In cammino per non abituarsi alla guerra di Riccardo Troisi da: comune-info.net

A piedi per 3600 chilometri, superando i confini di Germania, Repubblica Ceca, Austria, Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia, Grecia, Turchia e finalmente Siria, dove si proverà a raggiungere in qualche modo Aleppo. Il 26 dicembre è partita da Berlino una lunga, lunghissima staffetta che si propone di riprendere il filo di un agire la pace interrotto molti anni orsono dalla complessità dei conflitti armati dei nostri giorni. Chiunque non si sia arreso al senso di impotenza e alla rassegnazione può sostenerla o prendervi parte

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di Riccardo Troisi

E’ tempo di agire. Non possiamo stare seduti e non fare niente. Non possiamo vivere le nostre vite di ogni giorno come se niente fosse successo. Non siamo impotenti, perché siamo tantissimi! Andremo da Berlino ad Aleppo attraverso la cosiddetta “rotta dei rifugiati”, solo nel verso opposto.

Manifesto CivilMarchForAleppo

Inizia così l’appello promosso da un piccolo gruppo di semplici cittadini e cittadine, così si definiscono, di diversi paesi europei che credono sia necessario fare qualcosa di concreto per fermare la guerra in Siria. Hanno voluto  lanciare una sfida a se stessi e ai molti che sembrano sopraffatti e impotenti di fronte a quello che sta succedendo in quel Paese, e in particolare ad Aleppo. Una marcia per la pace da Berlino ad Aleppo, dunque, percorrendo in senso contrario la rotta dei migranti, un invito esplicito a non dimenticarne il dramma. Un’azione dal forte contenuto simbolico che rievoca, in parte, alcune esperienze passate di mobilitazione per la pace, come ad esempio quelle che in Italia diedero vita alle marce e alle carovane della pace che raggiunsero Belgrado, Zagabria e una Sarajevo stremata e assediata. Erano le prime esperienze di interventi civili nonviolenti messe in atto, durante la guerra dei Balcani, dal movimento pacifista e nonviolento per costruire una diplomazia dal basso che contribuisse in modo significativo a fermare una guerra che sembrava interminabile.

Zaino in spalla e bandiere bianche al vento, erano in migliaia alla partenza del 26 dicembre dall’ex aeroporto di Tempelhof, a Berlino. Percorreranno a piedi, in staffetta, le tappe di una marcia lunga 3.600 chilometri in tre mesi. Attraverseranno i confini di Germania, Repubblica Ceca, Austria, Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia, Grecia, Turchia e finalmente Siria, dove raggiungeranno in qualche modo Aleppo.

 

Racconta in un’intervista su Fb una delle promotrici dell’iniziativa, la  giornalista e blogger polacca Anna Alboth: “Non importa per quale paese stiamo camminando. Ciò che conta è unirci da tutti i luoghi pensabili e impensabili, essere uniti per la pace nel mondo e fare la differenza, insieme, e agire come una sola persona! Le persone hanno il potere, il camminare è potente, camminare è potere!”.

Alla partenza erano comunque tante le voci pronte a spiegare le ragioni di questa iniziativa: “A Natale ci piace stare con le nostre famiglie ma non dobbiamo dimenticare che in altre parti del mondo si combatte e che avremmo potuto fare qualcosa per migliorare le loro vite”, dice un’attivista tedesca. Un altro dei partecipanti racconta: “Sono siriano e questa iniziativa mi colpisce. Tutte queste persone sono qui per esprimere la loro umanità e io voglio dare il mio contributo. È necessario che gli altri sappiano che la situazione in Siria è disumana”.

La marcia è stata  lanciata attorno a due richieste semplici e precise: chiedere lo stop ai bombardamenti in Siria e un corridoio umanitario per i profughi. I cittadini di ogni Paese sono invitati a partecipare, anche solo per un giorno.

 

La guerra in Siria, come le altre guerre che si stanno combattendo in Medioriente e in altre parti del mondo, non fa solo vittime tra i “civili”. Sembra capace di uccidere, o almeno ferire quasi mortalmente, anche la nostra capacità d’indignarci e ribellarci all’idea che i conflitti si possano risolvere attraverso la violenza delle armi.

Quello partito da Berlino è dunque un tentativo, seppur di limitate e simboliche proporzioni, che non dovrebbe essere trascurato. Potrebbe infatti rimettere in moto, con le gambe e la fatica di chi cammina, anche una speranza piuttosto rilevante. Quella di ridar senso a una cosiddetta utopia concreta, a quell’agire la pace – che oggi appare più schiacciato che mai dalla complessità dei conflitti attuali – proprio a partire dalla messa in discussione dell’assoluta impotenza di chi da lontano comprende l’enorme portata delle bombe che cadono sulla Siria e non si è arreso all’abitudine e alla rassegnazione.

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