Fonte: il manifestoAutore: Riccardo Chiari Rifugiati, prima le manganellate poi l’accoglienza. Temporanea

FIRENZE “I migranti avrebbero dovuto essere ascoltati per primi. Invece li si manganella”. Da Tommaso Fattori, consigliere regionale di Toscana a Sinistra, la fotografia di una giornata segnata dalle cariche della celere, di sabato e a un passo dal Duomo, fra turisti interdetti e studenti che uscivano da scuola. L’ennesima prova muscolare ai danni dei più deboli, in questo caso una sessantina di rifugiati e richiedenti asilo, respinti con la forza all’ingresso della Prefettura, dove era in corso una riunione del “Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica”. Un appuntamento con all’ordine del giorno la ricerca di una sistemazione per gli ex occupanti del capannone bruciato nei giorni scorsi, al momento accampati nel Palasport di Sesto Fiorentino.
Le cariche sono state ordinate quando alcuni manifestanti hanno tentato di entrare durante la riunione. Non sia mai. “Manganellare coloro che chiedono di essere ascoltati dal tavolo che deve decidere del loro futuro è grave e disumano – denuncia Fattori – dopo anni di colpevole incapacità da parte delle istituzioni di dare risposte concrete a bisogni basilari, nel rispetto dei diritti umani. Non è così che Città metropolitana, Comuni e Prefettura potranno farsi interpreti di una richiesta di accoglienza e inserimento sociale che viene da persone che vivono regolarmente nel nostro paese, e che chiedono che non sia calpestata la loro dignità”.
Anche i numeri danno ragione al consigliere Fattori: delle 100 persone ospitate attualmente all’interno del Palasport sestese, 94 sono di origine somala, quattro della Sierra Leone, e due sono italiani. Al momento dell’ingresso, 68 migranti hanno esibito un documento tra carta d’identità e permesso di soggiorno; altre 32 sono risultate senza documenti, perlopiù bruciati nel rogo del capannone. Ma la provenienza dalla Somalia devastata dalla guerra dovrebbe in teoria costituire un pass sufficiente. O neanche questo?
Per fortuna la riunione in Prefettura da dato qualche risultato: da domani almeno buona parte del centinaio di immigrati rimasti senza un tetto, dopo il rogo del capannone-rifugio, sarà inviata nelle diverse strutture dei comuni dell’area metropolitana che hanno dato la loro disponibilità. Per primo quello di Bagno a Ripoli, che aveva anticipato la possibilità di ospitarne una ventina nelle strutture della Protezione civile. A sintetizzare la decisione del comitato securitario è stato il sindaco sestese Lorenzo Falchi: “Anche se non esiste una soluzione stabile e duratura per tutti, ogni comune ha fatto il suo sforzo per trovare strutture dove ospitare i migranti e gestire così l’emergenza”.
Insomma il bicchiere è mezzo pieno. O mezzo vuoto, a seconda dei punti di vista. Ad esempio quello del Movimento di lotta per la casa, le cui occupazioni di edifici dismessi in città per dare un tetto sulla testa ai migranti sono state sistematicamente stroncate negli ultimi mesi. Oppure quello di Ai Weiwei, l’artista dissidente cinese, ospite di Palazzo Strozzi con una sua mostra proprio sui rifugiati, che dopo il rogo e la morte del rifugiato Ali Muse aveva voluto dire la sua. Pubblicamente: “In questa dura stagione invernale – ha scritto nel suo appello – la mia preoccupazione è per la gente che trova riparo in questi rifugi e campi temporanei, in particolare le donne e i bambini. Ho visitato decine di campi profughi in tutto il mondo. La maggior parte di questi luoghi sono in cattive condizioni, scomodi, pericolosi e privi delle necessità primarie per la vita. L’Ue deve esaminare attentamente la propria posizione in materia di diritti umani, e di ciò che l’umanità considera valori fondamentali. Si deve lavorare per porre fine alle guerre e sostenere i rifugiati che si trovano già sul suolo europeo. Non possiamo permettere che questi eventi vergognosi continuino”. Invece continueranno, si accettano scommesse.
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Fonte: redattoresociale.it Riaprire i Cie? “Pessima idea, vi spiego quello che succederà”

PALERMO – Riaprire dei Cie o costruirne di nuovi anche se più piccoli e organizzati in altro modo sarebbe lo stesso un preoccupante passo indietro nel nostro Paese. A sostenerlo è il giurista, esperto in diritti umani e flussi migratori, Fulvio Vassalo Paleologo. Tra i rischi maggiori ci sarebbe il pericolo che a finirci dentro potrebbero essere anche i minori stranieri, se non venisse applicata la nuova normativa in materia di identificazione degli stessi.

