Operazione Mammasantissima: ‘ndrangheta, massoneria e politica nel mirino da: l’espresso

Ecco i segreti dell’indagine antimafia che scuote i salotti buoni di Reggio Calabria. E mette a nudo i rapporti tra criminalità e Stato

di Gianfrancesco Turano

21 settembre 2016

La tempesta sta per arrivare. C’è chi conta i giorni: fine settembre, ottobre al massimo. C’è chi per la paura dà i numeri: centodieci candidati al carcere. Un’enormità per una città come Reggio Calabria. Significa uno ogni mille abitanti circa. Se poi non saranno centodieci, saranno pochi in meno e farà poca differenza.
Zona altamente sismica, Reggio. Quasi mezzo secolo di edilizia politica arditissima, realizzata con i materiali in teoria antagonistici di ’ndrangheta, massoneria e Stato, rischia di crollare sui grandi architetti che l’hanno ideata. È un oggetto con molti nomi che si può chiamare Santa o Cosa Unita ma fino a poco tempo fa è stato Cosa Ignota.

L’elenco dei vip è già piuttosto robusto. Mammasantissima e le altre inchieste della direzione distrettuale antimafia reggina hanno già inguaiato parlamentari, ministri, politici: l’ex deputato Amedeo Matacena, latitante da quasi tre anni, il senatore Antonio Caridi, che nel 2010 andava in visita a casa del boss Giuseppe Pelle ed è stato arrestato il 4 agosto scorso, l’ex ministro Claudio Scajola a processo ma ancora invitato vip alla festa della polizia dello scorso 26 maggio, Giuseppe Scopelliti, ex sindaco di Reggio ed ex governatore calabrese. Fondatore del Ncd con il ministro dell’Interno Angelino Alfano, Scopelliti è stato condannato in primo grado a sei anni per le malversazioni delle finanze municipali. È ancora sotto scorta in quanto minacciato dalla ’ndrangheta (dal 2004) e dalle Brigate Rosse (dal 2012). Nelle carte figurano anche Angela Napoli, già membro della commissione antimafia, l’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio che, secondo il braccio destro di Scopelliti arrestato, Alberto Sarra, era il suo consigliere insieme al sottosegretario alla giustizia Giuseppe Valentino. E poi ci sono gli amici dei bei tempi della destra, Gianni Alemanno e Maurizio Gasparri.
La Reggio bene, la Reggio che conta non solo a Reggio è investita da un’onda che, per alcuni, è tardiva e per altri meglio tardiva che sospesa in eterno.

Si teme che gli effetti collaterali colpiscano anche chi non è colluso, ma semplice vittima dell’attitudine reggina al “me la vedo io”, quando qualcuno offre qualcosa, senza chiedere nulla in cambio o non subito. Giuseppe De Stefano, “Crimine” del clan di Archi oggi al 41 bis, l’ha battezzata brillantemente “la banca dei favori”. È un istituto di credito che ha prosperato oltre ogni speranza, in simbiosi con le strutture istituzionali, trasformandosi in apparato statale fin dagli anni in cui la Cosa Nostra di Totò Riina dichiarava guerra alla Repubblica.

Il procuratore Federico Cafiero de Raho e il suo sostituto Giuseppe Lombardo hanno impresso una svolta. Adelante con juicio, per dirla con il Manzoni. Per dirla con Totò, chi sa dove vogliono arrivare.

