Autore: fabrizio salvatori Otto mesi a Nicoletta Dosio per non aver osservato gli arresti domicialiari. Locatelli (Prc): “Misura vessatoria, continuerà a disobbedire” da: controlacrisi.org

Il Tribunale di Torino ha inflitto otto mesi di condanna a Nicoletta Dosio, storica esponente No Tav, per non aver ottemperato alla misura cautelare degli arresti domiciliari. In attesa del pronunciamento in secondo grado Nicoletta è stata riaccompagnata in Valsusa, di nuovo agli arresti domiciliari.

“Una misura vessatoria, palesemente ingiustificata, rivolta unicamente ad interdire il diritto di manifestare contro la realizzazione di un’opera distruttiva e inutile, alla quale Nicoletta continuerà a disobbedire”, commenta il segretario del Prc di Torino Ezio Locatelli.
WChe la misura restrittiva sia smaccatamente politica e giuridicamente infondata  – continua Locatelli – è dimostrato dalla stessa istanza presentata dalla Procura della Repubblica – istanza che sarà vagliata il 20 dicembre – di revoca degli arresti domiciliari”.

L’istanza oltre che essere basata “sull’insussistenza di eccezionali ragioni cautelari … sulla insussistenza di ragioni cautelari tout court” è motivata dalla necessità di “interrompere una ritualità mediatica finalizzata alla propaganda delle ragioni della “militanza anti-Tav”. Commenta Locatelli: “Più chiaro di così! Nicoletta è stata vittima di una operazione smaccatamente politica, nonché giuridicamente infondata nel contesto di una più generale strategia repressiva che punta a ridurre il conflitto sociale in Valsusa a mera questione di ordine pubblico. La sua disobbedienza civile è un atto di dignità e di denuncia dell’insostenibilità del clima di stato d’assedio e di repressione che si respira da anni in Valsusa. Non c’è altra via possibile: a Nicoletta deve essere ridata piena libertà e data assoluzione piena rispetto a ipotesi di reato, frutto di una macchinazione politica. A lei e a tutto il movimento No Tav, in lotta contro un’opera affaristica e contro la repressione, va tutta la solidarietà di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea”

Autore: costantino troise “Governo, non c’è da stare allegri se sulla sanità vince una linea di continuità così avara nei confronti di medici e cittadini”. Intervento di Costantino Troise (Anaao-Assomed) da: controlacrisi.org

Niente è cambiato. Nemmeno il gattopardo è più di moda.
Come tutti i Presidenti del Consiglio che lo hanno preceduto, anche l’on. Gentiloni nel discorso programmatico davanti alla Camera dei Deputati si è ben guardato dal parlare di sanità. Anzi dal pronunciare la stessa parola, come fosse maledetta. Altro che far tesoro degli errori!!! La coazione a ripetere che colpisce i governanti non risparmia né rottamati ne rottamatori. La sanità, e quindi la salute dei cittadini italiani ed il lavoro dei medici, è fuori programma, fuori cultura, fuori agenda dei Governi. Non si capisce nemmeno a cosa gli serva un Ministro della salute che, per la verità, di questa presenza-assenza nemmeno pare dolersi.Non è un buon inizio né una buona ripartenza. E’ la rimozione delle diseguaglianze che legano il diritto alla salute a residenza e reddito, in una corsa al precipizio del suo svuotamento ed all’attacco a contratto di lavoro e sindacato, espulsi anche dal linguaggio. Come meravigliarsi se, come diceva Einstein, facendo le stesse cose si raccoglieranno gli stessi risultati?Non c’è da stare allegri se vince una linea di continuità così avara nei confronti dei medici, dei cittadini, della sanità pubblica, condannata all’inefficientamento per favorire uno non più strisciante viraggio verso la privatizzazione di un bene comune come la salute, anche svalorizzando il lavoro dei medici e dei dirigenti sanitari dipendenti del SSN.

Diminuisce il perimetro della tutela pubblica ed aumenta la spesa a carico dei cittadini in una situazione di crisi economica che non accenna a finire. Undici milioni di cittadini si negano l’accesso alle cure per difficoltà economiche ed il Sud risana, almeno parzialmente, i conti semplicemente negando le cure ed abusando dei contratti di lavoro atipici, troppo vicini allo sfruttamento dei giovani.

Non c’è verso di sentire la parola salute nelle aule parlamentari. Se non augurarsi un’epidemia di raffreddore o di allergici che costringa a rispondere, se non altro per buona educazione, ad una salve di sternuti con la fatidica parola: salute.

