Il triste tramonto dell’eredità del movimento operaio in Italia e la crisi della sinistra politica di di Stefano G. Azzarà da: micromega.net

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1991-2016

Conclusa la Guerra Fredda, nel 1991 si concludeva anche la parabola settantennale del PCI, giunto allo scioglimento al termine del XX congresso. Grazie all’iniziativa di alcuni esponenti storici di quel partito – Libertini, Salvato, Serri, Garavini, gli ex PdUP Magri e Castellina e diversi altri – ma soprattutto grazie al tempestivo lavoro sotterraneo del leader storico della corrente “filosovietica” Armando Cossutta, nello stesso anno nasceva però il Movimento e poi il Partito della Rifondazione Comunista (PRC). Al primo nucleo dei fondatori, che nonostante la notevole diversità negli orientamenti faceva per lo più riferimento alla Casa Madre di via delle Botteghe Oscure, si sarebbe presto unita una piccola pattuglia proveniente da Democrazia Proletaria.

Non è il caso di ricostruire nei dettagli le vicende di questo partito. Ricordo però le prime riunioni semiclandestine e la concitata campagna per le elezioni regionali siciliane, dove fu per la prima volta presentato il simbolo e dove il PRC raccolse un sorprendente 6%. Ricordo inoltre come nei primi anni esso riuscisse a riscuotere il consenso di quella parte dell’elettorato ex PCI che non aveva condiviso il mutamento di nome e soprattutto la ricollocazione politica della tradizione comunista italiana, raggiungendo percentuali importanti in particolare nel Nord Italia industriale (con dati superiori al 10% in città come Milano e Torino). A dimostrazione del fatto che, a prescindere dalle nomenclature, esisteva ancora in quel momento tra i lavoratori salariati e nei ceti medi riflessivi uno spazio politico praticabile per una sinistra intenzionata a non allinearsi allo spirito dei tempi.

Dopo 25 anni, nel corso dei quali ha partecipato in via diretta o indiretta ai due governi di centrosinistra guidati da Romano Prodi e ha sostenuto un’infinità di coalizioni negli enti locali, il PRC è oggi sostanzialmente scomparso. Corresponsabile di scelte antipopolari – che dal famigerato Pacchetto Treu in avanti erano state motivate con la necessità di fermare un fantomatico “fascismo berlusconiano” ma che hanno clamorosamente aumentato il divario tra i ceti più forti e quelli più deboli -, ha perduto i propri militanti e simpatizzanti e non è più in grado di presentarsi alle elezioni in maniera autonoma con il proprio nome e simbolo. E almeno dal 2008 – da quando è stato estromesso dal Parlamento nazionale per il mancato superamento del quorum elettorale da parte del rassemblement della Sinistra Arcobaleno – ha esaurito ogni capacità propositiva ed è rimasto tagliato fuori dal dibattito politico e culturale del paese.

Ridotto a poco più di un logo, ovvero a un franchising di gruppuscoli locali che sopravvivono quasi soltanto sui social network (a parte poche realtà che resistono nel mondo reale con infiniti sforzi di volontarismo), esso sembra del tutto incapace di rigenerarsi, ostaggio di quella sorta di segretario a vita per mancanza di alternative che è il suo leader Paolo Ferrero. Il quale, dopo aver sempre sostenuto la linea delle alleanze con il PDS-DS-PD ed essere stato Ministro al Nulla dal 2006 al 2008, non può possedere certamente oggi, nell’epoca delle contrapposizioni frontali, la credibilità necessaria per parlare con i ceti popolari e per assicurare una ragion d’essere alla propria comunità politica.

Un contesto impossibile

Perché è avvenuto tutto questo? Come è stato possibile che in un tempo relativamente breve un intero capitale di idee, passioni e impegno militante, costruito con fatica e sacrifici da uomini e donne che avevano cercato di mantenere un filo di continuità politica con la storia del movimento operaio, sia stato dilapidato in maniera così ignominiosa e nell’indifferenza generale? Come è accaduto che un partito che in certi momenti ha avuto anche un ruolo significativo si sia frantumato in una decina di sigle, tutte altrettanto rissose, insignificanti e innocue, spalancando un’autostrada che ha consentito al Movimento 5 Stelle di sfondare anche a sinistra?

