Fonte: il manifestoAutore: Luigi Ferrajoli Lavoro. Tre referendum sul fondamento costituzionale della Repubblica

Il giudizio che domani sarà emesso dalla Corte costituzionale sull’ammissibilità dei tre referendum sul lavoro sarà una delle pronunce più importanti della storia repubblicana. Esso investe le garanzie del lavoro, cioè del valore supremo sul quale, come dice l’articolo 1 della Costituzione, si fonda la Repubblica.Sul piano giuridico l’ammissibilità è assolutamente pacifica. Nel dibattito di questi giorni sono state avanzate due obiezioni al referendum più importante, quello contro i licenziamenti arbitrari: il quesito avrebbe un contenuto eterogeneo e un carattere propositivo anziché abrogativo.

Obiezioni infondate.

E’ pur vero che il quesito investe più testi di legge: non solo il decreto legislativo n. 23 del 4 marzo 2015 sul cosiddetto Jobs Act, ma anche l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nella parte in cui limita alle imprese con più di 15 dipendenti la garanzia reale della reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato, richiedendone l’estensione anche alle imprese con più di 5 dipendenti. Ma il contenuto del quesito è perfettamente omogeneo, dato che riguarda unicamente disposizioni che limitano l’applicabilità della garanzia reale introdotta dall’art. 18 dello Statuto. Per talune di queste ulteriori disposizioni la richiesta di abrogazione è addirittura obbligata, dato che si tratta di norme connesse e per così dire conseguenti a quelle su cui principalmente verte il referendum.

Quanto al supposto carattere propositivo che così assumerebbe il referendum, si tratta di un tratto distintivo di gran parte dei referendum abrogativi, che ovviamente finiscono per introdurre una disciplina del tutto nuova rispetto a quella abrogata. Nel caso dell’art. 18 viene semplicemente abrogato il limite numerico dei 15 dipendenti che le imprese devono avere perché la garanzia reale sia ad esse applicabile, con il risultato che a tutte le imprese viene esteso il limite di 5 dipendenti che il vecchio art. 18 prevedeva per le sole imprese agricole. Ben altre abrogazioni manipolative sono state ammesse in passato.

Addirittura, con i referendum abrogativi di Mario Segni del 1993, si produssero la trasformazione del nostro sistema elettorale da proporzionale in maggioritario e il cosiddetto passaggio dalla prima alla seconda Repubblica.

Sulla questione, del resto, la Corte costituzionale si è già pronunciata. Entrambe queste obiezioni furono dichiarate infondate dalla sua sentenza n. 41 del 2003, che ammise un referendum sull’estensione dell’articolo 18 di portata innovativa e propositiva ancor più ampia di quella proposta dalla richiesta attuale.

Il quesito di allora riguardava non due, ma tre leggi: parti dell’art. 18 dello Statuto del 1970, ma anche parti delle leggi n. 108 del 1990 e n. 604 del 1966. Soprattutto, inoltre, esso proponeva la soppressione integrale dei limiti numerici previsti dall’art. 18 per la reintegrazione dei lavoratori illegittimamente licenziati, la cui garanzia veniva così estesa anche all’unico dipendente che fosse licenziato senza giusta causa. Quel referendum, approvato dall’86,74% dei votanti, non raggiunse il quorum.

Ma esso fu ammesso dalla Corte Costituzionale, che riconobbe l’omogeneità, la chiarezza e l’univocità del quesito, certamente minori di quelle del quesito oggi proposto: «Il referendum», dichiarò la Corte, «è rivolto in primo luogo all’estensione della garanzia reale contro i licenziamenti ingiustificati ai lavoratori che attualmente, in conseguenza dei limiti numerici sopra ricordati, godono esclusivamente della garanzia obbligatoria» consistente nel pagamento di un’indennità in denaro.

Ebbene, non si vede come la Corte, di fronte a un quesito di portata addirittura più limitata, possa oggi cambiare la sua stessa giurisprudenza senza esorbitare dalle sue competenze con una pronuncia politica ben più che giurisdizionale.

La Corte, infatti, non ha il potere di sindacare il merito del quesito referendario. Deve solo accertare due condizioni: che le norme oggetto del quesito non appartengano alle materie per le quali l’art. 75 della Costituzione esclude il ricorso al referendum abrogativo (le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia, di indulto e di ratifica dei trattati internazionali) e che il quesito abbia un contenuto chiaro, univoco e omogeneo come è esemplarmente quello oggi in discussione. Il giudizio di ammissibilità deve insomma riguardare soltanto questi requisiti della richiesta di referendum, se non vuole risolversi in un’indebita limitazione della sovranità popolare, in ordine oltre tutto a una questione di fondo come è la garanzia della stabilità del lavoro.