Fanno bene i partiti a dire che non hanno paura del voto prossimo venturo. Ma qualcuno farebbe meglio ad averne dei risultati.

Pechino “seriamente preoccupata” dalle dichiarazioni di Trump da: resistenze.org

 

Eugenio Buzzetti | agichina.it

12/12/2016

Pechino, 12 dic. – Il governo cinese e’ “seriamente preoccupato” dalle dichiarazioni del presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, che domenica ha messo in discussione la politica adottata dagli Stati Uniti della “unica Cina” a favore di Pechino. Se questo principio “venisse compromesso od ostacolato, una crescita solida e costante delle relazioni e della cooperazione bilaterale tra Usa e Cina nei settori principali sarebbe fuori discussione”, ha avvertito il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang. Pechino, ha ricordato il portavoce, considera Taiwan come un suo “interesse cruciale” che ha riflessi sulla sovranita’ e sull’integrita’ territoriale della Cina e la politica della “Unica Cina” rappresenta “le fondamenta politiche” dei rapporti con gli Stati Uniti.

“Non so perche’ dovremmo essere legati alla politica della ‘unica Cina’ a meno che non facciamo un accordo con la Cina che riguardi altre cose, tra cui il commercio”, aveva dichiarato Trump a Fox News, accusando Pechino di non collaborare con gli Stati Uniti non solo sul piano commerciale, ma anche della sicurezza regionale, a cominciare dalla minaccia nord-coreana e dalle rivendicazioni cinesi nel Mare Cinese Meridionale.

Il presidente eletto degli Stati Uniti ha poi parlato della telefonata del 2 dicembre scorso con la leader di Taiwan, Tsai Ing-wen. “Non voglio che la Cina mi comandi”. La telefonata, che ha rotto un protocollo diplomatico durato quasi 38 anni, “e’ stata una telefonata molto cordiale. Breve. E perche’ qualche altra nazione avrebbe dovuto dirmi di non accettarla?”. Le parole di Trump sono anche al centro di un editoriale del Global Times, giornale pubblicato dal governativo Quotidiano del Popolo. “La politica dell’Unica Cina non e’ in vendita”, e’ l’affondo del Global Times, “Trump pensa che qualsiasi cosa abbia un valore e possa essere comprata o venduta”, ma il presidente eletto degli Stati Uniti “deve imparare a trattare gli affari esteri con umilta’, in particolare la relazione tra Cina e Stati Uniti”.

La politica della ‘”unica Cina” che divide Pechino e Washington

La politica della “unica Cina” divide Washington e Pechino, dopo le ultime affermazioni di Donald Trump ai microfoni di Fox News, in cui il presidente eletto degli Stati Uniti mette sullo stesso piano il riconoscimento del principio della “unica Cina” da parte della futura amministrazione degli Stati Uniti e i problemi legati al commercio con la Cina. Trump ha anche accusato la Cina di non avere un atteggiamento collaborativo con gli Stati Uniti nelle questioni di politica internazionale, soprattutto quelle riguardanti la Corea del Nord e le rivendicazioni di Pechino nel Mare Cinese Meridionale, dichiarazioni che non sono piaciute a Pechino.

La Cina ha sottolineato oggi il rispetto del principio della “unica Cina” per lo “sviluppo salutare delle relazioni” con Washington. Pechino si è detta “seriamente preoccupata” per il futuro del rapporto con gli Stati Uniti, dopo le ultime affermazioni di Trump. “Ci sono tre comunicati congiunti, firmati da Cina e Stati Uniti”, ha ribadito il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, aprendo alla possibilità di un danno alle relazioni bilaterali. “Se questi principi sono danneggiati, anche i principi della cooperazione sono danneggiati”. 

Taiwan al centro delle relazioni tra Cina e Usa

La questione di Taiwan è stata oggetto di tre comunicati congiunti emessi da Cina e Stati Uniti, in cui viene riconosciuta da entrambe le parti la centralità della questione per la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino e segnano il percorso di riavvicinamento di Cina e Stati Uniti, culminato con la riapertura dell’Ambasciata statunitense a Pechino, nel 1979. Quando nel 1949 il Partito Comunista Cinese, con l’appoggio dell’ex Unione Sovietica, vinse la guerra civile e fondò la Repubblica Popolare Cinese, il regime nazionalista guidato da Chiang Kai-shek riparò a Taiwan, dove fondò la Repubblica di Cina. Dopo lo scoppio della guerra coreana, gli Stati Uniti aumentarono gli aiuti militari ed economici a favore di Taipei e mantennero le relazioni diplomatiche con la Repubblica di Cina.   Nel luglio 1971, Henry Kissinger, all’epoca consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, fece un primo viaggio segreto in Cina per preparare il terreno alla visita dello stesso Nixon, in programma per l’anno successivo, e nell’ottobre dello stesso anno, Taiwan perse il seggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, passato a Pechino. Il 21 febbraio 1972, Richard Nixon atterra in Cina, per la prima visita del presidente degli Stati Uniti nel gigante asiatico. 

