Fonte: il manifestoAutore: Andrea Fabozzi Jobs Act. Partita doppia alla Corte costituzionale

La Corte costituzionale è più che mai al centro delle vicende politiche italiane, ma questa volta è difficile per tutti accusare i giudici delle leggi di supplenza o indebita ingerenza. Tanto per cominciare perché la Consulta è chiamata a pronunciarsi a stretto giro (domani e il 24 gennaio) su due prodotti del riformismo precipitoso di marca renziana: il Jobs act, varato dal governo senza tener conto delle osservazioni delle commissioni parlamentari, e la legge elettorale, imposta alla camera con tre voti di fiducia. E poi travolta dalla vittoria del No al referendum costituzionale.
Proprio il parlamento e i partiti da oltre due mesi trascurano il dovere di scegliere un nuovo giudice costituzionale – Frigo si è dimesso a novembre – e, curiosamente, le camere cominceranno lentamente a occuparsene proprio domani pomeriggio, con una seduta convocata qualche ora dopo la camera di consiglio della Corte sui referendum Cgil. La seduta parlamentare produrrà una fumata nera e anche la decisione del 24 gennaio sull’Italicum sarà presa da una Consulta incompleta, 14 componenti e non 15, con la teorica possibilità di un pareggio – in questo caso il voto del presidente Grossi pesa per due. Il giudice mancante spetterebbe a Forza Italia (come l’uscente Frigo) che è già stata penalizzata dall’ultima tornata di nomine parlamentari, ma Renzi quando ha avuto bisogno del sostegno dei giuristi alla sua riforma costituzionale non ha lesinato promesse; l’esito non può dirsi scontato.Nella Corte che dovrà decidere domattina dell’ammissibilità dei tre referendum abrogativi proposti dalla Cgil, sono stati da tempo individuati due schieramenti. Esclusivamente però sul referendum più «pesante», quello per il ripristino dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, affidato alla relatrice Silvana Sciarra considerata favorevole all’ammissione, mentre contrari sarebbero i giudici nominati dalle supreme magistrature e soprattutto l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato. Ci sono argomenti per ognuna delle due tesi; se certamente pesa il precedente del 2003 quando la Consulta ammise un referendum (proposto da Rifondazione comunista) che estendeva l’applicazione dell’articolo 18 senza limiti di dimensione dell’azienda, dunque in misura più larga dell’attuale proposta Cgil, è vero che proprio l’individuazione di un tetto (cinque dipendenti come nel quesito avanzato adesso del sindacato) può essere valutata come finalità «propositiva», inammissibile, del referendum. Nessun dubbio invece sull’ammissibilità degli altri due referendum, quello sull’abolizione dei voucher (relatore il giuslavorista di area cattolica Prosperetti) e quello sulla responsabilità solidale in materia di appalti (relatore il magistrato civilista di Cassazione Morelli).

Naturalmente nelle valutazioni politiche, non estranee al lavoro dei giudici costituzionali, la decisione di domani si lega a quella attesissima del 24 gennaio. Perché se l’ammissione del referendum sull’articolo 18 potrebbe essere vista come un’accelerazione verso le elezioni anticipate, una bocciatura minima o massima dell’Italicum potrebbe confermare o smentire questa tendenza. In caso di ammissione, infatti, il governo non potrebbe aspettare oltre la metà di febbraio per convocare le urne referendarie tra metà aprile e metà giugno. A quel punto, secondo il noto assunto sfuggito al ministro del lavoro Poletti, per evitare una nuova sconfitta referendaria, il Pd renziano non avrebbe altro mezzo che lo scioglimento anticipato delle camere (per legge il referendum viene rinviato di un anno).
Avendo già sperimentato l’inerzia del governo Gentiloni, Renzi potrebbe cioè sperare nell’azzardo. Avrebbe però bisogno di una seconda sentenza favorevole della Consulta, una bocciatura assai limitata dell’Italicum, che tenesse in vita il sistema elettorale maggioritario cancellando solo le pluricandidature bloccate e il ballottaggio. A quel punto il sistema uscito dall Consulta potrebbe essere abbastanza velocemente esteso al senato, come già chiedono di fare i 5 Stelle. Magari approfittando del lavoro di «armonizzazione» tra le due camere per riportare il premio di maggioranza in testa alle coalizioni, com’è adesso previsto per il senato.

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