Non esistono responsabilità univoche. Perché la situazione oggettiva di quella fase, che era determinata da una sconfitta storica delle classi subalterne al termine di un lungo conflitto nel quale la dimensione internazionale si era intrecciata alle vicende nazionali, era così disperata che la sfida della ricostruzione di un partito comunista alla fine del XX secolo sarebbe stata troppo ambiziosa anche per le posizioni soggettive migliori, anche – per paradosso – per un Togliatti redivivo. Una sfida impossibile, dunque. Tanto che la domanda giusta da porre è semmai proprio quella opposta: come è stato possibile, cioè, che una forza che non ha mai prodotto innovazioni significative e che non è mai stata all’altezza della sfida contenuta nel proprio nome (“Rifondazione”) abbia potuto vivere di rendita ancora per vent’anni dopo la fine del comunismo storico?
La realtà è che la tradizione comunista era così radicata in Italia che anche questo mezzo miracolo e stato possibile. Tanto che per certi aspetti in questo paese solo oggi viviamo fino in fondo le conseguenze della caduta del Muro di Berlino.

C’è poi un altra questione oggettiva di cui tener conto. I processi di concentrazione del potere in favore degli esecutivi e a detrimento dei parlamenti e della rappresentanza, processi che dalla fine degli anni Settanta riguardano tutto il continente europeo e che dopo la caduta del Muro avrebbero assunto le forme di un inedito neobonapartismo mediatico e spettacolare, non sono attecchiti in Italia con la stagione del “decisionismo” guidata dal leader del PSI, Bettino Craxi, ma contro costui e con l’introduzione del sistema elettorale maggioritario uninominale nel 1991. E cioè con la cancellazione del sistema proporzionale puro che aveva orientato il campo politico italiano dalla fine della Seconda guerra mondiale e per gravissima responsabilità del PDS, il partito nato dalle ceneri del PCI. Il quale, vedendovi una scorciatoia tecnica che avrebbe aggirato il moderatismo strutturale del paese costringendo i partiti di centro ad allearsi e a portare al governo gli ex comunisti, aveva avallato un referendum completamente sbagliato. Un referendum del quale paghiamo ancora oggi le conseguenze e che, lungi dal preparare una modernizzazione del sistema politico, rientrava semmai nella lunga tradizione del sovversivismo delle classi dirigenti italiane.

Questa circostanza ha fatto sì che, ancor prima di definire un proprio programma, Rifondazione Comunista diventasse in maniera consustanziale l’ala sinistra del centrosinistra. Una forza destinata per ragioni sistemiche a coprire sempre e comunque il fianco “radicale” dell’alleanza con la sinistra moderata e le sue politiche di neoliberalismo temperato, e dunque destinata a rimanere priva di sostanziale autonomia oppure a perire. Tanto che, puntualmente, questo partito è evaporato nel momento esatto in cui, con la nascita del PD, Walter Veltroni ha posto fine alla stagione delle larghe alleanze di centrosinistra su scala nazionale.

Un profondo deficit culturale

Seppur necessarie, però, queste considerazioni non sono sufficienti. E finirebbero per essere persino fuorvianti e consolatorie se ci portassero a chiudere gli occhi sulla parallela dimensione soggettiva di questa storia. E cioè sul fatto che, a prescindere dal contesto storico e politico, sin dalla nascita il profilo del PRC è stato drammaticamente fragile sul piano culturale e morale e perciò completamente privo di fondamenta e prospettiva.

Erano confluiti al suo interno anzitutto gli eredi più ideologizzati del PCI, un partito che aveva una storia gloriosa alle spalle perché aveva edificato la democrazia moderna in Italia con il sangue dei propri partigiani durante la guerra di liberazione e con la geniale sapienza politica di Togliatti a guerra  terminata. Un partito, però, che da diverso tempo non poteva che essere comunista soltanto di nome. E che in molte sue componenti aveva sposato l’idea migliorista secondo la quale il progresso sociale si riduceva unicamente alla modernizzazione del capitalismo autoctono, un capitalismo che andava salvato dalla sua stessa natura stracciona e parassitaria.