Sono dunque questi due principi supremi stabiliti dal primo articolo della nostra Costituzione – il lavoro su cui si fonda la Repubblica e la sovranità appartenente al popolo – che il giudizio della Corte sull’ammissibilità di questo referendum è tenuta a rispettare.

E’ anzitutto in questione, con la garanzia reale della reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato, la migliore e più rilevante attuazione dell’art. 1 della Costituzione che fa del lavoro il fondamento della Repubblica.

Non si tratta, infatti, di una qualsiasi garanzia. Si tratta di un principio che, in conformità anche con gli artt. 4 e 35 della Costituzione e con l’art. 30 della Carta dei diritti dell’Unione Europea, ha cambiato radicalmente la natura del lavoro, non più trattabile come una merce, ma trasformato in un valore non monetizzabile. Il referendum in discussione intende difendere questo valore su cui si fonda la Repubblica, affidando tale difesa al voto degli elettori, cioè all’esercizio diretto della sovranità popolare.

Di qui l’importanza del giudizio di domani. La sostituzione, operata dalle norme sottoposte al referendum, della garanzia reale della reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore licenziato senza giusto motivo con la garanzia patrimoniale del pagamento di una somma di denaro ha annullato la dignità del lavoro, trasformando il lavoratore da persona in cosa, dotata non già di un valore intrinseco ma di un valore monetario.

Si ricordi la massima di Emanuele Kant: ciò che ha dignità non ha prezzo, ciò che ha prezzo non ha dignità.

Nel momento in cui si dà un prezzo all’ingiusto licenziamento, cioè alla persona di cui il datore di lavoro intende sbarazzarsi come se fosse una macchina invecchiata, si toglie dignità al lavoro e alla persona del lavoratore trasformandoli in merci.

E’ questa operazione, non meno dell’assurda mercificazione e precarizzazione del lavoro attuata con i voucher, che i referendum chiedono di sopprimere. A tutela non solo del lavoro e dei lavoratori, ma della stessa identità democratica della nostra Repubblica.

Sarebbe grave se la Corte, massimo organo di garanzia dei valori costituzionali, respingesse anche uno solo di questi referendum che proprio quei due valori supremi della nostra Costituzione – il lavoro e la sovranità popolare – intendono affermare.

Fonte: il manifestoAutore: Andrea Fabozzi Jobs Act. Partita doppia alla Corte costituzionale

La Corte costituzionale è più che mai al centro delle vicende politiche italiane, ma questa volta è difficile per tutti accusare i giudici delle leggi di supplenza o indebita ingerenza. Tanto per cominciare perché la Consulta è chiamata a pronunciarsi a stretto giro (domani e il 24 gennaio) su due prodotti del riformismo precipitoso di marca renziana: il Jobs act, varato dal governo senza tener conto delle osservazioni delle commissioni parlamentari, e la legge elettorale, imposta alla camera con tre voti di fiducia. E poi travolta dalla vittoria del No al referendum costituzionale.
Proprio il parlamento e i partiti da oltre due mesi trascurano il dovere di scegliere un nuovo giudice costituzionale – Frigo si è dimesso a novembre – e, curiosamente, le camere cominceranno lentamente a occuparsene proprio domani pomeriggio, con una seduta convocata qualche ora dopo la camera di consiglio della Corte sui referendum Cgil. La seduta parlamentare produrrà una fumata nera e anche la decisione del 24 gennaio sull’Italicum sarà presa da una Consulta incompleta, 14 componenti e non 15, con la teorica possibilità di un pareggio – in questo caso il voto del presidente Grossi pesa per due. Il giudice mancante spetterebbe a Forza Italia (come l’uscente Frigo) che è già stata penalizzata dall’ultima tornata di nomine parlamentari, ma Renzi quando ha avuto bisogno del sostegno dei giuristi alla sua riforma costituzionale non ha lesinato promesse; l’esito non può dirsi scontato.Nella Corte che dovrà decidere domattina dell’ammissibilità dei tre referendum abrogativi proposti dalla Cgil, sono stati da tempo individuati due schieramenti. Esclusivamente però sul referendum più «pesante», quello per il ripristino dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, affidato alla relatrice Silvana Sciarra considerata favorevole all’ammissione, mentre contrari sarebbero i giudici nominati dalle supreme magistrature e soprattutto l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato. Ci sono argomenti per ognuna delle due tesi; se certamente pesa il precedente del 2003 quando la Consulta ammise un referendum (proposto da Rifondazione comunista) che estendeva l’applicazione dell’articolo 18 senza limiti di dimensione dell’azienda, dunque in misura più larga dell’attuale proposta Cgil, è vero che proprio l’individuazione di un tetto (cinque dipendenti come nel quesito avanzato adesso del sindacato) può essere valutata come finalità «propositiva», inammissibile, del referendum. Nessun dubbio invece sull’ammissibilità degli altri due referendum, quello sull’abolizione dei voucher (relatore il giuslavorista di area cattolica Prosperetti) e quello sulla responsabilità solidale in materia di appalti (relatore il magistrato civilista di Cassazione Morelli).

