Oggi, 10 anni dopo l’adesione all’Unione Europea, i rumeni sono più poveri da: resistenze.org


JL F | imbratisare.blogspot.it
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

07/01/2017

Il primo gennaio 2017 si è compiuto il decimostato anniversario dell’integrazione della Romania all’Unione Europea. I mass media rumeni e la propaganda comunitaria hanno inondato l’opinione pubblica con comunicati e statistiche illusorie sui benefici che avrebbe avuto la Romania con l’entrata a far parte del club, in questi dieci anni di sottomissione agli interessi della Commissione Europea e dei suoi grandi poteri economici, principalmente Germania e Francia.

Per esempio, si è parlato dell’esponenziale crescita economica della Romania e del livello di vita dei rumeni. Nei dieci anni come stato membro, il PIL è cresciuto dai 98.000 milioni di euro di fine 2006, fino ai 172.000 del 2016, secondo la propaganda di Bruxelles. Tuttavia, non si menzionano gli alti costi degli alloggi, causati dalla concorrenza dopo la generalizzazione della libera circolazione di merci con le grandi multinazionali comunitarie e straniere. Inoltre, come normalmente succede ai lavoratori in una dittatura del capitale, la distribuzione del PIL è estremamente disuguale; cioè, pochi si portano a casa quasi tutto e la maggioranza rimane con le briciole.

Non si è parlato dei costi provocati dall’emorragia di personale specializzato e di cervelli e in generale dei circa 4 milioni di lavoratori rumeni che sono emigrati, creando ricchezza in altri stati e limitando la capacità produttiva in Romania (capacità che era già stata limitata di per sé dal colpo di stato del 1989 che ha distrutto il 90% delle fabbriche e delle cooperative agricole nate con la potente industria produttiva rumena durante gli ultimi anni del socialismo e che si sono perse dagli anni 90 con l’entrata della Romania nell’UE. 4,5 milioni di posti di lavoro – quasi la metà di quelli esistenti nel momento dell’assassinio di Ceausescu).

Un’altra falsificazione delle statistiche della propaganda pro europea è stata quella della crescita delle esportazioni. I dati dicono che prima dell’integrazione le società rumene esportavano merce per un valore di 25.000 milioni di euro, nel 2016 queste arrivano a 42.000 milioni. Tuttavia, questo dato statistico è incompleto, in quanto le imprese che attualmente esportano sono in grande maggioranza straniere o controllate da multinazionali con sede in altri paesi e si portano via la maggioranza dei profitti e dei benefici lontano dalla Romania.

Inoltre sono cresciuti anche gli investimenti stranieri in Romania, facendo entrare nel paese circa 33.000 milioni di euro dal primo gennaio 2007 al 31 dicembre 2016, che hanno creato imprese e posti di lavoro (generalmente non produttivi e sottopagati). Il vantaggio di queste aziende, tuttavia, non è andato nelle tasche dei romeni, bensì nei conti degli investitori stranieri e dei dirigenti. Al contrario, gli investimenti diretti erano, fino al momento dell’entrata della Romania nell’UE, circa 7.300 milioni di euro annuali, ma successivamente la media è scesa a 2.600 milioni, vale a dire una perdita di circa 5.000 milioni di euro all’anno.

L’adesione significò anche attrarre Fondi Europei per un valore di 39.900 milioni di euro; tuttavia, la realtà è che se sottraiamo il contributo rumeno al bilancio comunitario, il risultato è che restano 26.500 milioni di euro, cifra che la Romania produceva prima del 2008 a beneficio delle imprese rumene, cifra che non ha lasciato oltre confine. Oggi, al contrario, la maggior parte dei fondi europei va a compagnie e cittadini stranieri.

Sulla carta, il salario medio netto dei rumeni che era di 312 euro al mese nel 2007 nel 2016 ha raggiunto i 459, ma in relazione ai prezzi  e all’inflazione l’aumento è stato ridicolo. In realtà, la Romania, dopo aver, secondo le cifre “esagerate” del FMI, appena un 6% di poveri nel 1990, oggi occupa il primo posto nella top ten per il maggior numero di persone a rischio di povertà ed esclusione di tutta l’Europa, con 9 milioni di persone sotto la soglia di povertà dei 19 milioni di rumeni, secondo l’ultimo censimento (il 46%). Per quanto riguarda i più giovani, la percentuale di povertà sale fino al 49% (vale a dire 1 su ogni 2 bambini rumeni è povero, non ha soddisfatte le sue necessità di base quotidiane).

I giapponesi del Centro Nomura affermano, allo stesso modo, che la Romania è il paese europeo con la popolazione a maggiore rischio di soglia della povertà, ponendo questo paese al dodicesimo posto tra i 180 presi in considerazione. Nomura stabilisce la percentuale di spesa della popolazione in alimenti di base, il PIL pro capite e le importazioni totali in relazione alla produzione di alimenti di prima necessità.

In questo senso e dovuto principalmente al crescente livello di povertà dei rumeni nel 2016, il numero di suicidi aumenta a ritmo vertiginoso: in Romania c’è una media di 8 suicidi al giorno, a Bucarest la capitale e nella regione relativamente più ricca (o sarebbe migliore dire, meno povera) avviene ogni due giorni un suicidio.

Un altro argomento demagogico di cui si è avvalsa Bruxelles è quello della crescita delle esportazioni agricole, il che è vero, ma incompleto. In primo luogo, si esporta più grano, ma molto a buon mercato e si devono importare i prodotti elaborati da fuori, molto più cari (un esempio è il tradizionale sistema coloniale). Inoltre, il 40% della terra produttiva è in mano alle multinazionali o a imprese straniere, specialmente grandi proprietari, il che fa si che la maggior parte dei profitti delle esportazioni finisca ad altri stati.

La realtà è che, dopo 10 anni di integrazione nell’UE, i rumeni ora vivono peggio. Le statistiche mostrano che la Romania è entrata in una fase di sottosviluppo strutturale dopo l’adesione (anche se certo è che nei 10 anni prima, dopo il colpo di stato del 1989, per spianare la strada, era già stata distrutta l’industria nazionale e la metà dei posti di lavoro).

I rumeni sentirono immediatamente gli effetti della povertà dopo il 2007, quando avvenne il taglio brutale dei salari, dei sussidi, degli aiuti sociali e del bilancio pubblico nel 2009. Oggi, nel 2016, i rumeni sono in minor numero, per la caduta libera demografica dovuta all’impoverimento generale e all’emigrazione e anche più poveri, nonostante alcuni dati macroeconomici.

Rompendo l’abituale censura mediatica, incominciano a emergere e a farsi sentire voci discrepanti che denunciano il disastro di questi ultimi 27 anni di barbarie capitalista e in particolare, degli ultimi dieci come colonia dentro l’UE (specialmente di Germania e Francia). In un dibattito realizzato all’Università “Babeș-Bolyai” di Cluj-Napoca in relazione al risultato di dieci anni di adesione, la conclusione è stata chiara: la Romania e i rumeni sono più poveri oggi che il primo gennaio 2007. Constantin Boștină, Presidente dell’Associazione per lo Studio e la Previsione economico sociale, ha affermato che era incontestabile il fatto che in questi ultimi dieci anni il livello di povertà fosse aumentato e il vecchio ministro Vasile Puşcaş, che è stato il negoziatore per l’adesione all’UE, ha ricordato un’ovvietà: che se l’integrazione fosse stata positiva, non ci sarebbero più di 3 milioni di rumeni in cerca di sopravvivenza al di fuori della Romania.

I dati sono estratti dal quotidiano Napocanews.

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