Il malinteso senso di responsabilità nazionale che faceva passare questa modernizzazione attraverso i sacrifici delle classi subalterne e la moderazione salariale – una falsa coscienza egemone presso i quadri del partito come in quelli del sindacato CGIL – si saldava facilmente poi alla filosofia della storia  implicita dei militanti medi di quell’area politica. Convinti, come nell’Ottocento o nella prima metà del Novecento, di essere sempre e comunque dalla parte della ragione e che una necessità immanente avrebbe prima o poi condotto a una società più giusta ed eguale. Quali che fossero, le scelte contingenti del partito-Chiesa erano perciò giuste per definizione. Cosa rappresentavano del resto i sacrifici di oggi, soprattutto in presenza di rapporti di forza momentaneamente sfavorevoli, di fronte a questo orizzonte luminoso pressoché certo per il domani?

Si può dire, in questo senso, che chi proveniva dalla storia del PCI avesse assorbito con il latte materno una mentalità orientata alla riduzione del danno. Una mentalità che conduceva sempre al perseguimento del presunto “male minore” nella paura che tutte le alternative fossero peggiori, rimandando il “bene maggiore” all’orizzonte vago e indefinito delle prediche ai militanti durante i comizi della domenica. Era un realismo che oltre una certa soglia diventava letteralmente surrealismo. E che sul piano della cultura politica sanciva la vittoria postuma di Benedetto Croce su Gramsci, ovvero la rivincita del materialismo storico inteso come mero realismo politico, tattica e opportunismo sull’idea del marxismo come visione del mondo organica e autonoma.

Agli ex PCI facevano poi da contraltare gli eredi “libertari” della Nuova Sinistra, non meglio attrezzati dei primi di fronte al nuovo scenario della globalizzazione incipiente. Erano i figli politici del ciclo 1968-77. E cioè di quella grande modernizzazione della società italiana che era avvenuta dopo gli anni del boom economico. Una modernizzazione che era passata per la contestazione delle rigide gerarchie familiari e sociali dell’Italia agricola e patriarcale e per il salto da una morale austera e inadatta al consumo a una morale liberale di massa adeguata all’epoca della produzione di massa. Una modernizzazione, soprattutto, che si era a lungo mascherata con le vesti di una rivoluzione ultraradicale, la quale contestava la natura “borghese” del comunismo filosovietico – il PCI in primis – in nome di un ideale egualitario che si ispirava a volte al maoismo ma che era del tutto immaginario. L’idea di rivoluzione coincideva infatti per quella sensibilità anzitutto con l’emancipazione integrale della soggettività individuale. E dunque con la sostituzione dell’idea moderna di una libertà da perseguire e praticare in maniera consapevole, collettiva e organizzata sul piano politico con l’idea postmoderna di una libertà che si esprime pressoché esclusivamente nella rivendicazione dei diritti civili e nella scelta arbitraria degli stili di vita e soprattutto di consumo. In una dimensione, cioè, prevalentemente privata.

Era una componente assai vicina a quella che un tempo Ernst Bloch aveva chiamato «corrente calda» del marxismo, con una spiccata inclinazione alla poesia e all’immaginazione fantastica di “nuovi soggetti” e nuove “moltitudini” (una componente assai attenta, non a caso, alla lezione di Toni Negri). E con una propensione tipicamente movimentista a inseguire tutto ciò che si muove e respira nella società civile, senza bisogno di analisi materialistica né programmi. Una componente assai presuntuosa sul piano culturale ma dotata in realtà di scarsi strumenti concettuali. A partire dal suo ottuso rifiuto marcusiano del marxismo, denunciato come ideologia dogmatica, economicista e ostile alle nuove istanze della società (femminismo, questione giovanile, ecologia…) e sostituito non con una nuova solida teoria ma con un sincretismo dilettantesco che veniva spacciato per raffinata “contaminazione pluralistica”, “ibridazione” o “nomadismo foucaultiano”.

