Fonte: il manifestoAutore: Andrea Fabozzi Lo sconfitto detta la linea nel PD da: controlacrisi.org

«Adesso basta con le direzioni in cui Renzi parla da solo e agli interventi vengono lasciati appena pochi minuti», aveva detto più di un dirigente del Pd, dandosi un po’ di coraggio dopo la sconfitta del segretario al referendum. E così ieri ha parlato solo Renzi, e poi basta. Riunione finita, malgrado il tentativo di Walter Tocci – uno che ha votato No e per questo è stato accolto dalle grida «vergognati» – di far presente che la linea del partito con la quale andare al Quirinale andava almeno discussa. Non c’è tempo, Renzi deve salire al Quirinale . «Discuteremo quando la crisi si sarà risolta», ha detto il presidente del partito Orfini. Inutile far notare che la direzione è cominciata tre ore più tardi della prima convocazione, il tempo ci sarebbe stato. Invece niente, nessun intervento, nessuna discussione, E poi Renzi la linea l’aveva già comunicata, prima ancora della direzione, agli «amici della enews» dal suo sito personale. «Governo di responsabilità nazionale sostenuto anche dagli altri partiti», oppure «al voto subito dopo la sentenza della Consulta».Questa è la posizione del Pd cioè di Renzi, le due cose ancora coincidono. Nella sconfitta il presidente del Consiglio dimissionario non è molto cambiato, ha rimandato la resa dei conti interna ma ha già annunciato che sarà «dura». E ha dato un anticipo: «So che tra noi qualcuno ha festeggiato in modo non elegantissimo, lo stile è come il coraggio non ce lo si può dare». Un attacco ai rappresentanti della minoranza – già fischiati all’ingresso della direzione da truppe renziane – accusati di tradimento e anche di vigliaccheria. Nell’attesa dell’analisi del voto (ma quella delle sconfitte non c’è mai stata), il segretario, saldo nel ruolo, comincia anche a dare le carte, e può ringraziare il tempestivo assist di Pisapia: «Dobbiamo pensare cosa significa un partito a vocazione maggioritaria nel nuovo quadro».

Significa alleanze, ovviamente, a sinistra con la formazione che l’ex sindaco di Milano ha immaginato ieri, mentre a destra c’è sempre Alfano. Ci sarebbe anche la minoranza Pd, ma ancora per poco nei piani renziani. Non per niente in nessuno dei suoi scenari viene nominato il congresso, che pure allo stato potrebbe vincere facile. Il segretario prevede di risolvere la pratica cancellando ogni traccia bersaniana dalle liste elettorali.
Il piano A, quello del governo istituzionale – in ipotesi, Grasso – è quello che sembra piacere meno a Renzi, visto che già vede il rischio di «pagare il prezzo della solitudine della responsabilità»; un coinvolgimento pieno di Forza Italia è incerto mentre è certamente escluso quello di leghisti e grillini. Ma anche il piano B, elezioni subito, è diverso da quello presentato: tanto subito non potrà essere. Mettendo in fila l’udienza della Corte costituzionale sull’Italicum (24 gennaio), il tempo anche minimo per la scrittura delle motivazioni, il tempo necessario al parlamento per adeguare i sistemi elettorali residui alle decisioni della Corte e i 45 giorni almeno che devono trascorrere tra lo scioglimento delle camere e le nuove elezioni, si arriva al più presto a fine aprile. Quasi a ridosso del vertice G7 di Taormina al quale Renzi tiene molto. Ma non è solo per questo che il presidente del Consiglio uscente immagina di poter essere ancora lui a guidare l’esecutivo «elettorale», pensa cioè di poter riavere l’incarico.

In fondo ha appena incassato la fiducia del senato, il ramo più problematico del parlamento, e con un margine persino maggiore rispetto all’esordio, nel 2014. Per evitare imbarazzi (accadde a Bersani), Renzi non farà parte della delegazione per le consultazioni, basteranno i fidati Guerini, Rosato, Zanda e Orfini. La baldanza (e il consueto ritardo di 45 minuti) con la quale si è presentato alla direzione che avrebbe dovuto «processarlo» per la sconfitta, è indicativa. Come i dettagli: poco prima di recarsi al Quirinale per (in teoria) ricevere istruzioni dal presidente della Repubblica, ci ha tenuto a far sapere di aver «parlato al telefono con Giorgio Napolitano» per «ringraziarlo». Quando l’ex capo dello stato è, con lui, il principale responsabile del disastro. A cominciare dal contrasto tra sistema elettorale e sistema istituzionale che impedisce di votare subito.

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Autore: fabio sebastiani Ballate, ballate sotto la pioggia, qualcosa resterà. Recensione del romanzo di Maria Caterina Prezioso da: controlacrisi.org

“La ballata dei giorni della pioggia” (Kogoi, pp. 125 13 euro) di Maria Caterina Prezioso, va detto subito, è uno di quei rari libri che una volta letti possono essere letteralmente incartati nel loro stesso titolo. E questo è un grande merito. Quasi una didascalia, quindi, che messa a fianco degli altri volumi nello scaffale serve senz’altro a rammentarci con nettezza il contenuto. E non solo per una mera associazione di idee, ovviamente.

