Autore: fabio sebastiani Ballate, ballate sotto la pioggia, qualcosa resterà. Recensione del romanzo di Maria Caterina Prezioso da: controlacrisi.org

“La ballata dei giorni della pioggia” (Kogoi, pp. 125 13 euro) di Maria Caterina Prezioso, va detto subito, è uno di quei rari libri che una volta letti possono essere letteralmente incartati nel loro stesso titolo. E questo è un grande merito. Quasi una didascalia, quindi, che messa a fianco degli altri volumi nello scaffale serve senz’altro a rammentarci con nettezza il contenuto. E non solo per una mera associazione di idee, ovviamente.

Qui audio intervista a Maria Caterina Prezioso.

A chi verrebbe in mente che i “giorni della pioggia” – che poi sono senza ombra di dubbio quelli del nostro presente – si possono cantare attraverso una ballata? Può venir in mente solo a chi li ha attraversati, in nudità e coraggio, in forza e in follia, e ora li può raccontare attraverso una ballata. Tre storie i cui percorsi si intrecciano come quelli del volo di una farfalla (presenza appenna abbozzata nel libro ma importante) che cercano nella “pioggia” la loro dimensione compiuta.

I tre personaggi hanno un unico grande punto in comune, il riscatto. O meglio, la sfida del riscatto. E’ questo che dà la forza a tutta l’architettura – che non si può definire altrimenti, come nella migliore tradizione della letteratura sudamericana – messa in piedi dall’autrice. Un’architettura ospitale che, finalmente, lascia molto spazio all’immaginazione del lettore. Poche descrizioni, e tutte essenziali, con personaggi, anche questi per niente ingombranti e ridotti all’osso, di una forza straordinaria e mai fluttuante.

E’ vero, da una parte c’è un sapiente appoggio su alcuni passaggi ripresi dalla storia reale, come la detenzione di Kappler nel carcere di Gaeta e la villa a Sperlonga di Raf Vallone; e altri fatti, alcuni dei quali ridotti a mere annotazioni di date, che aprono la strada verso il presente, ma Gentile, Angelo e “Il Paradosso”, ovvero uno dei tanti funzionari di un anonimo ministero romano impegnata in una lotta interna senza esclusione di colpi – risultano efficaci, coerenti e dotati di vita propria. Sono gli ingredienti di base per riuscire in qualsiasi narrazione e l’autrice dimostra di destreggiarsi bene nellla ricetta finale.

Riscatto o giustizia? La domanda fa da sfondo a ogni passo della lettura. E la risposta non è così banale. Più piani e percorsi si intersecano nel libro quasi a mostrare la problematicità dell’interrogativo. Ovvio che il riscatto è un universale che poggia però saldamente su percorsi individuali e non è per niente necessario – cinicamente – al cammino dell’umanità; mentre la giustizia è un universale necessario che proprio dai percorsi individuali viene con sempre maggiore frequenza messa in discussione e quindi ha bisogno di continui interventi di riassestamento.

Oppure, in un’epoca in cui il concetto di giustizia è ormai quasi irrimediabilmente ridotto a mito e nessuno, sembra di capire, ha intenzione di correre in suo soccorso, possiamo vedere nel riscatto l’ultima risorsa verso una promessa di giustizia che alla fine in qualche modo si compirà. E’ questo il perimetro del ragionamento del romanzo che, dopo aver ben disposto le sue misure, lascia al lettore, anche qui, la libertà di ritagliarsi un suo punto di vista.

Essendo la propria forza d’animo alla base dell’impasto di ognuno dei tre protagonisti, anzi una vera e propria deliberazione ruggente, che la storia assurdamente e in tutti gli ambiti si preoccupa di assottigliare e disperdere, “La Ballata” sembra un romanzo nel senso più pieno del termine, ovvero quello legato alla trasformazione finale del protagonista.

In “La ballata” la trasformazione finale sembra sfuggire alla codificazione, e non potrebbe essere altrimenti. E, però, il lavoro dell’autrice è tutto sulla mappa delle emozioni, degli strumenti, dei travagli, dei patimenti e delle invenzioni che occorrono per tenere alto il nome della propria e altrui dignità.

Il “Paradosso”, che tiene botta nelle sentine del potere alla guerriglia tra cosche, ormai diventata normalità; Angelo che costruisce, con la collaborazione di Gentile, una messa in scena per vendicarsi a modo suo dell’orrore nazista contro gli ebrei; e Gentile, prematuramente scomparso da uno scenario in cui fino ad un certo punto gioca un ruolo di primo piano come magistrato.

Un inquietante proficuo confronto tiene in piedi un piano narrativo che possiamo sicuramente considerare macro: il nazismo dei rastrellamenti e dei campi di sterminio, da una parte e, dall’altra, questa nostra epoca di sfrenati gozzovigliamenti a spese dei molti costretti a subire tra crisi e angherie un inaspettato “fine corsa” senza più quasi avere strumenti di reazione.

“Vede dottoressa, Noi (maiuscolo nel testo, ndr) non vogliamo mandare via nessuno, ma c’è la necessità di un rinnovamento…l’esigenza, al momento, è di rimescolare le carte…”. Che differenza c’è tra la violenza esibita del nazismo, epoca dalla quale siamo usciti con grandi discorsi sulla democrazia, e l’orgia della politica fine a se stessa esercitata per la pura sete di arricchimento e di potere? Nessuna, appunto. Lo spargimento di sangue offende la vostra sensibilità? Bene, lo togliamo. Ma la sostanza resta. La violenza della Storia e la sopraffazione come metodo ordinario hanno solo trovato un’altra falda da cui succhiare linfa vitale.”Il Paradosso” decide di non accettare di essere messa da parte: “Continuo a sorridere estasiata, come se mi avesse proposto di rimanere invece di essere mollata sul ciglio della strada. Intanto penso: ma a che pro restare? Perché? E mentre me lo chiedo intravedo l’unica risposta: giocare una partita. Ed eccomi pronta, lancia in resta, come il nobiluomo don Alonso Quijano, cavaliere errante in giro per il mondo, a fare piazza pulita di tutte le ingiustizie, le prepotenze e i soprusi”.

Insomma, noi pensavamo di seguire la giustizia ed illuminare così le nostre vite proprio quando avevamo sperimentato sulla nostra pelle il massimo di ingiustizia possibile, il nazismo. E invece sarà che attraverso il riscatto individuale saremo chiamati a far strada di nuovo alla giustizia. E quando avrà abbastanza forza da tenersi in piedi da sola potremo dire che un’altra epoca si affaccerà all’orizzonte. Inevitabile che così avremo molti morti e feriti ma forse, per dirla con l’autrice, vale la pena aver lanciato l’appello: “Forse il trucco è vincere delle battaglie e non illudersi che la guerra sia finita”.

E attraverso il “trucco” riusciamo forse nell’intento più difficile, quello di preservare quel pezzetto di umanità che ancora portiamo nel cuore e che a volte smarriamo, proprio perché non sapiamo più con chi riuscire a condividerlo. E il simbolo della farfalla, così discretamente presente in tutto il romanzo, serve proprio ad indicare questo. Quale farfalla, del resto, riuscirebbe a volare sotto la pioggia?

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