Da queste premesse derivava un palinsesto idealistico nel quale il compito costitutivo della difesa del lavoro e delle parti più deboli della società veniva di volta in volta sostituito dalle bizzarrie più improbabili, in nome del desiderio e della libertà individuale assoluta. E che definiva il carattere di una sinistra sincretistica sul piano culturale e disimpegnata su quello politico, ma non per questo meno disponibile al compromesso opportunistico. Tanto che spesso, in ossequio alle compatibilità di governo, il Prc avrebbe grottescamente trasfigurato in chiave “rivoluzionaria” anche le più grevi manifestazioni della restaurazione neoliberale che dilagava in quegli anni (un esempio per tutti: lo smantellamento del Welfare e la parallela diffusione del Terzo Settore veniva interpretato in molti documenti di partito come una forma di estinzione dello Stato che accompagnava una crescente  autonomia della società civile…).

Due debolezze e Bertinotti

Non che queste due componenti del Prc non siano riuscite a fondersi, come spesso viene lamentato dai protagonisti di quella stagione: al contrario, più volte esse si sono mescolate e rimescolate per ragioni di potere, passando per innumerevoli voltafaccia, scissioni, faide o alleanze d’interessi. In tal modo andavano però sommandosi non due forze ma due debolezze parallele, accomunate da una programmatica impotenza rifondativa e da una totale mancanza di autonomia politica e culturale. Un duplice deficit, dunque, di cui è stato sintesi e incarnazione Fausto Bertinotti: figura idealtipica della fine ingloriosa del comunismo in Italia come Gorbaciov (il testimonial di Vuitton) lo è stato per la Russia, l’ipermovimentista e “libertario” Bertinotti era infatti stato iscritto direttamente segretario del Prc proprio dal sedicente “sovietico” e autoritario Armando Cossutta.

Travolto dalla propria stessa fragilità culturale ma non di meno da una narcisistica volontà di affermazione che sfondava i limiti dell’autolesionismo, a fronte di un disagio crescente negli strati più deboli della società a Bertinotti sembrava politicamente vincente frequentare le feste notturne della borghesia benestante nelle terrazze romane. Ma soprattutto, quel Bertinotti così avido di riconoscimento personale non ha esitato a immolare il proprio partito sull’altare di una grande illusione politica: l’illusione di una sinistra “radicale” generica e senza programmi, definitivamente post-ideologica ma soprattutto postmoderna. Anch’essa proposta volontaristicamente come una grande “modernizzazione” che, scalzando le socialdemocrazie, avrebbe tutto ad un tratto mutato il quadro politico nazionale e persino quello continentale (assai importante fu, non a caso, il ruolo di Bertinotti nella nascita del Partito della Sinistra Europea).

Con il suo confusionarismo, invece, proprio lui stava inoculando nella sinistra italiana lo spirito visceralmente antidemocratico che è alla base di quest’epoca bonapartista e che ha finito per spianare la strada a Renzi. Con Bertinotti iniziava infatti nel PRC la sperimentazione di alcuni elementi tipici della postdemocrazia che sarebbero poi stati adottati anche dalle altre forze politiche, dalla selezione dei gruppi dirigenti tramite il sistema all’americana delle primarie alla gestione maggioritaria del partito, la cui direzione non veniva più definita dalla composizione di diversi orientamenti ma dalla volontà diretta del capo e dalla cortigiana obbedienza dei suoi cloni (il “prevalente” che scalza ogni “sintesi”).

Dalla metà degli anni Novanta fino al 2008 anche il PRC è stato dunque attraversato da una feroce “lotta di classe” interna, in un conflitto senza quartiere dal quale – nonostante gli sforzi di alcune componenti – è uscito devastato. Funzionando però in tal modo come un piccolo laboratorio di quel pauroso slittamento a destra che nel frattempo investiva tutto il paese, per responsabilità delle forze di centrosinistra non meno che di Silvio Berlusconi. In quel periodo, oltretutto, per via della sua debolezza strutturale, quel partito diventava il taxi sul quale sarebbero saliti arrampicatori sociali e aspiranti deputati o assessori di ogni risma, in maniera non dissimile da quanto sarebbe accaduto anche all’Italia dei valori.