I tre comunicati congiunti di Cina e Stati uniti

– Il 28 febbraio 1972, nel primo dei tre comunicati congiunti, noto anche come “comunicato di Shanghai”, emesso durante la storica vista in Cina dell’ex presidente statunitense, Richard Nixon, gli Usa dichiarano di aderire al principio di “unica Cina”, secondo cui tutti i cinesi che vivono da un lato o dall’altro dello Stretto di Formosa che divide la Cina continentale da Taiwan, appartengono a un’unica Cina e “Taiwan è parte della Cina”. Gli Stati Uniti, prosegue il comunicato, “non contestano questa posizione” e riaffermano “l’interesse nella risoluzione pacifica della questione di Taiwan da parte dei cinesi stessi”.

– Il 15 dicembre 1978, con validità dal 1 gennaio successivo, nel comunicato congiunto per la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino, il governo degli Stati Uniti “riconosce la posizione cinese che c’è una sola Cina e che Taiwan è parte della Cina”, rimanendo fermi i principi già sottoscritti nel comunicato di Shanghai.

– Il 17 agosto 1982, il comunicato sulla vendita di armi a Taiwan stabilisce il governo della Repubblica Popolare Cinese come l’unico governo legale cinese e ribadisce la posizione in base alla quale “c’è una sola Cina e Taiwan è parte della Cina”. Allo stesso tempo, il comunicato riconosce che la questione della vendita di armi a Taiwan “non è risolta”, che le due parti hanno “posizioni differenti” a riguardo, e che la Cina si riserva di “sollevare ancora la questione in seguito alla normalizzazione” delle relazioni diplomatiche. Nel comunicato la Cina ribadisce che la questione di Taiwan è “un affare interno cinese” e gli Stati Uniti sottolineano che “non hanno intenzione di violare la sovranità e l’integrità territoriale cinese o interferire nelle questioni interne” di Pechino, compresa la promozione di “due Cine” o di “una Cina, una Taiwan”. Sulla vendita di armi a Taiwan, gli Stati Uniti  affermano di”non cercare di portare avanti una politica di lungo termine di vendita di armi a Taiwan”, e la vendita di armi non supererà “in quantità e qualità” quella degli ultimi anni, da quando sono riprese le relazioni diplomatiche con Pechino.  

Cosa sono le sei assicurazioni a Taiwan

Il documento delle “sei assicurazioni” a Taiwan, del 1982, ha nel primo punto uno dei momenti più importanti e più citati nel dibattito tra Cina e Stati Uniti degli ultimi giorni. Il primo punto del documento sottolinea che “gli Stati Uniti non fisseranno una data per la fine della vendita di armi a Taiwan”, che continua ancora oggi e che è stata citata dallo stesso Donald Trump, in un tweet, come uno dei motivi per rispondere alla telefonata di congratulazioni della leader dell’isola, Tsai Ing-wen, il 2 dicembre scorso. Trump ha aggiunto anche che una mancata riposta alla chiamata sarebbe stata “molto irrispettosa”. Nel rapporto con l’isola, gli Stati Uniti sottolineano nel documento del 1982 di non avere bisogno di consultare preventivamente Pechino  prima di una vendita di armi a Taipei, ribadiscono che Washington non farà da mediatore nella disputa tra i due lati dello Stretto, e anche che Washington non riconoscerà formalmente la sovranità della Cina su Taiwan.