«La procura mette in ginocchio la città», risponde Massimo Canale, ex Comunisti Italiani e poi candidato sindaco per il Pd sconfitto nel 2010 dal centrodestra di Demetrio Arena, lo scopellitiano che guiderà Reggio allo scioglimento per infiltrazioni mafiose. Oggi Canale è tornato al suo mestiere di avvocato e difende Marcello Cammera, uno dei funzionari più influenti e chiacchierati del Comune di Reggio, alla guida del settore lavori pubblici. Si dichiara garantista a oltranza ma si chiede dov’era lo Stato quando Caridi, consigliere comunale con la prima giunta del sindaco Scopelliti, veniva eletto in Senato a rappresentare, secondo l’accusa che lo ha portato dietro le sbarre, un’organizzazione criminale che non si può più chiamare ’ndrangheta e forse neppure criminale vista la presenza di magistrati, imprenditori, avvocati patrocinanti in Cassazione e commercialisti con studio in centro a Milano. Un’organizzazione che controlla sistemi operativi di rilievo internazionale come il porto di Gioia Tauro, dove sono attivi Cia, Mossad e MI6, e ha accesso ai più evoluti strumenti finanziari del globo, dalle grandi banche svizzere a fondi come il malesiano 1MDB, una vasca da miliardi messa sotto sequestro negli Stati Uniti. Il fondo asiatico è uno dei fronti di indagine in fase di sviluppo, come quello che riguarda il banchiere Robert K. Sursock, numero uno di Gazprombank a Beirut.

Un investigatore che da anni lavora sul cono d’ombra della città dello Stretto dice: «Qualcuno si è chiesto come mai il Credito Svizzero, che sponsorizza solo le nazionali elvetiche di calcio e il tennista Roger Federer, doveva comparire per due anni sulle magliette della Reggina in serie A tra l’altro con soldi mandati attraverso la branch di Hong Kong?».

Quasi fra le righe di Mammasantissima torna un nome di grande peso a Lugano, quello di Vittorio Peer, ex proprietario dell’isola di Budelli, amministratore della Ciga e mediatore di opere d’arte, citato dai pentiti Nino Fiume (clan De Stefano) e dal colletto bianco massone Michele Amandini, oggi collaboratore di giustizia dopo che, scrivono i magistrati, «aveva svolto, per conto della ’ndrangheta, il compito di riciclare, attraverso canali finanziari svizzeri, i proventi dei sequestri di persona a scopo di estorsione».

Giuliano Di Bernardo, ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia (Goi), la maggiore obbedienza massonica italiana, sta spiegando la sua uscita dal Goi proprio con l’infiltrazione della ’ndrangheta nelle logge (28 su 32 secondo l’allora vice del Goi). Di Bernardo ha anche detto di avere messo al corrente della situazione il capo supremo della massoneria inglese, il principe Edward duca di Kent, che per questo motivo non ha voluto riconoscere il Goi.

La nuova interpretazione del rapporto fra ’ndrangheta e massoneria è che sia stata proprio la seconda a infiltrare la prima dopo una sorta di “reverse merger” operato dalla componente gelliana fin dai primi anni Settanta. Con la nascita della Santa, la ’ndrangheta è rimasta una cosa per “quattro storti”, i quattro stupidi di cui parla Pantaleone “Luni” Mancuso del clan di Limbadi.

Sono i manovali del crimine che i capi sacrificano in nome delle relazioni diplomatiche con il potere ufficiale. «Non ho mai conosciuto un grande boss che non fosse il confidente di polizia, carabinieri, finanza o servizi», dice Enzo Macrì, procuratore capo ad Ancona, ex numero due della Dna e uno dei magistrati di Olimpia, il primo processo su ’ndrangheta e politica. «Soprattutto gli apparati di intelligence controllano Reggio fin dagli anni Settanta».
“Mammasantissima” ha due assi nella manica. Uno sono le dichiarazioni di Alberto Sarra, ex consigliere regionale, amico d’infanzia e di basket dell’ex sindaco e governatore Giuseppe Scopelliti.

I verbali di Sarra sono definiti “dirompenti” da chi sta seguendo l’inchiesta. Ma c’è un secondo personaggio capace di portare l’indagine a livelli altissimi. È Cosimo Virgiglio, curiosa figura di imprenditore implicato in un processo (“Maestro”) con potenzialità enormi poi rimpicciolito a un traffico di merci contraffatte sbarcate al porto di Gioia Tauro.

