomba?”, ci sorride Ahmad: “Semplice, sono pazzo! E poi ogni giorno in più che resistiamo è un giorno di vittoria contro le forze oscure, contro i talebani”. Il musicologo è tornato nel suo Paese di origine nel 2008 e ha fondato l’ANIM, l’Istituto nazionale afghano per la musica. Un’impresa coraggiosa, in un Paese dove per anni erano consentite solo i lamenti dei muezzin ed era vietato suonare. Figuriamoci, poi, per le donne. Sarmast è andato avanti: nel frattempo i musicisti sono 210 – un terzo vengono da famiglie disagiate e 70 sono donne – e dopo l’istituto ha fondato un’orchestra dopo l’altra. L’ultima è Zohra, il primo ensemble femminile del suo Paese, trenta ragazze tra i 13 e i 20 anni

Oggi Negid è una delle due direttrici d’orchestra di Zohra, ma il percorso è stato lungo e difficile. Quando racconta della sua vita lo fa guardandoti dritto negli occhi. Nei primi anni della scuola di Ahmad cominciò a suonare uno strumento indiano, il sarod, racconta. Ma un giorno uno zio la riportò a casa e le vietò di tornare a scuola. “Mio padre era in Tagikistan in quel periodo. Per sei mesi non feci altro che piangere. Poi mio padre tornò a mi sottrasse alle grinfie di quello zio e mi fece tornare alla mia amata scuola. La famiglia si spaccò del tutto ma mio padre mi ha reso una persona felice”. La musica, per Negid, “è un modo straordinario di comunicare, tutti ti capiscono, ovunque, senza bisogno di parlare. Tira fuori i sentimenti, ti commuove”.

Negid ha ben chiaro nella testa perché rischia tutto, perché tira dritto nonostante l’odio della sua gente, nonostante viva sequestrata da misure di sicurezza, in un Paese ancora infestato di talebani e fondamentalisti islamici. “Tanti vorrebbero richiuderci nelle case, impedirci di fare musica. Io invece voglio dimostrare ogni giorno che le donne afghane possono fare tutto”. Non ha paura, chiediamo? “Se mi ammazzano non mi importa, io non mi fermo. Lo devo alle altre donne”.