L’eredità di un errore

Dopo di lui naturalmente il nulla: identificatosi totalmente con il proprio leader carismatico, Rifondazione evapora dalla scena politica quando Bertinotti scende dallo scranno di presidente della Camera. E quanto oggi rimane di quel partito non sembra aver appreso nulla dalla propria esperienza catastrofica, come dimostra la sua reiterata incapacità di svolgere un bilancio equilibrato del XX secolo e di riconoscere la rottura storica intervenuta con la sconfitta di sistema 1989-1991. La quale viene negata (il socialismo reale non è stato altro che “totalitarismo” e la sua caduta non ci riguarda in nessun modo, perché siamo sempre stati estranei a quel mondo) oppure compensata tramite fantasie che spigolando dalla Grecia alla Spagna sino all’Italia vedono tutt’oggi approssimarsi un’imminente e generale svolta a sinistra dei popoli europei.
Bertinotti non ha mai afferrato il nesso tra conflitto geopolitico internazionale e conflitto di classe nazionale e dunque il nesso tra la fine dell’Urss, con il venir meno di ogni condizionamento esterno degli equilibri socio-politici delle società capitalistiche, e la vittoria del neoliberalismo in Occidente, con la conseguente crisi del Welfare. Ha sempre inteso perciò la globalizzazione come il possibile avvento ideale di “un altro mondo possibile”, senza vedere che essa non era affatto la costruzione universale dell’essenza generica umana ma, anche per le sue caratteristiche tutt’altro che assimilabili al libero scambio, solo il progetto dell’egemonismo statunitense per il XXI secolo. In maniera non dissimile, da un vasto campo radicaleggiante il processo di convergenza continentale che porta alla costruzione di uno spazio unico europeo, che di per sé è progressivo, continua oggi ad essere identificato acriticamente con le vigenti istituzioni politiche ed economiche della UE. All’interno delle quali sarebbe possibile costruire per via riformista, assieme a forze come Syriza e Podemos e prima o poi persino con un PSE esso stesso “riformato”, un’introvabile Altra Europa.

E’ un atteggiamento che riguarda anzitutto gli eredi del PCI – il PRC e il suo partito-gemello, il nostalgico ma non meno inguaiato PdCI – ma che è condiviso da tutta la sinistra. E che nel reiterare gli errori del passato si dimostra assai pericoloso perché apre oggi spazi enormi all’egemonia delle destre.

La nostra crisi

La crisi strutturale che è in corso da oltre un decennio ha infatti colpito nel vivo i ceti medi. I quali, impoveriti e atterriti, hanno revocato il mandato alla grande borghesia imprenditoriale e finanziaria ma anche a quella culturale, accademica e mediatica, e pensano di poter fare da sé. Individuando un capro espiatorio nei movimenti migratori e in una vaga idea di establishment e immaginando illusorie soluzioni autarchiche e protezionistiche. In Italia come in tutti i paesi europei, hanno allora buon gioco le forze più reazionarie all’interno delle classi dominanti. Le quali sono abili a camuffarsi dietro l’idea “populista” di un superamento delle categorie politiche di destra e sinistra e a proporsi come il Nuovo, cavalcando il malcontento e il rancore della piccola borghesia verso tutto ciò che puzza di cosmopolitismo. In queste circostanze, la subalternità dei comunisti alla visione del mondo di una sinistra che si dice liberale ma che è soprattutto una sinistra imperiale e neocoloniale – la criminalizzazione dello Stato-nazione, l’esportazione della democrazia e dei diritti umani tramite la guerra, il primato esclusivo delle libertà negative private sulla libertà positiva pubblica e sui diritti sostanziali… – è senza dubbio  la strada più sicura per essere spazzati via.