Cosa pensa della eventuale apertura di nuovi Cie ‘diversi’ dai precedenti secondo quanto ha sottolineato il ministro Minniti: più piccoli, più trasparenti e con la presenza dei garanti dei diritti?
Sono anni che si parla di umanizzare i Cie, facendo entrare in questi centri figure diverse dagli operatori di polizia come un numero maggiore di mediatori culturali e psicologi, fornendo un’assistenza sanitaria più efficace e, probabilmente – considerato che i tempi di attesa si protraggono oltre i due mesi – impegnando i migranti in vario modo. La prospettiva dell’umanizzazione è però del tutto impraticabile: sono 12 anni (dalla tragedia del Serraino Vulpitta) che si parla di questo senza di fatto riuscirci. I Cie continuano ad essere luoghi di sofferenza per persone pronte ad essere rimpatriate, alle quali vengono negate le possibilità legali di stare nel nostro territorio. Quasi sempre, infatti, vengono allontanati con provvedimenti di convalida adottati senza una considerazione della loro posizione individuale. In passato ci sono tragicamente finite purtroppo, per esempio, anche persone con figli a cui era scaduto il permesso di soggiorno. Per quanto riguarda la loro grandezza i Cie sono già piccoli, Caltanisetta funziona già da tempo con un massimo di 100 persone. Non so se vorranno farli di 20 persone ma la cosa più grave è che verranno fatti con provvedimenti amministrativi discrezionali che avranno un’applicazione differenziata su tutto il territorio nazionale. Non essendoci, infatti, una maggioranza in Parlamento per modificare la legge e non avendo neanche abrogato il reato di clandestinità, succederà quindi che probabilmente ci saranno misure di polizia combinate con intervento sociale con diversa graduazione. Ci saranno quindi nuove strutture nelle quali la libertà personale sarà fortemente limitata senza quella previsione di legge che garantisca certezza e uniformità di applicazione del diritto previsto nella costituzione italiana.

Riguardo invece alle figure giuridiche per la tutela dei diritti cosa può aggiungere?
Per quanto riguarda i garanti sappiamo tutti che esiste già un garante dei detenuti ed esiste anche una commissione straordinaria diritti umani del senato che ha scritto una relazione sui Cie che è devastante, di cui non si è tenuto conto. Tutto questo, purtroppo, perché c’è una chiara ventata politica populista e propagandistica che sostiene le politiche restrittive nei confronti degli immigrati. Inoltre ci sono anche rapporti difficili con l’Unione Europea per cui occorre che l’Italia si indurisca per dimostrare la sua intransigenza con gli irregolari espellendoli, quando in realtà anche questa nuova posizione dal punto di vista del miglioramento dell’efficacia dei provvedimenti concreti e dell’effettiva esecuzione delle espulsione è assolutamente minimale. Si riuscirà purtroppo in un solo colpo a negare i diritti. Riaprire i Cie, considerando che su 12 ne sono stati chiusi 8, sarebbe quindi un forte passo indietro del nostro Paese. Naturalmente sia come associazioni che come campagna LasciateCientrare continueremo a fare un accurato monitoraggio per scoprire le diverse irregolarità e violazioni dei diritti che continueranno a verificarsi. Siamo pronti a proseguire la nostra battaglia per la piena tutela dei diritti umani di persone che senza avere compiuto alcun reato vengono private della loro libertà.