Naturalmente nelle valutazioni politiche, non estranee al lavoro dei giudici costituzionali, la decisione di domani si lega a quella attesissima del 24 gennaio. Perché se l’ammissione del referendum sull’articolo 18 potrebbe essere vista come un’accelerazione verso le elezioni anticipate, una bocciatura minima o massima dell’Italicum potrebbe confermare o smentire questa tendenza. In caso di ammissione, infatti, il governo non potrebbe aspettare oltre la metà di febbraio per convocare le urne referendarie tra metà aprile e metà giugno. A quel punto, secondo il noto assunto sfuggito al ministro del lavoro Poletti, per evitare una nuova sconfitta referendaria, il Pd renziano non avrebbe altro mezzo che lo scioglimento anticipato delle camere (per legge il referendum viene rinviato di un anno).
Avendo già sperimentato l’inerzia del governo Gentiloni, Renzi potrebbe cioè sperare nell’azzardo. Avrebbe però bisogno di una seconda sentenza favorevole della Consulta, una bocciatura assai limitata dell’Italicum, che tenesse in vita il sistema elettorale maggioritario cancellando solo le pluricandidature bloccate e il ballottaggio. A quel punto il sistema uscito dall Consulta potrebbe essere abbastanza velocemente esteso al senato, come già chiedono di fare i 5 Stelle. Magari approfittando del lavoro di «armonizzazione» tra le due camere per riportare il premio di maggioranza in testa alle coalizioni, com’è adesso previsto per il senato.

Fonte: il manifestoAutore: Benedetto Vecchi Zygmunt Bauman, un pensiero errante nel flusso della società

Sorridente, con il vezzo incessante di usare l’amata pipa per dare ritmo alle parole delle quali non era avaro. Da ieri, lo sbuffo di fumo che accompagnava le conversazioni di Zygmunt Bauman non offuscherà più il suo volto. La sua morte è arrivata come un colpo in pancia, inaspettata, anche le sue condizioni di salute erano peggiorate negli ultimi mesi. E subito è stato apostrofato nei siti Internet come il teorico della società liquida, una tag che accoglieva con divertimento, segno di una realtà mediatica tendente alla semplificazione massima contro la quale invocava un rigore intellettuale da intellettuale del Novecento.Spesso si inalberava. «Di liquido mi piace solo alcune cose che bevo», aveva affermato una volta, infastidito del suo accostamento ai teorici postmoderni o ai sociologi delle «piccole cose». La sua modernità liquida era una rappresentazione di una tendenza in atto, non una «legge» astorica che vale per l’eternità a venire. Per questo, rifiutava ogni lettura apocalittica del presente a favore di un lavoro certosino di aggiungere tassello su tassello a un puzzle sul presente, che avvertiva non sarebbe stato certamente lui a concludere. Bauman, infatti, puntava con disinvoltura a non far cadere nel fango la convinzione di poter pensare la società non come una sommatoria di frammenti o di sistemi autoreferenziali, come invece sostenevano gli eredi di Talcott Parson, studioso statunitense letto e anche conosciuto personalmente da Bauman a Varsavia nel pieno della guerra fredda.

OGNI VOLTA CHE PRENDEVA la parola in pubblico Bauman faceva sfoggio di quella attitudine alla chiarezza che aveva, non senza fatica, come ha più volte ricordato nelle sue interviste, acquisito negli anni di apprendistato alla docenza svolto nell’Università di Varsavia. Parlava alternando citazioni dei «grandi vecchi» della sociologia a frasi tratte dalle pubblicità, rubriche di giornali. Mettere insieme cultura accademica e cultura «popolare» era indispensabile per restituire quella dissoluzione della «modernità solida» sostituita da una «modernità liquida» dove non c’era punto di equilibrio e dove tutto l’ordine sociale, economico, culturale, politico del Novecento si era liquefatto alimentando un flusso continuo di credenze e immaginari collettivi che lo Stato nazionale non riusciva a indirizzarlo più in una direzione invece che in un’altra.