Va invece preso atto – ahinoi – che un’epoca è tramontata e che la democrazia moderna, quel regime storico che univa diritti politici e diritti economici e sociali, si è esaurita per una lunga fase. La sconfitta delle classi subalterne ha mandato in frantumi l’unità del mondo del lavoro, che era stata la condizione del riequilibrio delle società europee e della democrazia stessa. E ha aperto un ciclo nuovo, nel quale alla privatizzazione del Welfare si accompagna una ridefinizione integrale della strutturazione dei poteri e delle competenze di governo/amministrazione tra livello territoriale e livello sovranazionale. Inutile farsi illusioni, perciò: non solo non abbiamo ancora visto nulla di ciò che ci capiterà, ma va anche preso atto che nei drammatici rapporti di forza determinati dall’offensiva delle classi dominanti non esistono scorciatoie elettoralistiche o carismatici conigli dal cilindro che possano coprire o attutire una crisi che ha un carattere strutturale.

Unire ciò che è stato diviso, riunificare il mondo del lavoro sulla base di un progetto avanzato e autonomo, ricostruire un fronte di resistenza delle classi subalterne in una fase tutta difensiva: è questo oggi il compito della sinistra, per quanto frantumata in mille rivoli. Per farlo, sarà necessario seguire in condizioni e forme nuove il medesimo percorso iniziato alla metà del XIX secolo. Sarà cioè necessario un impegno sotterraneo, oscuro e misconosciuto dentro i gangli più profondi della società, un impegno culturale, politico e sindacale che richiederà decenni. Sapendo però che durante una ritirata strategica la tattica deve essere del tutto diversa da quella “egemonica” della fase di ascesa. Poiché non siamo noi a guidare i processi (che di noi sono anzi assai più forti), ogni compromesso che deroghi all’intransigenza – e cioè alla necessità di ridefinire integralmente il campo di ciò che è “sinistra” oggi, tracciando un solco netto rispetto alla mentalità del “male minore” – non è infatti sinonimo di abilità tattica o di responsabilità weberiana ma di subalternità. Quella subalternità nei confronti dell’egemonia neoliberale che viene immediatamente riconosciuta dagli sconfitti della globalizzazione e che dunque ci rende complici della restaurazione borghese e inermi di fronte al populismo di destra.

Anche questo sforzo tuttavia non servirà a nulla se non riusciremo, infine, a reinterpretare per l’ennesima volta l’idea di modernità. Ovvero, a rappresentare nuovamente una promessa di benessere integrale e di abbondanza per tutti e per tutte in una società organizzata in maniera più razionale. Quella promessa senza la quale non solo ciò che rimane di una storia conclusa ma nobile come è stata l’esperienza comunista italiana, ma le sinistre nel loro complesso – a differenza di quanto accade in altre regioni del mondo, dove il socialismo è per fortuna ancora il nome dell’avvenire che annuncia un mondo nuovo – saranno considerate per sempre dei relitti della storia.

L’Italia si dota della Legge per la guerra di Sergio Cararo | contropiano.org


Piuttosto in sordina, il 31 dicembre scorso è entrata in vigore la Legge quadro sulle missioni militari all’estero. La legge era già stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale fin dal 1̊ agosto; ma ne era stata rimandata l’attuazione a fine anno, tranne che per la disposizione all’integrazione del Copasir, cioè dell’organismo di controllo sulle attività dei servizi segreti (venuto fuori come problema in occasione delle “missioni coperte” in Libia), anche se valido solo per la legislatura in corso.

L’Italia si è così dotata di una legge organica dello Stato per l’invio di contingenti militari all’estero che dovrebbe azzerare le contraddizioni di incostituzionalità sul ricorso alle azioni militari contro, verso o in altri paesi vincolate al rispetto dell’art.11. Infatti il nostro ordinamento fino ad oggi prevedeva solo la disciplina della “guerra”. Ma lo stato di guerra deve essere deliberato dalle Camere, che conferiscono al Governo i poteri necessari (art. 78 Cost.), mentre la dichiarazione di guerra è prerogativa del Presidente della Repubblica (art. 87, 9° comma). ll tutto nei limiti sanciti dall’art. 11 Cost., che vieta la guerra di aggressione e consente l’uso della violenza bellica solo in ipotesi ben determinate (la difesa).

