Autore: redazione Pensioni, il Governo “dimentica” le correzioni sull’adeguamento e gli assegni rischiano di essere ritoccati. La denuncia dello Spi-Cgil da:controlacrisi.org

Una tegola rischia di abbattersi sui pensionati italiani che da febbraio potrebbero essere costretti a restituire allo Stato parte
della rivalutazione degli assegni risalente all’anno 2015. Si tratta nello specifico dello 0,1% di differenza tra l’inflazione programmata e quella effettiva su cui è stato calcolato l’adeguamento al costo della vita delle pensioni. La segnalazione arriva dallo Spi Cgil, rilevando come nel decreto Milleproroghe non ci sia l’intervento con cui si doveva risolvere la questione.

“In questo modo – sottolinea una nota diffusa ieri dallo Spi – tutte le pensioni avranno una perdita di valore. Nel caso di una pensione al minimo la perdita sarà di 6,50 euro all’anno e di 13 euro per una da 1.000 euro. Cifre che possono sembrare di poco conto, ma che incidono in particolare sulle pensioni basse per le quali qualche euro in più o in meno al mese fa la differenza”. Lo scorso anno il governo intervenne rimandando questa restituzione a quando l’economia fosse effettivamente in ripresa neutralizzandone così gli effetti negativi.

“Anche quest’anno – conclude lo Spi – l’esecutivo il governo si era reso disponibile ad intraprendere la stessa strada ma per ora non lo ha fatto. Chiediamo pertanto al ministro Poletti di intervenire urgentemente per evitare che si penalizzino ancora una volta milioni di pensionati italiani”.

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Fonte: il manifestoAutore: Roberto Ciccarelli Emiliano Brancaccio: «Nell’Unione europea arrestare i capitali, non i migranti»

Intervista all’economista Emiliano Brancaccio sui quindici anni dell’euro: “Le sinistre dovrebbero contrapporsi alle destre xenofobe proponendo il controllo sulle scorrerie internazionali della finanza che svaluta i salari e i diritti”Emiliano Brancaccio insegna Economia politica ed Economia internazionale presso l’Università del Sannio. Nel 2013 è stato promotore con Riccardo Realfonzo del «monito degli economisti», un documento pubblicato sul Financial Times che segnalava come l’insistenza dei governi europei sulle politiche di austerity e di deregolamentazione del lavoro potrebbe condurre a una deflagrazione dell’Eurozona.

Professor Brancaccio, il vostro «monito» sulla futura implosione dell’Unione monetaria è ancora attuale?
Molte delle riflessioni contenute in quel documento hanno già trovato conferma nei fatti. Allora sostenevamo che le politiche di contenimento della spesa e di schiacciamento delle retribuzioni avrebbero attivato una spirale deflazionista, che in molti paesi avrebbe depresso i redditi e avrebbe quindi reso sempre più difficile il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Questa tesi oggi trova consensi persino all’interno del Fondo Monetario Internazionale e la stessa Banca d’Italia fornisce evidenze empiriche che la supportano. La crisi bancaria che ha già colpito molti paesi europei, e che oggi attanaglia l’Italia, sembra indicare che avevamo visto giusto.

Qual è il nesso tra crisi bancaria e abbandoni delle unioni valutarie nella storia?
La storia ci dice che molti paesi si sono visti costretti ad abbandonare un cambio fisso o una valuta comune nel momento in cui le loro banche entravano in crisi: per ricapitalizzarle con denaro fresco essi hanno dovuto necessariamente riprendere il controllo nazionale della stampa di moneta.

Ora, anziché tornare alle monete nazionali, i soldi per ricapitalizzare le banche in crisi non potrebbero provenire dall’Unione europea?
In Irlanda, in Spagna e in Grecia le ricapitalizzazioni sono avvenute anche grazie al sostegno europeo. Ma le risorse messe a disposizione dall’Unione e dalla BCE per gestire il susseguirsi di crisi bancarie sono insufficienti. E non mi pare che oggi sussistano le condizioni politiche per accrescerle.

