Autore: vittorio bonanni “Alla ricerca delle forme dell’identificazione collettiva, nei saldi valori di libertà e uguaglianza”. Recensione di Vittorio Bonanni al libro “Quale Sinistra? da: controlacrisi.org

Quando Rosa Luxemburg nel 1915 coniò lo slogan “socialismo o barbarie” voleva semplicemente dire che solo la creazione di una società giusta, democratica e che avesse in primo luogo come obiettivo sempre e comunque la tutela dei più deboli avrebbe evitato quello che poi in Europa inevitabilmente successe, ovvero l’avvento del nazi-fascismo. E, aggiungiamo oggi, anche quello che sta avvenendo a settant’anni circa dalla fine di quella tragedia. Insomma aveva la vista lunga la grande leader degli spartachisti.

E lo scenario che ci propone in questa fase storica il nostro pianeta non fa altro che dimostrare che senza il socialismo appunto non può che prevalere la barbarie. Per questo è giusto interrogarsi come hanno fatto Tonino Bucci, giornalista a lungo nella redazione di Liberazione e oggi docente di filosofia in un liceo, e Giulio Di Donato, filosofo e giurista, chiedendo “Quale sinistra?” (Rogas edizioni, pp. 103, euro 11,90) potrebbe avere uno spazio e un suo ruolo in primo luogo in Italia, dove la crisi di identità sembra essere più marcata. E soprattutto come potrebbe agire in un momento di grave crisi democratica che non risparmia praticamente nessun’area del pianeta, visto che anche il promettente “Rinascimento latinoamericano” sembra in fase di drammatico ripiegamento.

Dopo l’introduzione di Matteo Pucciarelli, giovane giornalista di Repubblica e collaboratore di MicroMega, che sottolinea come i più, da “un’anziana al mercato” ad “uno studente 18 di un istituto professionale”, non sappiano rispondere alla domanda “che cosa vuole dire oggi sinistra”, si entra nel vivo del lavoro realizzato focalizzando le ragioni di carattere filosofico e politico che stanno dietro questa crisi per arrivare poi a tentare una soluzione ad un problema che dovrebbe essere considerato una battaglia di civiltà anche da chi di sinistra non è. L’impresa è ardua e i due autori lo spiegano con chiarezza partendo dai problemi di base che hanno configurato questa Caporetto per chi doveva rappresentare ed organizzare i più deboli.

La “barriera linguistica” che si è creata tra “i governati e le élite politiche” scrivono Bucci e Di Donato, con conseguenti ed enormi problemi di comunicazione. La condizione nella quale si sono ritrovati quei corpi intermedi, vero e proprio sale della democrazia, come “partiti, sindacati e giornali”, la cui funzione è diventata “marginale”. L’aumento del “divario tra cittadini e istituzioni” con i “governi percepiti come estranei ai bisogni popolari”. Il tramonto dei “grandi partiti di massa” e con loro l’impegno individuale di milioni di persone che rappresentava l’humus del quale si nutriva una democrazia oggi svuotata di significato e nelle mani di gruppi di potere oligarchici contro i quali con gli strumenti di oggi è difficile combattere.

Ormai l’interesse pubblico è schiacciato dagli “interessi privati” e la politica è dominata dall’economia finanziaria. Entra così in crisi profonda il concetto dell’uomo come inevitabile “animale politico”, “zôon politikòn”come diceva Aristotele, citato non a caso dai due scrittori. Come uscire da questa era di “passioni tristi” come l’avrebbe chiamata Spinoza? Il dibattito a sinistra, come è noto, pone ormai da un paio di decenni l’ interrogativo se lasciarsi completamente alle spalle il “secolo breve”, come chiamava il ‘900 lo storico britannico Eric Hobsbawm, ricominciando con un foglio di carta bianca tutto da riempire, oppure se fare tesoro di quello che è successo in quel periodo con la consapevolezza che tutto deve essere coniugato con le novità del nuovo millennio. E senza dimenticare ovviamente l’800, quando gli sfruttati cominciarono a capire che uniti si poteva contrapporre qualcosa all’idea dello sfruttamento “ad aeternum”, pensiero egemone nel millennio da poco iniziato.

Gli autori su questo punto, pur con la liceità del dubbio, hanno le idee chiare: “per questa nuova sinistra c’è qualcosa di già saldamente piantato: i valori fondamentali del movimento operaio assieme a quelle questioni che sono sorte al di fuori del movimento operaio stesso, l’aspirazione alla giustizia sociale, alla libertà, il valore dell’uguaglianza” e la “critica al capitalismo” come “identità essenziale di una forza di sinistra”. Certo, c’è la difficoltà di ridare credibilità a parole d’ordine che sono state svilite da decenni di arretramenti; e c’è l’interrogativo se ripartire con un’avanguardia, della quale non si vede traccia; o se con un’organizzazione più orizzontale che solo in un secondo momento si ponga il problema del potere riproponendo l’idea di “un moderno Principe”. Ma sulla necessità di non abbandonare quelle parole d’ordine crediamo che i dubbi siano pochi. O dovrebbero essere pochi. Del resto solo da lì si può ricostruire “uno spazio comunitario” per il variegato mondo dei più fragili e si può riproporre una “forma di identificazione collettiva” che dia la possibilità di “riconoscersi all’interno di contesti più ampi”. Una pluralità che si riconosca in alcuni valori nobili e forti, che ricomincino a fare “egemonia” è del resto l’unica alternativa alla barbarie tanto temuta da Rosa Luxemburg.

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