La storia di questi ultimi venticinque anni, con numerose operazioni militari all’estero e il coinvolgimento dell’Italia in teatri di guerra (Iraq, Afghanistan, Jugoslavia ma anche Somalia, Libano etc.), ha reso inevitabile una legge organica che legittimasse sul piano legale la partecipazione dei militari italiani a guerre e operazioni militari in altri paesi.

La Legge individua la tipologia di missioni, i principi generali da osservare e detta disposizioni circa il procedimento da seguire. La newsletter Affari Internazionali ne offre una sintesi molto utile:

a) Le missioni militari all’estero, sia di peace-keeping che di peace-emforcement, sono in primo luogo quelle con il mandato delle Nazioni Unite, ma aadesso lo sono anche quelle istituite nell’ambito delle organizzazioni internazionali di cui l’Italia è membro, comprese quelle dell’Unione Europea;

2) La Nato non è menzionata espressamente, ma è automaticamente inclusa. La Legge poi si riferisce anche alle missioni istituite nelle coalition of willing, cioè coalizione create su una crisi specifica sulla base di decisioni unilaterali dei paesi che vi aderiscono, infine si riferisce alle missioni “finalizzate ad eccezionali interventi umanitari”.

3) La Legge specifica che l’invio di militari fuori dal territorio nazionale può avvenire in ottemperanza di obblighi di alleanze, o in base ad accordi internazionali o intergovernativi, o per eccezionali interventi umanitari, purché l’impiego avvenga nel rispetto della legalità internazionale e delle disposizioni e finalità costituzionali (che a questo punto vengono aggirate dalla legge stessa)

“Resterebbe da chiarire il significato di accordi intergovernativi e come questi si differenzino dagli accordi internazionali. Si tratta di accordi sottoscritti dall’esecutivo o addirittura di accordi segreti?” si interroga Affari Internazionali. “In parte tali dubbi dovrebbero essere fugati dai paletti volti a scongiurare una deriva interventista. Le missioni devono avvenire nel quadro del rispetto: a) dei principi stabiliti dall’art. 11 Cost., b) del diritto internazionale generale, c) del diritto internazionale umanitario, d) del diritto penale internazionale”.

Quanto al procedimento per la partecipazione alle missioni internazionali, viene reso centrale il ruolo del Parlamento, razionalizzando una prassi, qualche volta in verità disattesa, che faceva precedere l’invio del contingente militare all’estero da una discussione parlamentare. Ma spesso la ratifica parlamentare avveniva a posteriori, in occasione della conversione in legge del decreto-legge (DL) di finanziamento della missione.

L’iter disegnato dalla L. 145/2016 è il seguente: la partecipazione alle missioni militari è deliberata dal Consiglio dei ministri, Cdm, previa comunicazione al Presidente della Repubblica ed eventuale convocazione del Consiglio supremo di difesa.

La Legge quadro mette mano anche ad un’altra spinosa questione, ossia se ai militari impegnati nelle missioni debba essere applicato il codice penale militare di pace o il codice penale militare di guerra. Anche la soluzione indicata lascia aperta tutte le strade. La nuova legge dispone che sia applicabile il codice penale militare di pace, ma il governo potrebbe deliberare l’applicabilità di quello di guerra per una specifica missione. In tal caso è però necessario un provvedimento legislativo e il governo deve presentare al Parlamento un apposito disegno di legge.

E’ dalla partecipazione alla prima Guerra del Golfo (1991) che si pone il problema di conformare la legislazione italiana al ripetuto ricorso alla guerra “nella risoluzione delle controversie internazionali” che di volta in volta è stata mascherata con acronimi sempre più improbabili: operazione di polizia internazionale, guerra umanitaria, protezione di civili, difesa preventiva etc. etc. Operazioni militari che hanno visto negli anni migliaia e migliaia di soldati italiani prendere parte a guerre in altri paesi e miliardi di euro spesi per parteciparvi. Quando le furberie sulla guerra diventano una Legge organica dello Stato, vuole dire che il punto di non ritorno si è avvicinato ancora di un altra spanna.