Lì erano emerse le relazioni di Virgiglio con il clan Molè, da una parte, e con un contesto eterogeneo rappresentato dal piduista Giorgio Hugo Balestrieri, autore di un memoriale su ’ndrangheta e politica finora rimasto lettera morta, e da esponenti del clan Casamonica. Attivo nell’immobiliare e proprietario della stazione dei carabinieri di Rosarno, Virgiglio sta descrivendo riti e affari di un’organizzazione che non può essere definita semplicemente criminale perché include gli uomini dello Stato e diventa essa stessa apparato dello Stato.
Nell’ordinanza Mammasantissima i verbali di Virgiglio sono in larga parte coperti da omissis perché vengono integrati in corso d’opera con i riscontri sull’enorme deposito di documenti e fotografie trovato a Villa Vecchia, l’albergo di Monte Porzio Catone al quale erano interessati gli uomini del clan Molè.

L’ordinanza Mammasantissima non è solo, come la definisce il sindaco Giuseppe Falcomatà, «la madre di tutte le inchieste». Raccoglie il lavoro fatto in vent’anni, dai processi Olimpia e Meta a Crimine-Infinito. Chi ha interesse a smontare la madre di tutte le inchieste ripete una cantilena già sentita: possibile che Paolo Romeo, o il senatore Antonio Caridi o uno qualunque degli altri imputati in arrivo, siano il capo dei capi?

Ma è un falso problema. Si chiami Santa o Cosa Nuova o Stato, il potere nato nel cono d’ombra di una città del sud di 200 mila abitanti e cresciuto fino a essere l’interlocutore delle potenze statali internazionali, oltre che potenza economica globale in sé, è un’oligarchia. L’oligarchia, per definizione, non ammette monarchi.
Un magistrato che ha vissuto la lotta alla ’ndrangheta fin dagli anni Novanta si mostra più critico e avverte che bisogna stare attenti a distinguere, all’interno del reale, tra fossili e esseri viventi.

Ma da questo punto di osservazione, uno dei “Mammasantissima” arrestati dovrebbe essere un fossile. Invece è piuttosto un mediatore politico dotato di eccezionale longevità. Paolo Romeo, 69 anni, inizia la carriera quasi mezzo secolo fa, quando da militante di Avanguardia nazionale porta le bombe a mano dentro l’università di Roma durante gli scontri studenteschi del 1968. Nello stesso anno, il fratello Vincenzo uccide per futili motivi – una lite per un ballo alla Festa della Madonna della Consolazione patrona di Reggio – il camerata Benedetto Dominici, a sua volta fratello di Carmine che diventerà uno dei principali collaboratori di giustizia sulle vicende al confine fra ’ndrangheta ed eversione neofascista.

Iscritto al Fuan, l’organizzazione giovanile del Msi, e fermato per partecipazione a manifestazione sediziosa durante i Moti per Reggio capoluogo del 1970-1971, Romeo prende presto la strada giusta al bivio dei rivoluzionari neri. Con la sveltezza ideologica prescritta dal trasversalismo santista, diventa deputato del partito socialdemocratico. Non dimentica di aiutare i camerati in difficoltà, come i fuggitivi Stefano Delle Chiaie e Franco Freda, ma mette a disposizione la sua influenza anche verso i compagni con i quali si è preso a sprangate.
Per usare la terminologia bolscevica, diventa il commissario politico del clan De Stefano mentre il collega avvocato Giorgio De Stefano, anch’egli patrocinante in Cassazione, determina le strategie affaristico-militari della famiglia del quartiere Archi.

«Per loro la condanna come concorrenti esterni in associazione mafiosa è stata meglio di un’assoluzione», ha detto il pm Lombardo. Il terzo dei concorrenti esterni è Amedeo Matacena junior, figlio di uno dei finanziatori dei Moti per Reggio capoluogo del 1970, vera data di nozze fra massoneria, servizi segreti e quella che allora era nota come mafia calabrese, perché non aveva nemmeno un nome proprio.