E teorico della società liquida Bauman è stato dunque qualificato. Un esito certo inatteso per un sociologo che rifiutava di essere accomunato a questa o quella «scuola», senza però rinunciare a considerare Antonio Gramsci e Italo Calvino due stelle polari della sua «erranza» nel secolo, il Novecento, delle promesse non mantenute.

Nato in Polonia nel 1925 da una famiglia ebrea assimilata, aveva dovuto lasciare il suo paese la prima volta all’arrivo delle truppe naziste a Varsavia. Era approdato in Unione Sovietica, entrando nell’esercito della Polonia libera.

FINITA LA GUERRA , la prima scelta da fare: rimanere nell’esercito oppure riprendere gli studi interrotti bruscamente. Bauman fa suo il consiglio di un decano della sociologia polacca, Staninslaw Ossowski, e completa gli studi, arrivando in cattedra molto giovane. E nelle aule universitarie si manifesta il rapporto fatto di adesione e dissenso rispetto al nuovo potere socialista. Bauman era stato convinto che una buona società poteva essere costruita sulle macerie di quella vecchia. A Varsavia, la facoltà di sociologia era però un’isola a parte. Così le aule universitarie potevano ospitare teorici non certo amati dal regime. Talcott Parson fu uno di questi, ma a Varsavia arrivano anche libri eterodossi. Emile Durkheim, Theodor Adorno, Georg Simmel, Max Weber, Jean-Paul Sartre, Italo Calvino, Antonio Gramsci (questi due letti da Bauman in lingua originale). Quando le strade di Varsavia, Cracovia vedono manifestare un atipico movimento studentesco, Bauman prende la parola per appoggiarli.

È ORMAI UN NOME noto nell’Università polacca. Ha pubblicato un libro, tradotto con il titolo in perfetto stile sovietico Lineamenti di una sociologia marxista , acuta analisi del passaggio della società polacca da società contadina a società industriale, dove sono messi a fuoco i cambiamenti avvenuti negli anni Cinquanta e Sessanta. La secolarizzazione della vita pubblica, la crisi della famiglia patriarcale, la perdita di influenza della chiesa cattolica nell’orientare comportamenti privati e collettivi. Infine, l’assenza di una convinta adesione della classe operaia al regime socialista, elemento quest’ultimo certamente non salutato positivamente dal regime Ma quando, tra il 1968 e il 1970, il potere usa le armi dell’antisemitismo, la sua accorta critica diviene dissenso pieno. Gran parte degli ebrei polacchi era stata massacrata nei lager nazisti. Per Bauman, quel «mai più» gridato dagli ebrei superstiti non si limitava solo alla Shoah ma a qualsiasi forma di antisemitismo. La scelta fu di lasciare il paese per il Regno Unito.

Il primo periodo inglese fu per Bauman una resa dei conti teorici con il suo «marxismo sovietico». L’università di Leeds gli ha assicurato l’autonomia economica; Anthony Giddens, astro nascente della sociologia inglese, lo invita a superare la sua «timidezza». È in quel periodo che Bauman manda alle stampe un libro, Memorie di classe (Einaudi), dove prende le distanze dall’’idea marxiana del proletariato come soggetto della trasformazione. E se Gramsci lo aveva usato per criticare il potere socialista, Edward Thompson è lo storico buono per confutare l’idea che sia il partito-avanguardia il medium per instillare la coscienza di classe in una realtà dove predomina la tendenza a perseguire effimeri vantaggi.

TOCCA POI ALL’IDENTITÀ ebraica divenire oggetto di studio, lui che ebreo era per nascita senza seguire nessun precetto. La sua compagna era una sopravvissuta dei lager nazisti. E diviene la sua compagna di viaggio in quella sofferta stesura di Modernità e Olocausto (Il Mulino). Anche qui si respira l’aria della grande sociologia. C’è il Max Weber sul ruolo performativo della burocrazia, ma anche l’Adorno e il Max Horkheimer di Dialettica dell’illuminismo . La shoah scrive Bauman è un prodotto della modernità; è il suo lato oscuro, perché la pianificazione razionale dello sterminio ha usato tutti gli strumenti sviluppati a partire dalla convinzione che tutto può essere catalogato, massificato e governato secondo un progetto razionale di efficienza. Un libro questo, molto amato dalle diaspore ebraiche, ma letto con una punta di sospetto in Israele, paese dove Bauman vive per alcuni anni.