Lei sostiene che anche a sinistra bisognerebbe sviluppare qualche idea su come gestire un’eventuale nuova crisi dell’euro. Di recente, anche al Parlamento europeo, ha presentato la proposta di avviare una discussione su un’ipotesi di «international social standard sulla moneta». In cosa consiste?
È un modesto tentativo per cercare di uscire dalle secche di un dibattito sterile che sta montando anche a sinistra, tra i vecchi retori di un acritico europeismo e i nuovi apologeti di un ingenuo sovranismo nazionalista. L’idea verte sull’introduzione di controlli sui movimenti di capitale da e verso quei paesi che con le loro politiche di dumping sociale alimentano gli squilibri commerciali tra paesi. Mentre le destre xenofobe guadagnano consensi con la proposta retriva di «arrestare gli immigrati», penso che le sinistre dovrebbero contrapporsi ad esse proponendo di «arrestare i capitali», che con le loro continue scorrerie internazionali alimentano la gara al ribasso dei salari e dei diritti e scatenano il caos macroeconomico.

Ripristinare i controlli sui movimenti internazionali di capitale segnerebbe la fine del progetto europeo?
Tutt’altro: il principio di libera circolazione dei capitali è alla base dell’estrema fragilità dell’Eurozona. Occorre metterlo in discussione se si vuol sperare di costruire un sistema di relazioni internazionali meno conflittuale e maggiormente votato allo sviluppo della ricchezza e dei diritti sociali.

Autore: Francesca Chiavacci* L’errore dei Cie. Una lettera al ministro dell’Interno Minniti da: controlacrisi.org

La storia recente dimostra come sia impossibile aumentare i rimpatri degli irregolari attraverso i Centri d’identificazione e di espulsioneCaro ministro Minniti, se il buongiorno si vede dal mattino, la proposta di affidare ancora una volta le politiche sull’immigrazione ai Centri di Identificazione ed Espulsione (Cie), è vecchia e stantia ancor prima di essere avviata.

Ci hanno già provato – sapendo che si tratta solo di un’uscita propagandistica, che alimenta odio e razzismo e favorisce i predicatori d’odio – ministri e governi precedenti, senza ottenere alcun risultato concreto.

Nel suo messaggio di fine anno, il presidente Sergio Mattarella è intervenuto con autorevolezza per lanciare un monito contro il collegamento sbagliato tra immigrazione e terrorismo. Che invece è proprio quello che sottostà alla proposta di aumentare il numero dei Cie e quindi delle espulsioni.

La storia recente, d’altra parte, dimostra come sia impossibile aumentare il numero dei rimpatri degli irregolari attraverso i Centri d’identificazione e di espulsione.

Basterebbe andarsi a rileggere le conclusioni della Commissione De Mistura, voluta dall’allora ministro dell’Interno Amato e alla quale anche l’Arci partecipò, per sapere che si tratta di uno strumento ingiusto perché introduce un percorso differenziato per gli stranieri, meno garanzie e meno diritti, negando la nostra Costituzione e il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Uno strumento sbagliato perché non è di sanzioni per chi non rispetta le regole che c’è bisogno in un Paese che ha una legislazione concretamente impraticabile, ma di canali d’accesso regolari, sia per ricerca di lavoro sia per richiesta di protezione internazionale (canali da sempre chiusi, in particolare negli ultimi anni, nei quali non è stato emanato il decreto flussi, se non per gli stagionali, favorendo gli ingressi irregolari).

Uno strumento inutile. Dati alla mano, un rimpatrio reale, e non fittizio come quelli a cui si riferiscono i giornali in questi giorni, attraverso i Cie, costa cifre esorbitanti, colpisce quasi esclusivamente persone che hanno perso il lavoro, riguardando comunque, anche quando i Cie erano 14, poche migliaia di persone.

Se non si vuole consegnare questo Paese ai Salvini e alle destre xenofobe, bisogna mettere in campo una politica che punti a impedire le morti da frontiera, lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici, le diseguaglianze crescenti, la povertà diffusa, fermare l’odio contrastando gli argomenti di cui si nutre e raccontando la verità.

È sulla base della nostra esperienza concreta di questi anni, dei dati concreti che sono in possesso del suo Ministero e del fallimento di esperienze simili attuate in altri Paesi dell’Ue che le chiediamo, signor ministro, di congelare ogni iniziativa volta ad aumentare il numero dei Cie e di aprire un confronto con le organizzazioni sociali, laiche e religiose, con i sindacati e le organizzazioni di categoria, riaprendo quel Tavolo Immigrazione Nazionale che da anni è stato bloccato, per mettere in campo iniziative concrete nel campo dell’immigrazione e dell’asilo, a partire dall’esperienza dei soggetti del Terzo settore e delle organizzazioni sociali che quotidianamente, nei territori, si confrontano con le persone, con le loro storie e i loro diritti.

In attesa di un cortese riscontro, cordiali saluti.

*Francesca Chiavacci è presidente nazionale dell’Arci