Da Clinton a Obama le ultime tappe

La questione di Taiwan è tornata anche in anni più recenti, oggetto di altri tre comunicati congiunti, siglati nel 1997, nel 2009 e nel 2011. Nel primo, siglato tra l’allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, e l’ex presidente cinese, Jiang Zemin, si sottolinea che la questione di Taiwan è  “la più importante e sensibile” nelle relazioni tra Pechino e Washington e viene reiterata la posizione di Washington di aderenza alla politica della “unica Cina”.L’adesione al principio è stata ribadita anche nel 2009 dagli allora presidenti, Hu Jintao e Barack Obama, con l’aggiunta che gli Stati Uniti” accolgono con favore lo sviluppo pacifico delle relazioni nello Stretto di Taiwan”. Il 19 gennaio 2011, Cina e Stati Uniti emettono un altro comunicato congiunto sulle reazioni bilaterali durante la visita negli Stati Uniti dell’allora presidente cinese, Hu Jintao. Nel comunicato le due parti “sottolineano l’importanza della questione di Taiwan nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti” e gli Stati Uniti plaudono “all’accordo quadro di cooperazione economica tra i due lati dello Stretto di Taiwan e accolgono con favore le nuove linee di comunicazione” tra Pechino e Taipei. Con la presidenza di Ma-Ying-jeou, a capo del Kuomintang, il Partito Nazionalista di Taiwan, le relazioni tra Pechino e Taipei sono tornate ad ammorbidirsi fino a una svolta inaspettata: a capo dell’isola per due mandati, il 7 novembre dello scorso anno, Ma ha incontrato il presidente cinese, Xi Jinping, a Singapore, nel primo incontro tra i leader dei due lati dello Stretto dal 1949. Dopo avere toccato l’apice delle relazioni, Cina e Taiwan sono, però, tornati a dividersi con la vittoria alle presidenziali di Taiwan del gennaio scorso di Tsai Ing-wen, che a tutt’oggi non ha mai riconosciuto apertamente il principio della “unica Cina” e ha sempre, invece, sottolineato l’importanza del “mantenimento dello status quo” nelle relazioni con Pechino. La posizione di Tsai, per la Cina, è alla base del nuovo raffreddamento dei rapporti che i due lati dello Stretto hanno vissuto nell’ultimo anno.

Un precedente nel 1995

La politica della “unica Cina” aveva diviso Cina e Stati Uniti già nel 1995. Washington aveva concesso all’allora leader di Taiwan Lee Teng-hui, di recarsi negli Stati Uniti su invito della Cornell University, di cui era stato studente da giovane. Pechino aveva reagito con durezza, considerando l’invito una violazione della politica della “unica Cina” e lanciando missili nelle acque circostanti tra cui quelle dello stretto di Taiwan. Lee venne poi rieletto l’anno successivo, alle prime elezioni democratiche che si sono tenute a Taiwan ed è rimasto a capo dell’isola fino al 2000, quando al vertice dell’isola salì Chen Shui-bian, il primo presidente di Taiwan appartenente al Partito Democratico Progressista, lo stesso dell’attuale leader, Tsai Ing-wen, molto più critico e filo-indipendentista rispetto a Pechino del Kuomintang.

 

www.resistenze.org – osservatorio – economia – 12-12-16 – n. 614 Nella piramide della distribuzione della ricchezza, l’1% superiore possiede il 51% della ricchezza del mondo; il 10%, l’89% della ricchezza mentre il 50% inferiore possiede solo l’1%

Michael Roberts  | thenextrecession.wordpress.com resistir.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Nella piramide della distribuzione della ricchezza l’1% degli adulti detiene il 51% di tutta la ricchezza globale, mentre la metà inferiore della piramide rappresenta gli individui che posseggono solo l’1%. In effetti, il 10% della popolazione adulta possiede l’89% di tutta la ricchezza del pianeta! Questo è il nuovo dato statistico nel 2016 secondo la relazione annuale sulla ricchezza globale di Credit Suisse.

Ogni anno, Credit Suisse presenta questo rapporto, scritto dal professor Tony Shorrocks, James Davies e Rodrigo Lluberas, realizzato per le Nazioni Unite. Commento i suoi risultati ogni anno e di solito è la mia notizia più condivisa.

L’ultima volta che ho parlato dei risultati di Credit Suisse, l’1% deteneva il 48% della ricchezza mondiale. Ciò significa che nel corso dell’ultimo anno e mezzo, la disuguaglianza globale rispetto questo parametro, è salita ancora una volta. La quota dell’1% superiore e la quota del 10% superiore della piramide della ricchezza mondiale erano scese tra il 2000 e il 2007: per esempio, la quota dell’1% superiore era diminuita dal 50% al 46%. Tuttavia, la tendenza si è invertita dopo la crisi finanziaria e le quote sono tornate ai livelli osservati all’inizio del secolo.

I ricercatori di Credit Suisse ritengono che questi cambiamenti riflettono principalmente l’importanza relativa dei patrimoni finanziari nel portafoglio delle famiglie, che sono aumentati di valore dal 2008, spingendo verso l’alto la ricchezza di molti dei paesi più prosperi e di molte delle persone più ricche nel mondo. Sebbene la quota dei patrimoni finanziari sia scesa quest’anno, le quote dei gruppi superiori continuano l’ascesa. All’altra estremità della piramide globale della ricchezza, la metà inferiore degli adulti possiede collettivamente meno dell’1% della ricchezza totale.