CAMMINARE NELLA CASA di Bauman era un continuo slalom tra pile di libri. Stila schede su saggi (Castoriadis e Hans Jonas sono nomi ricorrenti nei libri che scrive tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del Novecento) e romanzi (oltre a Calvino, amava George Perec e il Musil dell’ Uomo senza qualità ). Compagna di viaggio, come sempre l’amata Janina, morta alcuni anni fa. Manda alle stampe un saggio sulla globalizzazione che suona come un atto di accusa verso l’ideologia del libero mercato. E forte è il confronto, in questo saggio, con il libro di Ulrich Beck sulla «società del rischio», considerata da Bauman un’espressione che coglie solo un aspetto di quella liquefazione delle istituzioni del vivere associato. La famiglia, i partiti, la chiesa, la scuola, lo stato sono stati definitavamente corrosi dallo sviluppo capitalistico. Cambia lo «stare in società». Tutto è reso liquido. E se il Novecento aveva tradito le promesse di buona società, il nuovo millennio non vede quella crescita di benessere per tutti gli abitanti del pianeta promessa dalle teste d’uovo del neoliberismo. La globalizzazione e la società liquida producono esclusione. L’unica fabbrica che non conosce crisi è La fabbrica degli scarti umani (Laterza), scrive in un crepuscolare saggio dopo la crisi del 2008.

SONO GLI ANNI dove l’amore è liquido, la scuola è liquida, tutto è liquido. Bauman sorride sulla banalizzazione che la stampa alimenta. E quel che è un processo inquietante da studiare attentamente viene ridotto quasi a chiacchiera da caffè. Scrolla le spalle l’ormai maturo Bauman. Continua a interrogarsi su cosa significhi la costruzione di identità patchwork ( Intervista sull’identità , Laterza), costellata da stili di vita mutati sull’onda delle mode. Prova a spiegare cosa significhi l’eclissi del motto «finché morte non ci separi», vedendo nel rutilante cambiamento di partner l’eclissi dell’uomo (e donna) pubblico. La sua critica al capitalismo è agita dall’analisi del consumo, unico rito collettivo che continua a dare forma al vivere associato.

È MOLTO AMATO dai teorici cattolici per il suo richiamo all’ ethos , mentre la sinistra lo considera troppo poco attento alle condizioni materiali per apprezzarlo. Eppure le ultime navigazioni di Bauman nel web restituiscono un autore che mette a fuoco come la dimensione della precarietà, della paura siano forti dispositivi di gestione del potere costituito, che ha nella Rete un sorprendente strumento per una sorveglianza capillare di comportamenti, stili di vita, che vengono assemblati in quanto dati per alimentare il rito del consumo.

BAUMAN NON AMAVA considerarsi un intellettuale impegnato. Guardava con curiosità i movimenti sociali, anche se la sua difesa del welfare state è sempre stata appassionata («la migliore forma di governo della società che gli uomini sono riusciti a rendere operativa»). Nelle conversazioni avute con chi scrive, parlava con amarezza degli opinion makers , novelli apprendisti stregoni dell’opinione pubblica, ma richiamava la dimensione etica e politica dell’intellettuale specifico di Michel Foucault, l’unico modo politico per pensare la società senza cade in una arida tassonomia delle lamentazioni sulle cose che non vanno.

Fonte: il manifestoAutore: Zvi Schuldiner Stragi. Ma Gerusalemme non è Nizza né Berlino

Un camion guidato da un palestinese diventa strumento di morte e uccide quattro giovani reclute che partecipavano a un corso di formazione militare a Gerusalemme, in un luogo particolarmente bello della città, non lontano da Zur Baher: villaggio palestinese diventato, a partire dal 1967, sobborgo in una città teoricamente unificata ma in realtà profondamente divisa.Fadi al-Kanbar, palestinese di 28 anni, padre di quattro figli, era camionista; i vicini dicono che non svolgeva attività politica; in serata il Fronte popolare l’ha indicato come uno dei suoi membri, ma la famiglia ha smentito: secondo la sorella, ha deciso di sacrificarsi perché «così aveva deciso dio, e a dio va resa grazia».