Qui audio intervista a Maria Caterina Prezioso.

A chi verrebbe in mente che i “giorni della pioggia” – che poi sono senza ombra di dubbio quelli del nostro presente – si possono cantare attraverso una ballata? Può venir in mente solo a chi li ha attraversati, in nudità e coraggio, in forza e in follia, e ora li può raccontare attraverso una ballata. Tre storie i cui percorsi si intrecciano come quelli del volo di una farfalla (presenza appenna abbozzata nel libro ma importante) che cercano nella “pioggia” la loro dimensione compiuta.

I tre personaggi hanno un unico grande punto in comune, il riscatto. O meglio, la sfida del riscatto. E’ questo che dà la forza a tutta l’architettura – che non si può definire altrimenti, come nella migliore tradizione della letteratura sudamericana – messa in piedi dall’autrice. Un’architettura ospitale che, finalmente, lascia molto spazio all’immaginazione del lettore. Poche descrizioni, e tutte essenziali, con personaggi, anche questi per niente ingombranti e ridotti all’osso, di una forza straordinaria e mai fluttuante.

E’ vero, da una parte c’è un sapiente appoggio su alcuni passaggi ripresi dalla storia reale, come la detenzione di Kappler nel carcere di Gaeta e la villa a Sperlonga di Raf Vallone; e altri fatti, alcuni dei quali ridotti a mere annotazioni di date, che aprono la strada verso il presente, ma Gentile, Angelo e “Il Paradosso”, ovvero uno dei tanti funzionari di un anonimo ministero romano impegnata in una lotta interna senza esclusione di colpi – risultano efficaci, coerenti e dotati di vita propria. Sono gli ingredienti di base per riuscire in qualsiasi narrazione e l’autrice dimostra di destreggiarsi bene nellla ricetta finale.

Riscatto o giustizia? La domanda fa da sfondo a ogni passo della lettura. E la risposta non è così banale. Più piani e percorsi si intersecano nel libro quasi a mostrare la problematicità dell’interrogativo. Ovvio che il riscatto è un universale che poggia però saldamente su percorsi individuali e non è per niente necessario – cinicamente – al cammino dell’umanità; mentre la giustizia è un universale necessario che proprio dai percorsi individuali viene con sempre maggiore frequenza messa in discussione e quindi ha bisogno di continui interventi di riassestamento.

Oppure, in un’epoca in cui il concetto di giustizia è ormai quasi irrimediabilmente ridotto a mito e nessuno, sembra di capire, ha intenzione di correre in suo soccorso, possiamo vedere nel riscatto l’ultima risorsa verso una promessa di giustizia che alla fine in qualche modo si compirà. E’ questo il perimetro del ragionamento del romanzo che, dopo aver ben disposto le sue misure, lascia al lettore, anche qui, la libertà di ritagliarsi un suo punto di vista.

Essendo la propria forza d’animo alla base dell’impasto di ognuno dei tre protagonisti, anzi una vera e propria deliberazione ruggente, che la storia assurdamente e in tutti gli ambiti si preoccupa di assottigliare e disperdere, “La Ballata” sembra un romanzo nel senso più pieno del termine, ovvero quello legato alla trasformazione finale del protagonista.

In “La ballata” la trasformazione finale sembra sfuggire alla codificazione, e non potrebbe essere altrimenti. E, però, il lavoro dell’autrice è tutto sulla mappa delle emozioni, degli strumenti, dei travagli, dei patimenti e delle invenzioni che occorrono per tenere alto il nome della propria e altrui dignità.

Il “Paradosso”, che tiene botta nelle sentine del potere alla guerriglia tra cosche, ormai diventata normalità; Angelo che costruisce, con la collaborazione di Gentile, una messa in scena per vendicarsi a modo suo dell’orrore nazista contro gli ebrei; e Gentile, prematuramente scomparso da uno scenario in cui fino ad un certo punto gioca un ruolo di primo piano come magistrato.

Un inquietante proficuo confronto tiene in piedi un piano narrativo che possiamo sicuramente considerare macro: il nazismo dei rastrellamenti e dei campi di sterminio, da una parte e, dall’altra, questa nostra epoca di sfrenati gozzovigliamenti a spese dei molti costretti a subire tra crisi e angherie un inaspettato “fine corsa” senza più quasi avere strumenti di reazione.