La ragione principale di questa enorme diseguaglianza è che ci sono tanti poveri (in termini di ricchezza) nel mondo. Non è così difficile appartenere al gruppo dell’1% superiore. Una volta che i debiti sono stati sottratti, una persona ha bisogno solo di $ 3.650 per essere nella metà più ricca dei cittadini di tutto il mondo. Tuttavia, servono circa 77 mila dollari per essere membri del 10% superiore dei titolari della ricchezza globale e 798.000 per far parte del primo 1%. Quindi, se si possiede una casa in qualsiasi grande città del ricco Nord senza un mutuo, si fa parte dell’1% superiore. Ti senti ricco? Questo dimostra quanto poveri sono la stragrande maggioranza delle persone del mondo con nessuna proprietà, senza contanti e certamente senza azioni e obbligazioni!

La ricerca mostra che 3,5 miliardi di persone – il 73% di tutti gli adulti del mondo – hanno una ricchezza al di sotto dei $ 10.000 nel 2016. Un ulteriore 900 milioni di adulti (19% della popolazione mondiale) rientrano nel range $ 10.000-100.000. I poveri sono concentrati in India e in Africa e nelle nazioni asiatiche più povere, con il 73% inferiore. Ma ci sono anche un numero significativo di persone povere per gli standard globali in Nord America e in Europa, con il 9% dei nordamericani, la maggior parte con patrimonio netto negativo, nel quintile a fondo della piramide e il 34% degli europei nella metà inferiore globale. Queste persone non solo non hanno ricchezza, ma sono in debito.

E chi sta meglio? Certo, non gli indiani. L’India ha appena il 3,1% delle persone della ‘classe media’ a livello globale (ricchezza tra $ 10.000 e 100.000) e tale quota è praticamente rimasta invariata. Al contrario, la Cina rappresenta un cospicuo 33% della classe media, dieci volte l’India – e tale proporzione è raddoppiata dal 2000. Ciò ci parla di un’espansione economica senza precedenti della Cina che ha tratto centinaia di milioni di persone fuori dalla povertà, anche se la disuguaglianza della ricchezza è aumentata.

In effetti, il numero di milionari, sceso nel 2008, ha mostrato una ripresa veloce dopo la crisi finanziaria ed è ora raddoppiato più del doppio dal 2000. Ci sono poi 32,9 milioni di milionari a livello mondiale vale a dire di adulti con più di $ 1 milione in proprietà o di risparmio netti. Ci sono però solo 140.000 persone in tutto il mondo che ne hanno più di $ 50. Ci sono infine più di 2.000 miliardari: sono queste le persone che possiedono realmente il mondo.


Supponendo che non intervenga nessun cambiamento nella disuguaglianza della ricchezza globale, ci si aspetta che nei prossimi cinque anni compariranno altri 945 miliardari, portando il numero totale dei miliardari a quasi 3.000. Più di 300 dei nuovi miliardari saranno del Nord America. La Cina è proiettata ad aggiungere più miliardari di quanti non ne conti tutta l’Europa, spingendo il totale della Cina sopra 420.

Credit Suisse stima che la ricchezza totale globale è ora di $ 334trn, o circa quattro volte il PIL mondiale annuo. Dopo la fine del secolo, ci fu in un primo momento un rapido aumento della ricchezza globale, con la crescita più veloce in Cina, India e altre economie emergenti, che rappresentavano il 25% della crescita della ricchezza, sebbene possedessero solo il 12% della ricchezza mondiale nel 2000. La ricchezza mondiale è diminuita nel 2008, ma ha mostrato una ripresa lenta, a un tasso significativamente inferiore rispetto a quello pre crisi finanziaria. In effetti, la ricchezza è diminuita in termini di dollari in tutte le regioni diverse da quelle del Nord America, Asia-Pacifico e dalla Cina dal 2010. Su una base di individuo-adulto, la ricchezza è cresciuta appena e la ricchezza mediana è diminuita ogni anno dal 2010. La media degli adulti si fa sempre più povera.

Negli ultimi 12 mesi, la ricchezza globale è cresciuta dell’1,4% ed ha appena tenuto il passo con la crescita della popolazione. Come risultato, nel 2016 la ricchezza per adulto non è cambiata per la prima volta dal 2008, approssimativamente a 52.800 dollari. Così la popolazione mondiale nel suo complesso non è diventata più prospera nell’ultimo anno e mezzo mentre l’ineguaglianza è cresciuta.