Nei Cie potrebbero finirci come è già successo anche i minori stranieri?
Purtroppo questo è un forte rischio. E’ una preoccupazione molto grossa perché è stata adottata una nuova normativa per l’identificazione dei minori, entrata in vigore il 6 gennaio, che dovrà essere implementata perché ancora di chiaro non c’è nulla e attualmente quello che avviene negli sbarchi è esattamente lo stesso di quello che avveniva lo scorso anno. Auspico quindi che l’applicazione della nuova legge possa avvenire nel più breve tempo possibile con il suo nuovo approccio nel superiore interesse del minore e con la partecipazione di figure terze rispetto alla polizia. La preoccupazione forte è che ci siano minori non accompagnati, ragazze vittime di tratta giovanissime, tutti soggetti vulnerabili che potrebbero realmente, come è già accaduto, finire dentro questi centri. Abbiamo purtroppo già visto a ponte Galeria decine e decine di donne nigeriane vittime di tratta che senza considerare la loro posizione individuale sono state rimpatriate in Nigeria in forza degli accordi bilaterali.

Il ministro dell’interno italiano Marco Minniti è andato a Tripoli per gettare le basi di un’intesa con il governo di unità nazionale libico di Fayez al Serraj sulla gestione dell’immigrazione, il controllo delle frontiere e il contrasto al traffico di esseri umani. Secondo lei in questo momento storico si può trattare con la Libia?
Assolutamente no. In quel Paese si vive una situazione molto delicata ed estremamente pericolosa. In Libia c’è attualmente una guerra civile e l’apertura dell’ambasciata è stata una grave improvvisazione perché con l’obiettivo di contrastare l’immigrazione irregolare ci si è accordati soltanto con una fazione che fa capo al governo di Tripoli, che sembra non sia stato gradito dal governo di Bengasi che continua a controllare una buona parte del territorio libico. In Libia ci sono almeno tre parti in conflitto ed allearsi soltanto con una di queste potrebbe avere dei rischi seri. Non è stato un incontro quindi risolutivo ma asimmetrico perché piuttosto che favorire un dialogo tra le parti in conflitto, essersi schierati potrebbe essere molto pericoloso sul piano delle ripercussioni anche per gli interessi economici dell’Italia in Libia. Inoltre, nessuno accordo ci potrà fare chiudere gli occhi e dimenticare che gli africani che arrivano il Libia vengono trattenuti per lunghissimi periodi in centri di detenzione dove, uomini, donne e minori vengono schiavizzati con abusi di tutti i tipi. La Libia non può considerasi certo un Paese sicuro dove queste persone vengono sottoposte a torture ed a trattamenti profondamente disumani.

Questa nuova posizione del nostro Paese può considerarsi una sorta di adeguamento alla politica di chiusura europea nei confronti dell’immigrazione?
L’Unione Europea, in questo momento storico ha certamente un atteggiamento di chiusura forte nei confronti di qualunque istanza dei migranti. Sta pensando infatti di modificare in peggio il regolamento di Dublino e di rinforzare le missioni di Frontex. L’Italia quindi nei confronti dei migranti sembra coerente con questa linea finalizzata ad un inasprimento delle prassi di polizia applicate in tema di pubblica sicurezza. Tutte queste naturalmente sono posizioni che continueremo a contrastare con tutti gli strumenti democratici a nostra disposizione. (set)

Fonte: il manifestoAutore: Angelo Mastrandrea I migranti muoiono di freddo, Orbán ordina di arrestarli