Carri armati Usa schierati in Polonia di Manlio Dinucci | ilmanifesto.info


Il 12 gennaio, due giorni dopo il suo discorso di addio, il presidente Obama ha dato il via al più grande schieramento di forze terrestri nell’Europa orientale dalla fine della guerra fredda: un lungo convoglio di carrarmati e altri veicoli corazzati statunitensi, proveniente dalla Germania, è entrato in Polonia.

È la 3a Brigata corazzata, trasferita in Europa da Fort Carson in Colorado: composta da circa 4.000 uomini, 87 carrarmati, 18 obici semoventi, 144 veicoli da combattimento Bradley e centinaia di Humvees. L’intero armamento viene trasportato in Polonia sia su strada, sia con 900 carri ferroviari. Alla cerimonia di benvenuto svoltasi nella città polacca di Zagan, l’ambasciatore Usa Jones ha detto che «man mano che cresce la minaccia, cresce lo spiegamento militare Usa in Europa».

Quale sia la «minaccia» lo ha chiarito il generale Curtis Scaparrotti, capo del Comando europeo degli Stati uniti e allo stesso tempo Comandante supremo alleato in Europa: «Le nostre forze sono pronte e posizionate nel caso ce ne fosse bisogno per contrastare l’aggressione russa». La 3a Brigata corazzata resterà in una base presso Zagan per nove mesi, fino a quando sarà rimpiazzata da un’altra unità trasferita dagli Usa.

Attraverso tale rotazione, forze corazzate statunitensi saranno permanentemente dislocate in territorio polacco. Da qui, loro reparti saranno trasferiti, per addestramento ed esercitazioni, in altri paesi dell’Est, soprattutto Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania e probabilmente anche Ucraina, ossia saranno continuamente dislocati a ridosso della Russia.

Un secondo contingente Usa sarà posizionato il prossimo aprile nella Polonia orientale, nel cosiddetto «Suwalki Gap», un tratto di terreno piatto lungo un centinaio di chilometri che, avverte la Nato, «sarebbe un varco perfetto per i carrarmati russi». Viene così riesumato l’armamentario propagandistico Usa/Nato della vecchia guerra fredda: quello dei carrarmati russi pronti a invadere l’Europa. Agitando lo spettro di una inesistente minaccia da Est, in Europa arrivano invece i carrarmati statunitensi.

La 3a Brigata corazzata si aggiunge alle forze aeree e navali già schierate dagli Usa in Europa nell’operazione «Atlantic Resolve», per «rassicurare gli alleati Nato e i partner di fronte all’aggressione russa». Operazione che Washington ha lanciato nel 2014, dopo aver volutamente provocato col putsch di Piazza Maidan un nuovo confronto con la Russia. Strategia di cui Hillary Clinton è stata principale artefice nell’amministrazione Obama, mirante a spezzare i rapporti economici e politici della Russia con l’Unione europea dannosi per gli interessi statunitensi. Nella escalation anti-Russia, la Polonia svolge un ruolo centrale.

Per questo essa riceverà tra breve dagli Usa missili da crociera a lungo raggio, con capacità penetranti anti-bunker, armabili anche di testate nucleari.

Ed è già in costruzione in Polonia una installazione terrestre del sistema missilistico Aegis degli Stati uniti, analoga a quella già entrata in funzione a Deveselu in Romania. Anch’essa dotata del sistema Mk 41 della Lockheed Martin, in grado di lanciare non solo missili anti-missile, ma anche missili da crociera armabili con testate nucleari.

A Varsavia e nelle altre capitali dell’Est – scrive il New York Times – vi è però «forte preoccupazione» circa un possibile accordo del repubblicano Trump con Mosca che «minerebbe l’intero sforzo».
Un incubo tormenta i governanti dell’Est che basano le loro fortune sull’ostilità alla Russia: quello che se ne tornino a casa i carrarmati inviati dal democratico Obama.