Noi non dimentichiamo Piersanti Mattarella

“Santapaola, Ercolano e Mazzei A Catania sempre gli stessi padroni” di Erika Intrisano da: livesiciliacatania.it

 

La parole di Claudio Fava pronunciate durante la commemorazione svoltasi quest’oggi in occasione dell’anniversario dell’uccisione del padre, fondatore del mensile i “Siciliani”.

CATANIA – Sono trascorsi 33 anni dalla sua uccisione, ma Catania non dimentica. E anche quest’anno la città si è stretta nel ricordo di Pippo Fava, il giornalista assassinato dalla mafia per aver svelato e denunciato connivenze e interessi della criminalità organizzata. Una commemorazione volutamente “poco formale”, così come l’ha definita Maria Teresa Ciancio, presidente della fondazione Fava, resa speciale dalla presenza dei bambini dell’orchestra Musica insieme Librino. Un corteo “muto e duro” è partito da Piazza Roma nel pomeriggio verso via Fava, luogo dell’uccisione. “Le associazioni che hanno aderito all’iniziativa – ha detto Ciancio – hanno scelto il silenzio come metodo migliore per commemorare la memoria di Fava”. A prendere parte numerose associazioni. “Ci auguriamo sempre che le celebrazioni in memoria di Fava siano occasione di valorizzazione dei principi da lui trasmessi e non occasione di palcoscenico. Quest’anno abbiamo voluto lavorare con i ragazzi e per i ragazzi dell’orchestra provenienti da quartieri difficili”.

Poco dopo l’arrivo del corteo in via Fava davanti la lapide del cronista ucciso, i bambini dell’orchestra hanno intonato alcuni canti. A seguire il comune di Catania ha donato un violino ai bambini. Un momento durante il quale anche la fondazione Fava ha donato una tromba ai ragazzi dell’orchestra Falcone Borsellino, in memoria di Elena, la figlia di Pippo scomparsa due anni fa. “Fava ha lasciato un’orma talmente forte che – continua la presidente – ancora a distanza di così tanti anni, gli amici sostengono la fondazione tramite fondi”. Nella giornata sono seguiti  dibattiti e incontri. “Sono contenta se riusciamo a far passare i messaggi di Fava, a questo servono le celebrazioni come questa. Nella sua lezione delinea un quadro nitido della mafia: rimboccatevi le maniche e smettete di andare tranquilli con la coscienza, contribuite tutti ogni giorno anche nelle piccole cose a lottare consapevolmente contro la mafia”.


Ma c’erano davvero tutti questo pomeriggio, i nipoti e anche il figlio, il deputato Claudio
Fava che commosso ha lasciato un fiore sotto la lapide. Fra i presenti anche il giornalista, Riccardo Orioles a cui Fava dedica alcune parole: “Questa serata non serve solo per ricordare la memoria di mio padre, ma per dare un senso concreto a quello che è accaduto. In questo momento si stanno raccogliendo migliaia di firme che verranno portate alla presidenza del Consiglio dei ministro per concedere i benefici previsti dalla legge Bacchelli a Riccardo Orioles. Se c’è qualcuno che più di tutti gli altri ha rappresentato la battaglia civile di quegli anni di mio padre e successivamente insegnato questo mestiere è lui”.

La corona di fiori sulla lapide in via Giuseppe Fava

“Non c’entra la mafia con l’uccisione di Fava”, scrissero. Quella bugia che uccise due volte il giornalista che non aveva mai omesso di raccontare la verità per fare comodo a qualcuno. La voce dirompente che attraverso le sue inchieste si ribellò all’omertà, alla corruzione e all’ipocrisia di allora. Proprio negli anni ruggenti segnati dalla scalata di ‘cosa nostra’. La stessa voce che, oggi come ieri, rimane un esempio di libertà e un modello mirabile di coraggio per una città che non ha vinto del tutto ancora la mafia e meno ancora l’omertà. “Catania è una città irrisolta – ha detto Claudio Fava – Sicuramente meno ostaggio e meno schiava dei poteri rispetto a trentacinque anni fa. Ma la nomenclatura del potere mafioso si declina ancora usando gli stessi cognomi di allora: Ercolano, Santapaola, Mazzei. Esattamente come trentacinque anni fa”. Una città afflitta da mille contraddizioni. “Catania un terzo di secolo fa ha conosciuto la drammatica parabola dei cavalieri del lavoro raccontata dai siciliani. E oggi si ritrova il più grande imprenditore del mezzogiorno accusato dalla Procura di essere stato colluso con la mafia”. Un accenno alle presunte infiltrazioni mafiose in Consiglio comunale. “Non credo esistano Comuni – ha proseguito Fava – in cui ci siano insediati parenti dei mafiosi senza che ci sia una punta d’imbarazzo” afferma. E aggiunge: “Se il fratello di Casamonica a Roma fosse diventato presidente della Municipalità credo che se ne sarebbero accorti tutti, qui a Catania invece non succede nulla”. Fava qui allude a Lorenzo Leone, presidente della sesta municipalità, fratello di un condannato per mafia da anni detenuto.