Appena due giorni fa, il Global Risk Report aveva avvertito: le più importanti minacce globali del momento sono gli eventi climatici estremi e l’immigrazione incontrollata. Motivo? Possono aumentare l’instabilità sociale e alimentare le sirene populiste, specialmente in Europa. Nemmeno 48 ore dopo, è arrivata a dargli ragione l’Ungheria di Viktor Orbán, che si presenta come il paese istituzionalmente più razzista del continente. Accade infatti che tutto l’est sia flagellato da temperature polari e sommerso dalla neve e allo stesso tempo meta di passaggio per migliaia di profughi, soprattutto siriani, nonostante il flusso sia calato di molto dopo gli accordi tra Ue e Turchia e la chiusura delle frontiere intermedie, da quella tra Grecia e Macedonia a quelle tra Serbia e Bulgaria, fino al muro costruito dall’Ungheria alla frontiera con quest’ultima.Per tutta risposta il governo di Budapest, che si definisce liberale ma è in realtà ultranazionalista e di estrema destra (pungolato più a destra solo dai neonazisti di Jobbik), ha annunciato ieri che arresterà tutti i migranti, compresi i richiedenti asilo. Si tratta del secondo schiaffo all’Unione europea: dopo che Orbán aveva già rifiutato qualsiasi piano di redistribuzione dei profughi, ora addirittura si prevede la detenzione di quest’ultimi, nonostante sia «contro le norme costituzionali accettate anche dall’Ungheria», come il governo ha riconosciuto, invece dell’assistenza umanitaria alla quale questi avrebbero diritto viste le rigidità del clima. In realtà non si tratta di una cosa nuova: il provvedimento, che prevede il fermo dei migranti finché non sarà esaminata la loro pratica, era stato già approvato alcuni anni fa e poi sospeso nel 20013, sotto la pressione di Bruxelles, della Corte europea dei diritti umani e delle Nazioni Unite. Ora tornerà in vigore, con il pretesto del terrorismo islamico, nel momento peggiore per i disperati che cercano di attraversare il Paese per raggiungere il Nord Europa.
Da allora, ha detto Orbán, in Europa ci sono stati sanguinosi attentati e dunque sulle regole internazionali e dell’Europa, liberamente accettate da Budapest, deve prevalere «l’interesse della nostra auto-difesa» e gli immigrati saranno tutti indistintamente trattati come clandestini.

Il premier ungherese ha sfruttato l’occasione del giuramento dei nuovi cadetti della guardia di frontiera per affermare che l’Ungheria non può affidarsi a «una soluzione qualunque» da parte dell’Ue, poiché i migranti rappresentano un rischio per la cultura e la sicurezza degli ungheresi e una minaccia sul fronte del terrorismo. «In Europa, viviamo un tempo dell’ingenuità e dell’incapacità: gli immigrati sono vittime dei trafficanti, ma anche dei politici europei, che incoraggiano la migrazione con la politica di accoglienza», ha detto. «Da noi, non ci saranno camion che investono chi festeggia», ha concluso, alludendo alle stragi di Nizza e di Berlino.

Probabilmente non sono estranee, queste parole, al nuovo corso americano di Donald Trump, che alla vigilia del suo insediamento, nella prima conferenza stampa, pochi giorni fa è tornato a chiedere il muro anti-immigrati con il Messico, pagato da quest’ultimo. Orbán, al momento in minoranza in Europa, si propone come interlocutore degli Usa trumpisti sfasciando proprio l’Unione, sperando nell’ascesa di Marina Le Pen alle prossime elezioni francese (ma non gli è andata bene in Austria con l’ultranazionalista Norbert Hofer, sconfitto dal verde Alexander Van der Bellen). Insomma, la partita sembra andare oltre la questione dei profughi, anche se lo stesso Orbán (capofila di uno schieramento di destra nazionalista e xenofoba che comprende pure polacchi e slovacchi) si trova a dover fare i conti con l’opinione pubblica interna dopo il fallimento, lo scorso autunno, del referendum anti-immigrati.

Sempre ieri, l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati ha espresso «profonda preoccupazione per la situazione di profughi e migranti in Europa», sulla quale sono calati l’ondata di gelo e maltempo e il gelo di Orbán. Nel mirino dell’Unhcr c’è però l’intera rotta balcanica, dove il flusso di migranti ha rallentato rispetto a un anno fa ma non si è arrestato del tutto: «Abbiamo rafforzato la nostra assistenza in Grecia e Serbia, tuttavia siamo estremamente preoccupati per notizie di continui respingimenti in tutti i Paesi lungo la rotta balcanica occidentale», ha affermato una portavoce, che ha sollecitato tutti gli Stati a fare di più per salvare vite. La gran parte del peso dell’assistenza è stato scaricato sulla Grecia di Alexis Tsipras, che si trova a dover fare i conti con le imposizioni della troika e con le migliaia di siriani che nessuno vuole e che il governo ungherese ora vuole addirittura arrestare. L’Unione europea per il momento rimane alla finestra