“Vede dottoressa, Noi (maiuscolo nel testo, ndr) non vogliamo mandare via nessuno, ma c’è la necessità di un rinnovamento…l’esigenza, al momento, è di rimescolare le carte…”. Che differenza c’è tra la violenza esibita del nazismo, epoca dalla quale siamo usciti con grandi discorsi sulla democrazia, e l’orgia della politica fine a se stessa esercitata per la pura sete di arricchimento e di potere? Nessuna, appunto. Lo spargimento di sangue offende la vostra sensibilità? Bene, lo togliamo. Ma la sostanza resta. La violenza della Storia e la sopraffazione come metodo ordinario hanno solo trovato un’altra falda da cui succhiare linfa vitale.”Il Paradosso” decide di non accettare di essere messa da parte: “Continuo a sorridere estasiata, come se mi avesse proposto di rimanere invece di essere mollata sul ciglio della strada. Intanto penso: ma a che pro restare? Perché? E mentre me lo chiedo intravedo l’unica risposta: giocare una partita. Ed eccomi pronta, lancia in resta, come il nobiluomo don Alonso Quijano, cavaliere errante in giro per il mondo, a fare piazza pulita di tutte le ingiustizie, le prepotenze e i soprusi”.

Insomma, noi pensavamo di seguire la giustizia ed illuminare così le nostre vite proprio quando avevamo sperimentato sulla nostra pelle il massimo di ingiustizia possibile, il nazismo. E invece sarà che attraverso il riscatto individuale saremo chiamati a far strada di nuovo alla giustizia. E quando avrà abbastanza forza da tenersi in piedi da sola potremo dire che un’altra epoca si affaccerà all’orizzonte. Inevitabile che così avremo molti morti e feriti ma forse, per dirla con l’autrice, vale la pena aver lanciato l’appello: “Forse il trucco è vincere delle battaglie e non illudersi che la guerra sia finita”.

E attraverso il “trucco” riusciamo forse nell’intento più difficile, quello di preservare quel pezzetto di umanità che ancora portiamo nel cuore e che a volte smarriamo, proprio perché non sapiamo più con chi riuscire a condividerlo. E il simbolo della farfalla, così discretamente presente in tutto il romanzo, serve proprio ad indicare questo. Quale farfalla, del resto, riuscirebbe a volare sotto la pioggia?

Autore: redazione In Egitto continua la repressione contro gli attivisti per i diritti umani. L’ultimo caso segnalato da Amnesty, quello di Azza Soliman da: controlacrisi.org

Azza Soliman, fondatrice del Centro di assistenza legale alle donne egiziane, è stata arrestata l’altra mattina al Cairo in quello che per Amnesty International è il segnale di una ancora più marcata repressione nei confronti degli attivisti per i diritti umani. Praticamente lo stesso “filone” in cui è finito Giulio Regeni.“L’arresto di Azza Soliman è l’ultimo raggelante esempio della sistematica persecuzione in atto ai danni dei difensori dei diritti umani. Riteniamo che sia stata arrestata a causa delle sue del tutto legittime attività in favore dei diritti umani e che debba essere rilasciata immediatamente e senza alcuna condizione. Le intimidazioni e le persecuzioni contro gli attivisti per i diritti umani devono cessare” – ha dichiarato Najia Bounaim, vicedirettrice per le campagne presso l’Ufficio regionale di Amnesty International di Tunisi.

Tre settimane fa, le autorità avevano congelato i conti bancari di Azza Soliman e della sua organizzazione, senza alcuna decisione giudiziaria, e il 19 novembre le avevano impedito di recarsi in Giordania per prendere parte a un seminario di formazione sui diritti delle donne nell’Islam.

Il mandato d’arresto di Azza Soliman è stato firmato da uno dei giudici incaricati delle indagini sulle organizzazioni non governative (Ong) egiziane, conosciuto come il caso 173/2011. Il giudice deciderà se ordinare il suo arresto o il rilascio su cauzione.

“Azza Soliman, insieme ad altri difensori dei diritti umani, è già sottoposta a un divieto di espatrio e al blocco dei conti bancari. Il suo arresto segna un’escalation nell’uso di tutta una serie di tattiche repressive che hanno lo scopo di intimidire e ridurre al silenzio lei e altre voci critiche” – ha commentato Bounaim.

“Il rischio è che al suo arresto seguano analoghi provvedimenti nei confronti di altri difensori dei diritti umani coinvolti in quell’inchiesta” – ha aggiunto Bounaim.

Nel giugno 2014, 43 operatori stranieri ed egiziani di Ong erano stati condannati a pene da uno a cinque anni. Erano state chiuse anche alcune Ong, tra cui Freedom House e il Centro internazionale per i giornalisti.

Lo scorso anno, la magistratura egiziana ha intensificato le pressioni sui gruppi per i diritti umani, attraverso divieti di espatrio e il congelamento dei patrimoni bancari, per reprimere la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione, con l’obiettivo finale di smantellare il movimento per i diritti umani in Egitto e stroncare anche il più timido segno di dissenso.

Il presidente al-Sisi potrebbe presto firmare una nuova, durissima legge sulle associazioni che conferirebbe al governo e alle forze di sicurezza poteri straordinari sulle Ong.

Azza Soliman ha fatto parte di un gruppo di 17 persone arrestate per aver testimoniato sull’omicidio di Shaimaa al-Sabbagh, un’attivista uccisa al Cairo nel gennaio 2015 durante una manifestazione pacifica. Accusata di manifestazione non autorizzata e disturbo all’ordine pubblico, Azza Soliman era stata assolta a maggio e, dopo il ricorso della pubblica accusa, nuovamente a ottobre.