Dopo cinquant’anni dai suoi esordi, Paolo Romeo parlava con tutti, dava ordini a tutti. A dispetto delle sue condanne, suggeriva al presidente di Confindustria Reggio, Andrea Cuzzocrea, editore del “Garantista”, l’assunzione della giornalista Teresa Munari, ritenuta utile in quanto amica del componente dell’Antimafia Angela Napoli. Pochi giorni prima di essere di nuovo arrestato, Romeo era nelle sale del Comune, a partecipare a incontri sulla città metropolitana come membro dell’associazione Forum Reggio Nord 2020, creando imbarazzi a un sindaco eletto contro il blocco di potere santista.

Del resto, Romeo considerava la città metropolitana una sua creatura. Lo ha rivendicato lui stesso davanti al tribunale del Riesame: se non era per lui, Reggio non entrava nella shortlist. Alla faccia, si può aggiungere, di città più grandi e più ricche, come Brescia o Verona.

In fondo, è la vecchia storia della mafia che dà lavoro. Il rischio è che i sequestri giudiziari e la chiusura di lidi, negozi, bar, siano il colpo di grazia a un’economia fragile.

Falcomatà la cui candidatura è stata imposta a un Pd a rischio di infiltrazioni dal reggino più potente del momento, il sottosegretario ai servizi segreti Marco Minniti, sta formulando un piano sul modello Expo per consentire alle imprese impegnate in lavori pubblici urgenti ma colpite da interdittive antimafia di completare le commesse sotto controllo.

«Non deve passare il messaggio che con la ’ndrangheta si lavora e con lo Stato no», dice il sindaco che invita la città a reagire nei suoi corpi intermedi, senza affidarsi alle sole inchieste di polizia. Lui non lo può dire ma il marcio è lì, nelle associazioni gestite dai professionisti dell’antimafia e della mafia, fra gli imprenditori, negli ordini professionali che mantengono nell’albo gli avvocati Romeo e De Stefano, che propongono come probi viri legali coinvolti in inchieste di ’ndrangheta, che conservano l’iscrizione al dottore commercialista Pasquale “Lino” Guaglianone, ex tesoriere dei Nar di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro.

Ma la reazione c’è. C’è sempre stata, a smentire la leggenda razzista sull’incapacità genetica dei calabresi a ribellarsi. Continua a esserci. Dopo il cuoco Filippo Cogliandro, il commerciante di prodotti sanitari Tiberio Bentivoglio, il costruttore Gaetano Saffioti, il gestore di agriturismo Cristofaro Tedioso, emigrato di ritorno dal Canada, c’è un fioraio che si chiama Vincenzo Romeo, nessuna parentela con Paolo.

Il fioraio aveva un chiosco al centro commerciale Perla dello Stretto a Villa San Giovanni. Per non avere firmato l’accordo con il consorzio il cui dominus era l’avvocato Paolo Romeo, nella notte del 3 giugno 2015 il chiosco è stato bruciato. Un servizio sul network la C ha trasmesso le telefonate dopo il rogo fra il commerciante e il suo finanziatore di Gabetti.

«Senti, vedi che glielo puoi segnalare alla banca. Io domani mattina sono là che ricostruisco», dice Romeo cercando con scarso successo di non piangere. «A me se mi ammazzano… La mia famiglia campa sempre là. Campa là perché non so dove andare. A 50 anni non so dove andare. Non so rubare. Mi possono ammazzare. Sono sempre là».

Il funzionario di Gabetti riferisce ai superiori di Milano, che in conference call reagiscono sghignazzando. Alla fine, uno dei manager replica, finalmente preoccupato: «E adesso che cacchio gli vendiamo? Il suolo?»
Ma il titolare del chiosco è stato di parola e ha tenuto duro. La Perla dello Stretto, il centro commerciale controllato dall’avvocato Romeo, è stata riaperta dopo il sequestro giudiziario disposto nell’inchiesta Fata Morgana. Se passate da Villa San Giovanni e vi servono fiori, sapete dove andare.

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