Ma la commemorazione di Fava oggi ha coinvolto anche il teatro Verga. Dopo il presidio alle ore 18:00 gli attori della scuola del teatro Verga hanno letto, con interventi musicali dell’orchestra Musica insieme Librino, una lezione sulla mafia, tenuta da Giuseppe Fava agli alunni di Palazzolo Acreide il 22 dicembre del 1983. Quella lezione in cui Fava spiegava che i siciliani sono tutti mafiosi, “perché la mafia è parte della nostra cultura, perché ce la portiamo dentro da tre mila anni”. E nella quale spiegava che essa è “potere, padroni, feudo, avidità, obbedienza, menzogna furbizia”. “Gli avevo sentito anche io fare quel discorso migliaia di volte – racconta Claudio Fava nella prefazione del testo della lezione – e finivamo sempre tutti per sentirci colpevoli, ignavi e arresi davanti all’evidenza della storia che ci trascina come tappi di sughero. Rileggendo le parole di mio padre mi viene da pensare quanto candore e ottimismo ci fosse nei suoi racconti, e quel modo di chiamarci tutti mafiosi era solo un pretesto per chiederci un gesto di rabbia e dignità” – conclude Fava.

Fonte: il manifestoAutore: Roberto Ciccarelli Mille nuovi precari. volontari al posto dei lavoratori ai Beni Culturali

Emanati due nuovi bandi per creare un esercito di precari pagati 433 euro al mese. Tempo di scadenza: un anno. E poi si ricomincia. L’uso dei fondi europei destinati al programma “Garanzia Giovani” per tappare i buchi prodotti dal turn over e dai tagli dell’austerityNuovo anno, stessa musica al ministero dei beni culturali. Dopo il bando per 29 volontari del servizio civile impiegati per compiti di spiccata professionalità durante il Giubileo , ne sono stati emanati altri due per 1121 volontari. Il primo bando richiede 71 volontari per il Mibact, 17 per il Ministero dell’Ambiente e 22 per il Ministero dell’Interno. Il secondo , pubblicato il 2 gennaio prevede 1050 volontari del Servizio Civile, di cui mille andranno al Mibact. Questi ultimi saranno inquadrati nel fallimentare progetto «Garanzia giovani», lavoreranno in 215 sedi su tutto il territorio nazionale. I bandi fanno seguito a un accordo del 2014 tra il Mibact , la presidenza del consiglio e il ministero del lavoro sull’«occupazione» di 2 mila giovani, età fino ai 28 anni, per 9 o 12 mesi senza inquadrarli in una mansione professionale.

I fondi europei che dovevano essere usati per affrontare la disoccupazione giovanile, sono usati in Italia per reclutare forza lavoro per colmare i buchi prodotti dal blocco del turn-over e dai pensionati non sostituiti da nuove leve. In più l’uso di garanzia giovani, in questo e altri contesti, servirà a drogare le statistiche sull’occupazione giovanile permettendo al governo di esibire un «successo» quando l’Istat pubblicherà i prossimi dati sull’occupazione. Da un paio d’anni a questa parte il Mibact di Franceschini si è posizionato senz’altro all’avanguardia della trasformazione semantica del volontariato, degli stage permanenti in «lavoro». Lo strumento principale è il servizio civile. In cambio i ragazzi possono avere la soddisfazione (si fa per dire) di mettere un’«esperienza» nel curriculum. Questi lavoratori travestiti da «volontari» guadagneranno 433,80 euro al mese per 5.200 euro all’anno. Un gran bel risparmio per l’austerity nei beni culturali, visto che un contratto anche part-time potrebbe costare senz’altro più del doppio. Così lo Stato occulta il precariato, cancella i titoli e de-professionalizza giovani già formati e pronti per un lavoro.

E dopo un anno di lavoro mascherato che faranno questi ventenni? Nulla: non avranno nulla in mano e ricominceranno il giro della ruota del criceto. Alla ricerca di un nuovo lavoro precario travestito da stage, da apprendistato o da servizio civile. Magari intervallandolo con un’infornata di voucher per un’ente locale come il Comune di Torino, e non solo, per un bar o risto-pub in città.

«Il bando, con una cifra molto elevata rispetto agli anni passati, arriva in un momento particolare, nel quale il Mibact si trova sotto organico di almeno 3 mila unità. Si usa lo strumento del Servizio Civile per risparmiare e coprire buchi di personale, evitando il collasso» sostiene Leonardo Bison, attivista della campagna «Mi Riconosci?». «Hanno trovato un altro modo per avere mille schiavi. il servizio civile non è un modo per spendere fondi per l’occupazione – aggiunge Martina Carpani (Rete della Conoscenza) – Il Mibact spieghi perché cerca volontari e non assume personale».

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*** Lavoro gratis e stage permanente: quando i bandi fanno cultura
Quinto Stato. Emergenza cultura. Anche nei beni culturali dilaga il reclutamento dei volontari al posto dei professionisti

*** Giubileo formato Expo: lavoro gratis nei beni culturali
Grandi eventi. Il caso dei 29 «volontari» nei beni culturali della Capitale. L’analisi dei bandi reclutano 1000 giovani per i 9 mesi dell’evento con funzioni che si sovrappongo a quelle dei professionisti. E inizia la mobilitazione.

*** Expo 2015, i dannati dell’evento
Come fai a “nutrire il pianeta” se non paghi i volontari che lavorano all’Expo? La promessa di un posto di lavoro impone di mostrarsi disponibili, flessibili e occupabili in ogni mansione. L’uso del lavoro gratuito crea nuove gerarchie e viene spacciato come un’occasione per arricchire il «curriculum vitae». Siamo a Milano, Italia, 2015.

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