Nizza. Berlino. I camion. Anche qui un camion. In Europa è stato Daesh, il sedicente Stato islamico. Il suo nuovo sistema? Dimentichiamo che qui lo hanno inventato prima e che già in vari casi, proprio negli ultimi anni, automobili, trattori e altri veicoli sono diventati un’arma mortale. Ma l’associazione mentale con l’Europa è quasi immediata; perché allora ricordare che il sistema è piuttosto diffuso, qui?
Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, in generale evita di recarsi sui luoghi che hanno registrato attentati. Siccome ha promesso sicurezza e lo sradicamento del terrorismo, in genere è meglio per lui evitare…ma stavolta è andato. Guardacaso, proprio mentre era di certo preoccupato per le accuse e le indagini che lo riguardano direttamente. Diversi e problematici casi di corruzione erano infatti la notizia centrale e più piccante nel paese, finché appunto non è avvenuto l’attacco.

Per ore e ore, tutte le versioni dei diversi organi di sicurezza hanno ripetuto che non si sapeva niente dei motivi né dell’identità politica dell’attentatore. Ma già pochi minuti dopo l’arrivo di Netanyahu, ecco che viene diffusa una versione davvero di peso: l’omicida ha usato un sistema tipico di Daesh e quindi di certo era un attivista o simpatizzante di quest’organizzazione.

Netanyahu è un grande maestro nell’arte della propaganda. L’attacco è stato ispirato da Daesh, forse ordinato da Daesh, eseguito apparentemente da un militante o simpatizzante del califfato: si spera che il mondo reagisca come è suo dovere! Nella notte, il Consiglio di sicurezza Onu ha condannato con forza l’assassinio dei soldati. Il messaggio è chiarissimo: è Daesh, islam, terrorismo. Non sono le cose di cui tratta il Consiglio di sicurezza Onu quando discute degli insediamenti. Quelli non sono il problema. Il problema è il terrore.

Il messaggio, per gli israeliani e la comunità internazionale, è chiaro. Gli israeliani devono smettere di discutere di stupidaggini, come le presunte faccende di corruzione. Il sentimento di paura deve aumentare. Più paura significa più destra, più terrore di Stato da parte di Israele. Terrore «giustificato»: distruggeremo la casa dei suoi familiari, li priveremo dei diritti che avevano come abitanti di Gerusalemme, puniremo la popolazione di Zur Baher perché capisca qual è il prezzo che si paga per il terrore.

La comunità internazionale riceve un messaggio analogo, che cade sul terreno fertile dell’odio antislamico alimentato dalle destre in Germania, Francia, Italia, Ungheria, alla fine in tutta Europa. L’islamofobia è all’ordine del giorno anche negli Stati uniti. Per tutti questi, va bene il messaggio di Netanyahu il quale, in sintesi, dice che siamo tutti sullo stesso fronte: mondo civile contro islam criminale.
Così, la questione palestinese non si pone se non in manifestazioni marginali. Tutti – «tutti» vuol dire gli europei e gli israeliani – debbono capire che il terrorismo è la questione essenziale a livello mondiale e che un fronte unito deve essere il miglior rimedio per combattere l’islam. Grazie all’islam e al terrore è possibile far dimenticare che la questione centrale è un’altra.

È possibile che Fadi al-Kanbar fosse un fanatico islamico, magari impressionato dall’efficacia criminale dei camion a Nizza e Berlino. Ma a Gerusalemme, l’unificata, la divisa, l’odio rende l’aria irrespirabile, perché il conflitto israelo-palestinese continua ad aggravarsi. La repressione cresce giorno per giorno ed è sempre più forte la sensazione che manchi un orizzonte di miglioramento. Disperazione, paura e odio producono i loro effetti.

Milioni di palestinesi sprovvisti di diritti umani e politici, privati della nazionalità, perdono ogni speranza di un futuro migliore, in una situazione che peggiora a vista d’occhio. Il risultato è molto semplice e tragico e continuerà a far pagare un prezzo che potrebbe crescere, in termini di sangue, mentre al tempo stesso la società perde gli ultimi freni democratici e precipita in una realtà di repressione crescente.

Questa è l’essenza del problema, ed è auspicabile che le forze liberali e favorevoli alla pace si dissocino con forza da un nuovo tentativo di alimentare l’islamofobia dimenticando la necessità di trovare formule che portino alla pace e permettano l’attuazione concreta di diritti umani e politici. Anche per il popolo palestinese.